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Aggiornato: 18 min 18 sec fa

Le ricette di Natale: Biscotti al profumo di agrumi

Ven, 12/07/2018 - 11:09

Ingredienti

Farina tipo “00” 300 gr
Burro 100 gr
Zucchero di canna 80 gr + zucchero per ripassare i biscotti
Panna 60 ml
Sale 1 pizzico
Uova 2 tuorli
Vaniglia 1/3 di bacca
Arancia 1
Limone 1

Preparazione

Disponete la farina a fontana, mescolate al centro il burro morbido e lo zucchero, poi aggiungete i tuorli, la panna, la buccia degli agrumi grattugiata (senza la parte bianca), il sale e la vaniglia. Mescolate il tutto con la farina. Lavorate velocemente fino a creare un impasto omogeneo. Coprite l’impasto con un panno e fate riposare in frigo per 30 minuti così che il burro si rassodi.

Formate dei rotolini del diametro di un centimetro e con due fate delle treccine, chiudetele in tante piccole ciambelle, passateli nello zucchero e disponeteli su una teglia rivestita di carta forno. Fate cuocere a 180°C per 25 minuti.

Lasciate raffreddare i biscotti e se non li consumate subito riponeteli in un barattolo di vetro a chiusura ermetica.
Possono essere un dolce regalo di Natale: metteteci una bella etichetta e un nastro decorativo.

Foto: Angela Prati

Diritto alla facilità: un master per creare relazioni migliori a Firenze

Ven, 12/07/2018 - 10:28

Scade il 14 dicembre il termine ultimo per iscriversi  al Master di I° livello “Democrazia Affettiva e dialoghi per la pace” organizzato al dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università di Firenze, che si propone di creare una figura professionale la cui specificità e competenza è mirata al governo e alla facilitazione della relazione intra-personale e interpersonale.
La figura, maturata la certificazione in “Diritto alla facilità”, sarà in grado di operare in tutti quei contesti dove, per fini didattici (scuola, università ed enti formativi), di specificità del servizio offerto (strutture sociali e aziende di servizi, pubbliche e private, ONG), di aumento della produttività (aziende del comparto produzione) o di governo e manutenzione delle relazioni umane (uffici/dipartimenti risorse umane), sia ritenuto necessaria la creazione e l’implementazione di un modello relazionale declinato operativamente sui principi della democrazia affettiva.

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Auto ad acqua e a pipì: bufala o realtà?

Ven, 12/07/2018 - 01:48

Quello di alimentare le nostre auto riempiendo semplicemente un serbatoio di acqua o urina è un sogno ricorrente. E, in effetti, da tempo varie aziende e ricercatori ci lavorano. Avremmo finalmente trovato la soluzione per dire addio ai carburanti di derivazione fossile, inquinanti e costosi, e potremmo spostarci liberamente senza restrizioni. Purtroppo, però, la strada è ancora lunga (e per ora c’è bisogno della benzina).

Lorenzo Errico, l’entusiasta papà dell’auto ad acqua

Di tanto in tanto il nome di Lorenzo Errico torna a galla. L’ingegnere italiano con la passione per i motori è infatti il creatore di un meccanismo, ribattezzato Hydromoving, che potrebbe cambiare per sempre la storia della mobilità. O  è un’esagerazione? La promessa è quella di trasformare ogni auto in un’auto ad acqua, ma, nonostante le tante interviste e il clamore, il nome di Errico compare spesso accanto alla parola “bufala”. Esiste comunque un sito tutto dedicato alla sua invenzione, una tecnologia brevettata che fa capo alla Hydromoving srl (www.hydromoving.com). E proprio da queste informazioni ufficiali vogliamo partire.

La domanda è: basta solo riempire d’acqua un serbatoio? Come spesso accade, l’equivoco nasce dalle parole usate per descrivere questa soluzione. Si parla di auto ad acqua nei titoli dei quotidiani, si semplifica così per attirare l’attenzione, ma in realtà la spiegazione è più articolata. Il sistema Hydromoving esiste, è reale, ma rende la vettura dual fuel, una ibrida, non in grado di viaggiare esclusivamente ad acqua. Va peraltro sottolineato che dall’azienda questo non lo nascondono, anzi. Parlano di “tecnologia brevettata, testata e certificata per la produzione di gas Ossidrogeno (gas prodotto dall’acqua distillata) on board e on demand con sistema elettronico di iniezione in camera di scoppio di qualsiasi tipo di motore a combustione interna (benzina/diesel etc…) che riduce le emissioni inquinanti del 90%”. Insomma, un motore serve. Altra promessa, quella di una riduzione del gas serra CO2 maggiore o pari al 30%. La vettura viene dotata di un serbatoio di acqua piovana (ma a volte Errico parla di acqua distillata, altre volte la definisce “ibrida”), quindi il sistema, direttamente sulla vettura stessa, genera gas Ossidrogeno a richiesta del carico motore.

Il sistema si può installare su qualsiasi motore a combustione interna, spiegano. Si parte da 2 celle e se ne possono installare fino a multipli di 6 a seconda della cilindrata e dalla tipologia del motore. Non esistono serbatoi di stoccaggio di Ossidrogeno a bordo, così il sistema può essere ancora più sicuro rispetto ai comuni impianti sperimentali a idrogeno compresso. Sensori ed elettronica fanno il resto, aggiungendo sicurezza e semplicità di monitoraggio e attivazione via display.

Senza un altro motore tradizionale il sistema non funzionerebbe, ma alla Hydromoving va dato atto che permette un risparmio sul consumo di altri carburanti e consente un certo risparmio anche in termini di emissioni. Numericamente, sempre secondo l’azienda, queste sono le riduzioni: monossido di carbonio 90%, idrocarburi incombusti 88%, ossidi di zolfo e ossidi di azoto 50%, particolato (pm10 pm25) circa 80%. La riduzione dei consumi di carburante è invece del 20%-35%.

A questo punto, ci chiediamo: considerando il costo del sistema, vale la pena installarlo rispetto ai benefici che può apportare?

Consuma “quanto un’autoradio sofisticata”, dice Errico, che in molti video (uno a questo link) spiega entusiasta il funzionamento delle centraline e non nasconde mai l’integrazione del sistema con il motore tradizionale. Si consumano 100 ml ogni 100 km, ma soprattutto si evita di consumare benzina se non necessario. Prezzo: meno di 10 mila euro.

Errico non è né il primo né sarà l’ultimo ad aver proposto una soluzione simile, da un lato osannata come idea risolutiva affossata da governi e lobby delle fossili, dall’altro lato additata come bufala clamorosa.

