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Celiachia: cambiano i rimborsi statali sui prodotti gluten-free

Ven, 09/07/2018 - 04:21

Nuova divisione delle fasce di età e differenze tra uomini e donne: sono questi, in sintesi, i principali cambiamenti contenuti nel nuovo decreto del Ministro della Salute sulla celiachia, “Limiti massimi di spesa per l’erogazione dei prodotti senza glutine“.

Modalità uniformi su tutto il territorio nazionale

Pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 28 agosto il nuovo decreto, a firma del Ministro Giulia Grillo, abroga quello del 4 maggio 2006 e riguarda l’erogazione gratuita di prodotti alimentari per celiaci, ovvero i limiti di spesa mensili a carico dello Stato cui hanno diritto le persone che soffrono di celiachia per l’acquisto di cibi privi di glutine. “È opportuno – si legge nel decreto – rendere uniformi le modalità di erogazione degli alimenti senza glutine specificamente formulati per celiaci al fine di garantire i livelli essenziali di assistenza su tutto il territorio nazionale e di contenere i costi per il Servizio sanitario nazionale”.

Nuovi limiti di spesa 

Rispetto al decreto del 2006 la normativa attuale inserisce una diversa divisione per fasce di età e una differente ripartizione nei limiti di spesa per uomini e donne. La differenza più marcata riguarda i tetti di spesa, più elevati per i minori e più bassi per adulti e in particolare per gli anziani con più di 60 anni: per la popolazione di questa fascia d’età, infatti, i rimborsi a carico dello Stato arrivano fino quasi a dimezzarsi, passando dai 140 euro mensili previsti dal decreto del 2006 agli 89 euro per gli uomini e a 75 euro per le donne.

Obiettivo: dieta varia ed equilibrata

Nel decreto si precisa che le persone con celiachia devono seguire una dieta varia ed equilibrata “con un apporto energetico giornaliero da carboidrati stimabile in almeno il 55%, che deve derivare anche da alimenti naturalmente privi di glutine provenienti da riso, mais, patate e legumi come fonte di carboidrati complessi, per cui la quota da soddisfare con alimenti senza glutine di base (pane, pasta e farina) è stimabile nel 35% dell’apporto energetico totale”. Il supporto economico previsto dal decreto servirebbe proprio per aiutare i celiaci a condurre un’alimentazione sana.

L’aggiornamento del Registro nazionale degli alimenti senza glutine

Entro sei mesi dall’entrata in vigore del decreto, si legge tra le norme transitorie, verrà aggiornato il Registro nazionale degli alimenti senza glutine e successivamente, entro tre mesi dagli aggiornamenti, le Regioni dovranno provvedere ad adeguare le modalità di erogazione degli alimenti privi di glutine così come indicato nel decreto.

Il twitter del ministro Grillo

Il 30 agosto, all’indomani della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto, il ministro della Salute ha voluto precisare su Twitter che, sebbene porti la sua firma, “il decreto era stato deciso e deliberato dal precedente Governo e ha avuto l’ok dalla Stato-Regioni prima del mio insediamento”. Ha quindi concluso il cinguettio scrivendo di aver “avviato una verifica per valutare eventuali modifiche così da non penalizzare i cittadini”.

Lego, la svolta green

Ven, 09/07/2018 - 02:57

Anche il mattoncino dice addio alla plastica. L’azienda danese Lego ha annunciato il cambio di marcia green che, nelle intenzioni, avverrà entro il 2030 con l’uso di materiale riciclabile per le costruzioni giocattolo così come per il packaging.
Anzi, le confezioni ecosostenibili arriveranno anche prima. Per realizzare l’impegno preso, Lego ha assunto un centinaio di esperti e investito circa 130 milioni di euro per individuare un nuovo materiale (finora ne ha studiati 200) che sia all’altezza delle aspettative.

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Venezia, nel Green Drop Award la terra del vulcano Laki

Ven, 09/07/2018 - 02:32

Arriva direttamente dal vulcano islandese Laki la terra che quest’anno è inserita nel trofeo del Green Drop Award, il premio assegnato al film più ecologista tra le pellicole in concorso alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Promotrice dell’iniziativa, la Ong Green Cross Italia, filiale del network fondato da Mikhail Gorbaciov, che per la settima volta sbarca al Lido per testimoniare il ruolo fondamentale del cinema per la difesa dell’ambiente. La cerimonia di premiazione è in programma il 7 settembre.

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Andiamo a vivere tutti insieme? Il Cohousing (VIDEO)

Ven, 09/07/2018 - 02:23

Casa del Cuculo è il nome di una casa che si trova sulle colline romagnole, tra Forlì e Cesena. E’ abitata da tre famiglie che condividono pasti, aree comuni e tutte le attività della struttura (che è anche una cooperativa).

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Link di approfondimento: http://www.casadelcuculo.org/

Video di Martina De Polo e Francesco Saverio Valentino

I personaggi delle fiabe Disney nel mondo reale

Gio, 09/06/2018 - 08:44

“Ho pensato di togliere le principesse Disney dai loro paesaggi fiabeschi per catapultarle nel contesto urbano. Mi piace portare qualcosa fuori dal proprio elemento e metterlo in un ambiente diametralmente opposto al solito, per dargli un nuovo significato”.
Così Jeff Hong, disegnatore di storyboard, spiega com’è nato il progetto Unhappily ever after (E vissero infelici per sempre).

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Binge drinking: ubriacarsi alla velocità della luce fa male

Gio, 09/06/2018 - 02:40

Sebbene tra i ragazzi sia in diminuzione il consumo giornaliero di alcol, l’assunzione di bevande alcoliche fuori dai pasti risulta in crescita e sale la percentuale di giovani che beve alcol in modo smodato fino a ubriacarsi, fenomeno noto come binge drinking.

Diminuisce il consumo giornaliero di alcol, ma aumenta quello fuori dai pasti e il ricorso alla pratica del binge drinking, pratica pericolosa per la salute che consiste nell’assunzione smodata di alcolici finalizzata al rapido raggiungimento dell’ubriachezza. Il tema “alcol e giovani” nel nostro Paese può essere visto attualmente come una medaglia con due facce molto diverse tra loro, che da un lato presenta un dato positivo, ovvero la diminuzione del consumo giornaliero, mentre sull’altro riporta ben due dati negativi: l’aumento del consumo di bevande alcoliche al di fuori dei pasti e la crescita della pericolosa pratica del binge drinking. I dati arrivano dal Report 2016 sul Consumo di alcol in Italia dell’Istat, l’Istituto nazionale di statistica.

Giovani e adolescenti: eccessi frequenti

In particolare, dal Report emerge che il consumo di alcolici tra gli adolescenti – sia quello giornaliero (peraltro molto contenuto), sia quello occasionale (seppure con un andamento oscillante negli ultimi anni) – è diminuito sensibilmente, passando dal 29% al 20,4%, sebbene nel consumo di alcol le fasce d’età a eccedere più frequentemente sia proprio quella degli adolescenti di 11-17 anni (22,9% maschi e 17,9% femmine) seguita da quella dei giovani di 18-24 anni (22,8% maschi e 12,2% femmine), preceduta solo dagli ultrasessantacinquenni (36,2% uomini e 8,3% donne).

