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Ha solo 25 anni Miranda Wang, la donna che salverà il mondo dalla plastica

People For Planet - Ven, 03/06/2020 - 10:54

Premiata con il Rolex Awards la chimica molecolare Miranda Wang che da quando frequenta il liceo studia un sistema per riciclare la plastica all’infinito con un metodo non inquinante, quindi senza usare combustibili fossili. E ce l’ha fatta.

Attualmente il riciclo della plastica riguarda solo il 9% del materiale. Le difficoltà che impediscono che la percentuale sia più alta sono molte: è difficile “pulire” la plastica, la composizione complessa, il costo e il dispendio energetico del riciclo, la raccolta male organizzata.

Miranda Wang, che insieme all’amica e collega Jennifer Yao guida la startup BioCellection, negli ultimi anni si è concentrata nel trovare un’unica soluzione a queste problematiche, prendendo ispirazione dai batteri.

La missione di BioCellection è quella di «rendere i rifiuti di plastica riciclabili all’infinito»,  ha spiegato la vincitrice dei Rolex Awards. «Viviamo nell’era della plastica e non possiamo evitare di usarla, ma negli ultimi decenni non sono stati fatti grandi progressi nell’innovazione del riciclo di questo materiale».

Così Miranda Wang si è concentrata sullo studio del batterio in grado di mangiare la plastica e ha messo a punto un catalizzatore che riesce a operare a 120° e che trasforma i polimeri plastici in un liquido senza passare per il petrolio. E questa scoperta permetterà di recuperare migliaia di tonnellate di plastica “non riciclabile” trasformandola in qualcosa di riutilizzabile in vari tipi di industria, dai tessuti ai componenti elettronici.

E tutto il processo di conversione dura 3 ore, in questo poco tempo dalla plastica di pellicole industriali o vecchie borse della spesa si ottengono così sostanze chimiche da riutilizzare per produrre suole per le scarpe, componenti per le auto e varie parti tecnologiche.

La scoperta è epocale, con l’impianto di Miranda Wang si possono riciclare oltre 45mila tonnellate di rifiuti di plastica tagliando 320 mila tonnellate di CO2.

Mica bruscolini.

Viva le donne!

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Associazione Clatù: il progetto Scuola e Libertà

People For Planet - Ven, 03/06/2020 - 07:00

Nel contesto di un quartiere cittadino in difficoltà nasce l’opera dell’associazione Clatù che aiuta i bambini, attraverso laboratori didattici, a scoprire le proprie passioni, le proprie capacità, attitudini e a coltivare un futuro.

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Speciale ricette da Gela: la pasta ‘co nivuru ì sicci

People For Planet - Ven, 03/06/2020 - 07:00

E’ una ricetta tipica siciliana che si prepara a casa, non spesso, in determinate occasioni, ma è proposto abitualmente nei ristoranti stellati e nelle trattorie a base di pesce.

Merita veramente di essere gustata e apprezzata!

Ingredienti per quattro persone:

– 300 gr. di spaghetti
– 2 seppie di media grandezza
– 200 gr. di passata di pomodoro
– 100 gr. di polpa di pomodoro
– mezzo bicchiere di vino bianco
– prezzemolo fresco q.b.
– aglio q.b.
– peperoncino q.b.
– olio extra vergine di oliva
-sale q.b.

Procedimento:

Lavare accuratamente le seppie, eliminando le interiora, l’osso ed estrarre con cura la vescichetta contenente il nero.

Quest’ultima operazione la potete far eseguire dal vostro pescivendolo di fiducia.

Staccare i tentacoli e tagliarli in piccoli pezzetti.

In un tegame, rosolate l’aglio con l’olio extra vergine di oliva e non appena sarà dorato, versarvi i tentacoli.

Dopo un paio di minuti di cottura, aggiungere mezzo bicchiere di vino bianco e lasciarlo sfumare.

A questo punto, aggiungete la passata e la polpa di pomodoro.

Nel frattempo, prepariamo il “nero”, versandolo in una ciotolina e aggiungendo un po’ d’acqua calda.

Unite adesso il “nero” nel tegame con la salsa.

Aggiungete se occorre ulteriore “nero” fino a ottenere la classica colorazione aggiustando di sale e pepe.

Cuocere gli spaghetti al dente.

Non appena saranno pronti, scolarli e versarli nella salsa ‘co nivuru ì sicci e mescolateli in modo che gli spaghetti si colorino per bene.

Servire con una spolverata di prezzemolo tritato, e gustatevi questa prelibatezza.

Buon appetito!

Fonte: Gela Le Radici Del Futuro

Sentenza storica: verso lo status di “rifugiati climatici”

People For Planet - Ven, 03/06/2020 - 07:00

Ufficialmente non esiste ancora la categoria dei “rifugiati climatici”, ma una decisione del Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite pone le basi per una tutela maggiore nei confronti dei migranti che fuggono dagli effetti della crisi climatica. Nessun governo potrà rimpatriarli se nel loro luogo d’origine si riscontra un pericolo imminente per la loro vita. Non è una decisione vincolante, ma spinge i governi ad agire in fretta nella lotta contro i cambiamenti climatici e rappresenterà un precedente storico quando si andranno a valutare futuri casi di richiedenti asilo come quello di Ioane Teitiota, da cui tutto è iniziato. Soprattutto, apre le discussioni sulla tutela da offrire a questa particolare categoria di migranti.

La storia di Teitiota

Teitiota nel 2013 aveva infatti avanzato insieme alla sua famiglia una richiesta di asilo in Nuova Zelanda, sostenendo che la sua vita in Kiribati – una repubblica insulare dell’Oceania – fosse in pericolo. Avrebbe potuto chiedere un permesso di soggiorno, ma la sua richiesta di asilo si basava su una serie di rischi legati alla crisi climatica: l’innalzamento del livello del mare, la conseguente scarsità di acqua potabile dovuta alla salinizzazione, l’inefficienza delle misure messe in atto dalle istituzioni per arginare questa crisi. Nell’isola di South Tarawa, da cui Teitiota proviene, la terraferma si è erosa anno dopo anno; la popolazione intanto è cresciuta esponenzialmente (1641 abitanti nel 1947, 50 mila nel 2010) a causa di nuovi abitanti provenienti dalle altre isole della repubblica in cui è già impossibile vivere da tempo; mancando l’acqua per irrigare i campi i raccolti sono diminuiti e si sono moltiplicati gli episodi di violenza per accaparrarsi il poco terreno disponibile. Teitiota più volte ha raccontato la sua storia ai media, catturando l’attenzione sulla situazione dei migranti climatici e puntando i riflettori su questa repubblica del Pacifico centrale, un arcipelago di isole che, secondo le stime, rischiano di scomparire sotto il livello del mare entro il 2050.

Fonte: Bankgog Post Pericolo non imminente

Il ricorso di Teitiota non è stato accolto, il rischio è stato considerato “non imminente”. Le isole Kiribati e i loro abitanti sono effettivamente in pericolo, ma c’è ancora tempo – una decina di anni – perché le autorità mettano in atto tutte le soluzioni possibili per arginare tale pericolo.
Ed è in questo passaggio che la sentenza non ha precedenti. Il Comitato sottolinea che nessun governo può rimpatriare i rifugiati climatici in luoghi in cui la loro vita sarebbe a rischio, in luoghi in cui non vengono adottate misure efficaci contro la crisi climatica, luoghi in cui i rimpatriati subirebbero un trattamento disumano e degradante, luoghi in cui i diritti umani non sarebbero garantiti. Ma, appunto, Kiribati ha ancora tempo per agire e non ci sono prove schiaccianti del pericolo che Teitiota correrebbe al momento.

