Aggregatore di feed

Il dragaggio diventa “eco”

People For Planet - Mar, 10/08/2019 - 10:00

Rifiuti. Li si mette da parte, magari nascondendoli e ce li si dimentica. Complice il sistema naturale che spesso li sottrae alla vista e li rimette nel ciclo dell’ecosistema a poco a poco, facendoli diventare, un pezzo del nostro sistema “naturale”. Così a piccole, ma dannose, dosi, ecco che ciò che abbiamo “dimenticato” nell’aria, nel suolo o nel mare, rientra in circolo, un circolo persistente e invasivo che entra anche nella catena alimentare e, quindi, alla fine dentro di noi.

Succede in maniera evidente, per esempio, con l’ecosistema marino, dove le plastiche che raggiungono le acque prima galleggiano, poi affondano e a poco a poco diventano microplastiche che entrano nella catena alimentare e finiscono nei nostri piatti.
Non ci sono solo le plastiche accumulate sul fondo del mare: vere e proprie bombe ecologiche sono i fondali dei porti, nei quali “dormono” enormi quantità d’inquinanti accumulati negli anni. E l’Italia con i suoi oltre 8.300 chilometri di coste e i 31 porti commerciali – che hanno movimentato nel 2017 oltre 51 milioni di passeggeri e 500 milioni di tonnellate di merci – sotto questo profilo, di bombe ecologiche “sommerse” ne ha parecchie. Ma prima è necessario spiegare perché.

Il problema

I fondali dei porti, infatti, sono dei veri e propri accumulatori di sostanze inquinanti, la cui presenza nelle acque è dovuta alle attività di routine dei porti, come gli idrocarburi – compresi i micidiali policiclici aromatici (IPA) -, i metalli pesanti e gli oli minerali che rimangono per anni se non per decenni nei sedimenti dei fondali. Spesso, quindi, si tratta di sostanze ricevute in eredità dalle attività passate e la cui diminuzione non è possibile con nuovi limiti e procedure. E sono inquinanti che hanno un effetto relativamente basso fino a quando non si rende necessario l’adeguamento del porto, sia per problemi fisiologici, sia per questioni di ampliamento della capacità. In entrambi i casi, sia si tratti di un ripristino dovuto all’accumulo di sedimenti, sia quando è necessario aumentare la capacità d’accoglienza di nuove navi di pescaggio maggiore, è necessario dragare. Ossia levare uno strato, spesso consistente, di sedimenti dai fondali. E qui iniziano i problemi. Già, perché con i sedimenti si smuovono anche molte sostanze tossiche depositate da decenni, le si rimescola con l’acqua rimettendole in circolo nelle correnti marine, creando così decine di metri cubi di rifiuti che è necessario collocare al sicuro in discarica. E tutto ciò succede se si usa la classica benna o le draghe aspiranti/refluenti con le quali si sono sempre fatti i dragaggi. Ma l’alternativa esiste.

La soluzione

Un’azienda italiana, la Decomar, ha messo a punto un sistema alternativo che impedisce la dispersione nell’ambiente degli inquinanti e il riutilizzo. Si tratta di un sistema a circuito chiuso che isola i sedimenti da prelevare in un ambiente confinato e immerso nell’acqua, salvaguardando l’acqua circostante dall’intorbidamento e dall’inquinamento. La soluzione ha diversi vantaggi. Il primo è quello, come detto, di evitare l’inquinamento delle acque e il reinserimento di sostanze dannose nel ciclo biologico, e il secondo è che si tratta di un intervento che può essere effettuato senza interruzioni dell’attività portuale, evitando danni economici. Vi è poi anche una questione legata all’economia circolare. Le sostanze inquinanti, conservate nei sedimenti e accumulate negli anni, infatti, non sono più diffuse nell’ambiente circostante ma sono separate e confinate in una piccola parte del totale estratto che è quello destinato alla discarica. Tutto il resto del materiale è purificato, rivitalizzato e può essere rilasciato sul posto del prelievo, conservato per l’utilizzo in altre aree o per il ripascimento (cioè il ripristino dei lidi costieri erosi) della costa in aree limitrofe con sedimenti autoctoni, oppure per l’utilizzo in edilizia.

Erosione

E la questione ripascimento non è secondaria. Circa il 50% degli 8.300 chilometri di spiagge italiane è soggetto al fenomeno dell’erosione e si tratta di un comparto che genera oltre 13 miliardi di Pil: una discreta fetta degli 83 miliardi di euro afferenti al turismo più in generale in Italia. E gli interventi di ripascimento oggi sono un onere non indifferente per la pubblica amministrazione e per l’ambiente. La sola regione Toscana, per esempio, ha speso ben 13 milioni di euro per riparare all’erosione causata dalle mareggiate dell’autunno 2018. La sabbia necessaria, infatti, proviene dalle cave, dai fondali marini oppure dall’interno delle spiagge stesse, con inevitabili aumenti di costi per il trasporto. Oppure con problemi di compatibilità ambientale e paesaggistica. Il caso del porto di Pescara, sotto a questo profilo è emblematico. Il porto in questione, infatti, è da anni oggetto di un dragaggio tradizionale che oltre a non aver risolto il problema della navigabilità del canale, ancora precaria nonostante tutto il lavoro svolto negli anni, ha prodotto una collina artificiale nell’area portuale, composta da materiale di bassa qualità inutilizzabile per il ripascimento delle spiagge vicine che pure ne avrebbero bisogno.

Non solo porti

Ma il sistema Limpidh2O, questo il nome che gli ha dato Decomar, consente anche la circolarità tra funzioni diverse. Esiste, infatti, l’esigenza di dragare altro oltre ai porti e più in generale i fondali marini. Fiumi, laghi e bacini idroelettrici. Nel caso di fiumi e laghi questo sistema consente di svolgere le operazioni necessarie senza ledere i già fragili ecosistemi. Per quanto riguarda i bacini idroelettrici il sistema consente di risolvere più di una questione. Tutti i bacini idroelettrici italiani infatti sono datati e durante i parecchi decenni della loro vita hanno accumulato notevoli quantità di sedimenti sul fondo che ne stanno riducendo la capacità d’accumulo d’acqua, in un momento in cui invece questa capacità deve essere valorizzata a causa dei cambiamenti climatici. Il cambiamento sia delle quantità d’acqua piovana annuale, sia della modalità nella quale la pioggia precipita al suolo – con eventi sempre più rapidi e intensi – mette a dura prova la capacità d’accumulo dei bacini idroelettrici il cui volume è limitato dall’accumulo dei sedimenti. Il sistema di Decomar, in questo caso, consente di intervenire senza compromettere la funzionalità degli impianti idroelettrici – con i quali produciamo il 16,5% dell’elettricità italiana, ossia quasi il 42% di quella da fonti rinnovabili – che sono importanti non solo sotto il profilo energetico, ma anche come “serbatoio” di sicurezza per l’agricoltura. I sedimenti provenienti dai bacini idroelettrici, infine, sono per la gran parte puliti, visto che provengono da bacini che non hanno alle spalle, nella quasi totalità dei casi, attività umane inquinanti.
Cosa impedisce, quindi, l’utilizzo di un sistema come questo? Semplice. La mancanza di visione sistemica dei problemi. In Italia si cercano di solito soluzioni puntuali nelle quali non si leggono i contesti complessivi. E così si perdono anche le occasioni di fare di più con meno. Come recitava uno slogan dell’Unione europea di qualche anno fa al quale sembra che l’Italia abbia come una sorta d’allergia.