Noi non la giudichiamo, ci limitiamo a sottolineare l’importanza dell’utilizzo delle parole corrette: Hydromoving non vende auto che funzionano esclusivamente ad acqua, né ci risulta che al momento in commercio esistano soluzioni che potrebbero consentire in tempi rapidi un cambiamento radicale verso una mobilità di questo tipo.

L’auto sarda a pipì e gli studi inglesi

Non si ha notizia di applicazioni su larga scala nel settore automobilistico dell’idea dell’imprenditore sardo Franco Lisci, che da Gonnosfanadiga era diventato celebre qualche anno fa per un sistema in grado di ricavare energia dall’urina, una volta attivato un processo di elettrolisi.

Potrebbe far sorridere, eppure il progetto è stato presentato durante un convegno di Legambiente dedicato alla green innovation ad Alghero. L’energia ricavata dall’urina avrebbe potuto essere utile per alimentare sia i veicoli che i comuni elettrodomestici, o per tenere accesa la luce nelle case e impianti di qualsiasi tipo. Una vera rivoluzione che però – è evidente – non è al momento diventata tangibile. All’epoca Lisci dichiarava che per lo Stato italiano questo uso è illegale, mentre è consentito l’uso di additivi. Abbiamo quindi realizzato dei trasformatori che consentono di usare nel motore delle automobili l’urina come additivo”.

Preziosissima, la lana sarda, che Lisci ha usato per realizzare un filtro ad hoc utile ad evitare la formazione di condensa e a non danneggiare il motore. Questa la promessa: “Su un’auto a benzina c’è un risparmio del 35%, su una a gasolio del 60%, su auto a gas dell’80%. Un’imbarcazione o un peschereccio possono così risparmiare fino al 65% di gasolio. E questo ciclo produttivo sostenibile non produce scarti”. L’urina diventa infatti acqua di pozzo e torna in natura.

Visto che un sistema esterno è comunque necessario alla circolazione del liquido, molti ricercatori non soltanto italiani lavorano proprio su questo fronte, per superare questa limitazione.

In Inghilterra un congegno apparentemente buffo consente di generare corrente grazie all’urina semplicemente camminando. Con 90 passi al minuto il circuito genera una tensione di 4 volt. A lavorare a questo progetto sono stati i ricercatori del BioEnergy Centre – nato da una collaborazione tra l’università del West of England e quella di Bristol – che da tempo lavora a soluzioni per produrre energia riutilizzando i rifiuti organici.

In questo caso tutto ruota attorno a un paio di “calzini” al cui interno sono poste celle a combustione microbica. 12 piccoli tubi di gomma arrivano sotto il tallone, in modo che muovendo il piede venga aspirato il liquido e si inneschi la reazione. Bastano i passi, non servono meccanismi di pompaggio esterni.

Insomma, se ancora le auto ad acqua e a pipì non sono realtà, gli scienziati sono comunque sempre al lavoro per cercare combustibili alternativi, economici e non inquinanti. E di idee su cui fantasticare ce ne offrono parecchie.

 

Fonti:

http://www.brl.ac.uk/researchthemes/bioenergyself-sustaining.aspx

https://www.repubblica.it/ambiente/2016/01/27/news/la_pipi_fa_luce_ecco_il_generatore_a_urina_che_si_attiva_camminando-130957150/#gallery-slider=130960415

 

In copertina: Immagine di Armando Tondo

 

 

 

Cambiamenti climatici, restano meno di 20 anni per salvare il pianeta

Ven, 12/07/2018 - 01:32

Vent’anni. Sicuramente non di più. Molto probabilmente meno. E’ questo il tempo che l’uomo ha a disposizione per salvare il pianeta dai cambiamenti climatici e dagli effetti che questi avranno sulla salute delle persone e dell’ambiente. L’allarme è stato lanciato dal presidente dell’Istituto superiore di Sanità, Walter Ricciardi: “E’ questo il tempo che ci rimane per mettere in atto misure concrete. Fra 20 anni potrebbe già essere troppo tardi. Già oggi le morti in Europa legate ai cambiamenti climatici sono migliaia l’anno, ma saranno milioni nel prossimo futuro se non si agisce subito”.

Un olocausto a fuoco lento

Il pericolo concreto, spiega il presidente dell’ISS, è che le ondate di calore che nel 2003 hanno fatto 70 mila morti possano passare dal manifestarsi in periodi circoscritti dell’anno all’essere presenti in alcune parti del mondo per oltre 200 giorni l’anno, impedendo alle popolazioni di stare all’aria aperta per gran parte dei dodici mesi a causa dell’aumento delle temperature. Il problema è che i danni sulla salute dai cambiamenti climatici non sono visibili all’istante, e quindi non è facile sensibilizzare istituzioni e cittadini, ma sono devastanti. “L’Organizzazione mondiale della sanità parla di vari milioni di morti legate ai cambiamenti climatici e in Italia ben il 12% dei ricoveri pediatrici in ospedale sono connessi all’inquinamento. Si tratta, in un certo senso, di un olocausto a fuoco lento”, afferma Ricciardi.

Ciò che ora è importante “è fornire a politici e istituzioni dati certi e scientifici relativi all’impatto sulla salute perché prendano decisioni rapide, dopo che anche all’ultimo G20 non si è arrivati a un documento finale netto. Le speranze sono ora nella Cop24″.

La Conferenza internazionale sul clima Cop24

La Cop24, la conferenza dell’Organizzazione delle nazioni unite sul clima giunta alla ventiquattresima edizione, ha preso il via a Katowice (Polonia) domenica 2 dicembre e andrà avanti fino a venerdì 14. Due settimane “per consentire al mondo di agire insieme sul cambiamento climatico. Tutti i paesi devono mostrare creatività e flessibilità”, ha spiegato il viceministro dell’ambiente polacco, Michal Kurtyka, aprendo i lavori della conferenza, che ha specificato: “Il segretario generale dell’Onu conta su di noi, non c’è un piano B“. L’obiettivo di questa 24esima edizione è che i lavori producano una dichiarazione che garantisca una “giusta transizione” alle industrie alimentate con fonti fossili affinché si possa raggiungere la riduzione delle emissioni di gas serra.

Gli impegni degli Stati

Come riporta Italian Climate Network Onlus, organizzazione nazionale che si occupa di cambiamenti climatici (per leggere tutto l’articolo clicca qui), già prima di mettere piede in Polonia per la COP24 alcuni grandi paesi hanno delineato le rispettive strategie e alleanze volte ad affrontare insieme il cambiamento climatico e a stabilire regole comuni (Paris rulebook) per l’implementazione dell’Accordo di Parigi.

