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Usa, +53% morti in strada ed è colpa dei suv

People For Planet - Lun, 03/02/2020 - 12:25

Negli Stati Uniti, dal 2009 al 2018, il numero di vittime pedonali è aumentato del 53% (da 4.109 morti nel 2009 a 6.283 morti nel 2018). In parallelo, i decessi di pedoni in relazione al totale dei decessi per incidenti automobilistici sono aumentati dal 12% del 2009 al 17% del 2018. L’ultima volta che i pedoni hanno rappresentato il 17% dei decessi per traffico totale negli Stati Uniti è stato di oltre 35 anni fa, nel 1982. Lo dicono i dati dell’Associazione governativa americana per la sicurezza stradale, GHSA, che ha appena pubblicato il suo rapporto annuale sugli incidenti mortali nel traffico pedonale. Simile la situazione nel nostro Paese, dove c’è un morto ogni 14 ore: in crescita del 7,4% rispetto anche a soli due anni fa.

Suv, il primo problema

Quest’anno l’andamento si rafforza oltreoceano, e già segna un +5% rispetto al 2018. La causa? La diffusione di suv e pick up, spiega GHSA, responsabili del forte incremento, assieme alla cattiva progettazione stradale e alla distrazione alla guida. Non a caso, nel mondo, vive e prospera un movimento che condanna la scelta di questo tipo di veicoli, specialmente nelle città. Mentre la scienza ha più volte specificato che è troppo spesso la stupidità, a guidare la scelta di acquisto di questi mezzi.

In 10 anni – spiegano gli esperti – il numero di vittime che coinvolgono SUV è aumentato dell’81 percento, mentre il tasso di aumento che ha coinvolto automobili è aumentato del 53%. Perché succede? I pedoni colpiti da un SUV di grandi dimensioni hanno il doppio delle probabilità di morire rispetto a quelli colpiti da un’auto, per via della forma delle dimensioni e del peso di questi veicoli.

Il telefono, secondo imputato

A seguire, resta alto il pericolo legato all’uso del cellulare: negli ultimi dieci anni l’uso degli smartphone è aumentato del 400 per cento e il consumo di dati wireless del 7000 per cento. Molti incidenti avvengono durante la scrittura di messaggi di testo o conversazioni telefoniche, precisa l’organizzazione.

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CuoreBasilicata COTTO&LUCANO: la Rafanata

People For Planet - Lun, 03/02/2020 - 10:29
INGREDIENTI

6 uova
6 cucchiai di rafano grattugiato
4 cucchiai di pane raffermo sbriciolato
3 cucchiai di formaggio pecorino grattugiato
olio extravergine di oliva (in alternativa strutto) q.b.
sale q.b.

PREPARAZIONE

Decorticate il rafano e grattugiatelo in una ciotola.

A parte sbattete le uova.

Amalgamate alle uova il pane raffermo sbriciolato, il formaggio pecorino, il rafano grattugiato, un filo d’olio EVO e un pizzico di sale.

Ungete una terrina con dell’olio o in alternativa con dello strutto. Versatevi il composto (lo spessore della “frittata” dovrà essere di almeno 2 cm).

Infornate per 10-15 minuti: la rafanata sarà pronta quando avrà assunto una colorazione dorata.

CURIOSITÀ

Il termine “rafanata” deriva dal suo ingrediente principale, il rafano, una radice fortemente aromatica e balsamica. Nel potentino è definito ancora oggi “u tartuf’ d’i povr’ òmm” ovvero “il tartufo dei poveri”.
In alcune varianti vengono aggiunte patate e diverse tipologie di salumi locali.

Fonte: CuoreBasilicata.it

Contro l’inquinamento mezzi pubblici gratis

People For Planet - Lun, 03/02/2020 - 10:27

Il problema del Lussemburgo? Il traffico (cit.) Sembra una boutade ma è la tragica realtà del piccolo granducato europeo. La mobilità del Paese è un vero problema specie per il pendolarismo di chi lavora nel Lussemburgo e arriva dai Paesi vicini come Belgio, Francia e Germania.

Come risolvere il problema degli ingorghi? Semplicemente rendendo gratis i trasporti pubblici, rimarranno a pagamento solo il biglietto del treno di prima classe e i biglietti internazionali.

Investimenti a raffica per viaggiare meglio

Il costo totale dell’operazione per lo Stato è di 500 milioni di euro all’anno, con un risparmio stimato a famiglia di circa 100 euro l’anno.  

«Saremo un laboratorio per la mobilità del 21esimo secolo» ha dichiarato il portavoce del Governo lussemburghese.

E se non basta si prevedono ingenti investimenti per migliorare la rete ferroviaria: 3,2 miliardi di euro fino al 2027 (erano già stati stanziati 2,8 miliardi di euro tra il 2008 e il 2019) per aumentare la capacità della rete ferroviaria, raddoppiare il numero di posti nei parcheggi, adattare le linee di autobus, fornire informazioni in tempo reale ai viaggiatori, raddoppiare il numero di punti di ricarica per i veicoli elettrici, migliorare le piste ciclabili, estendere la rete tranviaria e utilizzare una terza corsia sulle autostrade, dedicata al carsharing.

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Foto di David Mark da Pixabay 


In un mondo di 7000 malattie rare senza cure, un uomo ha trovato un trattamento per la sua patologia

People For Planet - Lun, 03/02/2020 - 07:00

Questa è la storia di un giovane studente di medicina, David Fajgenbaum, che dopo essere quasi morto cinque volte in quattro anni ha trovato un farmaco, ideato per una condizione medica completamente diversa dalla sua, in grado di curarlo.