La strada è aperta

La sentenza apre però la strada al riconoscimento della condizione di “rifugiato climatico”. Non va a impattare sulle responsabilità immediate dei singoli Paesi, non essendo vincolante, ma è un precedente su cui si inizierà a ragionare. Oggi la Convenzione di Ginevra che tutela i rifugiati non menziona i “rifugiati climatici”, ma questa sentenza porta a valutare da una prospettiva differente la situazione: intere popolazioni sono costrette a fuggire da Paesi in cui gli effetti dei cambiamenti climatici sono devastanti e la lotta per contrastarli non è efficace; queste popolazioni si appellano ad un principio di non respingimento che oggi non può ancora essere applicato ma che, evidentemente, va rivisto.

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Immagine di Armando Tondo

Misure di distanziamento sociale: ecco a cosa servono

People For Planet - Gio, 03/05/2020 - 15:00

In questi giorni per via dell’elevata contagiosità del nuovo coronavirus (Covid 19) si sta parlando molto delle misure di distanziamento sociale come metodo di prevenzione della trasmissione del virus. Criticate da alcuni perché ritenute in alcuni casi eccessive (ad esempio, niente abbracci e strette di mano su tutto il territorio nazionale), le misure di distanziamento sociale sono fondamentali, spiega l’istituto superiore di sanità, per evitare una grande ondata epidemica e soprattutto per scongiurare la concentrazione di un picco di casi in un breve periodo di tempo iniziale: è questo infatti lo scenario peggiore durante un’epidemia per la sua difficoltà di gestione. “Nel caso del coronavirus – continua l’Iss – dobbiamo poi tenere conto che l’Italia ha una popolazione anziana, peraltro molto più anziana di quella cinese, e bisogna proteggerla il più possibile da contagi. Le misure indicate dalle autorità quindi vanno seguite nella loro totalità“.

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Gli effetti della distanza fisica tra le persone

Gli effetti dell’applicazione delle misure di distanza fisica tra le persone sono deducibili dal grafico che segue, tratto da una pubblicazione dell’Ecdc, in cui la curva con il picco più alto rappresenta l’evoluzione teorica dei casi in assenza di misure e il picco più basso rappresenta invece l’evoluzione dei contagi se si applicano interventi di prevenzione tra cui le misure di distanziamento sociale (compresi l’isolamento dei pazienti, l’individuazione e la sorveglianza dei contatti, la quarantena per le persone esposte, la chiusura delle scuole e dei luoghi di lavoro, l’adozione di metodi per lezioni scolastiche/universitarie e lavoro a distanza, l’annullamento di eventi che prevedono importanti assembramenti di persone, fino ad arrivare alla restrizione dei viaggi internazionali).

“L’obiettivo del distanziamento sociale, soprattutto in una situazione come quella attuale in cui non ci sono interventi farmacologici attuabili, è ridurre la velocità di diffusione del virus, spostando in avanti nel tempo il picco epidemico e riducendone l’altezza, di fatto ‘spalmando’ i casi su un arco temporale più lungo. Questo porterà benefici riducendo la pressione sul sistema sanitario, già stressato dall’impennata dei casi di influenza tipica di questo periodo”, conclude l’Iss.

Auto: più costa, meno rispetti le regole

People For Planet - Gio, 03/05/2020 - 11:57

Buone notizie. Il costo della tua auto è un fattore predittivo del tuo comportamento: meno soldi ci investi, più tenderai ad essere rispettoso (e sarai anche percepito meglio dagli altri). Lo sostiene un nuovo studio sul tema (vi ricordiamo il recente collegamento tra avere un’auto potente e il QI), condotto da ricercatori dell’Università del Nevada.

Siamo sessisti e razzisti

Lo studio ha analizzato in particolare il nostro comportamento in relazione alla presenza di pedoni in un incrocio di Los Angeles. Prima di tutto ci dice quello che sapevamo già: auto o non auto siamo sessisti e razzisti. Ma lo siamo di più se abbiamo scelto un’auto costosa. I risultati dicono che in generale meno di un quarto delle macchine cede la precedenza ai pedoni, ma se proprio ci si deve fermare, lo si fa più spesso per femmine e bianchi rispetto a maschi e non bianchi.

Il “costo dell’auto è stato un fattore significativamente predittivo del comportamento dei conducenti. Le probabilità di rispettare le regole sono diminuite del 3%, ogni mille dollari del costo del veicolo”, hanno spiegato i ricercatori. “Mentre il sesso e la razza del pedone facevano una certa differenza nel determinare il comportamento al volante, il fattore più importante era il valore commerciale dell’auto”.

Il problema di fondo

Stando agli autori dello studio, la progettazione stradale è parte del problema. Il design urbano è pensato intorno all’auto, con usi del territorio nettamente separati tra aree residenziali da una parte e quartieri destinati allo shopping o all’intrattenimento dall’altra. Di conseguenza vengono create numerose strade ad alta velocità, molto pericolose perché i conducenti tendono ad andare più veloci quanto più è ampia la corsia di viaggio. E notoriamente una maggiore velocità è sinonimo di più pedoni morti. Progettando strade larghe con ampie corsie e più spazio per le auto rispetto alle persone, gli amministratori inviano un messaggio inconscio ai conducenti: andare veloce è normale e le persone a piedi devono togliersi di mezzo o prestare più attenzione. Non a caso, gli ultimi dati parlano di un aumento esagerato della mortalità tra pedoni negli ultimi anni, e la prima causa è la diffusione dei suv.

Scuole chiuse, no ad abbracci e strette di mano, anziani a casa. Basterà contro il Covid-19?

People For Planet - Gio, 03/05/2020 - 11:32

E intanto il presidente della Tanzania saluta con i piedi per evitare il contatto con le mani.

Servizi per l’infanzia, scuole di ogni ordine e grado e università chiusi su tutto il territorio nazionale per i prossimi 10 giorni. Sospese le manifestazioni e gli eventi di qualsiasi natura, compresi meeting, congressi ed eventi sportivi svolti in ogni luogo, sia pubblico sia privato, che comportano affollamento di persone tale da non consentire il rispetto della distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro. E poi: evitare abbracci, strette di mano e contatti fisici diretti con ogni persona e mantenere in ogni contatto sociale una distanza interpersonale di almeno un metro. Il nostro stile di vita dovrà cambiare, e piuttosto radicalmente, almeno – per ora – fino al 3 aprile, sperando che un mese di cosiddette “misure contenitive” sia sufficiente per ridurre il numero di contagi dovuti al nuovo coronavirus, l’ormai famoso Covid 19. Ieri mattina se ne parlava come di “ipotesi”: nel pomeriggio di ieri, invece, le nuove misure per il contrasto, il contenimento e la prevenzione del diffondersi del virus sono diventate parte integrante del nuovo Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri Dpcm del 4/3/2020 , che va in parte a sostituire le misure previste dal Dpcm firmato il 1 marzo (Dpcm del 1/3/2020).