Alcolici fuori pasto: consumo massimo intorno ai 29 anni

L’abitudine di assumere bevande alcoliche fuori pasto frequentemente (ovvero almeno una volta a settimana) riguarda soprattutto i giovani di 18-34 anni, con un’incidenza fra i ragazzi più che doppia rispetto alle ragazze. In particolare considerando l’andamento per età, la quota di consumo almeno settimanale di alcol fuori pasto sale fino al raggiungimento della fascia di età 25-29 anni, per poi scendere progressivamente nelle classi di età immediatamente successive.

Il binge drinking

Secondo i nuovi Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti (LARN), si parla di binge drinking quando si assumono oltre 6 unità alcoliche (UA) in un’unica occasione. Una unità alcolica corrisponde a circa 12 grammi di etanolo, che sono contenuti in un bicchiere piccolo (125 ml) di vino a media gradazione, in una lattina o bottiglia di birra (330 ml) di media gradazione o in una dose da bar (40 ml) di superalcolico. La popolazione giovane di 18-24 anni, rileva l’Istat, è quella più a rischio per il binge drinking, frequente soprattutto durante momenti di socializzazione, come dichiara il 17% dei ragazzi (21,8% dei maschi e 11,7% delle femmine), e in particolare tra i 16 e 17 anni questa pratica raggiunge livelli superiori a quelli medi della popolazione.

Il luoghi del binge drinking

Il Rapporto 2016 dell’Istat ha anche indagato quali sono i luoghi in cui più spesso i giovani si lasciano andare al binge drinking: per adolescenti e giovani fino a 24 anni i posti preferiti risultano essere le discoteche e, in generale, i locali “night”, mentre le persone un po’ più grandi (24-44 anni) mostrano di preferire i bar, i pub o le birrerie. Per quanto riguarda il luogo in cui è avvenuto più frequentemente l’ultimo episodio di binge drinking, nell’ordine si trovano: casa di amici o parenti (39,3%); bar, pub o birreria (29,4%); ristorante, pizzeria, osteria (27,5%); casa propria (25,1%); discoteca/night (13,0%); all’aperto o in strada (5,3%) e altri luoghi (2,7%), come ad esempio posti di degustazione o vinoforum .

Chi va in discoteca consuma più alcol

Alcuni comportamenti non moderati nel consumo di alcolici risultano più diffusi tra chi frequenta abitualmente (più di 12 volte nell’anno) discoteche e luoghi in cui si balla. “Pur non potendo affermare che il consumo di bevande alcoliche avviene necessariamente nel momento in cui ci si trova in discoteca o in altri luoghi in cui si balla – si legge nel Rapporto Istat – si osserva che alla frequentazione assidua di questi luoghi nel tempo libero (12 o più volte all’anno) si associa un’abitudine maggiore al bere in modo non moderato”. E il fenomeno riguarda soprattutto i giovani e gli adulti fino a 44 anni. In particolare, poi, “tra i giovani di 18-24 anni di sesso maschile che vanno abitualmente in discoteca, il 38,4% ha l’abitudine al binge drinking (contro il 10% di quelli che non ci vanno) e il 24,4% delle donne (contro il 3,2%). Anche la quota dei giovanissimi di 11-17 anni con l’abitudine al binge drinking (3,5%) sale tra chi frequenta le discoteche e raggiunge il 18,9% tra chi le frequenta maggiormente”.

Le bevande alcoliche preferite

Tra gli adolescenti di 11-17 anni e i giovani (fino a 44 anni) ai primi posti si trovano birra e aperitivi, amari e superalcolici, e all’ultimo posto il vino. Ma sono forti le differenze di genere: gli uomini scelgono soprattutto la birra, le giovani fino a 24 anni invece aperitivi, amari e super alcolici.

L’esempio dei genitori conta

Il consumo non moderato di alcol dei genitori influenza il comportamento dei figli: ha infatti abitudini alcoliche non moderate il 30,5% degli 11- 24enni che vivono in famiglie dove almeno un genitore ha un consumo di alcol eccedente, mentre la percentuale scende al 16,2% tra i giovani con genitori che non bevono o bevono in maniera moderata.

Indispensabili monitoraggio e prevenzione

Nonostante alcuni segnali positivi come la diminuzione del consumo giornaliero di alcol tra i giovani, “si osservano ormai da tempo modalità di consumo rischiose per la salute che vanno monitorate – si legge nel documento elaborato dall’istituto superiore di sanità in base ai dati Istat in occasione dell’Alcohol prevention day 2017. “L’attenzione va posta specialmente su consumo di alcol in età precoce, consumo occasionale e al di fuori dai pasti e consumo quotidiano non moderato e binge drinking”. Tra le strategie che dovranno essere poste in atto nel futuro per ridurre il consumo di alcolici, conclude il documento, “è necessario monitorare il comportamento di gruppi specifici di popolazione più a rischio, come i giovani”, e “informarli ed educarli a un consumo moderato non legato alle mode, superando l’ignoranza e i falsi miti legati alla socializzazione e al successo. Senza dimenticare di puntare sulla prevenzione a partire dalla famiglia, “perché molti comportamenti scorretti vengono appresi anche tra le mura domestiche”.

Immagine di copertina: fotomontaggio di Armando Tondo, luglio 2018

Greta, la 15enne seduta davanti al Parlamento svedese

Gio, 09/06/2018 - 02:26

Non può rimanere a guardare, non riesce a far finta di niente ed è certa che la sua protesta potrà cambiare le cose. Si chiama Greta Thunberg, è svedese e ha soltanto 15 anni ma le idee chiare, chiarissime. Dal 20 Agosto è seduta a terra, davanti al Parlamento di Stoccolma per protestare contro i cambiamenti climatici.
Niente scuola per lei, che non vede il futuro se i “grandi” della Terra non riusciranno a fare qualcosa per contrastare il riscaldamento globale.
La storia di Greta sta facendo il giro del mondo…

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Riconoscimento CerviaAmbiente 2018

Mer, 09/05/2018 - 11:08

Nell’ambito della 22^ edizione di Cervia Sapore di Sale si inserisce anche – in programma sabato 8 settembre dalle 10 alle 13 ai Magazzini del Sale – “Premio CerviaAmbiente“, che quest’anno sarà consegnato a Donatella Bianchi, scrittrice, autrice e conduttrice televisiva. Presidente del WWF dal 2014 e Ambasciatrice della Biodiversità 2010, riconoscimento attribuitole dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Bianchi – anche nell’ambito della trasmissione televisiva “Linea Blu” – diffonde tematiche mirate alla cultura marinara e a tutti gli aspetti correlati, come la tutela dell’ambiente e la difesa delle risorse e del lavoro.

Il Riconoscimento CerviaAmbiente 2018 verrà assegnato a Jacopo Fo, scrittore e autore teatrale che si occupa di ecologia, ambiente, salute e benessere da oltre 30 anni. Autore di trasmissioni televisive e saggi sul risparmio energetico, dirige la rivista Ecotecno, il portale web People for Planet ed è promotore di Ecofuturo, il Festival dell’Ecologia.