Oggi David Fajgenbaum ha 34 anni ed è docente di medicina all’Università della Pennsylvania. Nel 2010 stava per morire a causa di una malattia rara: curato con la chemioterapia, ha avuto nei tre anni successivi 4 ricadute quasi fatali. Quando tutto sembrava ormai perduto e le opzioni terapeutiche erano state tutte tentate ma senza risultati, è stato in grado di trovarsi la cura da solo. Ora ha 34 anni, si è sposato, ha avuto una bimba e a oggi sono 73 mesi, vale a dire 6 anni e un mese, che vive senza alcuna ricaduta. La soluzione l’ha trovata lui stesso in un farmaco già esistente, ideato per il trattamento di una patologia che non ha nulla a che fare con la sua. Assunto “off-label“, ovvero per fini terapeutici non previsti dal foglietto illustrativo, il farmaco gli consente di vivere una vita praticamente normale.

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La storia di David

Nel 2010 David era uno studente universitario al terzo anno di medicina. Un giorno, in modo del tutto inaspettato: «ho iniziato a sentirmi più stanco del solito. Ho iniziato a notare dolore addominale e poi accumulo di liquidi nelle gambe» racconta su una pagina del portale dell’AAMC, l’Association of American Medical Colleges, associazione no profit fondata nel 1876 e dedicata alla trasformazione dell’assistenza sanitaria attraverso l’innovazione nell’educazione medica, l’assistenza ai pazienti all’avanguardia e la ricerca medica avanzata. «Sapevo che qualcosa non andava. Non sapevo cosa, ma sospettavo potesse essere qualcosa di serio». Al pronto soccorso gli dissero che fegato, reni e midollo osseo stavano collassando senza motivo apparente. Venne ricoverato. Dopo 11 settimane era in terapia intensiva e le sue condizioni di salute continuavano a peggiorare. La diagnosi infine arrivò: era affetto da un raro e aggressivo disturbo del sistema immunitario, la malattia idiopatica multicentrica di Castleman (iMCD, da “idiopathic multicentric Castleman disease”).

La malattia idiopatica multicentrica di Castleman

La malattia idiopatica multicentrica di Castleman è la forma più severa della malattia di Castelman. Viene diagnosticata in circa 5000 nuovi pazienti negli Stati Uniti ogni anno, all’incirca lo stesso numero della sclerosi laterale amiotrofica (Sla). A metà tra un linfoma e una malattia autoimmune, si manifesta con una iper-attivazione del sistema immunitario che interrompe la funzione degli organi vitali senza motivo noto. Circa un terzo dei pazienti muore entro cinque anni dalla diagnosi e un altro terzo muore entro 10 anni. Insieme ad altre 7000 patologie che colpiscono circa 30 milioni di americani l’iMCD è classificata tra le malattie rare. Di queste, il 95% non ha alcuna terapia approvata dalla Fda, la Food and drug adiministration, l’ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici.

Appena formulata la diagnosi i medici somministrarono a David una chemioterapia nel tentativo di tenerlo in vita. «Fortunatamente – racconta – la chemioterapia iniziò appena in tempo per salvarmi la vita. Sfortunatamente, però, non risolse il mio problema, e nei tre anni successivi ho purtroppo avuto quattro ricadute molto pericolose, quasi mortali».

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La costituzione del network per la Castleman disease

Al momento della diagnosi di David, per l’iMCD non c’erano cure approvate dalla Fda, nessun criterio diagnostico, nessuna linea guida per l’applicazione di eventuali trattamenti e la ricerca era sostanzialmente ferma. Il problema delle malattie rare è che spesso sono poco conosciute e poco studiate perché i pazienti che ne soffrono sono in numero limitato e le case farmaceutiche non investono nella ricerca. La svolta per David arriva con l’idea di creare un network all’interno del quale tutte le strutture sanitarie aderenti potessero mettere a disposizione delle altre le proprie conoscenze sulla malattia di Castleman, e allo stesso tempo potessero consultare le informazioni inserite dagli altri partecipanti al network, accrescendo notevolmente la mole di dati disponibili per fare ricerca. E così nel 2012 David Fajgenbaum insieme con il medico che lo aveva in cura fondarono il Castleman Disease Collaborative Network (CDCN): una comunità di oltre 400 tra medici, ricercatori, pazienti e parenti di questi ultimi. «Abbiamo quindi reclutato i miei vecchi compagni di università e i migliori ricercatori per eseguire studi ad alta priorità, raccogliere fondi e procurarsi i giusti campioni su cui fare ricerca. E parallelamente ho iniziato a condurre ricerche di laboratorio e cliniche sull’iMCD, lavorando principalmente sui campioni di sangue e tessuto a cui era più facile accedere: i miei».

L’ultima ricaduta

Nel 2013 David ebbe la sua ultima ricaduta. In quell’occasione già estremamente complessa la cosa peggiore, nonostante la realizzazione del Castleman Network, fu comprendere che non erano state individuate ancora opzioni terapeutiche per trattare la sua condizione e che le medicine che gli stavano somministrando, come già accaduto nelle precedenti ricadute, lo avrebbero salvato dalla morte ancora una volta nel breve termine ma non gli avrebbero evitato una nuova riacutizzazione della malattia che, con ogni probabilità, sarebbe avvenuta prima delle precedenti, lasciandogli meno tempo a disposizione per vivere la sua vita. Sapeva di aver bisogno di identificare un farmaco che potesse impedire il ritorno dell’iMCD: ma, poiché lo sviluppo di un nuovo farmaco approvato dalla Fda necessita mediamente di 10-15 anni di tempo e di oltre 1 miliardo di dollari, pensò che una via più breve e decisamente più fattibile per curare la sua condizione fosse quella di utilizzare uno tra i 1500 farmaci già approvati dalla Fda e in commercio. «Molte malattie, seppur diverse tra loro, condividono tipologie simili di cellule disfunzionali, geni, vie di segnalazione cellulari, ecc. Ho quindi pensato che alcuni dei farmaci già esistenti potessero teoricamente essere usati ‘off-label‘ per il trattamento di malattie senza altre opzioni, come l’iMCD».