L’Unione europea, che rappresenta con una sola voce l’Italia e gli altri paesi membri, prosegue con l’obiettivo di coniugare crescita economica di qualità, sicurezza energetica e sostenibilità, e recentemente la Commissione ha presentato un documento che illustra come azzerare entro il 2050 le emissioni del continente.

La Cina e il Canada hanno guadagnato la posizione di partner fondamentali dell’UE nell’implementare con parole e con fatti l’Accordo di Parigi.

Gli Stati Uniti con l’Amministrazione Trump hanno preso le distanze dall’Accordo di Parigi in modo teatrale. Nonostante ciò, il sistema federale permette agli stati americani libertà di stabilire i propri obiettivi per far fronte al cambiamento climatico, ed è su questo che si ripone la speranza del raggiungimento degli obiettivi stabiliti nell’Accordo di Parigi.

Quanto al Brasile, sebbene tradizionalmente sia un attore costruttivo nei negoziati sul clima, la nuova amministrazione del presidente Bolsonaro sembra voler cambiar passo, e c’è da aspettarsi meno collaborazione.

Manovra: bocciato l’emendamento per aumentare i fondi per gli orfani di femminicidio

Gio, 12/06/2018 - 12:58

Il fondo per gli orfani a seguito di femminicidio è stato previsto nella Legge di Bilancio 2018 ed è stato introdotto con la l. 11 gennaio 2018, n. 4 (pubblicata in G.U. il 1 febbraio 2018). Vennero allora stanziati 7,5 milioni di euro per il triennio 2018-2020, parte dei quali era destinato anche ad aiutare quelle famiglie che si prendono cura degli orfani di femminicidio. Secondo una ricerca di Switch off, i cosiddetti “orfani speciali” in Italia sono circa 1600, spesso si tratta di bambini/ragazzi che hanno assistito all’omicidio della madre.

Le spese per chi accoglie questi orfani sono molte: come spiega il signor Renato a Giusi Fasano del Corriere della Sera servono risorse “per gli psicologi e gli insegnanti di sostegno dei bimbi, le medicine per farli dormire, le rate del mutuo della casa appartenuta alla mamma”. E il Signor Renato non chiedeva neanche soldi ma solo un po’ di facilitazioni burocratiche…

La storia dell’istituzione del fondo non è stata semplice neanche nel 2017. Nella passata legislatura alcuni esponenti del centro destra si erano opposti facendo ostruzionismo  – tra i quali Carlo Giovanardi e Francesco Nitto Palma, quest’ultimo di Forza Italia – perché nel testo del ddl si faceva riferimento anche ai figli delle unioni civili.

Ora, proprio in considerazione  dell’esiguità delle risorse, Mara Carfagna aveva presentato un emendamento per  incrementare di 10 milioni di euro il fondo per gli orfani di femminicidio, emendamento, appunto, bocciato dalla Commissione Bilancio della Camera.

La decisione della Commissione ha fatto infuriare Mara Carfagna che ha dichiarato su Twitter: “Quando trovi i soldi per tutto, compresa la detassazione dei massaggi negli hotel, la birra artigianale, l’assunzione dei fantomatici #navigator e non li trovi per le famiglie affidatarie degli orfani di femminicidio fai una bastardata. Punto.”

Sì, punto.

Volontariato a Natale: suggerimenti per chi vuole aiutare gli altri sotto le feste

Gio, 12/06/2018 - 10:03

Le occasioni sono molte, anche restando nella propria città. Ecco qualche idea per chi volesse provare un’esperienza unica e appagante.

Impacchettare i doni
Per farlo basta per esempio aderire alla campagna organizzata da Manitese. Dall’1 al 24 dicembre oltre cinquemila volontari saranno al lavoro nelle circa 80 librerie Feltrinelli sparse in tutta Italia per trasformare i regali in un aiuto concreto per le famiglie più bisognose di Kenya e Mozambico. Per conoscere i dettagli basta visitare il sito www.manitese.it. In alternativa è possibile aderire a Un pacchetto per la solidarietà, iniziativa che vede in prima linea i volontari di Ibo Italia. I corner sono presenti in diversi negozi di Ferrara, Fidenza, Parma, Treviso e Udine. Bastano carta, forbici, un po’ di nastro e qualche piccolo pezzetto di scotch per trasformare il dono in qualcosa di magico ed aiutare bambini, ragazzi e insegnanti coinvolti in progetti educativi, in Italia e nel mondo. Per informazioni chiamare il numero 0532.243279.

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Vivere Insieme (Infografica)

Gio, 12/06/2018 - 03:34

Organizzazione, condivisione, risparmio, sono i vantaggi del “Cohousing”, l’abitare insieme, condividendo spazi comuni e risorse.

Per visualizzare l’infografica più grande clicca qui

 

I batteri ti danno il buon umore! (Filosofia e microorganismi sexy)

Gio, 12/06/2018 - 01:57
Noi siamo vivi solo grazie al nostro MICROBIOTA, CHE ORMAI VIENE CONSIDERATO UN VERO E PROPRIO ORGANO… ANCHE SE NON FA PARTE DEL NOSTRO CORPO PERSONALE… Dal punto di vista numerico “appena il 43% delle nostre cellule è “umano”, per il resto siamo formati da microbi. Il 57% delle cellule del nostro corpo appartengono al microbioma e includono batteri, virus, archeobatteri e funghi” (fonte: agi.it). La flora batterica svolge molteplici funzioni necessarie alla nostra sopravvivenza, per questo viene considerata un ORGANO. Sono i microorganismi a predigerire quel che mangiamo. Tecnicamente noi ci nutriamo della loro cacca e ci fa benissimo! Ormai da anni alcune malattie gravi, refrattarie alle cure tradizionali, vengono curate con il trapianto di batteri. Ma non solo: i batteri possono interagire con lo stato d’animo: gli scienziati dell’APC Centre, University College Cork, hanno trapiantato il microbioma di pazienti affetti da depressione nel corpo dei ratti, dimostrando che se si trasferiscono i batteri, si tramanda anche lo stato d’animo. Esistono poi anche batteri (il Mycobacterium vaccae) che riescono a influenzare le cellule della pelle (tipo che si mettono a ballare il tip tap sul derma) e le convincono che devono mandare determinati segnali al cervello al fine di indurlo a produrre più endorfine, le droghe naturali che autoproduciamo e che ci danno benessere psicologico. Praticamente è un batterio che si droga con le nostre endorfine, siamo i suoi produttori di stupefacenti e, miracoli dell’evoluzione, è riuscito a imparare a farci produrre più endorfine così come noi siamo riusciti a far fare più latte alle mucche. Ma facendo aumentare le endorfine non ci fa danni, ci fa stare meglio! Il Mycobacterium vaccae è uno zozzone che sguazza e si moltiplica paurosamente nella sporcizia; questo spiega perché istintivamente i depressi si lavano di meno. Lo fanno per allevare più Mycobacterium vaccae. E quindi converrebbe a tutti non lavarsi qualche parte del corpo per mantenere viva e fiorente la colonia del Mycobacterium vaccae. Ad esempio potresti non lavarti una volta un gomito, una volta un ginocchio. Tanto gomiti e ginocchia non puzzano molto… Infine una ricerca della New York Federal University ha dimostrato che esiste una relazione tra desiderio sessuale e alcuni batteri come il Mycrobacterium Vulvae. La presenza di questi microbi provoca l’aumento della produzione di ormoni erotici. Per incrementare il numero di questi microorganismi sexy si spalma sulla pelle intorno all’ombelico olio di fragole. L’Universo è meraviglioso e geniale e queste notizie sono tutte vere. Eccetto l’ultima.