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Fonte imm: Regione Emilia Romagna

Mense scolastiche, dal Consiglio di Stato sì al panino da casa

Mer, 09/05/2018 - 11:02

Il Consiglio di Stato dice sì al diritto al pasto da casa al posto della refezione scolastica e nega alle amministrazioni comunali il potere di impedire l’introduzione in mensa di cibo fatto dalle famiglie. La battaglia per “il panino libero”, partita da un gruppo di genitori che protestavano contro il costo eccessivo delle mense a Torino, riceve per la prima volta una legittimazione nazionale, dopo le tante sentenze di tribunali civili e amministrativi in giro per l’Italia. Questa mattina l’organo supremo della giustizia amministrativa ha respinto l’appello che il comune di Benevento aveva proposto contro la sentenza del Tar Campania che aveva dato già il via libera.
“Questa sentenza è destinata ad avere un respiro nazionale” spiega l’avvocato torinese Giorgio Vecchione…

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In Venezuela costa meno usare le banconote anziché la carta igienica

Mer, 09/05/2018 - 04:13

Com’è possibile che un Paese come il Venezuela, ricco di risorse e di petrolio, abbia ridotto alla fame il suo popolo?

È opinione comune individuare nel crollo del prezzo del petrolio, avvenuto nel 2014, la causa principale della crisi in Venezuela. Opinione in parte condivisibile, perché la garanzia di possedere petrolio in abbondanza ha inibito l’evoluzione di modelli economici alternativi. Fin quando il prezzo e la produzione del petrolio svettavano toccando i massimi storici, non si è ritenuto necessario avere un piano B. Con la crisi mondiale e la diminuzione dei consumi di petrolio, il prezzo dell’oro nero si è abbassato gradualmente e gli Stati Uniti, da sempre uno dei principali importatori di petrolio, hanno iniziato a estrarre shale oil per svincolarsi dall’OPEC (Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio), che a sua volta si è trovata impossibilitata a tagliare la produzione per tenere alti i prezzi. L’OPEC ha così tentato il tutto per tutto, abbassando di molto il prezzo del petrolio e aumentandone la circolazione, nella speranza di riallettare l’appetito degli Stati Uniti. L’operazione si è rivelata fallimentare e i prezzi, già bassi, hanno iniziato a scendere inesorabilmente. Complice l’isolamento da parte della comunità internazionale, sempre meno sono i Paesi aperti al dialogo con il Presidente Maduro, per il Venezuela è il tracollo. E a nulla servono le recenti riforme da lui introdotte per risolvere l’inflazione, giunta oltre il 1000% annuo e destinata a raggiungere livelli presto incalcolabili.

Il blocco dei prezzi dei beni di prima necessità imposto dallo Stato per tutelare la fascia medio bassa della popolazione e risollevarsi di fronte al proprio elettorato è inefficace contro la svalutazione del bolivar, la moneta nazionale venezuelana. Le banconote diventano carta straccia. Un pollo costa 14 milioni. Per pagare 1 kg di pomodori servono quasi 3 kg di bolivar.

Che tradotto nella vita quotidiana significa fare la spesa carichi di un peso – fisico, non soltanto metaforico – maggiore all’andata rispetto che al ritorno. Significa possedere e trasportare più soldi inservibili che cibo necessario.

Come sempre capita nei regimi isolati sottoposti a forte inflazione, anche in Venezuela le cose si trovano quasi solo al mercato nero, al punto che molti venezuelani hanno preso l’abitudine di acquistare beni di prima necessità in Colombia. Moltissimi altri migrano direttamente. Secondo un reportage pubblicato dal National Geographic, sono 35.000 i rifugiati venezuelani che ogni giorno attraversano il Simón Bolívar, il ponte che collega la città colombiana di Cúcuta con la venezuelana San Antonio.

In Venezuela, però, cibi come latte liquido o in polvere – e a rivelarlo è stavolta un reportage del New York Times – scarseggiavano già nel 2012, sotto Chávez. I deficit di bilancio pubblico non sono iniziati con Maduro. Semmai sono peggiorati. È per coprire i deficit che lo Stato ha iniziato a farsi stampare dalla banca centrale le banconote necessarie, facendo lievitare l’inflazione che ha colpito tanto le aziende produttrici quanto i consumatori.

Recentemente è stato approvato un nuovo conio, si è passati dal bolivar al bolivar sovrano, che rimarrà ancorato al Petro, una criptovaluta. Di colpo la vecchia moneta è stata svalutata quasi del 90%. Maduro ha inoltre autorizzato l’aumento dei futuri stipendi fino a 35 volte. L’intenzione è quella di porre freno all’inflazione bloccando lo stampo di altre banconote e spingendo i cittadini a produrre più ricchezza, i quali, nel frattempo, vedono i propri guadagni perdere il 90% del valore. Più concretamente: chi negli anni era riuscito a mettere in banca 10, se ne ritrova 1.

Inutile nascondere che le vicende del Venezuela sembrano ricordarci che le leggi dell’economia valgono sempre, anche in sistemi economici non capitalisti.

Chi vaneggia il sovranismo monetario demonizzando economia e mercati, dovrebbe tenerlo a mente. Non si può trarre lezioni da un popolo in ginocchio, e nemmeno è possibile attribuire con certezza la causa di un fenomeno – rovinoso e doloroso che sia – a questo e a quel fattore, escludendo le possibilità che possono sfuggire.

Prevedere il futuro è del resto fatica inutile, perché ogni previsione è sempre viziata dall’abitudine. “Tutti i ragionamenti che riguardano la causa e l’effetto sono fondati sull’esperienza e tutti i ragionamenti che derivano dall’esperienza sono fondati sulla supposizione che il corso della natura continuerà ad essere uniformemente lo stesso”, ha scritto David Hume nel Trattato sulla natura umana del 1739. Ma ha anche aggiunto:

“Ciò che è possibile non si può mai dimostrare che è falso; ed è possibile che il corso della natura possa cambiare, dal momento che noi possiamo concepire tale cambiamento”.

Non c’è migliore assunto da cui ripartire.

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Taser alla Polizia: ma chi lo vuole?

Mar, 09/04/2018 - 03:46

Questo non vuole essere l’ennesimo articolo polemico contro l’attuale Governo e per forza ostruzionista nei confronti del nostro Ministro dell’interno, già largamente messo sotto i riflettori. No, questo vuole essere una riflessione apolitica sull’andamento della nostra società, su quello che quotidianamente accade intorno a noi.

Andiamo con ordine: Il giorno 5 luglio è stato firmato il decreto che autorizza la sperimentazione del Taser in 11 città italiane: Milano, Napoli, Torino, Bologna, Firenze, Palermo, Catania, Padova, Caserta, Reggio Emilio e Brindisi. La pistola elettrica sarà data in dotazione alle forze dell’ordine come arma di dissuasione non letale il cui uso e solo possedimento, come riporta il ministro dell’Interno Matteo Salvini: “è un importante deterrente soprattutto per gli operatori della sicurezza che pattugliano le strade e possono trovarsi in situazioni border line”.

Pionieri di questa sperimentazione, a seguito di un percorso di formazione ad hoc, saranno gli agenti appartenenti alla Polizia di Stato, all’Arma dei Carabinieri e alla Guardia di Finanza. Gli agenti scelti deterranno un totale di 30 dispositivi modello X2, in grado di colpire un bersaglio fino a un massimo di sette metri di distanza e che rilascia una scarica elettrica per una durata di cinque secondi capace di immobilizzare i muscoli. Per evitare abusi di potere, agli agenti in possesso dello storditore elettrico verrà applicata sulla divisa una telecamera speciale che si attiverà nel momento in cui viene tolta la sicura alla pistola elettrica.