Lo studio delle cartelle cliniche

David iniziò quindi uno studio approfondito delle migliaia di pagine delle sue stesse cartelle cliniche e dei dati degli esperimenti di laboratorio eseguiti da lui stesso sui suoi campioni di tessuto. «Avevo bisogno di identificare un tipo di cellula, un gene, una linea di comunicazione…insomma qualcosa che fosse disregolato e che potesse essere preso di mira con un farmaco già esistente, indipendentemente da quale fosse la malattia per la quale il farmaco era stato originariamente sviluppato».

Finalmente la scoperta

Dallo studio sui suoi stessi dati David riuscì a scoprire che le sue cellule T (cellule del sistema immunitario) risultavano attivate e una molecola del sistema immunitario chiamata VEGF era molto elevata. Ulteriori analisi rivelarono un potenziale legame tra questi due fattori: nel sangue di David sembrava infatti essere iperattiva una linea di comunicazione cellulare coinvolta sia nell’attivazione delle cellule T che nella produzione della molecole VEGF. «La parte migliore di questa scoperta fu comprendere che esiste un potente e sicuro inibitore di questo meccanismo, chiamato sirolimus, approvato per il trapianto di rene. Non era mai stato usato prima per l’iMCD e non c’erano garanzie che avrebbe funzionato, ma io e i miei medici decidemmo che lo avrei provato».

Sei anni e un mese senza ricadute

A oggi David può segnare 73 mesi dalla sua ultima ricaduta, un tempo nove volte più lungo delle sue remissioni medie prima di iniziare ad assumere il sirolimus. E oggi si gode il suo lavoro e la sua famiglia: nel 2013, prima dell’ultima ricaduta, si era fidanzato con Caitlin; dopo aver iniziato la cura con il sirolimus si sono sposati e nel 2018 hanno avuto una bimba, Amelia. Nel frattempo il sirolimus ha aiutato altri pazienti affetti da iMCD, David si è laureato in medicina e ha lanciato uno studio clinico su questo farmaco per studiarne l’efficacia in pazienti con la sua stessa malattia.

Un sistema di ricerca ripetibile

Oltre al fatto che David Fajgenbaum ha trovato una possibile cura per la malattia idiopatica multicentrica di Castleman, un’altra buona notizia è che i passaggi che sono stati utilizzati per questa scoperta sono ripetibili per tutte le malattie rare, dal momento che – come spiega lo stesso David – «abbiamo creato una rete collaborativa per raccogliere idee e suggerimenti per avere spunti per la nostra ricerca; abbiamo valorizzato i dati generati da ricerche già svolte per identificare potenziali nuovi target terapeutici per farmaci già esistenti; infine abbiamo testato questi farmaci per nuovi usi».

Libri e cultura ai tempi del coronavirus

People For Planet - Dom, 03/01/2020 - 15:00

Marco Garavaglia, 30 anni, proprietario della Libreria indipendente Golem, ha preso il Covid-19 per le corna e inforcata la bicicletta consegna i libri a casa dei suoi clienti: «Bisogna fare di necessità virtù. La gente non esce? Io prendo la mia bici e unisco l’utile al dilettevole».

E pare non sia l’unico: stessa iniziativa anche da parte di alcuni librai a Venezia e a Milano.

Il libro più richiesto sembra sia L’amore ai tempi del colera di Gabriel Garcia Marquez…

Scherzi a parte, Garavaglia consiglia Gli Schifosi di Santiago Lorenzo un romanzo che racconta la storia di un uomo che si ritrova isolato in un paesino spagnolo: «È un libro che spiega molto bene la solitudine di questi giorni» spiega il libraio  «Poi essere lontano dai rimbombi di questo terrore non deve essere male».

La scuola è importante

È diventata virale la lettera di Domenico Squillace, preside del Liceo Volta di Milano ai suoi studenti.

«Le lezioni si tenevano anche durante la guerra» ha dichiarato a Repubblica: «Al massimo, quando arrivavano i bombardamenti, ragazzini e professori correvano nei rifugi. Per questo fa così impressione la decisione di chiudere le scuole in una Milano che sembra raccontata dalle pagine del Manzoni. Tra le righe sulla peste nei Promessi Sposi ho trovato similitudini con questi giorni di ansie sul coronavirus, la caccia al nemico: ieri gli alemanni oggi i cinesi. Così ho scritto ai miei ragazzi una mail di pensieri e consigli perché il sospetto non si trasformi in una caccia all’untore, perché non vedano nell’altro una minaccia. Perché il vero rischio di queste malattie invisibili se non si sta attenti è un imbarbarimento della vita sociale”.

Il testo della lettera agli studenti

AGLI STUDENTI DEL VOLTA

La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia…..

Le parole appena citate sono quelle che aprono il capitolo 31 dei Promessi sposi, capitolo che insieme al successivo è interamente dedicato all’epidemia di peste che si abbatté su Milano nel 1630. Si tratta di un testo illuminante e di straordinaria modernità che vi consiglio di leggere con attenzione, specie in questi giorni così confusi. Dentro quelle pagine c’è già tutto, la certezza della pericolosità degli stranieri, lo scontro violento tra le autorità, la ricerca spasmodica del cosiddetto paziente zero, il disprezzo per gli esperti, la caccia agli untori, le voci incontrollate, i rimedi più assurdi, la razzia dei beni di prima necessità, l’emergenza sanitaria…. In quelle pagine vi imbatterete fra l’altro in nomi che sicuramente conoscete frequentando le strade intorno al nostro Liceo che, non dimentichiamolo, sorge al centro di quello che era il lazzaretto di Milano: Ludovico Settala, Alessandro Tadino, Felice Casati per citarne alcuni. Insomma più che dal romanzo del Manzoni quelle parole sembrano sbucate fuori dalle pagine di un giornale di oggi.