Altre misure di prevenzione

Tra le altre misure igienico-sanitarie previste per arginare il più possibile il rischio di contagio: evitare il contatto ravvicinato con persone che soffrono di infezioni respiratorie acute; starnutire o tossire in un fazzoletto evitando il contatto delle mani con le secrezioni respiratorie; evitare l’uso promiscuo di bottiglie e bicchieri, anche durante l’attività sportiva; non toccarsi occhi, naso e bocca con le mani; coprirsi bocca e naso se si starnutisce o tossisce; non prendere farmaci antivirali e antibiotici, a meno che siano prescritti dal medico; pulire le superfici con disinfettanti a base di cloro o alcol; usare la mascherina solo se si sospetta di essere malato o si assiste persone malate. Viene inoltre raccomandato di mettere a disposizione in tutti i locali pubblici, palestre, supermercati, farmacie e altri luoghi di aggregazione soluzioni idroalcoliche per il lavaggio delle mani.

Anziani in casa

Il documento sottolinea inoltre come sia fatta espressa raccomandazione a tutte le persone anziane o affette da patologie croniche o che soffrono di più patologie ovvero con stati di immunodepressione congenita o acquisita, di evitare di uscire dalla propria abitazione o dimora fuori dai casi di stretta necessità e di evitare comunque luoghi affollati nei quali non sia possibile mantenere la distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro.

Sì ai concorsi pubblici, ma…

Nel Dpcm firmato ieri si parla anche delle procedure concorsuali pubbliche e private, che possono essere regolarmente svolte se vengono adottate opportune misure organizzative volte a ridurre i contatti ravvicinati tra i candidati e tali da garantire ai partecipanti la possibilità di rispettare la distanza di almeno un metro tra di loro.

Niente strette di mano: e il presidente della Tanzania saluta con i piedi

Salutarsi senza stretta di mano, una delle nuove – per noi – misure cautelative per contrastare la diffusione del Covid 19 arriva in realtà dalla Cina, che è la prima nazione in cui si sono verificati contagi per il nuovo coronavirus. Questa misura preventiva sta facendo il giro del mondo e a utilizzarla è anche il presidente della Tanzania John Magufuli che – come riporta il Fatto Quotidiano – in un video diffuso su Instagram (clicca qui per vederlo) usa i piedi per salutare l’esponente dell’opposizione Maalim Seif Sharif Hamad.

“Muri Sicuri” a Garbatella per raccogliere fondi per i terremotati

People For Planet - Gio, 03/05/2020 - 10:28

Per il quarto anno consecutivo il 7 e l’8 marzo torna l’iniziativa Muri Sicuri, promossa da oltre 100 guide turistiche, a Roma, o meglio a Garbatella che festeggia anche il centenario del quartiere

Un’occasione speciale per visitare con una guida il quartiere di Garbatella e ammirare al lavoro tre street artist di fama internazionale: Gômez, Diamond e Solo. Gômez si concentrerà sul tema del terremoto e della difficile rinascita e il duo di artisti Flavio Solo e Diamond celebrerà l’origine del nome Garbatella.

A dire il vero l’origine del nome Garbatella è tuttora oggetto di discussione infatti, secondo un’ipotesi molto diffusa – e che ci piace molto – il quartiere prenderebbe il nome dall’appellativo dato alla proprietaria di un’osteria, di nome Carlotta (o Maria), così tanto benvoluta dai viaggiatori, da essere soprannominata “Garbata Ostella”, successivamente abbreviato in “Garbatella”.

Le donazioni – oltre 30mila euro – raccolte durante le tre edizioni precedenti e destinate alle città di Norcia, Avendita di Cascia (Umbria), Matelica (Marche) e Grisciano (Lazio) sono servite a finanziare le opere di street art e la ricostruzione dei muri distrutti dal sisma.

Le visite, della durata di un’ora e trenta circa, saranno a prenotazione obbligatoria al sito www.murisicuri.it. La donazione è di 10 euro ma ogni contributo maggiore è gradito.

Informazioni utili

Punto di partenza dei tour storici di Garbatella: Piazza Damiano Sauli
Le visite si svolgono, entrambi i giorni, nei seguenti orari:
ore 10.00-11.00-12.00-12.30 e 14.00-15.00-16.00
Orari tour per bambini (necessaria presenza di genitore accompagnatore):
ore 10.00 e 16.00, entrambi i giorni.
La prenotazione on line è obbligatoria.

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Parigi, la bici cresce del 54%. Milano invece perde ciclisti

People For Planet - Gio, 03/05/2020 - 07:00

Parigi ha aumentato l’uso della bicicletta del 54% in un solo anno, secondo i dati diffusi dal governo francese. Guardando all’intera regione parigina dell’Île-de-France, il numero di ciclisti giornalieri è aumentato del 30% tra il 2010 e il 2018, come evidenzia uno studio condotto da Ile-de-France-Mobilités. Nel frattempo, l’uso dell’auto è diminuito del 5% nello stesso periodo.

Milano, cala il numero delle bici

A Milano, invece, la bicicletta sembra perdere piede, nonostante un’amministrazione che ha fatto della mobilità sostenibile un argomento di campagna elettorale. Il 18esimo censimento annuale dei ciclisti urbani organizzato a Milano dall’associazione Ciclobby, lo scorso ottobre, ha visto un calo dei ciclisti milanesi che si attesta intorno all’8% in un anno. Un pessimo segnale per una città che già pedalava molto poco.

Roma non pedala proprio

L’indice di Copenhagenize 2019 – che al solito pone in testa Copenhagen, Amsterdam e Utrecht tra le città dove è facile muoversi in bici – non riporta alcuna città italiana nella sua classifica delle 20 città amiche della bici. Con Atene, Tallin e La Valletta, Roma è l’ultima tra le capitali europee, con l’1% di tutti gli spostamenti dei suoi abitanti in bici (Copenhagen è al 58%, Amsterdam al 53% e Lubiana al 26%). 

Oltre un milione di persone in Italia, per la precisione 1.066.000, utilizza la bici per andare a scuola o al lavoro, il che equivale a 18 utilizzatori ogni 1000 abitanti. La più elevata propensione a usare la bici negli spostamenti urbani è a Bolzano, in Emilia Romagna, in Veneto, a Trento, in Friuli Venezia Giulia e in Lombardia (Confartigianato 2018). Ma, come detto, nelle nostre regioni “virtuose”, ci sta una Milano in discesa.

Come ce l’ha fatta Parigi

Se confrontarci con il Nord Europa ci avvilisce, un parallelo con i nostri vicini di casa può aiutarci a prendere esempio. Parigi è riuscita ad avviare con forza il cambiamento, costruendo 1000 km di nuove piste ciclabili in un anno, e il 37% è già terminato. Ha introdotto 10mila nuovi posteggi sicuri per la bici nelle vie della capitale. L’amministrazione incoraggia i cittadini a usare la bici per andare al lavoro ogni giorno, nelle parole e con i fatti (la sindaca Hidalgo la usa quotidianamente) e non solo per sport o divertimento. Lo scorso ottobre ha segnato un record, con oltre 200mila persone in sella alla loro bici in un solo giorno (fonte: The local). Non certo da ultimo, Parigi ha chiuso (nel 2016) la riva sinistra della Senna al traffico motorizzato, creando soste vivibili ovunque. Il perché è chiaro: per rendere una città più golosa per i ciclisti, serve renderla meno accessibile alle auto. «Pensiamo all’individuo, prima di tutto», ha detto Hidalgo al New York Times.