Il ‘Lupo’ Stefano Benni in un doc: “Quando Franca Rame diceva: ‘Scrivi così così, a carte fai schifo'”

Mer, 12/05/2018 - 14:00

Stefano Benni racconta degli amici di una volta (Rame e Fo) e quelli di oggi (Baricco e Pennac): “Ai giovani dico: leggete i libri che resistono al tempo, soprattutto quelli che hanno molti secoli più dei miei”.

“C’è una scena in Saltatempo, molto erotica, in cui il protagonista e Selene fanno l’amore nel prato. Selene è un misto di quattro miei ricordi. Tutte mi hanno chiesto: ‘Ma Selene sono io? Sono io?’ io ho risposto di sì a tutte e quattro. Sono un bastardo”, Stefano Benni si diverte a raccontare balle, lo ha più o meno sempre fatto nel corso della vita, e continua anche ne Le avventure del Lupo – La storia quasi vera di Stefano Benni, il racconto che più di tutti, finora, si avvicina alla verità.

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Padova, la polemica di Don Luca Favarin: “Non fate il presepe se non volete accogliere i migranti”

Mer, 12/05/2018 - 10:25

“Il presepe ha una forza di significato straordinaria, ma questa forza di significato chiede a tutti noi di schierarci – dice il sacerdote – Noi non possiamo schierarci con un simbolo solo di facciata e mettere nelle nostre case un simbolo e poi con la nostra vita, le nostre parole e i nostri gesti raccontare il contrario. Stiamo interrompendo dei percorsi di integrazione che funzionavano e ora per queste persone c’è solo la strada. Perché dobbiamo aver paura del diverso?”.

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Cosa sono i Deserti Alimentari?

Mer, 12/05/2018 - 01:22

Secondo uno studio della Social Market Foundation, in Gran Bretagna un milione e 200mila persone vive in un contesto urbano detto “deserto alimentare”.
Si tratta di periferie o zone extraurbane dove la povertà, la carenza di trasporto pubblico e la mancanza di supermercati e negozi limitano gravemente l’accesso a frutta, verdura e prodotti alimentari freschi, di qualità (ad esempio da agricoltura biologica) e a prezzi accessibili.
Lo studio rivela che il 41% delle persone che vive in questi contesti non ha l’auto di proprietà e quindi si trova impossibilitata agli spostamenti per andare a fare la spesa.
Per dare qualche coordinata: negli Stati Uniti si parla di “Food Desert” quando il primo supermercato è oltre i due km di distanza da casa, con punte, in alcune zone degli Usa, di 10 miglia, 16 km.
Avere il primo supermercato a 16 km di distanza favorirebbe un’alimentazione poco corretta, dicono diversi studi sul problema. In queste aree spopolano infatti i fast food del cibo a basso costo e piove sul bagnato…

Le possibili soluzioni
A Chicago, nel 2011, è partito il progetto “Fresh Moves Mobile Markets”, autobus trasformati in botteghe ambulanti che raggiungono le zone più isolate della città. Solo nel primo anno di attività sono stati serviti 11mila clienti.
Un’altra soluzione è costituita dagli orti e dalle fattorie urbane, che si stanno diffondendo sempre di più e che possono essere create su terreni abbandonati e da riqualificare.

 

Immagine copertina di Armando Tondo

Decreto Sicurezza: 4 domande che dovrebbe farsi chi lo sostiene

Mer, 12/05/2018 - 01:04

Non sono affatto chiare alcune modalità con cui troverà effettiva applicazione il cosiddetto “decreto sicurezza” (d.l. del 4 ottobre 2018, n. 113), approvato in prima lettura al Senato lo scorso 7 novembre e definitivamente convertito in legge il 28 novembre scorso; il pacchetto di norme, dopo la promulgazione del Presidente della Repubblica, è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 3 novembre 2018, ed è entrato in vigore il giorno successivo.

Tanti gli emendamenti contenuti all’interno del decreto, che comprende “Disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica, nonché misure per la funzionalità del Ministero dell’interno e l’organizzazione e il funzionamento dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata”. L’attenzione, però, è tutta rivolta alla prima parte del decreto, quella che dall’articolo 1 all’articolo 14 tratta il tema dell’immigrazione. E proprio chi si dice a favore delle nuove normative sull’immigrazione e non vede l’ora che vengano applicate, dovrebbe farsi 4 domande.

1) Con quali soldi il Governo intende rimpatriare le almeno 40mila persone che il decreto ha reso automaticamente irregolari?

È vero, si tratta di una questione di natura prettamente economica, ma…  Considerato che un rimpatrio costa in media 4mila euro e che Matteo Salvini ha stanziato solo 1,5 milioni per i rimpatri, al netto della situazione attuale potranno essere rimpatriate al massimo 400 persone, vale a dire un centesimo degli irregolari.

C’è poi un problema di ordine pratico, perché, fatta eccezione per la Libia e la Tunisia, l’Italia non gode di rapporti internazionali che garantiscano che i Paesi d’origine degli irregolari accoglierebbero tutti i rimpatriati. Di qui la seconda domanda:

2) Che fare se il Paese d’origine non accetta i rimpatriati a bordo dei nostri aerei o delle nostre navi?

Un conto è bloccare in mare una nave ONG a spese di chi la finanzia, altro è bloccare navi e aerei a spese nostre con a bordo ufficiali dello Stato, già carenti in città come Roma.

Ammesso che si trovino fondi e accordi internazionali per gli espatri, la pratica di espatrio si profila lunga e lesiva della libertà del rifugiato. Il Governo ha infatti esteso da 90 a 180 giorni il trattenimento degli irregolari presso i C.P.R. (Centri di Permanenza per il Rimpatrio) che sostituiscono i C.I.E. (Centri di Identificazione ed Espulsione). Laddove non vi sia disponibilità nei C.P.R., lo straniero sarà detenuto in “strutture diverse e idonee nella possibilità dell’Autorità di pubblica sicurezza” e in “locali idonei presso l’ufficio di frontiera”, in attesa che l’espatrio possa realmente effettuarsi.