Cari ragazzi, niente di nuovo sotto il sole, mi verrebbe da dire, eppure la scuola chiusa mi impone di parlare. La nostra è una di quelle istituzioni che con i suoi ritmi ed i suoi riti segna lo scorrere del tempo e l’ordinato svolgersi del vivere civile, non a caso la chiusura forzata delle scuole è qualcosa cui le autorità ricorrono in casi rari e veramente eccezionali. Non sta a me valutare l’opportunità del provvedimento, non sono un esperto né fingo di esserlo, rispetto e mi fido delle autorità e ne osservo scrupolosamente le indicazioni, quello che voglio però dirvi è di mantenere il sangue freddo, di non lasciarvi trascinare dal delirio collettivo, di continuare – con le dovute precauzioni – a fare una vita normale. Approfittate di queste giornate per fare delle passeggiate, per leggere un buon libro, non c’è alcun motivo – se state bene – di restare chiusi in casa. Non c’è alcun motivo per prendere d’assalto i supermercati e le farmacie, le mascherine lasciatele a chi è malato, servono solo a loro. La velocità con cui una malattia può spostarsi da un capo all’altro del mondo è figlia del nostro tempo, non esistono muri che le possano fermare, secoli fa si spostavano ugualmente, solo un po’ più lentamente. Uno dei rischi più grandi in vicende del genere, ce lo insegnano Manzoni e forse ancor più Boccaccio, è l’avvelenamento della vita sociale, dei rapporti umani, l’imbarbarimento del vivere civile. L’istinto atavico quando ci si sente minacciati da un nemico invisibile è quello di vederlo ovunque, il pericolo è quello di guardare a ogni nostro simile come a una minaccia, come ad un potenziale aggressore. Rispetto alle epidemie del XIV e del XVII secolo noi abbiamo dalla nostra parte la medicina moderna, non è poco credetemi, i suoi progressi, le sue certezze, usiamo il pensiero razionale di cui è figlia per preservare il bene più prezioso che possediamo, il nostro tessuto sociale, la nostra umanità. Se non riusciremo a farlo la peste avrà vinto davvero.

Vi aspetto presto a scuola.
Domenico Squillace

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Foto di Tumisu da Pixabay

Parola d’ordine: micro mobilità

People For Planet - Dom, 03/01/2020 - 07:00

A leggere le dichiarazioni di politici, editorialisti e persino di associazioni di consumatori come il Codacons, sembra che sia in corso un’epidemia più grave di quella del Coronavirus, dovuta all’invasione dei monopattini in quello che era fino a poco tempo il regno incontrastato delle auto, dove anche i pedoni e le biciclette sono poco più che dei comprimari: l’asfalto urbano. Ed è proprio su questo terreno di “guerra” che si sta svolgendo quella che è una vera e propria battaglia senza esclusione di colpi. Codacons ha chiesto il blocco della legge perché non garantisce, a parer loro, la sicurezza stradale. Forza Italia ha presentato una mozione in Parlamento per bloccare i monopattini e il Ministero delle Infrastrutture, dopo aver perso nel duello per fermare l’articolo nella Legge di Bilancio, continua ad avversare i piccoli mezzi elettrici portatili.

I punti cardine di questa opposizione puntano sulla sicurezza, ma c’è da dire che con ogni probabilità si tratta o di un escamotage metodologico oppure di una classica opzione “politica” all’italiana nella quale politici e dirigenti dell’amministrazione pubblica agiscono secondo convinzioni personali basate su esperienze altrettanto individuali senza alcuna base scientifica e sociologica, questione fondamentale quando si affronta la mobilità.

L’accusa nei confronti della micro mobilità è quella legata al rischio che rappresenterebbero questi piccoli mezzi, accompagnata da una rappresentazione delle città simili a giungle urbane. Ebbene, se vogliamo prendere a modello un ecosistema come quello della giungla, bisogna dire che la confusione tra i vari elementi di questo ecosistema è grande e la “situazione non è eccellente”, per citare Confucio. Si direbbe, infatti che vi sia un’enorme confusione circa il ruolo tra predatori e predati, se si accusano di pericolosità i piccoli mezzi e si tralasciano i Suv. Come se a essere investiti da un micro mezzo del peso complessivo di un centinaio di chili fosse uguale a impattare con un mezzo di due-tre tonnellate lanciato a una velocità doppia. Una logica che conferma ancora una volta l’insufficienza nella gestione complessiva delle nostre città, per le quali si parla molto di smart cities ma ben poco si fa. È sufficiente prendere ad esempio una città come Oslo, 1,5 milioni di abitanti nell’area urbana, dove nel 2018 il numero di vittime tra ciclisti e pedoni è stato pari a zero. Si tratta di un risultato che è stato raggiunto grazie alla pedonalizzazione della città con la creazione di una serie di piste ciclabili che la attraversano e che hanno reso sicuri i tragitti, riducendo gli incidenti automobilistici. Un abisso se pensiamo ai dati 2018 di Milano: 116 morti per incidenti stradali. Dato che, tra parentesi, è il più basso d’Italia, visto che il nostro Paese vede oltre 3 mila morti ogni anno, con un aumento del 7% nel 2019. Insomma se è emergenza, ed è emergenza morti sulla strada di sicuro, la responsabilità non è della micro mobilità sostenibile.

Cambio di paradigma

Qual è dunque l’allarme vero che rappresenta la micro mobilità sostenibile. Semplice: il cambio di paradigma repentino e veloce che è tipico delle persone quando si danno loro gli strumenti per determinare da sé un proprio comportamento. È già successo con la telefonia cellulare, sta succedendo con le rinnovabili e succederà molto rapidamente con la micro mobilità elettrica, anche perché quest’ultima possiede due caratteristiche che ne determineranno il successo: la flessibilità e la bassa soglia d’ingresso. Vediamo queste due qualità. La flessibilità è dovuta alla leggerezza e al piccolo ingombro dei mezzi, che li rendono l’ideale per l’intermodalità con i mezzi pubblici. I mezzi per la micro mobilità, infatti, aiutano a ridisegnare la geografia personale circa l’uso dello spazio urbano, visto che è possibile trasportali in auto, in metropolitana, in autobus, su treni e volendo persino sugli aerei.