Il pugno duro

Come ogni ciclista sa, e come Anne Hidalgo ha recente ricordato a France24, «andare in bici è oggi il modo più veloce e semplice di muoversi in città». La sua amministrazione ha usato il pugno duro per convertire la mentalità dei parigini, estremamente abituati all’uso dell’auto. Le sue prime scelte hanno dovuto affrontare aspre critiche, anche per i lavori di costruzione delle piste ciclabili, che hanno a lungo rallentato il traffico cittadino. Rigida la riduzione dei posti auto in strada, che hanno anche visto un aumento dei prezzi per il parcheggio. Ad oggi, il numero di persone che va al lavoro in bici è ancora basso, come sottolineano i dati del governo: solo il 3% dei francesi lo fa. Ma il Paese è determinato a triplicare il dato entro il 2024, e sfidare addirittura la capitale europea del ciclismo, Copenhagen, dove 2 persone su 3 ogni giorno si muovono in bici (dato Cycling Embassy of Denmark). Secondo il già citato Copenhagenize Index, Parigi ha già scalato 5 gradini salendo nel 2019 all’ottavo posto tra le città più accessibili per chi si muove in bici.

Milano e Roma: che fare?

Secondo Paolo Pinzuti, che con lo slogan “Rendiamo l’Italia un paese ciclabile” lavora da anni al fianco della politica e delle aziende per diffondere la cultura della bicicletta attraverso la sua società Bikeconomist, Milano e Roma hanno 5 passi da fare – prima di altri – se non vogliamo restare proprio le ultime metropoli europee a cambiare faccia:

1. Contrastare la sosta selvaggia in modo strutturale e continuativo.

2. Pianificare le attività attraverso un biciplan (come previsto dalla legge 2/2018).

3. Realizzare una RETE portante di itinerari ciclabili, che comprenda quindi i raccordi, e non solo “pezzetti” di piste sparsi per la città.

4. Realizzare interventi di moderazione del traffico 

5. Mettere in sicurezza le intersezioni

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Italia, tra isteria e coraggio

People For Planet - Mer, 03/04/2020 - 15:00

Cosa scrivono della situazione italiana i media più accreditati a livello internazionale? Cosa si sa all’estero della situazione nel nostro Paese? Una veloce rassegna da Stati Uniti, Spagna, Francia, Germania, Regno Unito.

New York Times (Usa): Italia, Coronavirus Lab europeo

Da una corrispondenza di Beppe Severgnini dall’Italia. Nelle conversazioni, le battute spaventose si mescolano con dati scientifici mal digeriti. I virologi – che cercano di spiegare cosa sta succedendo e, cosa più importante, cosa aspettarsi – sono diventati nomi familiari. A volte litigano tra loro, aggiungendo confusione al mix.

Quindi gli italiani sono confusi e spaventati, non c’è da stupirsi. I media non parlano di nient’altro e aggiungono immagini allarmanti per fare il punto. Vediamo più maschere in TV e online che nelle strade semideserte di Milano.

L’umore impulsivo della recente politica sembra aver trovato terreno fertile, mettendo l’Italia in preda a una sorta di populismo sanitario innescato dalla paura, dall’allarme e dalle informazioni affrettate, con la paura che si trasforma in panico e la prudenza in diffidenza e litigi politici.

L’Italia vive in un tempo strano, sospeso. Milano, la sua città più energica, sembra ansiosa di tornare al lavoro come al solito, ma non sarà veloce, né facile. Il Paese trattiene il respiro e aspetta.

The Guardian (UK): Italia Paese di anziani

“L’Italia è un paese di anziani”, ha affermato il prof. Massimo Galli, direttore delle malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano. “Gli anziani con patologie precedenti sono notoriamente numerosi qui. Penso che questo potrebbe spiegare perché stiamo assistendo a casi più gravi di coronavirus qui che, ripeto, nella stragrande maggioranza dei casi, che iniziano lievemente e causano pochi problemi, specialmente nei giovani e certamente nei bambini.”

 “La nostra aspettativa di vita è tra le più alte del mondo. Ma sfortunatamente, in una situazione come questa, le persone anziane sono più a rischio di un risultato grave. “

Tra i testati vi è Papa Francesco, 83 anni, costretto a cancellare gli impegni di questa settimana a causa di un raffreddore. Ha restituito un risultato negativo, secondo quanto riportato dal quotidiano Il Messaggero.

El Mundo (Spagna): Italiani a un metro di distanza

Il Governo ha deciso l’adozione di misure per evitare l’agglomerazione di persone in modo che possano mantenere almeno un metro di distanza tra loro. È lo spazio minimo, secondo gli esperti, per evitare che le particelle di saliva che si disperdono quando si parla, si tossisce o si starnutisce possano raggiungere le persone intorno.

Der Spiegel (Germania): Italia tra isteria e coraggio

Zone con barriere, autorità in stato di emergenza e persone che stanno lentamente superando il panico e si stanno abituando a convivere con il virus.

La polizia italiana ha bloccato la strada di accesso alla piccola comunità di Casalpusterlengo, a circa un’ora di auto a sud-est di Milano. I carabinieri spiegano ai conducenti che nessuno può guidare nella “zona rossa” a causa del coronavirus. La zona rossa è un’area di quarantena chiusa che comprende dieci comuni dove vivono 50.000 persone. Circa la metà delle persone infette dal virus in Italia sono proviene da questa zona.

“Devo entrare”, dice una giovane donna. Si trova di fronte al poliziotto e sembra determinata.
“Non capisci”, risponde il carabiniere, che indossa una maschera bianca. “Se entri qui, potresti essere infettata.”
“Devo andare lì”, ripete la giovane con calma. Ha una valigia con sé e alcune borse. “Devo prendermi cura di qualcuno lì dentro.”

Si scopre che la donna ha un parente anziano in uno dei Comuni e la sua famiglia ha deciso ieri a cena che la giovane donna vada a prendersi cura del parente. La donna sa che può essere lasciata entrare ma non uscire. Sa anche che il tasso di mortalità è stimato intorno al tre percento tra quanti contraggono il virus. 

Le Monde (Francia): La Cina teme il ritorno del virus dall’Italia

Ironia della sorte, per l’epidemia del nuovo coronavirus, che sembra essere in declino in Cina ma continua a guadagnare slancio altrove, le autorità cinesi ora temono nuove contaminazioni da pazienti infetti all’estero. Hanno riferito martedì 3 marzo otto casi di coronavirus nelle persone di ritorno dall’Italia. Questi casi sono stati registrati nella provincia di Zhejiang (Est), tra i cittadini cinesi che sono tornati la scorsa settimana dall’Italia.

La Cina ha implementato una serie di misure per cercare di impedire che i suoi sforzi di contenimento vengano spazzati via dal contagio introdotto nel paese. I viaggiatori che arrivano a Pechino da paesi colpiti dal virus – tra cui l’Italia – devono rimanere in isolamento per quattordici giorni.

Immagine: Schermata della Mappa in tempo (quasi) reale di diffusione del Coronavirus realizzata dal Johns Hopkins Center

Per contenere il Covid-19 saranno vietati abbracci e strette di mano?