La detenzione del migrante arrivato in Italia, invece, sarà “per il tempo strettamente necessario, e comunque non superiore a 30 giorni”.

3) Cosa succederà al primo ricorso costituzionale? 

Salvo casi assai circoscritti, il richiedente asilo per motivi umanitari, sia che arrivi, sia che si trovi già in territorio italiano, vedrà negato il permesso di soggiorno umanitario, e qui si annida l’aspetto più controverso.

Senza fare appello a facili terzomondismi, l’abolizione della protezione umanitaria, contemplata in ben venti Paesi membri dell’Unione europea, dal punto di vista della Costituzione italiana  –  la “più bella del mondo”, quella che il Movimento 5stelle, quando era all’opposizione, non voleva in alcun modo toccare – viola i diritti inviolabili  dell’uomo espressi nell’art. 2 e i diritti della persona umana e la sua dignità riconosciuti dai trattati internazionali e da norme consuetudinarie all’interno degli articoli 10,c. 1 e 117,c.1.

Come già evidenziato dal pastiche linguistico, violare i diritti inviolabili, prima ancora di essere giusto o sbagliato, legittimo o illegittimo, è una contraddizione in termini.

Ma niente pietismi, torniamo ai numeri e all’ultima domanda, riguardante chi, italiano e straniero, si trova già in Italia.

4) Che fine faranno gli operatori che lavorano regolarmente nell’accoglienza e le persone attualmente accolte negli SPRAR?

15.000 sono i lavoratori italiani che operano nell’accoglienza e che rimarranno disoccupati. Di quali tutele godranno in attesa di essere reinseriti nel mondo del lavoro? Finiranno nella imperscrutabile lista dei beneficiari del reddito di cittadinanza promesso da Di Maio?

Stando alle stime degli addetti ai lavori, sono tra i 40 e i 100.000 i richiedenti asilo che verranno espulsi dal sistema di accoglienza. Per far fronte all’emergenza dei migranti che fino a ieri erano regolari e che nei prossimi giorni si ritroveranno irregolari e senza tetto, decisivo sarà l’aiuto della Chiesa.

L’assessore alle politiche sociali di Milano Pierfrancesco Majorino ha già dichiarato:

“Il decreto Salvini è un’autentica follia: ci regala infatti 900 nuovi senzatetto: donne, bambini e famiglie regolarmente presenti sul territorio e titolari di protezione umanitaria, non potranno più stare nei centri di accoglienza e finiranno per strada”.

A questi 900, solo su Milano, si aggiungono i 500 profughi improvvisamente irregolari che verranno accolti nei centri di accoglienza della Diocesi di Milano che comprende anche Varese, Lecco e Monza. Sforzi lodevoli, ma che si riducono a opere di assistenzialismo d’emergenza, dal momento che le persone soccorse non potranno inserirsi nel mondo del lavoro né integrarsi in altro modo. Il destino di tanti lavoratori italiani, del resto, non si prospetta molto più roseo.

Questo e altro dovrebbe chiedersi chi tra una decorazione di Natale e l’allestimento del presepe è a favore del decreto sicurezza.

La storia dei bambolotti neri a Codroipo è una bufala?

Mar, 12/04/2018 - 16:43

Una scelta razzista, con la voce che raccontava che dai bambolotti si sarebbe passati anche a vietare gli strumenti musicali esotici e ogni riferimento culturale che non riguardasse la tradizione italiana.

Una notizia che ha creato forti polemiche in un periodo dove il fantasma del razzismo aleggia pericoloso sull’Italia. E subito sui social, ma anche sulla stampa, si è scatenato un attacco al Comune friulano guidato da una maggioranza di centrodestra. Ma davvero negli asili di Codroipo non si potrà più giocare con i bambolotti di colore? No, non proprio.

Secondo quanto riporta il quotidiano veneto, infatti, sarebbe stato abolito ogni riferimento alle “diverse culture” o alle “culture di provenienza” degli alunni, mettendo al bando bambolotti con la pelle di colore diverso da quella bianca, strumenti musicali che vengono utilizzati in altri Paesi o giocattoli che possano ricordare, appunto, culture diverse. Ma cosa dice, esattamente, il regolamento comunale?

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La paura che arma l’Italia

Mar, 12/04/2018 - 09:59

È il 28 giugno 2018 quando Luca Di Bartolomei pubblica su Twitter questa frase, seguita dalla foto di una pistola. Agostino è il calciatore Agostino Di Bartolomei, padre di Luca e capitano della Roma che vinse lo scudetto nel 1983: si è suicidato con un colpo di pistola il 30 maggio 1994.

Il tweet scatena un dibattito tra chi auspica più controlli sulle armi e chi invece vuole essere libero di tenerle a casa per legittima difesa.

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La vicenda di Silvia, rapita in Kenia. Parliamo con altri volontari come lei

Mar, 12/04/2018 - 01:48

Poche ore fa il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi ha ricevuto alla Farnesina il vicepresidente del Kenya, William Ruto, al quale ha ribadito che l’Italia si aspetta la rapida liberazione di Silvia Costanza Romano, volontaria italiana rapita proprio in questo Paese.

Sulla vicenda della giovane volontaria si è discusso molto, anche troppo. Ed è giusto rispettare il silenzio della famiglia che aspetta il suo ritorno.

Possiamo però analizzare il tema dei tanti volontari che partono con gruppo piccoli o grandi. Così tanti, anche in Italia, che è difficile contarli. Cosa pensa chi ha in passato vissuto un’esperienza di volontariato? Cosa spinge una persona a partire? Cosa succede una volta fatta questa scelta? E’ tutto così semplice come traspare dai tanti commenti di coloro che hanno deciso di avere un’opinione netta in materia oppure è una questione molto complessa?

Abbiamo provato a fare alcune di queste domande a Emanuele Pini, insegnante di Latino a Como, che è stato negli ultimi anni molto spesso in Africa, in Uganda e in Congo dove è rimasto un anno.

Cosa pensi della vicenda di Silvia, se l’hai seguita, e dei tanti commenti che sono stati fatti in Italia?

“Beh, si potrebbero dire una marea di cose… la prima che mi viene in mente è legata a questa ondata di sdegno, di offese nei confronti di una persona che non ha fatto nulla di male, se non cercare di aiutare qualcuno. La generosità non si dovrebbe mai condannare. Il delitto è suo o dei sequestratori? Non credo che i volontari siano eroi, ma fanno piccoli grandi sacrifici (lasciare casa, perderci tempo, soldi, affetti), anche se poi vengono totalmente ripagati. Non so neppure quanto quella gente, piena di rabbia verso una ragazza, abbia mai avuto il coraggio di un atto inutile di generosità.