“Aiuterà migliaia di agenti a fare meglio il loro lavoro.” Riporta il Ministro dell’Interno. “Per troppo tempo le nostre Forze dell’Ordine sono state abbandonate, è nostro dovere garantire loro i migliori strumenti per poter difendere in modo adeguato il popolo italiano. Orgoglioso del lavoro quotidiano delle forze di Polizia e Carabinieri.”

Si può essere orgogliosi di chi ha scelto di difendere il popolo giurando di essere sempre al servizio dei cittadini ma non sono convinta che la dotazione di un’ulteriore arma sia la risposta all’abbandono a cui sopra si fa riferimento, soprattutto considerando che, come riportato nell’ultimo rapporto del Censis del giugno 2018,  che ci crediate o no, in Italia si è registrato un calo dei reati rispetto agli ultimi anni.

Siamo sicuri che siano questi gli strumenti che servono alle forze dell’ordine per tutelare gli italiani? Ci vorrebbero più fondi sì ma per stipendi più dignitosi e per garantire maggiori assunzioni. Perché invece non cominciare con il riportare in strada quelle centinaia di divise che vedono solo scrivanie e carte? Non è armando chi è già armato che si garantisce la nostra tutela ma al massimo aumentando il numero di persone formate nelle strade.

L’investimento fatto per aggiungere un’altra pistola nella fondina poteva, ad esempio, essere sfruttato per dei corsi mirati sui nuovi fenomeni di cui siamo spettatori. Per fare degli esempi: corsi di lingua per poter comunicare in un mondo sempre più multiculturale, conoscenza delle basi della psicologia e della scienza comportamentale per riuscire a interagire con chi si ha davanti e fronteggiare i nuovi fenomeni del millennio come la migrazione, la dipendenza di sostanze stupefacenti già in giovanissima età…

Nel mondo sono circa 107 i Paesi che fanno uso del Taser, tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Svizzera, Canada, Brasile, Australia, Nuova Zelanda, Kenya e in Europa Finlandia, Francia, Germania, Repubblica Ceca, Grecia e Regno Unito. Le Nazioni Unite però lo inseriscono tra gli strumenti di tortura e anche le associazioni che si battono per i diritti umani lo hanno criticato: Amnesty International ha dichiarato che dal 2001 nel Nordamerica (Usa e Canada) il numero delle morti direttamente o indirettamente correlate al Taser è superiore al migliaio. Motivo per cui ne ha chiesto il ritiro.

Secondo altri studi le morti dipenderebbero dai problemi cardiaci delle persone colpite. Perché una scarica elettrica su un portatore di pacemaker può avere gravi conseguenze cardiologiche ma anche di carattere neurologico. Così anche per chi fa uso di cocaina e sostanze estremamente eccitanti che già da sole possono provocare aritmia e infarti. In uno di questi casi, chi sarebbe il responsabile? L’allora presunto delinquente o il detentore dell’arma autorizzato all’uso? Troppe domande simili sono ancora in attesa di una risposta.

Ma perché nessuno ci ha chiesto se eravamo d’accordo? Fatemi capire, si fanno consultazioni pubbliche sulle disposizioni relative all’ora legale dove ci sono state 4,6 milioni di risposte e nessuno ci chiede se siamo d’accordo o meno sul fatto che anche il mio Stato finanzi ulteriormente il mercato delle armi? Se acconsento a far circolare per le strade altre armi?

Questa disposizione non servirà a garantirci una migliore tutela ma avrà come unico risvolto un ulteriore finanziamento del mercato delle armi, legale ed illegale, che si ingrassa dell’odio delle persone.

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Immaginate se fosse un arbitro a sbloccare psicologicamente Cristiano Ronaldo

Mar, 09/04/2018 - 02:57

Immaginatevi la scena. L’arbitro Doveri approfitta della fine del primo tempo di Parma-Juventus. Si avvicina a Cristiano Ronaldo ancora a digiuno di gol e gli dice: “Tu sei meglio di così, Cristiano. Ti voglio aiutare. Non è un bello spettacolo quello che stai offrendo”. Il portoghese lo guarda, lo ascolta. E quando torna in campo, trascina la Juventus alla vittoria e segna almeno due gol. Dopo aver immaginato la scena, immaginatevi quel che sarebbe successo.

Un episodio simile è accaduto a Flushing Meadows dove si stanno giocando gli Us Open di tennis. Il protagonista assoluto della settimana è stato l’arbitro svedese Mohamed Lahyani. Giudice di sedia dell’incontro tra l’australiano di origine greca Kyrgios, un talento discontinuo, e il francese Herbert. Kyrgios stava gettando via l’ennesima partita. Aveva perso il primo set ed era sotto 3-0 nel secondo, aveva appena buttato malamente una palla in rete. A quel punto l’arbitro è sceso dal sediolone e gli ha parlato come se il tennista fosse suo figlio. Aggiungendo che avesse continuato così, sarebbe stato costretto a infliggergli una penalità per scarso impegno. “Una scena surreale” ha scritto L’Equipe che ha dedicato all’episodio un paginone. Un episodio che, a memoria, non era mai accaduto.

Kyrgios si è ripreso e ha vinto

Sta di fatto che l’australiano ha finalmente cominciato a giocare e ha finito col vincere la partita. Apriti cielo. Il torneo ha dovuto diramare un comunicato ufficiale in cui ha provato a spiegare il comportamento dell’arbitro, in soldoni hanno scritto che era preoccupato per le condizioni fisiche del tennista e che ha deciso di scendere perché al cambio di campo c’era troppo rumore per avere una conversazione col giocatore. L’organizzazione ha cercato di smussare i toni dello sconfitto prima della conferenza stampa. «Me lo hanno chiesto – ha spiegato Herbert – ma non devono prendermi per un coglione».

Nemmeno Federer ha gradito

Il diretto interessato ha provato a difendersi: «L’arbitro non mi ha aiutato. Non ho rimontato subito – si è difeso Kyrgios -. Non è il mio coach. Mi ha detto solo che stavo offrendo un brutto spettacolo per lo sport. Succede anche nel calcio quando qualcuno entra duro e l’arbitro gli parla ed evita di ammonirlo».

Tesi che non ha convinto Federer: «Con me non succederà – ha detto infastidito -. Non è compito dell’arbitro scendere dalla sedia. Deve rimanere seduto e non parlare in quel modo. Non mi interessa quel che gli ha detto. È stato lì per troppo tempo». Non è compito dell’arbitro. Sua maestà Roger ha poi incontrato e battuto l’australiano, e nel corso dell’incontro l’arbitro è rimasto al suo posto.

Mandzukic

L’altro protagonista della settimana, oltre a Lahyani, è stato Mario Manduzkic. L’eterno brutto anatroccolo che però al momento opportuno compie sempre il proprio dovere. Ricorda Massimo Troisi in “Ricomincia da tre”, quando raccontava del bambino che gli aveva rovinato l’infanzia perché conosceva tutte le tabelline a memoria, tutte le capitali del mondo. “Se è un mostro, mettetelo nella classe dei mostri”.