People For Planet - Mer, 03/04/2020 - 12:06

Molto probabilmente gli italiani dovranno cambiare stile di vita per almeno un mese: no alle strette di mano, no agli abbracci, rimandati a data da destinarsi meeting, congressi e manifestazioni, anche quelle sportive. E le partite di calcio potranno essere effettuate solo a porte chiuse. Potrebbero essere queste alcune delle misure contenute in un nuovo Dpcm (decreto del Presidente del Consiglio dei ministri) per aggiornare i provvedimenti in campo sanitario relativi all’emergenza Coronavirus. Come riporta l’Ansa, queste nuove misure comportamentali per arginare il dilagare dei contagi del nuovo Coronavirus potrebbero essere tra gli argomenti della riunione iniziata a Palazzo Chigi questa mattina tra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e i ministri (qui il Dpcm del 1 marzo 2020).

Il premier ha affermato anche che nel nostro Paese la situazione “è seria” e che, sebbene per ora non sia stata richiesta la chiusura delle scuole in tutta Italia, è una misura da non escludere qualora gli esperti la ritenessero opportuna.

Il “bollettino” in Italia

Attualmente nel nostro Paese il numero dei malati continua a crescere: alla mezzanotte di ieri erano 1835, di cui 927 asintomatici o con sintomi lievi in isolamento a casa propria, 742 ricoverati con sintomi (il 40% del totale dei contagiati) e 166 in terapia intensiva (circa il 10%). Se le vittime sono 52, i guariti sono arrivati a 149, con ben 66 in più in un solo giorno. E se due giorni fa l’incremento dei malati era stato del 50%, ieri si è fermato a ‘solo’ il 16%, con 258 casi in più. Forse è presto per parlare di rallentamento dei contagi, ma si tratta comunque di un dato “confortante”, secondo il capo dipartimento della protezione civile Angelo Borrelli.

Non è pandemia

Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità non è ancora pandemia. “Contenere il Covid19 è fattibile. Con misure precoci e aggressive si può interrompere la trasmissione”, ha detto il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus. “Stiamo monitorando la situazione ogni momento di ogni giorno e analizzando i dati. L’Oms non esiterà a descrivere questo coronavirus come una pandemia se questo è ciò che i dati suggeriranno”.

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“Lo smog è una pandemia: – 3 anni di vita ovunque nel mondo”

People For Planet - Mer, 03/04/2020 - 11:14

Ancora non è chiaro perché non spaventi nessuno – al contrario della meno grave epidemia di Coronavirus in corso – ma l’inquinamento atmosferico toglie anni di vita in tutto il mondo, più di guerre e violenze, più di malattie come la malaria o l’Hiv, più del fumo. Lo sostiene un vasto studio pubblicato sulla prestigiosa rivista ‘Cardiovascular Research‘, i cui relatori (Jos Lelieveld e Thomas Münzel dell’Istituto Max Planck) specificano: il mondo sta affrontando una “pandemia”. Lo smog infatti accorcia in media di 3 anni la vita delle persone, ovunque nel mondo (e molto di più, naturalmente, nelle città più trafficate, come Milano). Una delle principali fonti di smog, il trasporto su gomma, è imputato tra l’altro di un elevato aumento delle morti per incidenti, causati prima di tutto dai mezzi più inquinanti: i suv.

Lo studio

Lo studio è arrivato a queste conclusioni utilizzando un nuovo metodo di analisi degli effetti di varie fonti di inquinamento atmosferico sui tassi di mortalità. In base a questi calcoli, l’inquinamento atmosferico globale ha causato 8,8 milioni di morti premature extra l’anno nel 2015. “Significa un accorciamento medio dell’aspettativa di vita di quasi tre anni per le persone in tutto il mondo”, spiegano gli autori. A confronto, il fumo di tabacco riduce l’aspettativa di vita in media di 2,2 anni (7,2 milioni di decessi extra), l’Hiv/Aids di 0,7 anni (1 milione), malattie come la malaria 0,6 anni (600.000 morti) e tutte le forme di violenza (comprese le guerre) 0,3 anni (530.000 morti).

Lo smog ferma il cuore

I ricercatori hanno applicato l’effetto dell’inquinamento atmosferico su sei categorie di malattie: infezioni delle basse vie respiratorie, malattia polmonare ostruttiva cronica, cancro ai polmoni, malattie cardiache, malattie cerebrovascolari che portano a ictus e altre patologie non trasmissibili, fra cui ipertensione e diabete. Hanno così scoperto che le malattie cardiovascolari sono responsabili della parte maggiore dell’effetto dell’inquinamento atmosferico sull’aspettativa di vita.

Hanno anche avuto conferma che l’inquinamento atmosferico ha un effetto più grave nelle persone anziane, e nei bambini con meno di cinque anni nei Paesi a basso reddito, come Africa e Asia meridionale. A livello globale, circa il 75% dei decessi attribuiti all’inquinamento atmosferico si verifica nelle persone con più di 60 anni.

Venerdì 6 marzo 2020 torna M’illumino di Meno

People For Planet - Mer, 03/04/2020 - 10:34

La trasmissione Caterpillar e Radio2 chiedono agli italiani di spegnere le luci che non sono indispensabili: un gesto simbolico, e non per questo meno concreto, per tutelare il pianeta Terra.

Quest’anno l’iniziativa serve anche a mettere a dimora un filare di 500.000 alberi che simbolicamente parta da Pino Torinese per arrivare ad Alberobello, perché piantare alberi e piante aiuta a mitigare il riscaldamento climatico e a salvare il pianeta.

“M’illumino di Meno” nasce nel 2005 quando parlare di stili di vita sostenibili e risparmio energetico sensibilizzava poche persone, oggi l’argomento è conosciuto da un pubblico decisamente più vasto ed ecco che si può pensare ad ”alzare l’asticella” e provare ad  aumentare gli alberi, le piante, il verde intorno a noi.

Sul sito si legge:

L’invito di Caterpillar è piantare un albero, perché gli alberi si nutrono di anidride carbonica. Gli alberi sono lo strumento naturale per ridurre la principale causa dell’aumento dei gas serra nell’atmosfera terrestre e quindi dell’innalzamento delle temperature

Gli alberi e le piante emettono ossigeno, filtrano le sostanze inquinanti, prevengono l’erosione del suolo, regolano le temperature

Gli alberi sono macchine meravigliose per invertire il cambiamento climatico. Per frenare il riscaldamento globale bisogna cambiare i consumi, usare energie rinnovabili, mangiare meno carne, razionalizzare i trasporti. Tutti rimedi efficaci nel lungo periodo. Ma abbiamo poco tempo e il termometro globale continua a salire.

Gli scienziati di tutto il mondo concordano: riforestazione. 

Caterpillar invita Comuni, scuole, aziende, associazioni e privati a piantare un tiglio, un platano, una quercia, un ontano o un faggio.
Ma anche un rosmarino, un ginepro nano, una salvia, un’erica o una pervinca major: tutto quello che si può piantare su un balcone.

Sul davanzale un geranio. E maggiorana, basilico, timo e prezzemolo: piantare un giardino sulla finestra. 
Piantare viole del pensiero, ortensie e petunie  in un vaso appeso alla parete. Piantare erba gatta.

Col vostro aiuto vorremmo piantare un filare di 500.000 alberi che simbolicamente ci porti da Pino Torinese fino ad Alberobello, perché piantare alberi e piante aiuta a mitigare il riscaldamento climatico e a salvare il pianeta.