Certo, aiutare non è un gesto folle e incosciente, ma poi penso: ma quella zona era a rischio? Era sotto qualche minaccia? La verità è che è facile dirlo a posteriori. Non conosco quella zona, non ci sono mai stato, quindi non posso dare una mia opinione e non la do, per rispetto. So però che spesso i rischi di un territorio li puoi capire e conoscere solo in loco, sul campo. Io ho vissuto un anno in Congo, in un villaggio nel nord est dell’Ituri: qualche centinaio di km a Sud vi era (e vi è) un continuo scontro tra ribelli, mercenari per il controllo delle miniere del Kivu, eppure non ho mai avuto una sensazione di pericolo. Sembra quasi che su Silvia si sia abbattuta una tempesta di rabbia che però abbia le sue radici altrove, lontano, nella nostra piccola Italia di ogni giorno”.

Hai letto i commenti e gli articoli recenti? Anche la diatriba sul Caffè di Gramellini?

“Non so se volontariamente o meno, ma ha dipinto una persona come una sorta di avventuriera ingenua. Il volontariato è una realtà lontana da tutto ciò: ci sono incontri di formazione, confronti, progettazioni coi locali, rinvii e progetti interrotti per la priorità della sicurezza. Guardo nel mio piccolo alla situazione “di frontiera” che sta vivendo in questi anni Como e pare lampante come il volontariato sia stato e sia ad ora una risorsa importante (se non quella principale): è folle per una Paese problematico, fragile e impoverito (anche culturalmente) come l’Italia rigettare queste energie che in realtà la stanno tenendo a galla in varie situazioni. I valori sono i medesimi dall’Africa alla protezione civile, dagli alpini ai piedibus nei piccoli paesi, dagli oratori ai servizi per i senza tetto: nessun uomo è un’isola, nessuno può ritenersi ricco senza l’altro”.

E cosa penseresti se ti dicessi che c’è tanto da fare anche qui?

“Per prima cosa questa opposizione aiutare là/aiutare qui mi sembra un’antitesi innaturale e quantomeno propagandistica: se un uomo è abituato a porgere la mano, è abituato a farlo dovunque, qui, là o chissà dove. Nulla vieta ad aiutare a casa propria e a volere anche vedere un mondo “altro” da questo: non credo sia un reato, anzi piuttosto è la chiusura che fa degenerare progressivamente alcuni atteggiamenti umani. Nel mio specifico io, sì, vorrei tornare in Congo e ci tornerò, perché mi sono innamorato di questo mondo “altro” e dei valori che esso esprime. Questo non vuol dire rinnegare nulla della mia patria, della mia storia, di quanto io sia italiano, ma aprirmi all’altro, condividere con l’altro le nostre storie. Questo mi ha insegnato la cultura classica, la cultura cristiana, la cultura italiana fino a qualche anno fa: becero, gretto è invece fomentare, far vincere questa paura dell’altro, solleticando alla pancia l’egoismo più meschino. Qui o altrove”.

Tu hai scelto di andare a fare il volontario “da grande”, interrompendo il lavoro. Non è stata una scelta facile immagino, cosa ti ha spinto?

“Io ho conosciuto l’Africa per caso, a 32 anni, per un primo mese di volontariato in Uganda… è stata l’intensità di questa esperienza, la voglia di continuare questa ricerca che mi ha spinto a scegliere di mettermi in gioco, di mettere in gioco la mia vita per andare a conoscere quest’altro mondo che non solo è possibile, ma che c’è. Sai una cosa? Ci pensavo in questi giorni… in tutti quei mesi, a 10000 km di casa, l’unico bianco di tutta l’area, ne ho vissute un po’ di tutte i colori… una volta la polizia congolese (che non è certo famosa per la benevolenza, visto che si autofinanzia con multe, furti e violenze) mi ha sequestrato il cellulare. Ecco in questi momenti, nei momenti più duri e difficili giuro che non mi sono mai, MAI, preoccupato per me stesso, ma ho solo avuto paura che i miei cari, i miei parenti, i miei amici, potessero preoccuparsi per me. Sembra una follia, ma è tutto così umano”.

Qualcuno potrebbe non capire questo concetto di umanità: è una follia rischiare e mettere in pensiero i propri cari. Spiegami meglio perchè dici “è una follia ma è tutto così umano”.

“No, non è una follia andare, anche perché, parlando del mio caso specifico, ovviamente procediamo con la massima cautela: i rischi devono essere ridotti allo zero e non lo dico solo per me quanto anche per coloro che mi ospitano. È quasi una follia invece questa natura dell’animo umano capace di essere più in pensiero per le persone care che per le proprie giornate”.

Ma non ti è mai capitato di “pensare male”? …di pensare “arrangiatevi”?

“Qualche momento di frustrazione sì, ma mai stanchezza, mai voler tornare indietro. Dopo del tempo è come se divenissero un po’ il tuo mondo. L’Africa offre, a chi la conosce, una netta differenza rispetto all’Europa: qui abbiamo migliaia di problemi che, ne sono convinto, se lottassimo uniti e concordi, con fatica e impegno supereremmo. In Africa ci sono problemi, anzi tragedie, spesso portate esclusivamente dall’arrivo della colonizzazione, spesso di cui noi siamo inconsapevolmente i responsabili “a distanza”, che sembrano davvero insormontabili. Lavorare in un piccolo ospedale nella savana in cui alcuni giorni morivano anche tre bambini di malnutrizione, le ondate di violenze fomentate da interessi economici europei, lo schiavismo nelle miniere, la prostituzione e la pedofilia nelle grandi città: a volte sono così poveri che non hanno che la speranza, talvolta neppure questa”.

Tu dove sei stato e con che organizzazione? Hai detto che eri il solo bianco, ma c’erano altri volontari? Come li hai conosciuti e cosa facevate? 

“Sono stato col VOICA (volontariato internazionale canossiano, molto diffuso nella zona di Brescia) per alcune esperienze in Uganda a Bethlehem di Kyotera e poi più di un anno (e ci torno appena posso) ad Ariwara, nella regione dell’Ituri, nel nord est della Repubblica Democratica del Congo.