In questo calcio di metrosexual e personaggi copertina, Mandzukic è fuori posto. Sgraziato, tecnicamente non eccelso, decisamente poco patinato, il croato è sempre lì lì per finire nella cantina della Juventus. Prima per fare spazio a Higuain e poi a Cristiano Ronaldo. Nelle foto di copertina non c’è spazio per lui. Non è l’uomo da portare a casa per presentarlo ai genitori.

Poi, però, quando serve, Mandzukic c’è sempre. Soprattutto nelle partite che contano. Quando la sostanza conta decisamente più della presenza. Perché Mandzukic è maledettamente efficace. Per dirla alla Deng Xiao Ping, il topo lo acchiappa sempre. È lui a tenere la Juve in vita, con un gol bellissimo, nella famosa finale di Cardiff persa 4-1 contro il Real Madrid. È sempre lui a segnare al Bernabeu i due gol che avviano il tentativo di rimonta nei confronti dei madrileni. Prima del rigore all’ultimo minuto e dell’indimenticabile show di Buffon. Ed è lui, mentre l’Italia del giornalismo è in angoscia per l’assenza di gol di Cristiano Ronaldo, a essere decisivo a Parma con una rete e un assist. Perché non saranno da copertina, ma dei brutti anatroccoli c’è tanto bisogno.   

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Milena Gabanelli: zucchero, la dose giornaliera da non superare

Mar, 09/04/2018 - 02:50

Resistere allo zucchero sarebbe davvero una gran brutta vita, ma siccome pare responsabile di qualunque malattia, meglio sapere cosa fin qui è stato dimostrato. Gli studi dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), dell’Agenzia Internazionale della ricerca sul cancro (Airc), e le ultime «revisioni» in materia sulle più prestigiose riviste scientifiche, hanno accertato che il consumo eccessivo è causa di una lunga serie di problemi.
Ma quando è «eccessivo»?
Dopo aver digerito qualche chilo di studi proviamo a darvi una sintesi. Che faccia venire la carie lo sappiamo fin da piccoli . L’80% della prevenzione si farebbe mangiando meno dolci e caramelle. Il resto è legato alla corretta igiene orale.

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Prodotti per l’edilizia ecocompatibile: i marchi o le etichette ecologiche più affidabili per il settore

Mar, 09/04/2018 - 00:29

Vorrei ristrutturare la mia casa e vorrei farlo utilizzando prodotti che siano il più possibile ecocompatibili: materiali da costruzione, isolanti, finiture, arredi, mobili, vernici, ecc. che abbiano una certificazione o che siano dotati di attestazioni, regolamentate e veritiere, per dare garanzia di basso impatto sull’ambiente e di salubrità e benessere dello spazio abitativo. Come posso orientarmi per essere sicura che siano effettivamente prodotti con queste garanzie?

Leggendo una scheda tecnica di un prodotto si possono avere delle informazioni, sulle caratteristiche tecniche dell prodotto stesso, come per esempio: carico rottura, snervamento, analisi chimica, ma non quelle più rilevanti a garanzia di eco-compatibilità. Per cui, possiamo fidarci del nostro rivenditore, oppure possiamo orientarci meglio in questo campo e capire cosa dobbiamo richiedere e cosa dobbiamo valutare per avere maggiori certezze.

Ci vengono in aiuto i marchi ambientali o etichette ecologiche o eco-etichette, alcuni già presenti sullo scenario europeo da molti anni, di tipo volontario, ovvero non richieste da norme di legge, ma di libera iniziativa dell’azienda produttrice e comunque soggette a regole all’interno dell’UE quali le norme ISO specifiche.

Le etichette ecologiche rappresentano difatti quel marchio apposto su un prodotto o un imballaggio che fornisce informazioni su una pluralità di prestazioni ambientali durante tutto ciclo di vita oppure che può riferirsi ad un solo fattore ambientale (riciclabilità, emissioni prodotte nella produzione, consumi energetici, materie prime impiegate, ecc.)

Tra le etichette ecologiche obbligatorie e riferite ad un solo criterio ambientale si inserisce, per fare un esempio, l’etichetta sui consumi energetici (energy label), obbligatoria in tutta l’Unione Europea su molti elettrodomestici già da alcuni anni (D.Lgs. n. 104/2012, Regolamento UE n. 1060/10 e n. 518/14). E’ un’etichetta obbligatoria anche il marchio sugli imballaggi (packaging label) che indica anche qui la conformità a degli standard stabiliti per legge.

Le etichette ecologiche, analizzando più in generale, possono far capo a organismi pubblici internazionali o nazionali (iniziativa pubblica) oppure far capo a Organismi non governativi, gruppi industriali o associazioni di categoria, come ad esempio l’etichetta FSC sul legname: Forest Stewardship Council, gestita da una ONG (iniziativa privata).

Possono dunque essere di tipo volontario o obbligatorio, e, se volontarie, suddivisibili in: certificate da ente terzo o autodichiarate.

Le eco-etichette di tipo volontario si dividono infatti a loro volta in Tipo I, Tipo II, Tipo III, a seconda del fatto che si possono riferire a marchi ecologici certificati o dichiarazioni ambientali di prodotto che un’azienda o organizzazione ottiene (certificati da ente terzo) o di cui si dota (autodichiarando) senza obbligo di legge.

Le etichette ecologiche volontarie non certificate da enti terzi, sono definite e classificate come di Tipo II: si tratta di autodichiarazioni del produttore e costituiscono semplicemente uno strumento di informazione sulle caratteristiche ambientali dei prodotti dichiarate dai fabbricanti, dai produttori, importatori o distributori dei prodotti, che riportano “autodichiarazioni” e simboli di valenza ambientale non convalidati da organismi indipendenti. Generalmente questo tipo di informazioni ambientali sono relative a singoli aspetti ambientali del prodotto.

Il fatto che non vi sia una certificazione ufficiale da una parte terza, non significa che queste etichette non debbano avere dei requisiti di attendibilità e serietà nei riguardi del consumatore e dell’utenza in genere; infatti, secondo lo standard ISO 14021, queste etichette devono contenere dichiarazioni non ingannevoli, verificabili (ad esempio la documentazione relativa alle qualità ambientali dichiarate deve essere resa disponibile a richiesta), specifiche e chiare, non suscettibili di errori di interpretazione. Sono del tipo B2C- business to consumer, ma possono essere anche B2B -business to business.

Le etichette ecologiche volontarie certificate da enti terzi indipendenti– a seguito della verifica di rispondenza dei prodotti ai criteri ecologici prestabiliti da quel sistema specifico- sono a loro volta divisibili in due tipologie definite dalle norme: di Tipo I e di Tipo III.

Le etichette di Tipo I seguono i criteri ed i dettami della norma ISO 14024, sono multi criteriali e dunque valutano l’intero ciclo di vita del prodotto, si applicano a prodotti e servizi che rispettano valori soglia e limiti prestazionali, la cui conformità è appunto certificata dall’organismo preposto. Si tratta in questo caso di etichette del tipo B2C, ovvero business to consumer. E’ un’etichetta di Tipo I l’Ecolabel (rappresentato dal simbolo della margherita), il marchio europeo di qualità ecologica nato nel 1992 e oggi il più diffuso. Si trova su una ventina categorie di prodotti e due di servizi. Tra questi ci sono alcuni prodotti che possiamo utilizzare in edilizia, quali: le coperture per pavimenti, sia per interni che per esterni, le pitture e i prodotti vernicianti, i prodotti tessili, i materassi e gli oggetti di arredo, i prodotti elettronici.