Immagine di copertina: Armando Tondo

Come scegliere il conto corrente

People For Planet - Mar, 10/08/2019 - 07:01

Questa settimana Vincenzo Imperatore ci guida nella scelta di un conto corrente bancario. Ma sentito parlare dell’ISC?
Sai quanto ti costa il tuo conto corrente ogni anno? E c’è la possibilità di aprire un conto corrente base gratuito per chi è in difficoltà finanziarie?
Continua il nostro corso di autodifesa finanziaria!

flowplayer.conf.analytics = "UA-11693000-17"; flowplayer.conf.container = "#player_352"; p = flowplayer(flowplayer.conf.container, { splash: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/352/output/thumb.jpg', aspectRatio: "16:9", key: '$995340359991288', clip: { sources: [ { type: 'application/x-mpegurl', src: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/352/output/autodifesa-finanziaria-scegliere-conto-corrente-2.mp4_master.m3u8' }, { type: 'video/mp4', src: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/352/autodifesa-finanziaria-scegliere-conto-corrente-2.mp4' } ] } })

Clicca qui per vedere le altre puntate

Vincenzo Imperatore è il redattore della rubrica settimanale di People For Planet Bancomatto.

PROSSIMA PUNTATA MARTEDI’ 15 OTTOBRE 2019!

Neonati prematuri: nasce il database nazionale per la cura e la ricerca

People For Planet - Mar, 10/08/2019 - 07:00

Una banca dati nazionale per raccogliere tutti i dati relativi ai trattamenti somministrati ai neonati prematuri e metterli in rete, a disposizione delle circa 240 strutture ospedaliere che dispongono di un reparto di patologia o di terapia intensiva neonatale: la piattaforma online si chiama INNSIN ed è stata ideata dalla Società italiana di neonatologia (Sin) per dare la possibilità di consultare, in tempo reale, i dati di tutti i nati pretermine assistiti nel proprio centro e confrontare le proprie casistiche con quelle delle altre strutture italiane aderenti al network.

L’obiettivo è implementare la ricerca scientifica a favore dei bimbi che nascono prematuramente e assicurare loro la migliore assistenza medica possibile, valutando gli effetti delle procedure assistenziali utilizzate, identificando specifiche aree di criticità, promuovendo interventi mirati per il potenziamento delle cure dei piccoli prematuri e collaborando con altri centri nazionali che si occupano di salute perinatale. La piattaforma dà inoltre la possibilità – alle strutture che effettueranno l’opportuna iscrizione – di consultare i dati raccolti a livello (quasi) globale dai circa 1200 centri aderenti al Vermont Oxford Network, rete di collaborazione tra professionisti in campo sanitario dedicata all’incremento della qualità e della sicurezza delle cure mediche per i neonati e le loro famiglie.

Un bambino su dieci nasce in anticipo

In Italia ogni anno circa il 10% dei neonati, vale a dire circa 45 mila bimbi, nasce pretermine, cioè prima della 37° settimana di gestazione. Questi piccoli sono molto più fragili di quelli nati a termine (cioè dopo la 37° settimana compiuta) perché l’immaturità del loro sistema immunitario dovuta alla precoce interruzione della gravidanza li rende vulnerabili a batteri e virus, anche a quelli generalmente innocui per gli adulti, e perché spesso necessitano di essere sottoposti a procedure invasive indispensabili per la sopravvivenza (come ventilazione meccanica, drenaggi e sondini) che costituiscono ulteriori fattori di rischio per le infezioni.

Garantire le cure migliori

L’entità dei problemi da affrontare alla nascita dipende, oltre che dal livello di prematurità, dalle eventuali patologie presenti e dallo stato di salute complessivo: per questo è importante garantire a questi giovanissimi pazienti le cure più efficaci. E conoscere i rischi e gli esiti dei trattamenti somministrati fotografando quello che accade in altre strutture ospedaliere è un elemento fondamentale per fornire la migliore assistenza sanitaria. A spiegarlo è il presidente della Società italiana di neonatologia, Fabio Mosca: «I bambini prematuri necessitano di assistenza mirata e di un mix di cure avanzate. La riuscita degli interventi attuati sarà più appropriata ed efficace partendo da dati e informazioni su casi già affrontati: per questo la piattaforma INNSIN ci consentirà di potenziare ulteriormente il nostro intervento assistenziale e organizzativo».

Dopo la dimissione

La raccolta dei dati medici relativi ai bimbi prematuri non verrà utilizzata solo durante la degenza in ospedale dei piccoli pazienti ma, continua Mosca, «contribuirà anche a migliorare il follow-up (i controlli periodici post-terapie, ndr) e l’assistenza dopo la dimissione, per proseguire le cure nel modo più adeguato possibile ed effettuare la diagnosi precoce di eventuali disturbi neurologici e sensoriali per un inizio tempestivo del supporto riabilitativo e abilitativo, se necessario».

Diversi livelli di prematurità

Se in generale si parla di “prematurità” per tutti i neonati che nascono prima del compimento della 37° settimana di gravidanza, esistono però diversi livelli di prematurità a seconda dell’età gestazionale in cui il bambino viene alla luce: i nati tra la 34esima e la 37esima settimana sono considerati “tardo prematuri”;  quelli nati tra la 32esima e la 33esima settimana “prematuri moderati”; quelli che nascono tra la 28esima e la 31esima settimana “molto prematuri” mentre i bimbi venuti alla luce prima del compimento delle 28 settimane di gestazione sono definiti “estremamente prematuri”.

I diversi livelli di prematurità possono essere classificati anche in base al peso alla nascita: i piccoli di peso compreso tra 1500 e 2500 grammi sono considerati neonati con peso alla nascita “basso”; quelli che pesano tra 1000 e 1500 grammi sono considerati neonati con peso alla nascita “molto basso”; quelli che pesano meno di 1000 grammi sono considerati neonati con peso alla nascita “estremamente basso”.

In Italia tassi di sopravvivenza tra i più alti al mondo

Tanto più alla nascita l’età gestazionale è prematura e il peso basso, tanto più il neonato è delicato e le sue condizioni di salute possono presentarsi critiche. I prematuri che nascono sotto i 1500 grammi di peso – che rappresentano quelli più fragili – costituiscono circa l’1% delle nascite all’anno. Nel nostro Paese il tasso di mortalità di questi neonati è tra i più bassi al mondo: grazie al livello di assistenza raggiunto nelle nostre terapie intensive neonatali gli ultimi dati disponibili evidenziano una mortalità dell’11% rispetto al 14% delle più importanti terapie intensive neonatali di tutto il globo.

Istituita nel 2008 la Giornata mondiale

Per sensibilizzare sul tema dei neonati prematuri, richiamare il valore dell’assistenza e sottolineare l’importanza della prevenzione dei fattori di rischio che possono favorire il verificarsi della prematurità, nel 2008 è stata istituita laGiornata mondiale della prematurità (World Prematurity Day). In Italia è promossa dalla Società italiana di neonatologia e dal ministero della Salute e si celebra ogni anno il 17 novembre.

Foto di Pexels da Pixabay

Il Barcellona cancella Francisco Franco dalla sua storia

People For Planet - Mar, 10/08/2019 - 06:54

Més que un club. Più di una “semplice” squadra di calcio. Il Barcellona è uno stile vita, è un sentimento identitario. E questo fine settimana ne ha dato un’altra dimostrazione. Per domenica 6 ottobre è stata convocata l’assemblea del club. I soci sono 4478. Come ha scritto il quotidiano spagnolo La Vanguardia – che ha seguito la vicenda – i soci si sono dati appuntamento con la storia. Ossia con il ritiro formale delle onorificenze concesse al dittatore Francisco Franco.

È una controversia che da decenni anima la vita del club catalano. Si tratta, come ha scritto La Vanguardia, di “due onorificenze concesse: una, nel 1971, come ringraziamento per gli aiuti di stato alla costruzione del padiglione sportivo che ancora oggi ospita le assemblee del club e l’altra, nel 1974, è relativa alla consegna della medaglia d’oro del 75esimo anniversario del club, medaglia consegnata al generalissimo.” Atti che però non sono mai stati messi a verbale, per cui non esiste una documentazione ufficiale nei registri del club. Fu l’allora presidente Montal, come ha successivamente confermato lo stesso diretto interessato, a evitare di lasciare traccia di questi due episodi.