Viaggi da incubo

Immaginiamo un viaggio urbano che a Roma è un incubo: dall’Eur al Salario. Un attraversamento da Ovest a Est di tutta la città. Con i mezzi pubblici servono due autobus e due linee di metropolitana, e ci si impiegano circa 70 minuti, mentre in auto sono necessari, passando dal Raccordo Anulare, 45 minuti, percorrendo 43 chilometri. L’uso della micro mobilità, come quella legata al monopattino, consente di eliminare il tratto iniziale e quello finale legato agli autobus di superficie riducendo il percorso della metà: 35 minuti. E ciò solo per quanto riguarda la flessibilità, perché l’altra grande questione è quella legata alla – caduta – barriera economica. Il monopattino, come i micro scooter e assimilati, ha un costo d’acquisto basso, circa il 70% in meno di una bicicletta, il conto del “carburate” è irrisorio e le questioni legate alla sicurezza – i furti – sono molto meno presenti. La ricarica di un monopattino elettrico con un’autonomia di 30 chilometri ha un costo complessivo di circa 40 centesimi di Euro, quindi il costo per chilometro è di 1,3 centesimi per chilometro. Quindi il nostro tragitto Eur-Salario costa 4,73 euro se usiamo l’auto e parcheggiamo gratis per un tempo di 45 minuti; 1,5 euro – il prezzo del biglietto per autobus più metropolitana con un tempo di percorrenza di 70 minuti; 1,6 euro per la combinazione monopattino-metropolitana – 1,5 euro più 10 centesimi per gli 8 chilometri sostitutivi agli autobus, con 35 minuti di percorrenza. Quale combinazione abbia il miglior rapporto qualità/flessibilità/prezzo/tempo appare chiaro. Ma c’è anche un’altra questione forse più dirimente circa la battaglia che la politica sta facendo alla micro mobilità: quella fiscale. Sul chilometro del monopattino pesano il 53% di tasse e oneri di sistema per 0,68 centesimi, mentre su quello del motore endotermico siamo a 6,05 centesimi di euro di accise e tasse. Dieci volte di più. Forse la vera ragione della lotta senza quartiere al piccolo e agile monopattino elettrico è proprio questa e se dobbiamo trovare i mandanti forse prima del Parlamento bisognerebbe trovarli nella Ragioneria dello Stato, che non ne vuole sapere di rinunciare alle entrate fiscali legate ai carburanti che sono (dato 2018) 34,11 miliardi in un solo anno.

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Mobilità sostenibile… in monopattino!

Raddoppia i visitatori del tuo blog!

People For Planet - Sab, 02/29/2020 - 15:00

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Foto di Michal Jarmoluk da Pixabay

Scoperta una nuova Terra abitabile

People For Planet - Sab, 02/29/2020 - 10:30

È stato chiamato pianeta TOI 700 d ed è stato scoperto dalla Nasa grazie alle immagini del satellite TESS.

TOI 700 d si trova 100 anni luce dalla Terra, un tiro di schioppo (1 anno luce è pari a 9.460 miliardi di km), ed è “potenzialmente abitabile per temperatura e luce”, dicono dalla Nasa.

Qualche dato: è il 20% più grande della Terra ed è coperto di oceani con “un’atmosfera densa, dominata dall’anidride carbonica, simile a quella che gli scienziati sospettano circondasse Marte”. Ha un lato sempre rivolto verso la sua stella come nel caso della Luna e della Terra.

Ha un solo difetto: un anno dura 37 giorni ma si vive molto intensamente.

Se vi piacciono le avventure estreme TESS ha scoperto altri due pianeti, TOI 700 a e TOI 700 b, entrambi non abitabili.

Mamma in Blu: il deodorante naturale

People For Planet - Sab, 02/29/2020 - 07:00

Costa poco e funziona benissimo come antibatterico e astringente (ottimo dopo la rasatura), basta bagnarlo leggermente sotto l’acqua.

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Verità dal carcere

People For Planet - Sab, 02/29/2020 - 07:00

Quando si entra o esce dal carcere di Bollate, la seconda casa di reclusione di Milano dopo San Vittore, si parcheggia la macchina proprio di fronte a dove era installato l’albero della vita durante l’Expo. Alto 37 metri, costruito in acciaio e legno, era il simbolo del Padiglione Italia.
“Se uno passa davanti a un ospedale pensa a un servizio pubblico che cura i malati; quando si passa davanti a un carcere non si pensa a un servizio pubblico, si pensa al male in sé”. A dirlo in un’intervista a tutto tondo è Roberto Bezzi, responsabile dell’area educativa del carcere di Bollate nonché professore universitario.

L’intervista

Quando si pensa al carcere si è sempre forcaioli?

«Il carcere sollecita parti interne di tutti noi: quel muro di cinta separa il bene dal male; se io lo guardo dal di fuori, dalla parte “buona”, mi sento abilitato a dare giudizi sommari sulla parte “cattiva”. Eppure, lavorando in carcere, se penso a reati come il femminicidio, mi scorrono ricordi di persone ricche, persone povere, persone con pochi strumenti culturali, persone con il master, persone con un lavoretto in nero, persone con incarichi importanti.»

Anche i laureati uccidono…

«Più che “anche i laureati” è l’umanità in sé che può incorrere nel male. Già questo dovrebbe farci capire che il muro di cinta che divide la società, la parte cosiddetta buona, e il carcere, la parte cosiddetta cattiva, è più sottile di quanto si pensi.»

Bollate è ritenuto il miglior carcere d’Italia. Perché? E che cosa significa “migliore”?