Le etichette di Tipo III sono le Dichiarazioni ambientali di prodotto, le EPD (conosciute con il termine inglese EPD Environmental product declaration): riportano informazioni ambientali su prodotti in base a criteri predefiniti all’interno della norma tecnica ISO 14025 e sono sottoposte ad un controllo indipendente da parte di organismi accreditati pubblici o privati, che garantiscono credibilità e veridicità delle dichiarazioni rese.

Queste etichette sono indirizzate sia nel ramo da “impresa a consumatore”, B2C che “da impresa a impresa”, B2B. Attraverso il confronto tra EPD differenti, all’interno di gruppi di prodotti equivalenti, il consumatore può avere le informazioni necessarie a valutare le singole caratteristiche di ecocompatibilità ed effettuare confronti.

La metodologia del Life Cycle Assessment (LCA), ovvero della valutazione degli aspetti ambientali di un prodotto durante tutto l’arco della sua vita (dalle materie prime allo smaltimento), rappresenta il supporto fondamentale allo sviluppo di schemi di etichettatura ambientale in entrambi i casi sopracitati, ovvero:

– come principale strumento atto ad ottenere una Dichiarazione ambientale di prodotto EPD, ossia un’etichetta ecologica di Tipo III;

– nella definizione dei criteri ambientali di riferimento per un dato gruppo di prodotti (etichette ecologiche di tipo I: Ecolabel per primo).


L’LCA che è definibile come un metodo nato per aiutare a quantificare, interpretare e valutare gli impatti ambientali di uno specifico prodotto o servizio, durante l’intero arco della sua vita, rappresenta l’analisi più puntuale per valutare l’eco compatibilità di un prodotto, è applicabile in ogni settore industriale e può, assolvere a molti altri scopi, utili nella gestione d’impresa (nella gestione ambientale, nell’organizzazione dei processi, nella ricerca dell’efficienza), oltre all’obiettivo ultimo della certificazione del prodotto.

L’Ecolabel e l’EPD, sono dunque i principali marchi di riferimento per definire l’ecocompatibilità dei prodotti in maniera scientifica, condivisa ed affidabile.

In particolare lo è l’EPD per il settore delle costruzioni, dove è stata elaborata una norma specifica che affianca la ISO 14025, dando regole più specifiche e mirate. Si tratta dello Standard Internazionale ISO 21930:2007 Sustainability in building constructions – Environmental Declaration of building Products, che ha lo scopo di specificare meglio e regolare i principi, i requisiti e la struttura della dichiarazione ambientale di Tipo III dei prodotti da costruzione al fine di dare uniformità dei mezzi, delle modalità e di garantire trasparenza, coerenza e solidità scientifica della metodologia con cui si giunge all’EPD. Ovvero, questa norma, definisce le regole quadro per ogni categoria di prodotto (PCR – Product Category Rules), a partire dalle quali è possibile definire l’EPD dei prodotti da costruzione.

Si citano due importanti database di prodotti con etichettatura EPD: uno di questi è consultabile al sito https://www.environdec.com/it/, il sistema si chiama EPD® International ed è il programma principale per le aziende europee per le dichiarazioni ambientali basate su ISO 14025 e EN 15804. Nel database inserendo la tipologia di prodotti che stiamo cercando e, se vogliamo, la nazionalità dell’azienda produttrice, si estrapola una lista di prodotti con EPD e relativa ditta produttrice. Il database contiene attualmente 820 EPD registrate dalle aziende in 40 paesi.

In Italia sono 284 ad oggi i prodotti con EPD all’interno dell’EPD® International, di questi 77 (ad oggi) rientrano nella categoria materiali da costruzione; ci sono prodotti di vario tipo: pannelli isolanti, pannelli acustici, profilati in alluminio, pitture murali, cemento, pavimenti e rivestimenti, ecc.

A livello italiano troviamo l’EPDItaly, un programma appartenente al circuito Eco Platform, associazione nata con lo scopo di sostenere l’armonizzazione delle Dichiarazioni Ambientali di Prodotto europee, in modo che EPD relative allo stesso prodotto, convalidate sotto due Program Operators diversi, possano essere tra loro confrontabili.

Il database anche qui contiene EPD di ogni Paese e non solo di materiali da costruzione, che comunque sono numerosi ed è consultabile al sito www.epditaly.it.

Fonti:

http://www.greenadvisor.it/certificazioneepd/

https://www.csqa.it/CSQA/Norme/Sostenibilita-Ambientale/ISO-14040-LCA

https://www.csqa.it/Energia/Documenti/LCA-labelling-(EPD)

https://www.ingenio-web.it/20433-dichiarazione-ambientale-di-prodotto-la-norma-iso-21930

http://www.harpomanagement.it/faq-topmenu-209/142-ambiente/763-ecolabel-che-differenza-cra-lecolabel-e-la-epd

http://www.epditaly.it/il-programma-epditaly/

 

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Meno traffico grazie a droni, sensori e auto intelligenti

Lun, 09/03/2018 - 05:19

La mobilità del prossimo futuro sarà all’insegna di veicoli elettrici o ibridi, con le stesse case automobilistiche in prima fila contro le emissioni di CO2 e prototipi tutto sommato realistici di auto zero emission. Tutti veicoli che parleranno sempre più il linguaggio dell’hi-tech e saranno sempre più intelligenti. Ma resta il problema del numero di questi veicoli che circolano sulle nostre strade. Traffico, ingorghi, stress persone in coda per ore. Anche su questo fronte gli esperimenti sono molteplici, soprattutto nei centri abitati ad alta densità di popolazione (e di veicoli), in quelle città che sognano di diventare davvero smart city. Il problema del traffico, anche non considerando la questione inquinamento, è complicato da risolvere. La soluzione più scontata sarebbe quella di costruire nuove strade per uno scorrimento più fluido dei veicoli, ma non sempre la morfologia del territorio lo consente, oppure semplicemente non c’è spazio. Suggerire alle persone di scegliere la bicicletta o di andare a piedi non è sempre possibile, quindi che fare? Potrebbero salvarci la tecnologia e le stesse automobili.

Le auto parlanti scelgono la strada più sgombra

Ricordate i vecchi cellulari? Ci servivano soltanto per effettuare chiamate, pagavamo lo scatto alla risposta e i minuti effettivi di conversazione. Quando dagli sms siamo passati agli mms (da semplici messaggi di testo a messaggi multimediali) ci è sembrata una rivoluzione e i costi sembravano proibitivi. Poi sono arrivati nuovi modelli più evoluti, i touch screen e gli smartphone con le loro app. Esistono app per giocare, per distrarsi, per comunicare, per sfogare il nostro istinto social, ma esistono anche app per monitorare, raccogliere dati o controllare da remoto i dispositivi presenti all’interno delle nostre abitazioni. Oggi siamo abituati a questo scenario. E, tutto sommato, non c’è voluto poi molto tempo perché quest’evoluzione si perfezionasse.