In Uganda ero sempre in gruppo, in Congo sono partito inizialmente con un gruppo che è rientrato dopo 3 settimane e poi sono rimasto l’unico volontario e l’unico europeo, perché poi c’era una suora argentina, ma non ho mai avuto paura. Ho conosciuto le suore canossiane perché lavoravo proprio in un loro istituto, a Como. In Congo hanno un piccolo ospedale e io, pur non avendo competenze nel campo sanitario, ho dato una mano dappertutto, dall’amministrazione, dalla contabilità alla farmacia, dal segretariato alla cassa, soprattutto per i supporti informatici. Ho veramente fatto di tutto ma, alla fine, quello che forse contava, ora che posso rileggere il passato, non era tanto quel poco che ho fatto, ma l’esserci stato, fisicamente, mostrare come il mondo non si gira da un’altra parte ma è presente con gli ultimi degli ultimi.

Mi dici un motivo per fare il volontario e un motivo per non farlo?

“Potrei dire che è un’esperienza che apre, attraverso un fare semplice, pratico, a tante conoscenze, e anche a una conoscenza più profonda di sé, ma credo che non ci sia una regola per fare il volontario. Non deve essere vissuto come un dovere: meglio concentrarsi su fare bene quello che si fa, con un animo accogliente e aperto agli altri. A quel punto buttarsi per piccoli gesti sarà totalmente naturale”.

Adesso cosa fai? Stai insegnando?

“Ora da un annetto sono tornato a insegnare latino e italiano al liceo, ma tengo fitti rapporti coi miei amici “di là”, ho creato anche una pagina solo in lingala (la lingua bantu parlata in Congo) per poter essere “presente”. Poi torno ogni estate, aiuto a organizzare progetti e aiuti nel mio piccolo. La scorsa pasqua con una vendita di uova abbiamo aiutato questo piccolo ospedale per l’ECG. Questo Natale, grazie anche agli altri volontari e a chi aderisce a tante piccole iniziative, riusciremo a fornire una piccola unità dentistica mobile. I problemi sono tanti, le tragedie ancora più grandi, ma cerchiamo di essere prossimi nel nostro piccolo”.

Racconti mai della tua esperienza ai tuoi alunni?

“Beh, parlare di Africa in una lezione di latino forse potrebbe spiazzare anche me, ma ogni tanto nelle lezioni qualche dettaglio emerge, perché fa parte di me e delle mie esperienze. talvolta mi capita invece di fare incontri ai miei alunni o ad altre scuole per informare sul Congo, il gigante dell’Africa, che muore a causa della sua grande ricchezza, e in quei momenti devo ammettere sono attenti come in nessun’altra”.

Il bollettino di guerra degli arbitri del calcio dilettanti

Mar, 12/04/2018 - 01:30
Ogni settimana

Fabio Serafini ha subito una testata alla tempia da un calciatore, ha accusato dei giramenti di testa. È stato aiutato dal papà presente in tribuna ed è rimasto al Pronto Soccorso fino a tarda sera. Era andato ad arbitrare Equicola 2015-Polisportiva Quintilianum, a Borgorose in provincia di Rieti. 

Riccardo Bernardini è stato preso a pugni da persone non identificate ed è caduto sbattendo la testa a terra. Aveva appena finito di arbitrare Virtus Olympia-Atletico Terranova. Ha avuto un principio di soffocamento che poteva costargli la vita, a salvarlo è stato il preparatore atletico del Terranova (ex ultrà della Lazio). È ovviamente finito all’ospedale, al Policlinico Umberto I, dove ha avuto tre punti di sutura alla testa ed è stato tenuto in osservazione la notte.

Simone Forina ha subito uno schiaffo da un calciatore che aveva appena espulso. Stava arbitrando, in provincia di Torino, l’incontro di calcio tra Perosa e Pralomo. L’arbitro ha sospeso il match.

Sara Semenzin, 19 anni, ha arbitrato a Bassano del Grappa l’incontro tra Marchesane e Real Stroppari. Ha espulso l’allenatore della squadra ospite e due calciatori. A fine partita è accaduto quanto riportato dal comunicato del giudice sportivo:

Il subbuglio, apparentemente raffreddato dalle due espulsioni, è ripreso con inaudita violenza e meschinità quando, entrata nello spogliatoio la Direttrice di gara, i facinorosi protagonisti si sono sentiti liberi di esternare senza limiti la loro violenza verbale contro la Direttrice stessa senza il rischio di essere identificati, trasformandosi addirittura in tumulto per l’assalto della tifoseria alla recinzione del campo e così sia dall’interno che dall’esterno degli spogliatoi sono volate queste letterali espressioni corali, replica comunque di quanto le tifoserie avevano urlato dagli spalti per buona parte della gara: Rincoglionita, stupida, troia, handicappata, pagliaccia, ritardata, femena de merda, stai a casa a fare i ferri, cretina, cambia lavoro, ti aspetto fuori casa, troia, vedrai dopo cosa succede

Comunicato che è stato ripreso anche da Gianni Mura nella consueta rubrica domenicale su Repubblica.

Sono soltanto pochi esempi di quel che abitualmente accade ogni fine settimana sui campi delle serie inferiori. L’aggressione a Riccardo Bernardini ha indotto l’associazione arbitri, tre settimane fa, a non inviare alcun direttore di gara per le partite dilettanti nel Lazio. Poco è cambiato. Alla ripresa, le vecchie abitudini sono riprese come se nulla fosse accaduto.

C’è chi sta peggio ma c’è anche chi sta meglio

Il clima attorno non accenna a migliorare. È stato il fine settimana delle scritte a Firenze sui morti dell’Heysel e su Scirea. Qualcuno può consolarsi pensando a chi sta peggio, all’Argentina dove lo Stato si è arreso e si è dichiarato incapace di ospitare una partita di calcio tra il River Plate e il Boca Juniors. Dopo l’aggressione al pullman del Boca, la partita di ritorno della finale di Coppa Libertadores – la Champions sudamericana – si giocherà addirittura in un altro continente: a Madrid. C’è chi sta peggio, ma c’è anche chi sta meglio. A Londra, derby Arsenal-Tottenham, la polizia ha immediatamente fermato uno spettatore che ha lanciato una buccia di banana all’indirizzo del calciatore di colore Aubameyang. L’uomo è stato individuato grazie alle telecamere dello stadio. Il Tottenham lo ha espulso a vita.

In Italia le telecamere non funzionano in tutti gli stadi di Serie A, figuriamoci negli impianti che ospitano le gare dilettanti. Dove non arrivano i riflettori dei media e dove pochi, imperterriti, giovani lodevolmente si ostinano ad andare ad arbitrare per seguire la loro evidentemente inestinguibile passione. Per una diaria che si aggira attorno agli ottanta euro, vanno a rischiare gli schiaffi – e anche peggio – su campetti polverosi. Spesso accompagnati da impauriti genitori. È l’incredibile fascino del calcio. Che, nonostante tutto, sembra ancora più forte di tutto, persino della deriva Rollerball del pallone made in Italy.