Inoltre nell’anno in cui “M’illumino di Meno” precede i festeggiamenti dell’8 marzo Festa della Donna, Caterpillar lancia la “Super Mission“: far arrivare il messaggio di “M’Illumino di Meno” a due figure femminili che in questo momento rappresentano a livello globale l’impegno per la salvaguardia del pianeta: Greta Thunberg e Jane Fonda.

L’edizione 2020 di M’illumino di Meno è quindi sempre di più verde, globale, transgenerazionale e al femminile.

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Coronavirus e Banche: leggete questi consigli…

People For Planet - Mer, 03/04/2020 - 07:00

Sembra un film già visto. Quando il mondo sta per crollare di fronte a un terremoto, le banche pensano (o fanno credere) sempre che l’unico palazzo che rimarrà in piedi è il loro.

Era successo già con Lehman Brothers nel 2008, si sta ripetendo di fronte alla epidemia dovuta al coronavirus.

Non è cosi. Un sistema già vacillante sta ricevendo altri forti scossoni per effetto della crisi economica e finanziaria che inevitabilmente coinvolgerà il mondo delle banche.

Aumento degli NPL (crediti di difficile recupero) e quindi del costo del rischio, calo della produttività interna, probabile taglio dei tassi e collegata ulteriore riduzione dei ricavi, crollo dei mercati azionari e obbligazionari: ecco lo scenario che si presenta al sistema finanziario.

Ma oggi, su queste colonne, piu che fare un analisi del sistema dobbiamo chiederci cosa succederà ai cittadini che hanno un rapporto con le banche.

E l’atteggiamento da struzzo produce più danni della conoscenza della verità.

Lo so bene. Io so e ho le prove

Nel 2008, quando si verificò il default di Lehman Brothers, ero dall’altra parte. Ci comportammo in maniera subdola ma dall’altro lato avevamo un popolo di utenti che metteva la testa sotto la sabbia per non vedere e capire.

Sapevamo che il fallimento di Lehman Brothers avrebbe danneggiato migliaia di correntisti, sebbene, già dal giorno successivo al crac della banca d’affari americana, le direzioni generali degli istituti di credito italiani sostenessero il contrario.

Il fine settimana lo avevamo trascorso attaccati al nostro BlackBerry facendo scommesse via email, sms e chat. La domanda era sempre la stessa: «Fallisce?». La maggior parte di noi rispondeva ostinatamente di no. Tutti pensavamo – forse anche per scongiurare l’ipotesi che un giorno potesse capitare anche a noi – che la Federal Reserve sarebbe intervenuta. Invece, quando alle otto di lunedì 15 settembre 2008, appena arrivati in ufficio, accendemmo i nostri computer, le agenzie di stampa battevano la notizia che Lehman Brothers, la terza banca per dimensioni negli Stati Uniti, aveva portato i libri in tribunale ed entrava ufficialmente sotto tutela fallimentare. La scommessa era stata persa. In tutti i sensi.

Nei nostri uffici i telefoni squillavano all’impazzata, i clienti, già scottati da ciò che era avvenuto proprio all’indomani dell’inferno di Ground zero, volevano spiegazioni, erano preoccupati, ansiosi, impauriti di perdere i propri risparmi.

In quello stato di agitazione generale, chiedemmo subito aiuto al top management per avere delle direttive da seguire con i correntisti. Le prime email che ci arrivarono dall’alto suonavano più o meno così:

«Tranquilli, state sereni. La vicenda Lehman Brothers è un fatto esclusivamente americano». Secondo i capi supremi, quello dei mutui subprime – concessi a chi non aveva neppure un dollaro ma aveva il diritto di comprare una casa – era un fenomeno che riguardava solo gli americani, che si erano lanciati nel business della finanza creativa. In sostanza, dovevamo rassicurare i clienti come se il fatto non ci riguardasse.

Ma non era così. E la storia degli ultimi 12 anni lo ha dimostrato.

La crisi di oggi

Chiediamoci quindi, oggi, quali effetti potrebbero riversarsi sui cittadini a causa della crisi economica e finanziaria prodotta dalla epidemia. Immaginiamo uno scenario per loro e suddividiamoli in due categorie: quelli che prendono soldi a prestito dalle banche e quelli che invece hanno i loro risparmi gestiti dagli istituti di credito.

È venuto il momento che, cari lettori, dovete RI-leggerci. Si, perché People For Planet ha già affrontato questi temi e ve li riproponiamo prima che sia troppo tardi.

Nel primo caso (coloro che  vorrebbero prendere o hanno già preso soldi in prestito dalle banche), si avvicina a un periodo di ulteriore “stretta creditizia” che, tradotto, significa che si faranno meno prestiti e che si chiuderanno i rubinetti a coloro che hanno già ricevuto finanziamenti. Leggete questi consigli e reagite subito.

Nel secondo caso (coloro che hanno affidato i loro soldini in gestione al sistema bancario) vi invito a rileggere quanto già scritto su queste colonne in merito alla attività di controllo degli investimenti in momenti di panico:

Le TRE regole per investire bene:
Regola n. 1: Per investire bene è necessario saper controllare e controllarsi
Regola n. 2: Ottimizzare gli investimenti
Regola n. 3: Il pilota automatico, il vero compagno dell’investitore

At last but not the least, mi preme dirvi che non risponderò agli struzzi e ai coccodrilli.

Noi ve lo avevamo detto come comportarvi.

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Imprenditori: cosa fare per combattere la stretta del credito autunnale

Foto di Gerd Altmann

Basta ricatti da Erdogan: l’Europa agisca, per se stessa e i bambini di Lesbo che tentano il suicidio

People For Planet - Mar, 03/03/2020 - 16:38

Finché ci sono persone disposte a rischiare la vita per venire in Europa, significa che questo vecchio continente ha l’artrosi, ma non è morto. Se lo ricordi, e agisca di conseguenza.

Caos nelle Isole Greche sotto le cariche neonaziste

La Turchia non blocca più i profughi siriani in fuga dalle zone che lei stessa attacca.
Atene ferma le richieste di asilo per un mese.
Nelle isole di Lesbo, e Chios è è guerriglia e devastazione da giorni.

A farne le spese, stavolta, non solo i rifugiati, ma anche gli attivisti, i volontari, i giornalisti: rastrellate le loro case, incendiato il centro dell’Unhcr destinato agli afghani, sequestrate e distrutte le attrezzature, il cibo, incendiati i magazzini con depositati gli aiuti. Ciò che sta accadendo dall’1 marzo, dopo che Erdogan ha “riaperto il rubinetto” dei rifugiati non è più sotto il controllo nemmeno della polizia greca.

Fuori dal campo di Moria, a Lesbo, migranti, volontari e giornalisti sono sotto scacco dei gruppi di estrema destra che hanno organizzato veri e propri checkpoint: se non sei greco vieni aggredito con bastoni, ti viene sequestrato e distrutto ogni tuo avere, che sia una telecamera o un paio di scarpe, e non puoi accedere al campo né in altre zone. Non puoi nemmeno scappare via mare, perché la guardia costiera greca presidia le coste e adotta manovre di allontanamento spregiudicate, in grado di di ribaltare qualsiasi gommone. Sono morte già due persone: un bambino di 4 anni, annegato dopo che il gommone in cui viaggiava con i genitori si è capovolto, e un ragazzo di 22 anni, Mohammed El Arab, scappato da Aleppo, di Aleppo, prima tramortito poi ucciso da una pallottola di gomma sparata dalla polizia. 