«A Bollate, fin dalla sua apertura alla fine degli anni 2000, i detenuti sono liberi di muoversi. La legge penitenziaria, dal 1975, ha sempre parlato di “camere di pernottamento”. Nelle camere, nelle celle si dovrebbe andare solo per dormire. Non spetta a me dire se il nostro istituto penitenziario è il migliore d’Italia, noi ci siamo attenuti unicamente al regolamento penitenziario. Certamente Bollate si presta ad avere spazi più umani già dal punto di vista architettonico perché è stato costruito con le sezioni già aperte: oggi questo sistema è in uso anche altrove ma all’epoca erano pochi gli istituti penitenziari ad adottarlo, erano quasi tutti a sezioni chiuse.»

Quindi non siete voi l’eccezione positiva, sono le altre carceri a non attenersi alla legge?

«Come dicevo, nelle camere, nelle celle si dovrebbe solo dormire. Ma perché un carcere funzioni è necessario che intorno vi sia una rete territoriale attiva, senza quella non potremmo fare nulla di quel che facciamo, ovvero fare in modo che “dentro” ci sia un’offerta più simile possibile a quella che c’è “fuori”.»

Ci può spiegare in cosa consiste la “sorveglianza dinamica”?

«L’ordinamento penitenziario prevede che la persona esca dal carcere con competenze nuove. Perché ciò avvenga, il carcere deve organizzare la giornata di una persona nel modo più dinamico possibile. Una giornata piena, dove uno fa delle cose, e visto che per farle si deve muovere, il detenuto Rossi di mattina va a lavorare nella cooperativa, nel pomeriggio va a fare volontariato e di sera va al corso di teatro senza essere costantemente sorvegliato. La guardia penitenziaria è più simile a un poliziotto di quartiere che a un custode fermo che guarda te, signor Rossi, che te ne stai fermo. Questo regime richiede una responsabilizzazione più alta al detenuto. È vero che stare chiusi è destabilizzante dal punto di vista umano, ma espone a meno rischi. Stai fermo, chiuso, protetto.»

Lasciare i detenuti liberi di muoversi espone a rischi?

«Il senso è: “ti metto nella condizione di fare delle cose, ti muovi da solo, non vieni accompagnato, hai un tesserino che ti dice dove puoi andare durante la tua giornata.” La libertà di movimento non significa maggiore rischio. Il detenuto deve muoversi per reinserirsi nella società e il poliziotto deve muoversi per poter fare un controllo che sia a tutto tondo e che abbia al centro la persona.»

Si parla spesso della carenza di personale penitenziario. Stando però al rapporto di Antigone del 2019, in Europa ci sono 2,6 detenuti per agente, in Italia 1,6: o la tanto denunciata carenza degli agenti è da relativizzare oppure molte mansioni che altrove vengono svolte da personale civile vengono svolte dagli agenti.

«È la famosa fetta di torta. Io ne ho tre, lei ne ha una e il totale fa due a testa. Per una questione strutturale molti agenti hanno mansioni anche di carattere amministrativo quindi non possono essere annoverati tra quelli che fanno per così dire front office, sorveglianza. In ogni caso credo che ai numeri debbano essere uniti gli spazi, per cui, qualunque sia il rapporto agenti/detenuti, se accade in uno spazio particolarmente angusto con un turnover altissimo – come quello tipico delle case circondariali, dove i detenuti vanno e vengono senza che si abbiamo gli strumenti per conoscere l’individuo – è chiaro che viene vissuto con un peso diverso.»

Misure alternative per i detenuti: il tema divide.

«La legge, fin dai tempi della Costituzione, ha sempre parlato di “pene” e non di “pena”, vorrà dire qualche cosa. Se il termine è declinato al plurale significa che ci sono varie tipologie di pena. Il vero problema è che noi siamo ancora legati all’idea di “pena uguale carcere”. I dati della recidiva, al netto della loro lettura, sempre complicata, ci dicono invece che chi ha una misura alternativa o uno sconto della pena è portato tendenzialmente a non delinquere più, a differenza di chi sconta la pena in carcere.»

Per l’opinione pubblica un detenuto che può uscire fuori è un detenuto libero.

«Ma non è così. Con la misura alternativa la persona non è libera, è monitorata, supportata da servizi specifici, è più produttiva, lavora, risarcisce. Spesso nelle prescrizioni i magistrati inseriscono attività riparative: questo significa che chi sconta misure alternative dedica parte del proprio tempo gratuitamente agli altri. Considerando che ha ferito il tessuto sociale mi sembra un’azione di senso. La gente vuole una pena certa, mi piacerebbe spostare il focus sulla pena efficace

In che modo a Bollate vi occupate della parte offesa dal detenuto?

«Torniamo al discorso di prima, della responsabilizzazione. Se nella tua sentenza di condanna il giudice ha previsto che tu risarcisca la parte offesa, e tu, scontando il carcere, inizi a lavorare, a responsabilizzarti e a pagare il risarcimento, sei un uomo che si sta assumendo delle responsabilità civili oltre che penali. Significa che la pena che stai scontando è efficace. Lo Stato ti lascia fare quello che ritieni più opportuno, basta che il risultato sia una maggiore sicurezza ed efficienza sociale. È una questione di cultura, ma anche di conoscenza.»

È anche una questione economica, il carcere costa molto allo Stato.

«Il carcere costa moltissimo. Il fatto che a Bollate abbiamo molte aziende, sia all’interno che all’esterno della struttura carcere, che assumono detenuti, ci ha permesso nel 2017 di versare allo Stato 500mila euro. Lavorando, il detenuto versa una propria quota di mantenimento, sia pure simbolica, forfettaria. Stupisce che il fatto che il detenuto che esce per lavorare sia percepito come un privilegiato. Permettere di lavorare non è una concessione così strana, il detenuto è una persona adulta, gli adulti lavorano.»