Ed è proprio appellandosi alla mancanza di documenti protocollati che l’ex presidente Laporta si è sempre rifiutato di affrontare il caso, nonostante una raccolta di firme. «Non possiamo ritirare quel che non è mai avvenuto». L’attuale numero uno del Barcellona, Bartomeu, la pensa però diversamente. E ha accolto l’ordine del giorno che domenica è stato votato a larghissima maggioranza: 671 voti, solo due contrari e sette schede bianche. Il Barça ha così cancellato dal proprio passato ogni rapporto col caudillo. Anche se in realtà, come ricorda il quotidiano, i rapporti tra il club e Franco non si limitarono a quei due episodi. Il 10 ottobre 1957, accompagnato da sua moglie Carmen Polo, Franco fu per la prima volta spettatore al Camp Nou: vide Barcellona-Siviglia che finì 3-1 con una rimonta dei catalani. Gli andalusi andarono in vantaggio cinque minuti dopo l’arrivo del dittatore.

Nella domenica del voto, l’assemblea del Barcellona ha approvato anche il bilancio ma ha respinto un’altra proposta. O meglio, la proposta non ha raggiunto la maggioranza qualificata. I soci hanno detto no al voto elettronico. Era stato Victor Font, futuro candidato alla presidenza, a presentare quest’ordine del giorno. Occorreva la maggioranza dei due terzi dei presenti. Al momento della votazione, al Palau Blaugrana i presenti erano 625 e sarebbe stati necessari 417 voti a favore. Invece i voti sono stati 359, 173 i contrari e 67 le nulle. Nell’universo Barcellona, il voto elettronico può attendere.

Tre bambini italiani su 10 sono in sovrappeso: sotto accusa lo stile di vita

People For Planet - Lun, 10/07/2019 - 17:00

Due bambini italiani su 10 sono in sovrappeso e uno su 10 risulta obeso. Dati alla mano, tre bambini su dieci nel nostro paese sono alle prese con i chili di troppo, e quindi esposti a tutte le conseguenze – sia per la salute fisica che psicologica – che da un peso eccessivo possono derivare. Un problema, quello dell’obesità infantile, sempre più sotto gli occhi di tutti.

I rischi dell’obesità infantile

Le conseguenze dell’eccesso di peso in età infantile e nell’adolescenza, spiega spiega Laura Dalla Ragione, psichiatra e psicoterapeuta, direttore della Rete Disturbi Comportamento Alimentare Usl 1 dell ‘Umbria, “vanno dall’aumento del rischio di diabete, di ipertensione arteriosa, di steatosi epatica grave che può diventare cirrosi, fino ad arrivare ad alterazioni psicologiche e del comportamento che si ripercuotono sulla qualità di vita, per non parlare del bullismo che ne consegue. Infine l’obesità infantile è un predittore certo per l’obesità adulta: 4 ragazzi su 5 continueranno ad avere un eccesso di peso in età adulta”.

Sotto accusa i nuovi stili di vita

La maggior parte di questa esplosione di obesità nell’età evolutiva dipende soprattutto dalla modificazione degli stili di vita: “Si mangia sempre più fuori casa, si cucina sempre meno e sempre in minor tempo, sono in aumento cibi preconfezionati e processati; è completamente cambiata la cultura. Inoltre l’attività fisica si è ridotta moltissimo e oggi le ore passate a scuola, in macchina, di fronte i monitor di tablet e cellulare sono predominanti”, spiega Dalla Ragione. A confermare quest’ultima tendenza anche i dati raccolti dall’Osservatorio Okkio alla Salute, il sistema di sorveglianza del Ministero della Salute, secondo cui la maggior parte dei bambini tra i 4 e i 10 anni adotta uno stile di vita sedentario e solo 1 su 4 raggiunge la scuola a piedi o in bicicletta.

L’Obesity Day

Per sensibilizzare al problema dell’obesità infantile l’Ospedale pediatrico Bambino Gesù nella sede di Roma-San Paolo giovedì 10 ottobre in occasione dell’Obesity day, la campagna nazionale di sensibilizzazione per la prevenzione dell’obesità e del sovrappeso, dedicherà una giornata alla corretta alimentazione dei bambini con l’intervento di medici, nutrizionisti ed esperti del settore (ingresso libero e gratuito).

L’ Obesity Day è una giornata che si celebra ogni anno, dal 2001, per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’obesità e problematiche connesse. Promossa dalla Fondazione ADI (Associazione di Dietetica e Nutrizione Clinica Italiana), ha l’obiettivo di informare, sensibilizzare e orientare in modo corretto l’attenzione dei mass-media, dell’opinione pubblica e anche di chi opera in sanità relativamente al problema dell’obesità. Il focus di quest’anno è ‘peso e benessere’, un rapporto che può essere mantenuto nel giusto equilibrio, sin da bambini, attraverso l’educazione alimentare dell’intero nucleo familiare.     

«Per contrastare eccesso di peso e obesità – dichiara Giuseppe Morino, responsabile di Educazione Alimentare del Bambino Gesù – è necessario affrontare il problema il più precocemente possibile. Per favorire una crescita sana non servono diete, ma stimoli a cambiare lo stile alimentare e di vita in generale. Regola che vale non solo per i più piccoli, ma anche per tutta la famiglia». Tra le misure che dovrebbero essere prese in considerazione dalle famiglie italiane, spiega Maria Rita Spreghini, nutrizionista del Bambino Gesù, meno televisione, computer e cellulare e più spazio ai cibi sani e al movimento all’aria aperta.

Le attività organizzate al Bambino Gesù per l’Obesity Day sono aperte a tutti: bambini, ragazzi, genitori, nonni e anche ai dipendenti dell’Ospedale che vorranno aderire. Durante la giornata i partecipanti riceveranno materiale informativo e indicazioni da medici e nutrizionisti dell’Ospedale. Su richiesta saranno effettuate consulenze mediche e misurazioni antropometriche per la valutazione dello stato di salute.

Scuola digitale: buoni risultati ma pochi gli istituti all’avanguardia

People For Planet - Lun, 10/07/2019 - 15:14

Education 3.0, ambienti di apprendimento innovativi, laboratori didattici innovativi, biblioteche scolastiche innovative (sì, la parola “innovativo” piace molto): sono gli slogan che si leggono nel sito del Ministero dell’Istruzione a proposito del Piano Nazionale Scuola Digitale (PNSD), il documento di indirizzo del MIUR per il “lancio di una strategia complessiva di innovazione della scuola italiana e per un nuovo posizionamento del suo sistema educativo nell’era digitale”.

Si tratta del momento operativo di quella “Buona Scuola” lanciata con non poca enfasi nel 2015 (legge 107/2015) con l’obiettivo di innovare (sì, ancora questa parola) il sistema scolastico e offrire nuove opportunità di educazione digitale.

Musica invece della campanella

È passato qualche anno da allora, e possiamo tirare le somme (che al momento, purtroppo, assomigliano più a sottrazioni).

Un recente rapporto di Indire (l’Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa) rivela che gli studenti che frequentano scuole dove vengono adottati nuovi sistemi di insegnamento sono più bravi e ottengono in genere risultati migliori nelle prove Invalsi rispetto ai colleghi delle scuole “tradizionali”. Abbandonata la classica campanella d’inizio lezioni – sostituita da una radio che trasmette musica – e finalmente spariti banchi e cattedra, con lezioni interdisciplinari in cui i ragazzi interagiscono da protagonisti, le performance aumentano, l’italiano e persino l’ostica matematica non fanno più paura e i punteggi crescono.

Bene, 7+. Anzi, benino. O meglio: non sufficiente.

I risultati, quindi, sono buoni. E non ci stupisce: vuoi vedere che se – dopo più di 150 anni di un modello scolastico rimasto invariato (il sistema così come lo conosciamo nasce con l’Unità d’Italia, nel 1861) – vengono introdotte alcune novità, gli studenti magari si appassionano un po’ di più e scoprono che la conoscenza può passare anche da canali diversi da social e YouTube?

Le ombre però non sono poche. Intanto i numeri, ancora molto bassi: secondo il rapporto di Indire queste “avanguardie educative” sono presenti in 907 scuole, su un totale di 57.831 istituti scolastici, tra statali e paritari; l’ 1,5% è un indice davvero basso.