I bambini dei Centri profughi tentano il suicidio

I migranti paradossalmente più al sicuro sono quelli che si trovano dentro il centro profughi: quel centro profughi, dove, solo da febbraio a giugno del 2018, le équipe di Medici Senza Frontiere avevano osservato che quasi un quarto dei bambini (18 su 74) aveva praticato autolesionismo, tentato il suicidio, pensato di togliersi la vita. A Lesbo la pressoché totalità dei bambini soffre di mutismo selettivo, attacchi di panico, ansia, scatti d’ira e incubi costanti. Una situazione destinata a collassare: tra domenica e ieri nelle tre isole greche di Lesbo, Samos e Chios sono arrivate 1.200 persone, e prima di questa nuova ondata, solo a Moria, a fronte di una capienza complessiva di 3mila posti, si accalcavano 22mila migranti. 

I miliardi alla Turchia

Intanto nella scacchiera geopolitica vanno in scena le solite mosse di gioco: il Presidente della Turchia prima richiede altri miliardi all’Europa, poi, per risultare sufficientemente convincente, aumenta il numero dei profughi nella Siria del Nord compiendo rappresaglie a pretesto degli attacchi che le forze curde, aiutate dalla Russia, compiono alle milizie turche. Da ultimo apre la strada verso l’Europa ai rifugiati. Una coreografia ben studiata in ogni passo, che finora è valsa miliardi alla Turchia.

Una coreografia che è iniziata nel 2002 con il Turkey-Pre-Accession Instrument che tra il 2002 e il 2006 ha garantito alla Turchia fondi per 1,3 miliardi, presto triplicati: 4,8 miliardi tra il 2007 e il 2013, 4,5 tra il 2014 e il 2020.  Nel 2016, in particolare, era stato stanziato un pacchetto da 3 miliardi finalizzato al solo scopo di contenere il flusso dei profughi. Profughi provenienti dai territori colpiti dalla stessa Turchia.

Tra il 2002 e il 2020 Ankara ha incassato e complessivamente incasserà dalla Ue qualcosa come una quindicina di miliardi. Soldi stanziati, inizialmente, per aiutare la Turchia ad avvicinarsi agli ideali politici dell’UE. I contributi elargiti dall’Europa formalmente hanno l’obiettivo di “rafforzare la democrazia”. L’adozione di corridoi umanitari da parte dell’Europa non è più rimandabile, tanto più che dalla Grecia il caos si espanderà nei Balcani, sarà sempre più incalzante. Anche in previsione di questo, l’Europa doveva rafforzarsi su quel fianco, anche perciò non doveva rinviare i negoziati di ammissione con Macedonia del Nord e Albania, finora appannaggio esclusivo degli Stati Uniti, che a loro volta hanno passato la palla alla Turchia.

L’Europa è viva

A ricordarglielo sono proprio quelle persone che finora ha respinto. Lo ripetiamo: finché ci saranno persone disposte a rischiare la vita per venire in Europa, significa che questo vecchio continente ha l’artrosi, ma non è morto. Se lo ricordi, e agisca di conseguenza.

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L’intollerabile infamia contro i curdi

(Foto via Unicef)

Cannabis, negli Usa aumenta il consumo da parte degli over65

People For Planet - Mar, 03/03/2020 - 13:24

Negli Stati Uniti è in crescita il consumo di cannabis tra le persone con più di 65 anni di età. Il dato arriva da uno studio pubblicato sulla rivista Jama Internal Medicine da cui emerge che in dieci anni il consumo di cannabis nella popolazione di questa fascia di età è salito dallo 0,4% nel 2006-2007 al 2,9% nel 2015-2016, aumentando di ben sette volte. Gli incrementi maggiori sono stati registrati tra le donne, tra le persone più istruite e tra i soggetti con il reddito più alto. 

Legalizzazione per uso ricreativo e medico

Ad oggi sono undici gli Stati americani che, insieme con il District of Columbia, hanno legalizzato la cannabis per uso ricreativo, mentre altri 33 Stati hanno legalizzato quella medica. “Con la legalizzazione della cannabis in molti Stati per scopi medici e/o ricreativi, c’è un crescente interesse nell’uso della cannabis per trattare una varietà di condizioni di salute a lungo termine e sintomi comuni tra gli adulti più anziani“, hanno scritto gli autori dello studio. Che spiegano che, alla luce di questi risultati, sarà importante in futuro continuare a monitorare il consumo di cannabis da parte delle persone appartenenti a questa fascia di età e, allo stesso tempo, sensibilizzare e informare su quelle che possono essere le conseguenze sulla loro salute dovute all’uso di cannabis.   

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“Non è cristiano chi non aiuta gli altri”

People For Planet - Mar, 03/03/2020 - 09:40

Io credo, noi crediamo, questo il titolo del nuovo libro di Papa Francesco che raccoglie le conversazioni con Don Marco Pozza trasmesse da TV2000.

“Quando vedo cristiani troppo puliti che hanno tutte le verità, l’ortodossia, la dottrina vera, e sono incapaci di sporcarsi le mani per aiutare qualcuno a sollevarsi: quando vedo questi cristiani io dico: ma voi non siete cristiani, siete teisti con acqua benedetta cristiana, ancora non siete arrivati al cristianesimo“.

Don Marco Pozza è il cappellano del carcere di Padova che aveva già intervistato il Papa sul Padre Nostro e sull’Ave Maria. Il Papa ripercorre il Credo per spiegare il senso di una fede che non è un’ideologia avulsa dalla realtà. “Il nostro comandamento principale è l’amore“.

In questi giorni ci sembra un messaggio importante.

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Il reggiseno d’emergenza che salva te e chi vuoi tu

People For Planet - Mar, 03/03/2020 - 09:03

Ci abbiamo riso tanti anni fa, adesso potremmo valutare di acquistarlo anche a epidemia terminata: le sue applicazioni sono infatti davvero molte.

Ideato ai tempi di Chernobyl

Il reggiseno che si trasforma in due mascherine – vincitore del premio Ig Nobel 2009 per la salute pubblica, la classifica semiseria dei peggiori riconoscimenti scientifici – è il frutto del lavoro di Elena N. Bodnar, presidentessa del Trauma Risk Management Research Institute, che ebbe l’idea quando lavorava come medico in Ucraina durante l’incidente nucleare di Chernobyl.

Contro epidemie, incendi e molto altro

Il sito web del reggiseno sottolinea che le coppe rosse possono impedirti di respirare particelle nocive nell’aria come molte persone hanno fatto dopo l’11 settembre, può proteggerti da molte catastrofi: epidemie come l’influenza aviaria, o l’attuale epidemia di Coronavirus, un qualsiasi incendio o una tempesta di sabbia, un attacco terroristico biologico o, appunto, un disastro nucleare. Come è facile intuire, l’idea può salvare chi la indossa e anche un’altra persona. Disponibile a 29,99 dollari, la maschera si sgancia e si divide in due, con le bretelle che diventano velocemente i lacci con cui fissarlo dietro la testa.

Se invece siete tipi che non si spaventano facilmente, vi sarà comunque utile leggere le pillole antipanico per l’emergenza in corso, stilate dall’Iss.