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Covid-19, il primo cane in quarantena

People For Planet - Ven, 02/28/2020 - 19:15

A Hong Kong un cane è risultato positivo al Covid-19. O meglio, ci sono riscontri in questa direzione dopo i risultati di alcuni test effettuati su mucose prelevate dalle sue cavità nasali e dalla bocca. Ed è subito allarme delle associazioni animaliste visto che l’animale appartiene a una donna di 60 anni affetta da coronavirus, attualmente ricoverata in isolamento. 

L’animale è in quarantena per due settimane, tuttavia non ha sintomi, non è dunque ammalato e, soprattutto, non ci sono prove che animali da compagnia come cani e gatti siano in grado di trasmettere il virus all’uomo, cosa in realtà smentita dalla stessa Oms. Il rischio è la psicosi, ovvero che questo caso venga male interpretato e generi psicosi: potrebbero verificarsi abbandoni di massa o ancora peggio abbattimenti.

Modello Shenzhen

In ogni caso la Cina, che ha già vietato il commercio di animali selvatici, si prepara a vietare anche il commercio di carne di cane. Con 13 milioni di abitanti Shenzhen è la quarta città più popolosa della Cina e gode di speciali autonomie legislative rispetto al resto del paese. Qui è stata avanzata una proposta di legge che riconosce cani e gatti come animali da compagnia: in questo modo verrebbe preclusa la possibilità a chiunque di commerciarne la carne per fini alimentari. Nella stessa legge viene riportata la lista di specie animali selvatici autorizzati al consumo: via libera a manzo, maiale, pollo, coniglio, agnello, asino, anatre, oche, piccioni, pesci e crostacei. Bannati invece serpenti, tartarughe e rane. 

La lotta di World Dog Alliance

A muoversi in questa direzione è anche la World Dog Alliance, l’associazione internazionale che si batte da tempo per vietare il consumo di carne di cane in tutto il mondo, anche nei paesi occidentali dove la pratica è molto poco diffusa. “La situazione che si è venuta a creare con la diffusione del nuovo coronavirus — spiega Genlin in una lettera al Corriere della Sera — può essere però una buona occasione per rilanciare la battaglia per il divieto della vendita di carne di cane in Cina. Abbiamo il sostegno di molti parlamentari cinesi e speriamo di riuscire a raggiungere il risultato. Abbiamo coniato un nuovo slogan: niente carne selvaggia per la salute, niente carne di cane o gatto per questioni morali”.

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Photo by Mike Burke on Unsplash

Brescia, la terra dei fuochi del Nord

People For Planet - Ven, 02/28/2020 - 16:20

La chiamano “la Terra dei fuochi del nord”, è Brescia che con la sua provincia è una delle zone più inquinate d’Italia. Nel 2013 iniziano le proteste dei genitori per ottenere la bonifica del cortile della scuola elementare Grazia Deledda, altamente inquinato dai Pcb – policlorobifenili ovvero derivati del cloro – cromo, diossine, furani, mercurio, arsenico, tetracloruro di carbonio sversati dall’azienda Caffaro, ormai non più attiva, su quei terreni.

Purtroppo l’intera zona del bresciano è stata avvelenata da queste sostanze sin dagli anni Settanta, con i canali artificiali di irrigazione, che attraversano il sito e si spostano verso i territori a sud della città, ancora non bonificati. Le falde acquifere di tutta la provincia di Brescia sono compromesse e l’opera di bonifica non è affatto semplice. In questi giorni sono in corso i rilevamenti dell’Arpa sulla penetrazione del mercurio nei terreni.

Le proteste di Basta Veleni

Nel 2013 nasce il movimento Basta Veleni sceso in piazza in due occasioni, nel 2016 e il 27 ottobre 2019, coinvolgendo oltre 15 mila persone nel chiedere bonifichetutela della salute e dell’ambiente. Nell’ultima occasione è stato lanciato l’hashtag #iononfacciofintadiniente per stimolare la cittadinanza e il dialogo con le istituzioni.

Nel solco delle proteste e soprattutto delle domande dei cittadini che ancora non trovano risposte, nasce la docu-inchiesta di 50 minuti, “Io non faccio finta di niente. Basta Veleni”. Realizzato dalla giornalista Rosy Battaglia, verrà presentato il 6 marzo a Roma, durante la prima edizione del Festival del giornalismo ambientale  promosso dal ministero dell’Ambiente e dall’Enea assieme a Ispra e Fima, la Federazione italiana dei media ambientali. 

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Foto: Manifestazione di Basta Veleni del 27 ottobre 2019

I 10 migliori film Noir classici

People For Planet - Ven, 02/28/2020 - 12:00

Il noir è un sottogenere del crime story pervaso da un pessimismo cosmico. Negli Usa trionfa tra gli anni Quaranta e Cinquanta compresso dalle paure collettive provocate da grande Depressione, guerra e maccartismo. Gli eroi positivi sono molto pochi e sempre sullo sfondo. Il proscenio è per i peggiori farabutti, detective privati posizionati in una terra di nessuno posta tra il legale e l’illegale, e le dark lady bellissime e malvagie. La critica ha molto sviscerato sulla misoginia del genere, ma Piera Detassis, grande cultrice di materia e curatrice di uno splendido fascicolo tematico sostiene che “l’apparenza inganna”. Atmosfere ambigue dove si fa fatica a comprendere il giusto e chi sono i veri cattivi pervase da un erotismo dissimulato ma molto perverso. Predomina il chiaroscuro, è spesso presente il flashback, le trame sono sciarade rompicapo complesse e intriganti. 

Film bellissimi e molto amati dai cinefili novecenteschi. Da tramandare alle giovani generazioni che vedono le serie Netflix. Ho scelto i miei migliori dieci con una sigaretta accesa come il genere richiede. 