L’altra ombra è data da un nuovo studio sulla «dispersione scolastica implicita», firmato da Roberto Ricci e pubblicato oggi sul sito InvalsiOpen.

Le cifre dell’abbandono scolastico: un’ecatombe

Se dunque da un lato la scuola italiana presenta le sue (rare) eccellenze, dall’altro lato le percentuali degli abbandoni sono desolanti: la “dispersione scolastica esplicita e implicita” comprende non solo coloro che non finiscono le scuole superiori ma anche quelli che pur arrivando al diploma finale hanno “un livello di conoscenze così basso che quel pezzo di carta non gli servirà a nulla”.  

La totalità delle due categorie raggiunge numeri che parlano di una vera e propria sconfitta del “sistema scuola”: la media italiana si aggira intorno al 20% con punte che superano il 37% in Sardegna e Sicilia, del 33% in Calabria, del 32% in Campania.

Educazione digitale: obiettivo sufficiente?

L’aspirazione a una “Scuola 3.0” distribuita su tutto il territorio è dunque molto più che legittima, e appare piuttosto come una strada necessaria per evitare un’emarginazione culturale e sociale che molto difficilmente può essere recuperata dopo il tempo dell’obbligo scolastico.

E forse non sarebbe inutile se in questo percorso non ci si chiudesse solo all’innovazione del “mezzo” ma si inserissero anche contenuti antichi come l’uomo ma nuovi per il sistema scolastico: vorremmo una scuola che nel suo manifesto d’intenti comprendesse la conoscenza delle emozioni e che parlasse il linguaggio dell’affettività.

Chissà, magari a prescindere dalla lavagna luminosa e dal tablet a tutti gli studenti e scolari potrebbero diminuire gli abbandoni scolastici. Aspettiamo la Scuola 4.0

Leggi anche:
Scampia: il 13enne con treccine blu che non può entrare a scuola
Sindaco iscrive 15 pecore a scuola per riempire le classi
Scuola sicura e sostenibile: l’Italia non è tutta uguale

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

È partita da New Delhi la Marcia Globale per la Pace

People For Planet - Lun, 10/07/2019 - 12:00

Percorrerà Asia ed Europa, e dopo aver attraversato 16 Paesi arriverà a Ginevra il 25 settembre 2020 (Giornata Mondiale della Pace Internazionale) dopo 360 giorni di cammino e confronto sulle tematiche della pace, la giustizia, l’emergenza ambientale, la povertà, l’emancipazione femminile e giovanile.

Il percorso della Global Peace March Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo

È una delle frasi più celebri di Gandhi e uno degli slogan del movimento per sottolineare le azioni di non-violenza. Il Mahatma è in ottima compagnia: tra i grandi uomini portatori di pace richiamati da Ekta Parishad (il movimento organizzatore dell’inziativa), vi sono infatti, per nominarne solo altri due, Martin Luther King e Nelson Mandela. Uomini che hanno saputo comunicare, promuovere, educare e dimostrare nei fatti la “non violenza”

Per il Manifesto dello Jai Jagat 2020 “pace” non significa essere un “anti-movimento” ma essere orientati a soluzioni reali, rispondendo a quattro grandi sfide globali: l’eliminazione della povertà, l’inclusione sociale, il miglioramento della crisi climatica, l’arresto di conflitti e violenze.

La marcia, appoggiata da centinaia di organizzazioni e associazioni di tutto il mondo, arriverà anche in Italia: a partire dal 25 luglio 2020 attraverserà varie città fra cui Ancona, Assisi, Roma, Arezzo, Firenze, Bologna, Reggio Emilia, Parma, Brescia e Milano.

Immagine di copertina: Pagina Facebook JaiJagat2020

Ottobre: mese dell’educazione finanziaria

People For Planet - Lun, 10/07/2019 - 11:00

Ovviamente con i soldi pubblici di una politica sempre prona al potere di banche, assicurazioni e loro derivati.

Sì, perché in questo paese l’educazione finanziaria è stata affidata proprio ai più maleducati.

Un paradosso: dopo quanto hanno combinato lasciare che giochino questa partita da soli sarebbe come affidare a un pasticciere un corso su come mangiare sano oppure a un mafioso un seminario sulla legalità.

Ma questa «operazione simpatia» verso i clienti non stupisce affatto, perché gli istituti di credito tengono solo  alla propria reputazione. Si tratta della ennesima operazione “vetrina” che tra l’altro nasconde, anche da parte degli enti preposti (Comitato Interministeriale per l’Educazione Finanziaria) una errata analisi dei bisogni formativi.

Non solo per la materia che studio da circa 30 anni ma soprattutto stando tra le persone e ascoltando le loro domande, mi sono reso infatti conto che l’informazione in tema di finanza è troppo tecnica, astratta e poco accessibile a chi non ha una formazione specifica sull’argomento. Seminari, manuali, allegati a quotidiani di settore, trasmissioni con esperti e giornalisti usano un linguaggio troppo complesso, e raramente «parlano semplice».

In questo modo aumenta la confusione delle persone, che finiscono per disinteressarsi o, peggio ancora, per affidarsi al consulente bancario «di fiducia», oppure a privati senza scrupoli, spesso in conflitto d’interessi.

«Cosa devo fare per non mettere a rischio i miei risparmi?»
«Quale banca mi consiglia?»
«Come si legge un estratto conto?»
«Le spese che mi hanno addebitato sono corrette?»
«Quale mutuo mi consiglia per acquistare una casa?»
«Cosa posso leggere, di facile, per capire come difendermi?»

Ecco le domande, semplici, che in tanti mi rivolgono, spesso anche amici e parenti.

Ma quali sono invece le reali esigenze di uno studente, di un pensionato o di un piccolo imprenditore? E di una casalinga, di un operaio o di un’impiegata?

Non certo afferrare la logica che muove i mercati della speculazione o degli investimenti, ma piuttosto comprendere e usare al meglio gli strumenti alla base del rapporto di fiducia con la loro banca. Si tratta di cittadini che non hanno più tempo per acquisire le competenze necessarie a capire i concetti più complessi della finanza: troppo tardi, ormai.

Piuttosto, hanno bisogno di indicazioni precise, pratiche, simili a quelle dei tutorial che cerchiamo sul web quando, per esempio, il nostro smartphone si blocca e vogliamo rimediare da soli. Lo facciamo tutti, senza avere una laurea in ingegneria informatica.

È ormai assodato che la finanza ha un ruolo decisivo nella nostra quotidianità, persino mentre dormiamo. Per quale ragione, allora, nessuno ne spiega i concetti base? Perché non farlo già nelle scuole primarie, anziché solo all’università? La risposta è semplice: ci vogliono ignoranti, manipolabili. E più nei corsi di formazione si parla di concetti anche basilari (come la differenza tra una obbligazione e una azione), più gli squali della finanza capiscono dagli occhi spiritati dei presenti (o dai tanti assenti) che il cittadino medio non capisce una mazza e che quindi può manovrarlo e condizionarlo.

Questo tipo di “educazione finanziaria” spaventa soprattutto il cittadino medio, che non crede di poter capire nemmeno le nozioni più basilari. Infatti, nell’immaginario collettivo la finanza è una materia troppo difficile da padroneggiare in poco tempo e con letture «facili».

La finanza è complessa, è vero, ma sarebbe sbagliato confondere la competenza professionale con la conoscenza divulgativa. Informare il signor Rossi non significa trasformarlo in George Soros ma renderlo un cittadino più consapevole e quindi dotarlo di maggiore potere negoziale.

Dobbiamo smontare lo stereotipo della finanza come materia per pochi eletti, perché ogni argomento, anche il più complesso, può essere spiegato in modo accessibile.

Bisogna utilizzare un linguaggio “diverso”, da controinformazione,  e la saggistica (ma anche l’informazione giornalistica), tranne alcuni casi casi, difficilmente affronta la materia con consigli atipici, spesso non tecnici, suggerimenti che di certo un illustre professore di finanza non si curerebbe neanche di fornirvi, magari arricciando il naso disgustato da tanta semplicità.