Libero mercato dell’energia: guida pratica per scegliere l’operatore più conveniente

People For Planet - Mar, 03/03/2020 - 07:00

Libero mercato: è lo slogan di questi ultimi due decenni, anche e specialmente per l’energia e come ultimo step lo si vuole introdurre anche per i privati e le famiglie, oltre che per le industrie per le quali esiste già da tempo. Anzi, la possibilità di aderire al libero mercato per le famiglie esiste già da alcuni anni, ma sono poche ad aver accolto questa opzione. Tra poco tutti, volenti o nolenti dovremo sbarcare al libero mercato perché quello tutelato, ossia quello dove l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (ARERA) impone i prezzi ogni tre mesi, sparirà. Il termine, che è già stato prorogato più volte, è il 1° gennaio 2022. E da allora si sarà tutti nel libero mercato, compresi coloro che non avranno effettuato alcuna scelta tra i molti operatori attivi già da alcuni anni e che ci tempestano di telefonate al limite della correttezza. Alcuni giungono ad affermare, cosa falsa, che in mancanza di una scelta sarà interrotta la fornitura di luce o gas. Ed è falso. Gli utenti che al 1° gennaio 2022 non avessero operato una scelta passeranno al Servizio di Salvaguardia, che però oggi ha molti aspetti ancora da chiarire. Quindi abbiamo tutto il tempo per esaminare per bene le proposte che ci arrivano, oppure usare un comparatore on line delle offerte: quello che offre il migliore ventaglio di proposte è quello dell’Arera che è pubblico e indipendente e si trova qui. L’Autorità ha aperto anche un numero verde che risponde al numero 800 166 654.

Armarsi in tempo

Nel frattempo visto che la scadenza è stata prorogata di ben un anno e mezzo, a dicembre era fissata all’1 luglio 2020, cosa possiamo fare? Prima di tutto esercitarci a cambiare fornitore. Già perché nell’accaparrarsi clienti le varie aziende fanno offerte non banali, a patto che le si sappia leggere. La prima cosa da fare è armarsi di bolletta della luce e verificare i propri consumi annui in termini di kilowattora e come questi sono distribuiti nelle varie fasce orarie che sono tre: F1, F2,F3. Si tratta di elementi essenziali ma non scontati. È stato verificato, infatti, che dei 18 milioni di famiglie allacciate alla corrente elettrica con il mercato tutelato, il 70% non conosce questi dati. Teniamo conto che il consumo medio elettrico delle famiglie italiane è di 2.700 kWh ogni anno, che sono in media ripartiti in 891 kWh in fascia F1 – quella più cara – e 1.809 kWh nelle fasce F2-F3 che sono quelle notturne e festive meno costose. E sulla cui convenienza torneremo tra poco.

Un PLACET capibile

Dopodiché scegliamo l’offerta PLACET (Prezzo Libero A Condizioni Equiparate di Tutela) che deve essere offerta per legge da ogni operatore è che è stata imposta per offrire una griglia di confronto accessibile agli umani, visto che la fantasia delle imprese distributrici dell’energia non conosce limiti nel complicare il quadro di riferimento. Pensate che anche un solo centesimo di euro per kWh di differenza significano 27 euro in più o in meno l’anno, ragione per la quale il passaggio da 8 C€/kWh a 3,5 C€/kWh per la sola componente energia significa un risparmio di 121,5 euro l’anno. Il comparatore di Arera in ciò ci aiuta, ma attenzione perché quando si va sul vero mercato libero, magari a tariffa variabile e non fissa, le cose potrebbero variare e anche di parecchio.

Quando apriamo la tendina dei costi della componente energia dell’offerta PLACET nel comparatore potremmo farci prendere dallo sconforto. La voci che compongono questo prezzo, infatti, sono parecchie e dalle sigle più oscure, al punto che persino un mago dei fogli di calcolo potrebbe essere indotto nell’errore. Ma una semplificazione è possibile. Armati della vostra fedele calcolatrice – che sarà l’indispensabile compagna assieme al blocchetto degli appunti nel vostro viaggio nel libero mercato dell’energia – prendete la cifra complessiva della materia energia, nel nostro caso, per un noto operatore della Capitale, di 233,13 euro l’anno, dividetela per il vostro consumo annuo di kWh ed ecco il prezzo del vostro kWh che nel nostro caso – con 2.700 kWh di consumo annuo – è di 0,08634444444 euro. Tradotto: 8,63 centesimi di euro a kWh. Fermarsi al secondo decimale basta e avanza. Ripetete l’operazione per diversi fornitori, magari privilegiando chi fornisce energia 100% rinnovabile (cosa per la quale conviene spendere un poco di più) e avrete il panorama delle offerte più convenienti.

Questione di scelte

E ora passiamo alle altre scelte. La selezione tra tariffa fissa (ossia fissata per 12 mesi) oppure variabile ogni tre mesi dipende dalla vostra propensione al rischio. La seconda è di solito un poco più bassa, ma potrebbe impennarsi per i capricci del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, oppure per un incidente a un metanodotto che rifornisce l’Italia, visto che dipendiamo per il 60% dal metano fossile per la produzione d’energia, mentre la seconda è un poco più cara ma “garantisce” che nell’arco dell’anno non ci siano variazioni, che però possono arrivare a fine anno tutte assieme.

Scelta più complicata e la scelta tra tariffa monoraria o bioraria. La seconda può convenire ma è molto raro. Sul mercato di maggior tutela la differenza è minima, meno di 1 C€/kWh, su quello libero possiamo trovare una differenza tra le due fasce da 1 C€/kWh fino a 3 C€/kWh tra F1 e F2-3, ma di solito la differenza è di 1 C€/kWh. Attenzione però: il confronto dobbiamo farlo con il costo del KW mono orario il cui prezzo è di solito tra i 5 e i 6 C€/kWh. Per cui una tariffa dove la forbice è tra 2 e 3 C€/kWh diventa conveniente se si sceglie quella più bassa per oltre il 60% dei consumi. Oltretutto questa forbice spesso è spostata verso i prezzi alti di mercato tra le varie compagnie che forniscono energia. Abbiamo fatto una simulazione prendendo il consumo medio di una famiglia italiana, che è di 2.700 kWh, e prendendo l’offerta con il maggior differenziale. Ebbene, se riusciamo a spostare 1.600 kWh (il 60%) nella fascia di minor prezzo paghiamo in totale 531 euro l’anno; se li spostiamo tutti, cosa che è impossibile, andiamo a 499 euro l’anno; se li consumiamo tutti in fascia F1 schizziamo a 580 euro l’anno. Con la mono oraria siamo a 540 euro l’anno più o meno fissi a seconda del contratto. A nostro giudizio a meno che non abbiate consumi enormi, senza il condizionamento estivo – che si usa solo di giorno – e non siate degli insonni cronici che fanno tutti i lavori domestici la notte la tariffa monoraria vi semplificherà la vita anche perché nella valutazione delle varie offerte questa è una variabile che complica non poco i calcoli. Calcoli che però vi terranno allenati perché alla scadenza di ogni contratto – che può essere di 12, 24 o 36 mesi – vi toccherà assolutamente tirare fuori dal cassetto l’amica calcolatrice e l’amico taccuino per rifare tutto da capo alle condizioni variate. Perché c’è da scommettere che gli operatori, passata la prima fase d’acquisizione dei clienti a colpi di sconti e offerte, passeranno all’incasso.

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Il monologo di Andrea Pennacchi: “Pensavo meglio quest’autonomia”

People For Planet - Lun, 03/02/2020 - 15:15

Andrea Pennacchi nel suo personaggio “Il Pojana“. Da Propaganda Live del 28 febbraio 2020.