Eicma 2018: emozioni da bicicletta elettrica a pedalata assistita

Mar, 12/04/2018 - 01:08

Un modo diverso di affrontare le strade, una bici divertentissima, sicuramente è il futuro. Sono questi alcuni dei pareri dei visitatori dell’edizione 2018 dell’Eicma, Esposizione internazionale del ciclo e motociclo di Milano (6-11 novembre).

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Udine, il regolamento mette al bando i bambolotti con la pelle scura dall’asilo nido

Lun, 12/03/2018 - 09:25

A Codroipo le modifiche approvate dalla maggioranza in consiglio comunale eliminano dal testo ogni riferimento “alle diverse culture”. Insorge l’opposizione di centrosinistra.

Niente che possa ricordare ai bambini le altre culture o la propria cultura di provenienza, se diversa da quella italiana. Così, nel regolamento dell’asilo nido comunale di Codroipo, in provincia di Udine, è stato eliminato, con un emendamento approvato dalla maggioranza in consiglio comunale, ogni riferimento alle “diverse culture” o alle “culture di provenienza” degli alunni. Come racconta il Messaggero Veneto, questa decisione finirà per mettere al bando bambolotti con la pelle di colore diverso da quella bianca, strumenti musicali che vengono utilizzati in altri Paesi o giocattoli che possano ricordare, appunto, culture diverse.

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Giornata mondiale delle persone con disabilità

Lun, 12/03/2018 - 01:20

E’ dal 1981 che l’Onu ha proclamato la giornata internazionale delle persone disabili per promuovere l’inclusione sociale, politica ed economica di ogni cittadino, il potenziamento dei servizi sanitari ed educativi.

E dal 2006 è stata adottata la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia con la legge n. 18 del 2009.

Nessuno venga lasciato indietro“, questo il principio di base di questa giornata, sottolineato anche dall’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, che mira, in particolare, a un rafforzamento dei servizi sanitari nazionali e al miglioramento di tutte le strutture che permettano un effettivo accesso ai servizi.

Moltissime le iniziative in tutta Italia: ne riassume qualcuna un articolo su Repubblica.it. Vi consigliamo inoltre di guardare le edizioni locali dei quotidiani che senz’altro riportano le proposte della vostra città.

Per quanto ci riguarda vogliamo ricordare un progetto che vedrà la sua partenza il 7 dicembre nel Comune di Castelnovo ne’ Monti che si chiama “Adotta una barriera e abbattila”. La storia parte da qualche anno fa, a iniziare il tutto è stata Valeria Ferretti, una volontaria del Nuovo Comitato Il Nobel per i Disabili, disabile a sua volta che ci ha lasciato il 2 agosto del 2016.

L’idea era ambiziosa: chiedevamo agli italiani di individuare nel proprio Comune una barriera e di “adottarla” seguendo il progetto per eliminarla in tutte le sue fasi, se fosse stato necessario il Comitato stesso avrebbe aperto la raccolta fondi.

Iniziavamo con i Comuni del comprensorio montano di Reggio Emilia, dove viveva Valeria e dove ancora vive Doris Corsini, un’altra volontaria del Comitato Nobel per i Disabili fondato da Franca Rame e Dario Fo.

Dopo la scomparsa di Valeria sembrava che tutto si sarebbe fermato e invece, grazie alla tenacia di Doris e al suo desiderio di ricordare l’amica, ecco che anche se con un ritardo pazzesco si inizia, piccoli passi verso un mondo migliore. Come diceva qualcuno: non è mai troppo tardi.

 

In cover: una bella immagine per ricordare Valeria

 

I regali di Babbo Natale per le banche

Lun, 12/03/2018 - 01:19

Babbo Natale è già arrivato per le banche. Regali e doni inaccettabili da parte del governo giallo-verde per gli istituti di credito. Nulla di diverso rispetto al passato. Mentre il nostro paese è infatti attraversato da una tempesta politica, economica e finanziaria, il presunto “governo del cambiamento” sembra essere invece fedele ai principi del “difendere l’indifendibile” enunciati dall’economista Walter Block che da quarant’anni a questa parte ha deciso, nella sua concezione libertaria, di proteggere le figure, i comportamenti e le pratiche più discusse e considerate immorali.

L’ultimo regalo alla indifendibile casta bancaria è la modifica alla legge di bilancio approvata dal Parlamento la settimana scorsa per l’introduzione di un doppio scudo protettivo per le banche non quotate.

Il primo riguarda la concessione di una deroga del rispetto dei principi contabili internazionali (Ifsr9) che prevedono, al fine di tutelare il risparmio depositato dai cittadini, prudenziali e precalcolati accantonamenti per i crediti deteriorati e deteriorabili. Con questo emendamento invece le piccole banche, quelle maggiormente esposte al rischio della valutazione creditizia soggettiva e personalizzata, avranno la libertà di poter contabilizzare le perdite sui crediti (deteriorati e deteriorabili) con criteri “alla italiana” nascondendo praticamente ai cittadini e agli analisti la riduzione, secondo quanto riportato da BankItalia, di circa 47 (!!!)  punti di CET1, l’indice che ci dice con quali risorse, pronte per l’uso (dette anche primarie), l’istituto oggetto di valutazione riesce a garantire i prestiti concessi ai clienti e i rischi rappresentati dai crediti deteriorati, cioè non restituiti.

Il secondo “regalo” riguarda invece la sterilizzazione dell’effetto spread (oltre 300) sul patrimonio delle banche non quotate che, essendo piene titoli di Stato, vedono fortemente ridursi il valore degli attivi di bilancio.

Ovviamente BankItalia ha dato il suo ok. Si aspetta solo la conferma da parte della BCE che non dovrebbe tardare ad arrivare visto che per la Germania questi privilegi sono stati già approvati.

Ad ogni modo, in entrambi i casi si sta legittimando il falso in bilancio delle banche!

Per consentire alla banche di presentarsi con il vestito (bilancio) delle grandi occasioni, si consente alle stesse di acquistare l’abito al mercato del falso.

E allora, se proprio non riuscite a scontentare la lobby finanziaria, consentite, per par conditio, anche alle aziende (soprattutto piccole imprese) di rivalutare in bilancio le poste dell’attivo (immobili, partecipazioni, marchi, brevetti, disponibilità, ecc.) senza alcuna tassazione.

Altrimenti non meravigliamoci poi della piccola evasione fiscale delle piccole imprese.

Perché, in realtà, nei libri di Block “l’indifendibile” è la libertà degli esseri umani, considerata come valore assoluto anche quando porta a conseguenze che moralmente non approviamo.