Io nel frattempo, da oltre 5 anni, ci sto provando, anche con il supporto di testate come People For Planet. E non solo ad ottobre.

Photo by Adeolu Eletu on Unsplash

Clima, aderisci alla petizione di Clessidre Climatiche

People For Planet - Lun, 10/07/2019 - 10:46

Tic tac, il tempo scorre e l’Unione Europea non ha ancora tracciato una strada comune per far fronte ai cambiamenti climatici e alle conseguenze disastrose che hanno innescato.

L’idea di dichiarare formalmente l’allarme clima, partita ad aprile dall’ambientalista ed eurodeputato nella precedente legislatura (2014-2019) Dario Tamburrano, è stata rilanciata in questi giorni dalle Clessidre Climatiche, un gruppo di attivisti per l’ambiente e la giustizia sociale, attraverso una petizione online indirizzata al Parlamento Europeo. In particolare, si richiede di stipulare un Patto europeo per l’emergenza climatica vincolante per gli Stati Membri che implichi l’adozione entro il 2050 di misure in grado di disincentivare il consumo di combustibili fossili in favore dell’acquisto di prodotti a basse emissioni e di fonti di energia rinnovabile. Ma anche di abolire i vincoli di bilancio al 3% per favorire investimenti pubblici che abbiano il fine di ridurre le emissioni di CO2. Infine, di introdurre una Carbon tax.

Clicca qui per firmare la petizione

Leggi anche:
Il cambiamento climatico si combatte anche a tavola
Groenlandia: chi nega il “climate change” dovrebbe vedere queste foto
Desertificazione e cambiamenti climatici

C’è una sola pianta che cresce in tutte le aree del mondo…

People For Planet - Lun, 10/07/2019 - 07:00

L’orzo è in grado di interpretare le condizioni ambientali in cui si trova e di adeguare il proprio ciclo vitale a diversi habitat. Il merito è di alcuni geni, che “leggono” il territorio e consentono l’adattamento.   Il merito è di alcuni geni che controllano i meccanismi di lettura del territorio e di adattamento: sono questi a far sì che l’orzo sia l’unica pianta tra le specie coltivate in grado di crescere in tutte le aree agricole del mondo, dall’Islanda alla Lapponia, passando per il Tibet a oltre 4000 metri di quota, fino ad arrivare a nord del Circolo polare artico e ai confini del deserto mediorientale, in aree con una piovosità inferiore a 250mm l’anno. La scoperta, che arriva da uno studio pubblicato su The Plant Journal, rappresenta un passo fondamentale per studiare e selezionare varietà della coltura adatte ai cambiamenti climatici e garantire i futuri fabbisogni di cibo.

È la coltura più resiliente

Il riconoscimento di “coltura più resiliente” all’orzo – pianta molto diffusa in Europa, in tutta l’area mediterranea e in Italia, dove è utilizzata sia per l’alimentazione animale che per la produzione della birra – arriva da un gruppo internazionale di 27 ricercatori tra cui alcuni italiani dell’Università degli Studi di Milano, del CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) e del Parco Tecnologico Padano (PTP) Science Park.

Esaminate oltre 400 varietà

Gli studiosi sono riusciti a identificare i geni che rendono l’orzo estremamente adattabile a habitat enormemente diversi tra loro analizzando il genoma di circa 400 varietà della coltura provenienti da più di 70 Paesi. I dati genomici raccolti, spiega Laura Rossini del Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali della Statale di Milano, che ha coordinato il lavoro di sequenziamento in collaborazione con il PTP, «rappresentano una risorsa unica per future ricerche sulla risposta dell’orzo agli stress. Per esempio, potranno essere impiegati per studiare la resistenza alle malattie o alla ridotta disponibilità di acqua, così da applicare queste conoscenze per ottenere varietà migliorate».

Non teme i cambiamenti climatici

«Comprendere la straordinaria capacità di adattamento dell’orzo è fondamentale, di fronte ai cambiamenti climatici in atto, per selezionare le piante da coltivare nei prossimi anni – spiega Luigi Cattivelli, direttore del Centro di ricerca Genomica e Bioinformatica del CREA -. Il clima sta cambiando e l’agricoltura globale deve rispondere alla sfida con piante che cambino di conseguenza, per garantire i fabbisogni di cibo e di altri prodotti di origine agricola».

Foto di Steve Buissinne da Pixabay

Ecologia e sostenibilità nella ristorazione (Video)

People For Planet - Dom, 10/06/2019 - 15:17

Il segreto della sostenibilità nella cucina di un ristorante è l’autoproduzione. Più cose si fanno “in casa” meno si deve acquistare dai fornitori, meno imballaggi, meno sprechi, meno inquinamento.

flowplayer.conf.analytics = "UA-11693000-17"; flowplayer.conf.container = "#player_344"; p = flowplayer(flowplayer.conf.container, { splash: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/344/output/thumb.jpg', aspectRatio: "16:9", key: '$995340359991288', clip: { sources: [ { type: 'application/x-mpegurl', src: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/344/output/Joia_Ecologia.mp4_master.m3u8' }, { type: 'video/mp4', src: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/344/Joia_Ecologia.mp4' } ] } })

Leggi anche:
Alta cucina naturale: una Joia! (Video)
Il Museo del cibo disgustoso
6 diete assurde (e pericolose)

Cervicale, come alleviare il dolore?

People For Planet - Dom, 10/06/2019 - 15:00

Almeno 6 italiani su 10 soffrono di cervicalgia e circa quindici milioni di persone ricorrono alle cure mediche dopo aver consultato ortopedici, fisiatri, fisioterapisti. Il dolore al collo, dunque, è un malessere sempre più diffuso, senza distinzioni fra uomini e donne che, spiega Mario Manca, presidente degli Ortopedici e traumatologi ospedalieri d’Italia (Otodi) durante il 12esimo ‘Trauma Meeting’ in corso a Riccione, non accenna a diminuire: “Il dolore al collo, ma anche alla nuca e alle spalle, coinvolge sempre di più un numero disparato di persone. Molti uomini e donne, indipendentemente dalla loro età sono costretti a vivere con dolori ricorrenti e invalidanti al collo”

(…) Ma cosa si può fare per alleviare tali sofferenze? Gli ortopedici Otodi suggeriscono di sottoporsi a una valutazione specialistica per avere una diagnosi clinica e di conferma dell’origine cervicale del problema. Potranno essere di aiuto farmaci analgesici, associati a volte a farmaci rilassanti la muscolatura contratta, cicli rieducativi e di fisioterapia.

Se la sintomatologia dovesse però associarsi a dolori che si irradiano lungo un braccio, magari con formicolii (parestesie), allora potranno essere necessari ulteriori approfondimenti diagnostici quali ad esempio la risonanza magnetica, avvertono gli ortopedici.“

Continua a leggere su TODAY.IT

Il mixer da cucina in legno che non richiede elettricità

People For Planet - Dom, 10/06/2019 - 10:00

Manuel Immler è uno studente della Libera Università di Bolzano preoccupato per «le conseguenze eco-sociali» di un’economia modellata sull’idea di una crescita infinita e, pertanto, estremamente vorace di risorse.

Per la tesi di laurea magistrale ha deciso di guardarsi attorno partendo dalla propria casa, individuando quegli oggetti che sono prodotti in maniera dispendiosa – ossia causando un elevato consumo di risorse – e provando a pensare «come progettare prodotti e merci in modo tale che i loro effetti dannosi possano essere minimizzati», riducendo il consumo di energia, il trasporto e i rifiuti.

È nato così Pinomixer da cucina multifunzione che non richiede elettricità, è prodotto con l’uso di materiali locali (il corpo è in legno, la base e l’interno sono in acciaio) ed è progettato per durare a lungo.
Leggi l’articolo originale su ZEUS News – https://www.zeusnews.it/n.php?c=27665

Continua a leggere e guarda il video/gallery su ZEUSNEWS.IT

Gli strani casi dell’animo umano: “Gli Sherlock Holmes de noantri”

People For Planet - Dom, 10/06/2019 - 09:30

“…e da oggi potrai pedinare il tuo partner, fotografarlo nei momenti più intimi, ascoltare tutte le sue conversazioni… comodamente dalla poltrona di casa tua!” 