Cosa c’entrano le automobili? C’entrano perché oggi le nostre auto sono sempre più connesse. Quando saliamo a bordo, da buoni smartphone-addicted, avvertiamo subito l’esigenza di auto che ci consentano di rispondere al telefono, di ricevere messaggi, di non perdere in nessun caso i contatti con il mondo. Le auto non sono più semplici mezzi di trasporto, chiediamo loro di comunicare con noi e per noi. E loro lo fanno, grazie a sensori, grazie a device che ci avvertono del pericolo o di eventuali anomalie. E che dire del navigatore satellitare? Ormai quello integrato non è nemmeno più un optional, consideriamo indispensabile che una guida ci indichi dove dirigerci. Sono questi stessi sensori presenti nelle auto a rivelarsi preziosi nel monitoraggio del traffico, fornendo dati sugli spostamenti dei veicoli a centraline in grado di raccoglierle e trasformarle in informazioni, che il guidatore può poi ricevere indietro real-time.
Tecnicamente, si parla di tecnologia Vehicle-to-vehicle (V2V) per indicare la capacità di un veicolo di comunicare con un altro nei pressi grazie a sensori che ‘capiscono’ cosa c’è intorno, e di tecnologia Vehicle-to-infrastructure (V2I) per indicare la capacità del singolo veicolo di ricevere o inviare informazioni. Nel primo caso l’esempio classico è la guida autonoma, nel secondo caso basti pensare ai sistemi di allerta meteo o, appunto, a segnalazioni sul traffico inviate alle vetture.

Traffic Congestion Management: città diverse, esperimenti diversi

In molte città del mondo sono già in vigore strategie di Traffic Congestion Management e misure specifiche per decongestionare le zone più critiche, se non altro per rendere gli spostamenti meno stressanti per i cittadini e abbattere l’inquinamento.
Oltre a progettare nuove infrastrutture, grazie all’esistenza di auto smart e app, si sfrutta la possibilità di comunicare con i guidatori in tempo reale fornendo informazioni su tempi di percorrenza ed eventuali imprevisti. Sembra banale, ma una segnaletica più efficace e messaggi con informazioni su percorsi più brevi o strade alternative possono aiutare parecchio.
Questi ad esempio sono gli ultimi step messi in atto a Perth, in Australia.

Anche chi viaggia a piedi contribuisce a creare caos sulle strade cittadine, ecco perché informazioni chiare sui percorsi dei mezzi pubblici, sulle modifiche alla viabilità, sulle ztl, sui parcheggi o sulle postazioni di bike sharing e car sharing sono preziose. Qualche anno fa è nato “Muoversiatorino”, che citiamo come esperimento italiano: tutte le informazioni su mobilità e traffico provenienti da varie piattaforme dei singoli gestori sono state unite in un unico portale, utilissimo anche per i turisti.

Sensori e dati per un monitoraggio più efficace

Per ridurre il traffico nelle grandi città occorre studiarne a fondo le cause: l’afflusso quotidiano verso il centro, dove ha sede la vita economica, la mancanza di strade e la difficoltà di costruirne altre, la mancanza di servizi pubblici efficienti quali navette, treni o autobus e così via. Parte del traffico è però generato dal numero massiccio di pedoni che attraversano la strada o guidatori fermi un dato incrocio in certe ore del giorno. Un monitoraggio costante realizzato attraverso tecnologie moderne può consentire previsioni accurate e un adeguamento della segnaletica – i semafori in primis – perché reagisca al minore o al maggiore afflusso. In altre parole, se in un certo momento i pedoni sono concentrati in massa in una certa zona allora le auto saranno indirizzate dalla segnaletica verso strade meno trafficate. Questo significa anche che tutti potranno camminare e guidare in sicurezza.

Non è nulla di utopico. A Los Angeles si è già andati oltre: i dati su pedoni e veicoli sono stati resi pubblici, in questo modo soggetti terzi come i costruttori possono capire meglio quali zone sono più vantaggiosi per il proprio ritorno economico, magari perché meglio servite dagli autobus o perché meno congestionate di altre. A Columbus, in Ohio, proprio la tecnologia V2I è stata invece usata per monitorare le tempistiche di sosta delle auto ai semafori e regolarli di conseguenza.

Droni al posto dei veicoli ingombranti

Ma la vera rivoluzione potrebbe arrivare dal cielo. Molte attività che oggi vengono svolte su strada utilizzando veicoli grandi e lenti, che bloccano il traffico per ore, potrebbero essere svolte da remoto o inviando droni. Basti pensare al controllo dei livelli dell’acqua o dello stato dei viadotti, ad azioni programmate lungo l’arco dell’anno che non necessitano ad ogni costo di uno spostamento di uomini e mezzi. Los Angeles addirittura pensa ai droni come aiuto per spegnere gli incendi, nulla di impossibile grazie alla tecnologia attuale.
In Texas i gestori del servizio elettrico hanno provato ad utilizzare i droni al posto degli operai che solitamente svolgevano il proprio lavoro sulle strade a bordo di veicoli ingombranti. Un progetto pilota ha dimostrato che con i droni è possibile velocizzare e massimizzare i risultati dei controlli alle centraline e alla linea di distribuzione, di solito svolti su piattaforme di lavoro elevabili, con gli operai posizionati su mezzi voluminosi che li portano all’altezza dei pali dove si trovano le centraline.
I droni guidati a distanza hanno permesso alla New Braunfels Utilities il controllo di circa 250 centraline su una linea elettrica di circa 5 miglia, con un notevole risparmio in termini di costi ed un bottino di informazioni cruciali per creare una reportistica dettagliata su aspetti quali perdite di connessione, deterioramento dei materiali e surriscaldamento. Preziose le immagini termiche raccolte da questi droni, dotati anche di telecamere a infrarossi. A beneficiarne è anche il traffico cittadino e i guidatori che così, se non altro, possono evitare di fare lo slalom per oltrepassare i tradizionali mezzi dei “men at work”.

Fonte foto 1 | Facebook, New Braunfels Utilities  – Fonte foto 2 | Ron Cortes /For The San Antonio Express-News

La soluzione definitiva al traffico: gli esseri umani non devono guidare

Riesumiamo un video di qualche anno fa per sdrammatizzare e riflettere. Spesso quando si chiama in causa l’intelligenza artificiale o si pensa alle auto a guida autonoma si ha qualche timore. Eppure per risolvere il problema del traffico vorremmo proprio auto che aiutassero i guidatori a limitare gli errori, a mantenere una velocità ideale, ad essere più ‘robotici’ e meno esseri umani. Tutti alla guida tendiamo invece a distrarci, abbiamo bisogno di musica e stacchiamo le mani dal volante, ci soffermiamo a guardare qualcosa oltre il finestrino e per un secondo rallentiamo o non premiamo sull’acceleratore quando scatta il verde… tutto questo genera ingorghi. E aggiungiamo la stanchezza di chi entra in auto dopo una giornata di lavoro.
Noi umani non possiamo fare calcoli mentre guidiamo, ma le nostre auto possono farlo. E possono farlo già adesso. Se le auto non fossero guidate da esseri umani rispetterebbero sempre le regole, le distanze di sicurezza e le precedenze. E nessuno insulterebbe nessuno.