In Italia, solo negli ultimi 8 mesi, sono più di mille le vittime di Stalkerware. 37mila – tra gennaio e agosto – in tutto il globo (fonte Kaspersky, internet security). 

Cosa significa? Che ci sono almeno 37mila persone che si sono prese la briga di scaricare e installare sul telefono del partner (o dell’ex) una spia tecnologica, un software in grado di operare un monitoraggio costante delle attività altrui.

Nel caso siate degli stalker digitali ancora nel buio, vi offriamo un novero di spiegazioni, giustificazioni, risposte (im)possibili da propinare alla vittima, appena smascherati:

  1. Amore, volevo starti più vicino, conoscerti, comprenderti più a fondo. 
    #SoloPerFacceDiBronzo
  2. Scusa, un investigatore privato costava troppo 
    #PerGliIneccepibili
  3. Era un esperimento socio-antropologico
    #SoloSeConPartnerDalQIdiUnAnellide
  4. Sei così bella che non potevo credere che tu amassi proprio me
    #SeLeiTiUccideNessunGiudiceLaCondannerà
  5. La colpa è tua che non mi hai mai fatto sentire al sicuro
    #PerLaSerieSeTiFaiMaleTiDoIlResto
  6. Facciamo una telefonata erotica e poi ci riascoltiamo?
    #PerLeSimpaticheCanaglie
  7. Non girare la frittata! Chi cacchio è questa “Janna Blondie che io si sente tanto sola e voglio che conosce te per croccante amicizia freddo inverno no perditempo”?
    #PerLeCausePerse
  8. Vuoi sposarmi?
    #PerGliArditi
  9. Hai visto che non è vero che non ti ascolto quando parli?
    #OraDigliCheHaTorto
  10. Tesoro, hai fatto gli aggiornamenti?
    #Bomber

P.S. Avvertenze per chiunque sia vittima di questa o altre situazioni di stalking e controllo: chi non si fida di voi, chi vi spia, chi invade la vostra privacy, non vi ama troppo. Non vi ama affatto.

Immagine: Foto di Couleur da Pixabay

Chi ha paura del 5G?

People For Planet - Dom, 10/06/2019 - 07:00

Secondo il New York Times no. L’errore di un ricercatore, amplificato dalla natura umana, che crede più facilmente alle cattive notizie che alle buone, avrebbe provocato una reazione a catena internazionale che adesso si amplifica con l’arrivo del 5G. Eppure i dubbi restano tanti.

Il rapporto dell’ISS

Un rapporto appena pubblicato dall’Istituto Superiore di Sanità sul rischio che lega tumori, telefoni cellulari, radiofrequenze e stazioni wi-fi, ha concluso che “è stata raggiunta una maggiore chiarezza riguardo all’assenza di alcuni effetti negativi sulla salute (…), mentre alcune domande non hanno ancora trovato risposte soddisfacenti e richiedono ulteriori approfondimenti scientifici”. Ad esempio “…rimane un certo grado d’incertezza riguardo alle conseguenze di un uso molto intenso dei cellulari. Inoltre, gli studi finora effettuati non hanno potuto analizzare gli effetti a lungo termine dell’uso del cellulare iniziato da bambini e di un’eventuale maggiore vulnerabilità a questi effetti durante l’infanzia”.

I consigli del CNR

In sostanza quindi “al momento non esistono evidenze scientifiche particolari su impatti negativi delle tecnologie cellulari o WiFi sulla salute, in particolare sullo sviluppo di tumori. Le tecnologie 5G non usano un tipo di onde radio radicalmente diverse dalle tecnologie cellulari precedenti. Anche se il numero di dispositivi connessi è sicuramente destinato a crescere, le potenze trasmissive di ogni singola antenna dovrebbero diminuire, quindi non è, in generale, giustificato attendersi necessariamente un aumento complessivo dell’energia di onde radio a cui saremo esposti”, ci ha precisato Andrea Passarella, del Cnr. Dovrebbe essere sufficiente fare telefonate brevi; usare gli auricolari; non telefonare in auto (che funziona da cassa di risonanza e, muovendosi, costringe l’apparecchio a cercare in continuazione il segnale migliore) e non avvicinare telefoni o i vari device connessi alle teste dei bambini (qui altri accorgimenti) per ridurre l’esposizione e arrivare a un rischio vicino allo zero.

Del resto, anche il New York Times ha di recente collegato le paure di un effetto deleterio di telefoni e pc al fraintendimento di un unico, celebre, ricercatore.

A cosa risale il timore per i rischi alla salute?

Nel 2000, ricostruisce il giornale, le scuole pubbliche della contea di Broward, in Florida, hanno chiesto a Bill P. Curry, consulente e fisico, un parere sul possibile rischio di installare laptop e reti wireless per i loro 250mila studenti. Ricevettero un rapporto allarmante: la tecnologia è “probabilmente un grave pericolo per la salute”. Secondo lo studio la dose di radiazioni ricevute dal cervello aumentava con l’aumentare della frequenza del segnale wireless, fino a diventare pericolosa se si raggiungevano le frequenze wireless associate alla rete di computer. Si parlò di rischio di sviluppare il cancro al cervello.

Il parere di Curry, secondo il New York Times, si è diffuso risuonando tra educatori e consumatori di tutto il mondo, mentre le frequenze di telefoni cellulari, torri cellulari e reti locali wireless aumentavano fino all’attuale tecnologia 5G. Ma, pare, aveva torto.

In sostanza, la lettura di Curry avrebbe tralasciato un filtro naturale e molto potente: la nostra pelle, che funge da barriera, funzionando infatti già con le frequenze ben più elevate della luce solare. Un’ipotesi rassicurante.

Gli studi sono davvero affidabili e indipendenti?

Quello che però non possiamo dimenticare quando si parla di internet, cellulari ecc. è la potenza dell’industria che li sostiene. In pochi casi come nella tecnologia dei cellulari, scrive ad esempio The Guardian, studi scientifici a favore e contro la pericolosità di telefoni e rete wi-fi si alternano di pari passo. Sostanzialmente, scrive il giornale britannico, ove la ricerca è finanziata dall’industria, non si vedono rischi per la salute; mentre al contrario ogni studio indipendente ha chiarito effetti gravi o gravissimi.

Lo stesso rapporto italiano dell’Iss (Istituto Superiore di Sanità), sebbene condotto da organismi importanti e teoricamente indipendenti (l’Ente Regionale per la Protezione Ambientale del Piemonte; l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile; e il Consiglio Nazionale delle Ricerche) ha suscitato molte critiche, chiamando in causa lo stesso problema di indipendenza della ricerca a cui accennava il Guardian, e alcuni medici hanno chiesto di rivedere quei risultati tranquillizzanti: sia l’Associazione Italiana Elettrosensibili che l’Associazione Italiana Medici per l’Ambiente hanno invitato l’Iss a ritirare il rapporto, promuovendo una raccolta di firme per chiedere la rielaborazione del documento.

In sintesi, questi medici affermano che non si ha idea di quali potranno essere gli effetti sulla salute del 5G, mentre in prospettiva abbiamo invece la certezza del fatto che ci sarà “un incremento notevole del numero di impianti installati sul territorio” e che “l’introduzione della tecnologia 5G potrà portare a scenari di esposizione molto complessi, con livelli di campo elettromagnetico fortemente variabili nel tempo, nello spazio e nell’uso delle risorse delle bande di frequenza”.

L’unica cosa che sembra chiara in questa vera e propria guerra di dati e ricostruzioni, punti di vista e aggiornamenti, è  che, nel dubbio, conviene minimizzare la nostra esposizione: spegnendo, allontanando e limitando il più possibile il nostro utilizzo dei telefoni e di ogni tipo di device elettronico, specialmente se connesso.  