 

 

Immagine di copertina: fotomontaggio di Armando Tondo, luglio 2018

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Tutto quello che c’è da sapere sul Bike Sharing

Lun, 09/03/2018 - 04:09

A Milano funziona molto bene il bike sharing, la bicicletta in condivisione. Con un’app sullo smartphone si noleggia il mezzo, la geolocalizzazione trova quello più vicino e lo sblocca rendendolo disponibile. Il nuovo bike sharing free floating permette di lasciare la bicicletta dove preferiamo.
Se non conoscete il bike sharing e volete capire come funziona questo video fa per voi.

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Chi sono i Foodbusters

Lun, 09/03/2018 - 03:30

I Foodbusters sono un gruppo di persone che hanno fondato la prima associazione Onlus di recupero cibo nelle Marche, fra le primissime in Italia.
Chiamare i Foodbusters significa quindi decidere di far parte di un mondo di folli “supereroi” che, compiendo un gesto di generosità equa e solidale a 360°, pensano che sia giusto impegnarsi per provare a contribuire ad una giusta causa.
Dunque, sottrarre cibo allo spreco significa eco-sostenibilità, ovvero attivare un circolo virtuoso: il potenziale alimento-rifiuto mantiene le sue qualità intatte divenendo risorsa che sfama, offre un’occasione di reintegro sociale e crea valore etico.
Donare il cibo in eccesso, inoltre, rende ogni evento più gradevole in chi vi partecipa e un’importantissima testimonianza di valori etici in chi decide di scommettere insieme a noi sul recupero, siano essi coppie di sposi, aziende o organizzatori di eventi.

CLICCA QUI PER VEDERE IL SITO DEI FOODBUSTERS

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Copiamo la Cina per combattere gli inganni della finanza

Lun, 09/03/2018 - 02:07

Un appello per il governo: perché non proviamo, una volta tanto, a seguire la Cina per combattere gli inganni della finanza?

Il regolatore bancario cinese, infatti, da circa un anno, ha richiesto agli intermediari finanziari, al fine di proteggere meglio gli investitori, di registrare in video e audio tutte le vendite di prodotti d’investimento.

Perché nel nostro paese sembra che i consulenti finanziari si siano già attrezzati per eludere le barriere di protezione (per il risparmiatore) rafforzate con la introduzione, a partire dal 3 gennaio 2018, della disciplina della Direttiva Comunitaria MiFID II.

L’ultima diavoleria mi è stata rivelata da un consulente di una primaria rete bancaria, una “gola profonda” , che mi ha fatto scoprire l’ennesimo inganno tra l’altro “suggerito e consigliato” dal suo manager.

Il raggiro riguarda le operazioni di switching, ovvero quelle operazioni che prevedono il disinvestimento da un fondo (con relativa liquidazione) e il contestuale reinvestimento in un altro fondo.

Il motivo e’ semplice: per oltre un decennio, nonostante le limitazioni gia’ presenti in Mifid I, le banche hanno operato un ingannevole e subdolo processo di sistematica ricomposizione del portafoglio di un risparmiatore solo per fare ricavi attraverso l’incasso delle commissioni e senza alcun beneficio (se non perdite) per il cliente.

Al fine di prevenire il protrarsi di questi fenomeni di sciacallaggio commerciale, Mifid II ora prevede che le banche debbano raccogliere le necessarie informazioni sia sugli investimenti esistenti del cliente che sui nuovi investimenti raccomandati e verificare che i benefici derivanti dalle modifiche di portafoglio siano superiori agli eventuali maggiori costi che il cliente dovrebbe sostenere.

Però, mentre i costi (commissioni in ingresso, commissioni di gestione e commissioni di uscita) sono parametri oggettivi e misurabili, i benefici sono valutati con criteri alquanto soggettivi e poco quantificabili divenendo entità prospettiche immateriali e astratte come i benefici di prodotto (es. copertura, protezione/garanzia, efficienza) e i benefici di portafoglio (avvicinamento al profilo di rischio del cliente, aumento della diversificazione, diminuzione rischio di credito e rientro in adeguatezza).

Con l’entrata in vigore della normativa in tutti (o quasi) gli istituti di credito e’ stata pertanto adottata una soluzione che prevede il controllo automatizzato dei benefici di prodotto e consente, laddove i benefici di prodotto non siano sufficienti a coprire i maggiori costi derivanti dal nuovo portafoglio, di indicare quali sono i benefici del nuovo portafoglio.

In altri termini, se i benefici di prodotto risultano minori dei costi (anche scontati) e non vi sono benefici di portafoglio, la proposta è considerata non adeguata e non sarà possibile darvi corso.

La macchina si blocca e non permette di chiudere l’operazione!!

Ma i benefici di portafoglio, cosi come riporta la disciplina MIFID II (cfr infra) , possono anche essere semplicemente “dichiarati” dal consulente.

“Il Consulente bancario verifica infine la situazione del portafoglio prospettico e dichiara la presenza di benefici derivanti dal nuovo portafoglio. Nel caso lo dichiari, il controllo è superato e si può dar corso all’operazione; in caso contrario la proposta è inadeguata”.

Ecco, proprio questo punto nasconde il seme dell’inganno che in banca i consulenti stanno già perpretrando. In altri termini, per evitare che il software blocchi l’esecuzione di un operazione di switching (a svantaggio del risparmiatore-cliente), il consulente si inventa una situazione di portafoglio prospettico con enormi benefici.

Non costa nulla, per il consulente, nel momento in cui sta per chiudere l’affare “tranello”, “dichiarare” nella applicazione informatica che il cliente gli ha rivelato (come fai poi a contraddirlo? E’ una semplice dichiarazione!) che, nei successivi sei mesi ad esempio, ha in scadenza un investimento presso un’altra banca e che il ricavato derivante dalla liquidazione sarà utilizzato per l’acquisto di un prodotto con enormi benefici che, seppur immaginari o quantomeno mai concretamente goduti, siano tali da superare i costi, quelli sì concreti e pagati, oggetto della operazione di switching che il consulente sta proponendo.

A vantaggio solo della banca, naturalmente!

Quando scatteranno poi i previsti controlli ex post sarà di nuovo troppo tardi.

Per il cliente, ovviamente!

 

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La vendemmia di “super uva” resistente ai parassiti è un successo: addio ai pesticidi

Dom, 09/02/2018 - 02:45

La prima vendemmia sui Colli Euganei di uva resistente ai parassiti – e che dunque non necessita di trattamenti con pesticidi – è stata fatta grazie alla lungimiranza dell’azienda Parco del Venda di Vo Euganeo, che ha piantato 4mila “super viti” nei propri vigneti.
Le piante sono di varietà selezionate dagli scienziati dell’Istituto di genomica applicata (IGA) e dell’Azienda agraria “Antonio Servadei” dell’Università di Udine, che attraverso centinaia di incroci hanno ottenuto viti in grado di resistere a fitopatologie diffuse come l’oidio o “mal bianco” – una malattia causata da funghi ascomiceti – e alla peronospora provocata da protisti. Il risultato è un vino sostenibile e amico dell’ambiente, dato che non necessita di alcuni tipo di intervento con antiparassitari.

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