Immagine di copertina: Armando Tondo

Anche i pesci provano dolore

People For Planet - Sab, 10/05/2019 - 15:00

Non è vero che le creature acquatiche siano immuni agli stimoli nocicettivi: i comportamenti e le risposte biologiche alle esperienze sgradevoli sono simili a quelli espressi dai mammiferi.

Il fatto che i pesci non si abbandonino a imprecazioni “sonore” non significa che non provino dolore: un nuovo studio dell’Università di Liverpool – una revisione di passate ricerche sul tema, pubblicata su Philosophical Transactions of the Royal Society B – confuta questa diffusa convinzione, e dimostra che le creature acquatiche vivono le esperienze dolorose in modo non così diverso dai mammiferi.

DINAMICHE GIÀ VISTE. Secondo Lynne Sneddon, la biologa che ha firmato il lavoro, molte specie di pesci sono state osservate modificare il proprio comportamento in seguito a uno stimolo doloroso. Alcune diventano meno attive, altre perdono l’appetito, vanno in iperventilazione o strofinano l’area “offesa” come per massaggiarla.

Per esempio il Cymatogaster aggregata, un pesce persico marino che si nutre per suzione, mangia di meno dopo essere stato catturato all’amo e poi rilasciato. 

Continua a leggere su FOCUS.IT

Tumore al seno, i mammografi e gli ospedali da evitare

People For Planet - Sab, 10/05/2019 - 10:00

«Il tumore al seno colpisce una donna su undici. E nessuna vuole mettersi nei suoi panni. Ricordati, la prevenzione è sempre la cura migliore». È l’appello promosso dal ministero della Salute per sensibilizzare ai controlli contro il cancro della mammella che colpisce quasi 62 mila donne l’anno ed è il più diffuso (29% sul totale dei tumori femminili). Come sappiamo, a fare la differenza fra una possibile guarigione e un calvario è la diagnosi precoce. Le visite regolari sono quindi un nostro dovere, mentre l’utilizzo di apparecchiature non obsolete è un obbligo delle strutture sanitarie.

Quando non si vedono le piccole lesioni

Oggi nel 50% dei casi il tumore al seno viene «visto» quando è di dimensioni piccolissime, sotto al centimetro. Lo strumento che lo scova è il mammografo. Nei 396 ospedali italiani ce ne sono di due tipi. Quello digitale di ultima generazione garantisce una definizione dell’immagine più precisa, una migliore capacità diagnostica e minor esposizione alle radiazioni. Nelle strutture italiane, come mostra un report del Centro studi di Confindustria sui dispositivi medici, ce ne sono 1.012.

Dallo stesso documento emerge che ce ne sono 865 ancora analogici di cui 18 con un’età inferiore ai 5 anni, altri 121 considerati obsoleti perché hanno fra i 5 e i 10 anni e 726 che superano i 10 anni. Ovvero l’84% dei mammografi analogici sono considerati pericolosi perché possono non «vedere» le piccole lesioni. Per quel che riguarda i mammografi digitali solo 51 (2%) hanno più di 10 anni.

Continua a leggere e guarda il video di Milena Gabanelli e Simona Ravizza su CORRIERE.IT

Leggi anche la nostra inchiesta su dove è meglio curarsi: Speciale Eccellenze Sanitarie in Italia

Dario Fo e Camilleri

People For Planet - Sab, 10/05/2019 - 08:00

Ho iniziato a mangiare bio nel 1974. Che onestamente era dura riuscirci. Per 10 anni quasi non ho toccato carne (alla carbonara non resisto)… E certamente mangiare sano, poco e con poca carne, mi ha fatto bene.
Però poi guardavo Camilleri che fumava un treno di sigarette al giorno e mangiava come un puma estremista e mio padre, che fino ai 60 si sparava minimo 40 sigarette al dì e per un suo principio religioso non aerava mai le stanze… A Milano, che già di base c’era lo smog da carbone… Che se poi ti fumi l’ultima sigaretta a letto e non arieggi te la rifumi 20 volte durante la notte….

Mio padre è pure famoso nel teatro italiano per essere riuscito a mangiarsi un piatto spaventoso di cassoeûla giusto prima di andare in scena. Una roba che, fisiologicamente, non si può fare…

Tutti gli attori prima di uno spettacolo si fanno un cappuccino, una brioscina, un’insalatina al massimo… Perché se mangi di più poi rutti da bestia e il piloro ti impazzisce. Mio papà una cassoeûla!!! Che è lì che poi ha inventato il Gramelot
Li guardo e mi chiedo: ma com’è che sono arrivati a più di 90 anni e in più sono stati i due autori italiani più prolifici in assoluto?

Mio padre lavorava 9 ore al giorno minimo, dormiva 11 ore e aveva una vitalità enorme.
E per 70 anni ha cambiato città ogni giorno per 4 mesi all’anno e mangiato nei ristoranti (a volte assassini nati) per almeno 180 giorni…
La questione credo sia semplice. Senza voler togliere nulla alla dieta sana e al fatto che non fumare fa bene, bisognerebbe riscrivere la scala delle priorità.

Cibo sano e non fumare valgono 100 punti. Ma avere la passione per l’arte e una vita sociale intensa vale almeno 500 punti.
Bisognerebbe che i medici iniziassero a prescrivere sulla ricetta medica, a fianco delle medicine: tutti i giorni dopo i pasti svolgere attività appassionanti, chiacchierare con gli amici, giocare e fare arte.

Le statistiche dell’OMS peraltro confermano questa elementare verità: chi campa di più non sono i miliardari ma gli artisti e gli scienziati.
E sarebbe bene ricordare anche che regalare qualche cosa agli altri è molto più salubre di una settimana di dieta macrobiotica.
Che se lo sapessero gli avari e gli egoisti

Leggi anche: Sei ottimista? La tua vita sarà molto lunga

Il dubbio dell’ambientalista: volare o non volare?

People For Planet - Sab, 10/05/2019 - 07:00

Viaggiare è uno dei piaceri della vita. Come leggere, studiare e dialogare, è una di quelle attività che non solo regala piacere ma migliora noi stessi, ci rende più aperti, più pronti, più intelligenti. Eppure oggi cresce, e con ragione, la “vergogna di viaggiare in aereo” (neologismo svedese: flygskam) a causa della crescente consapevolezza dell’impatto degli aerei sulle emissioni inquinanti che tanto preoccupano gli scienziati e, oramai, anche i governi, soprattutto in relazione al paventato impatto economico di stagioni non più prevedibili.

I dati dei viaggi aerei

Si calcola che i viaggi in aereo contribuiscano per un 2% alle emissioni globali. Più preoccupante è il fatto che i passeggeri siano raddoppiati dal 2008 al 2018, quando hanno superato i 4,3 miliardi. Si stima che saranno 8,2 nel 2037 (dati International Air Transport Association).

La controtendenza del Nord Europa

La Svezia, patria di Greta Thunberg, era tra i paesi più attivi per numero di viaggi aerei per abitante: tuttavia a seguito dell’ondata di consensi stimolata dalla giovane attivista il numero è sceso solo l’anno scorso di ben il 3,6%. Secondo un sondaggio condotto dal WWF, addirittura il 23% dei cittadini svedesi nel 2018 ha rinunciato a volare per ridurre l’impatto climatico del proprio viaggio, contro il 6% di due anni fa, mentre circa il 18% degli intervistati ha optato per il treno invece dell’aereo. Tra l’altro, l’impegno di Greta non è certamente isolato: Maja Rosén, svedese, ha creato una campagna – Flight-free 2020 – a cui hanno aderito 15mila svedesi solo nel 2018, ed è già nata la risposta gemella nel Regno Unito.

Come far propri questi splendidi esempi, e rinunciare a viaggiare in posti remoti, dove è più bello confrontarsi e conoscere, dove la realtà che ci aspetta è così diversa – così meravigliosamente lontana – dal posto in cui siamo nati?

Rinunciare a volare?

La risposta si chiama compromesso e prende in considerazioni alcuni dati. Prima di tutto, in Svezia, dove il fenomeno è già così ampio, le compagnie stanno correndo ai ripari: aerei di nuova generazione, meno impattanti, o compensazione delle emissioni con progetti in tutto il mondo, pur di frenare l’emorragia di passeggeri. Solo una spinta economica forte può infatti dare la svolta a progetti per ora sperimentali di aerei che viaggiano a emissioni zero o quasi. Quindi il nostro sacrificio – il nostro carissimo sacrificio – sarebbe solo temporaneo: qualche anno senza aerei, o con un viaggio aereo all’anno, per poi godersi solo le risposte delle compagnie costrette a rimediare, e riprendere a viaggiare lontano.

Un po’ come quando nasce un figlio, e per qualche anno – magari 5-6 – metti da parte l’idea dell’Asia o del Sud America, dell’Africa e dell’Australia per assecondare le sue (e le tue nuove) esigenze. Ed ecco che pensi piuttosto alla Francia, alla Basilicata, all’Abruzzo o alla Toscana, ai quei luoghi dove magari non eri neppure mai stato. Un po’ come quando la lentezza delle giornate di un bambino ti fa scoprire che il viaggio può essere già vacanza: il susseguirsi di paesaggi che cambiano graduali, i tempi morti per rivedere le foto nel telefonino o fare un disegno assieme.

Ecco, alla fine ti accorgi che, per un po’, figli o non figli, rallentare e abbassare il tiro piace un sacco, e rilassa già di per sé.

Immagine di copertina: Armando Tondo

In ricordo di Padre Fantuzzi

People For Planet - Ven, 10/04/2019 - 15:00

Marco Bellocchio, nel giorno della designazione del suo film “Il traditore” a rappresentare l’Italia nella corsa all’Oscar, ha voluto ricordare con affetto l’appena dipartita dal mondo terreno di padre Virgilio Fantuzzi, parlando di “un acutissimo interprete, che usava per le sue scoperte un linguaggio semplice, diretto, che è molto raro per un critico

Padre Fantuzzi, scomparso a 82 anni, padre gesuita aperto, è stato un critico cinematografico di chiara fama che dal 1973, sul quindicinale del suo ordine, la Civiltà Cattolica, ha vergato con puntualità analisi di film studiati e radiografati utili a lettori di ogni orientamento. Ultimo erede di una tradizione che ha sempre visto i gesuiti attenti monitoratori del cinema e dei suoi influssi.

Fonte immagine: https://www.avvenire.it/agora/pagine/fantuzzi-gesuita-cinema-vangelo Chi era Padre Virgilio Fantuzzi

Saggista non accademico, capace di instaurare un rapporto intimo e diretto con i migliori registi italiani che da Ermanno Olmi a Paolo Benvenuti risale ai Taviani, Bertolucci, Sergio Citti per giungere alle vette di Pasolini, Rossellini, Fellini, ma ha avuto anche rapporti diretti con Martin Scorsese. Il grande critico Adriano Aprà, amico laico di padre Fantuzzi, chiamato a redigere la prefazione del suo ultimo libro “Luce in sala. La ricerca del divino nel cinema” non a caso l’ha intitolata “Virgilio e i suoi Dante”.

Un punto cardinale della critica cinematografica novecentesca che merita di essere ricordato attraverso la sua eccezionale biografia. Negli anni Sessanta Virgilio Fantuzzi è uno studente religioso che frequenta i corsi di Filosofia e Teologia alla Pontificia Università Gregoriana di Roma. Vorrebbe studiare cinema ma non può accedere al Centro Sperimentale. Sceglie la via diretta. Va a cercare con lo spirito del discepolo i grandi maestri. Pasolini, Rossellini, Fellini lo accolgono e ne diventano amici sodali. Nelle sue memorie padre Fantuzzi ha lasciato scritto: “Avevo il vantaggio dell’ignoranza, perché come studente potevo presentarmi per chiedere qualcosa a qualcuno che sapeva”.

In effetti il rapporto con Roberto Rossellini fu anche favorito da un illustre confratello di Fantuzzi, il futuro cardinale Carlo Maria Martini che gli permette di partecipare ai lavori di rifacimento dei testi dello sceneggiato della Rai Atti degli Apostoli nel 1969, di cui l’allora gesuita era assieme al padre Stanislas Lyonnet, uno dei consulenti biblici. Nasce un’amicizia intellettuale molto intensa tra Fantuzzi e Rossellini. Per il gesuita il cinema di Rossellini sarà un centrale punto di riferimento. Dalla scomparsa del grande maestro del cinema italiano, la famiglia molto allargata dei Rossellini ha fatto celebrare ogni anno alla Civiltà Cattolica una messa di suffragio con padre Fantuzzi sul pulpito a coniugare memoria, spiritualità e settima arte.

Vibrante il rapporto di Fantuzzi con i molti registi agnostici e non credenti

In certe immagini di Bellocchio riscontrava “un’autentica religiosità” che porterà il regista piacentino a seguire Fantuzzi nel dialogo sulla fede “per affetto, per amicizia, ma non per intima convinzione”. Capace di dare per sua stessa ammissione una lettura di “Ultimo tango a Parigi” «larga e non troppo censoria quasi da “confessore” di un’opera complessa e controversa».

Pier Paolo Pasolini

Memorabile il rapporto e l’incontro umano e cinematografico con Pier Paolo Pasolini, regista – ricordiamo – condannato per vilipendio alla religione per l’episodio de “La ricotta” del film “Rogopag”. L’anno successivo, Fantuzzi ancora novizio studente di teologia, vede “Il Vangelo secondo Matteo” e ne coglie una coerenza con il testo evangelico di grande portata. Ricorderà nelle sue note: «Mi sembrò di scoprire, come una no­vità per me sensazionale, la forza del testo evangelico. Fin dall’infanzia avevo sentito leggere e commentare il Vangelo nella messa domenicale. A scuola i professori di esegesi biblica ne smontavano e rimontavano i meccanismi strutturali: la teoria delle forme . Ma solo vedendo quel film mi è sembrato di cogliere, con un so­prassalto, la forza intrinseca del testo, la sua coinvolgente dinamica». Su queste premesse mezzo secolo dopo l’Osservatore Romano di Bergoglio affermerà che è quello il più bel film sulla storia di Cristo.

Fantuzzi diventa amico complice di Pasolini. Il regista invita il gesuita a partecipare alle discussioni della redazione marxista di “Cinema e film”. Il non credente Pasolini si appassiona a scrutare la scelta di farsi prete di Fantuzzi che invece diventerà uno dei più acuti esegeti della ricerca pedagogica e linguistica del regista di Casarsa.

Federico Fellini

Notevole anche il rapporto con Federico Fellini, intenso e costante. Il grande maestro lo vorrà come presenza gradita sul set dei suoi film ( “Andare a trovare Fellini a Cinecittà era come partecipare a una festa piena di colore”) e intrattiene con il gesuita un fervido rapporto. Civiltà Cattolica nel 1960 all’uscita de “La dolce vita” aveva ospitata una feroce stroncatura del film affidata alla penna del gesuita Enrico Baragli. Anni dopo, con un’intervista a Fellini, padre Fantuzzi sulla stessa rivista volle ristabilire la stato delle cose «che rappresentava in un certo senso un omaggio e un atto di riconoscenza verso questo maestro del cinema».

Padre Fantuzzi fu allievo di Metz alla Sorbona apprendendo semiotica, insegnò alla Gregoriana Analisi del linguaggio cinematografico, fu anche buon amico di Gianluigi Rondi, Suso Cecchi D’Amico, Peppino Rotunno. Il direttore dell’Osservatore Romano Monda lo ha definito “Una sorta di rabdomante di Dio nell’insidioso campo dell’arte cinematografica”.

Virgilio Fantuzzi resterà a futura memoria per il suo saper scrivere e per il profondo amore libero che nutriva per il cinema.

Foto copertina: Free-Photos da Pixabay