L’INFERNALE QUINLAIN di Orson Welles, 1958

Da uno sconosciuto romanzo pulp completamente rivisitato e stravolto da sua maestà Orson Welles che ne compone un capolavoro del cinema noir. Il film è la cesura perfetta tra il noir classico e quello della modernità. Charles Heston è un funzionario antidroga messicano in viaggio di nozze con la moglie e viene in contatto e contrasto con il capitano Quinlain (interpretato magnificamente dallo stesso regista), una sorta di sceriffo che applica la Legge con il suo Ordine, e ne fa un memorabile ritratto di uno sporco poliziotto, ma a modo suo un grand’uomo. Più che un film, un’allucinazione morale che si svolge tra infami commissariati e strade desolate. La miserabile cittadina di Tijuana contiene una sorta di tragedia shakespeariana dai toni sempre vibranti e avvolta da un barocchismo lussureggiante. Tecniche da maestro a partire dal piano sequenza iniziale che per fortuna viene messo a lezione nelle scuole di cinema ancora oggi. Bianco e nero d’autore con inquadrature accuratissime e molto particolari per il cinema dell’epoca. Profondità di campo esasperate, uso del grandangolo, montaggio innovativo. Scritto con cura maniacale, ha una galleria di personaggi minori riuscitissimi in cui svetta Marlene Dietrich (c’è anche Zsa Zsa Gabor) nei panni di un’indimenticabile chiromante e che si trovò per caso a recitare sul set. Secondo Goffredo Fofi “a Welles non interessa la grandezza del male, quanto l’innocenza del peccato”. Il metodo legale deduttivo di Vargas-Heston si scontra con il fiuto di chi fabbrica le prove a sostegno dell’intuito di Welles-Quinlain. Secondo Mereghetti “noir sadico dalle ascendenze kafkiane”. Finale tragico. Massacrato dalla produzione che stravolge l’impianto originario del film allontanando definitivamente Welles da Hollywood.
Il restauro prodotto nel 1998, sulla base di un memo wellesiano, per le cure del montatore Walter Murch (è il premio Oscar di Apocalipse Now) e del critico Jonathan Rosenbaum lo ha riportato all’ineguagliabile idea creativa di Welles. 

IL TERZO UOMO di Carol Reed, 1949

La guerra è da poco finita e lo scrittore canadese Holly Martins si reca a Vienna controllata dagli alleati per incontrare il vecchio amico Harry Lime magistralmente interpretato da Orson Welles che ne farà un personaggio memorabile anche quando non è presente sulla scena. Lo scrittore apprende che il suo enigmatico amico è morto e sembra di trovarsi nella trama di un suo romanzo. Non fidandosi delle indagini ufficiali, l’uomo inizia le proprie ricerche di un terzo uomo che può risolvere gli arcani. Memorabile l’inseguimento nelle fogne della città. 
È un film inglese in cui il regista adotta le tecniche dell’espressionismo tedesco. Contiene tutte le ansie della Guerra Fredda appena iniziata con una Vienna divisa in quattro zone alleate come Berlino. Scritto da Graham Green che poi ne farà un romanzo con insolito percorso inverso. Secondo Morandini “un perfetto ingranaggio d’azione in cui la tecnica del giallo si coniuga con una sottile indagine psicologica”. Orson Welles collaborò con il regista in molte scelte. Accreditato ufficialmente nei dialoghi, sua la celebre frase ancora molto citata: “In Italia sotto i Borgia, per trent’anni, hanno avuto assassinii, guerre, terrore e massacri, ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e che cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù”. Il personaggio di Harry Lime diventerà un alter ego di Orson Welles tanto da portarlo al centro di un dramma radiofonico di 39 puntate. Palma d’oro a Cannes e Oscar alla Fotografia. 

IL MISTERO DEL FALCO di John Huston, 1941

Il detective privato Sam Spade indaga su un intricato caso che coinvolge tre eccentrici criminali e una misteriosa donna, tutti alla ricerca di una preziosa statuetta e molti moriranno per un risultato che non soddisfa nessuno. Trama complessa e dai diversi punti di vista. Uno dei capostipiti del genere. Tratto da un romanzo del padre dell’hard boiled Dashiell Hammett, già portato sullo schermo ma senza il successo e il mito di Bogart che rende universale il personaggio di Sam Spade: e pensare che l’attore venne chiamato come ripiego. Diventerà l’archetipo dell’uomo duro con l’anima fragile sotto il trench. Opera prima di John Huston che all’epoca era solo uno sceneggiatore. Per motivi di budget gira tutto in interni indovinandone il regime claustrofobico e adopera le tecniche dell’Espressionismo, come il piano olandese che inclina l’inquadratura. Da Welles prende invece il set con il soffitto che rende il film angoscioso insieme al bianco e nero dall’atmosfera molto cupa. Una pietra miliare.  

IL GRANDE SONNO di Howard Hawks, 1946

Bogart, sempre lui, questa volta cambia regista registro e incarna il detective di Raymond Chandler che aveva meglio proseguito l’opera di Hammett. Sceneggia un certo Faulkner a rendere la materia più letteraria. Philip Marlowe, ovviamente detective privato ma questa volta molto più ironico e disilluso, deve scoprire chi si cela dietro ai ricatti alle figlie del vecchio generale Sternwood. Una è ninfomane e tossicodipendente, l’altra fa prendere una sbandata all’investigatore. Attorno si sviluppa una girandola di omicidi in una trama anche in questo caso complessa e disseminata da colpi di scena. Stupenda la scena iniziale dove le ombre proiettate di Bogart e della Bacall, introducendo perfettamente le atmosfere notturne e intriganti del genere, si accendono reciprocamente una sigaretta. Un film realizzato con grande stile dove lo spettatore spesso guarda gli avvenimenti prima dei personaggi.

LA DONNA DEL RITRATTO di Fritz Lang, 1943

Un criminologo solo in città per le vacanze incontra una bella donna che ha visto ritratta in quadro. Si addormenta leggendo “Il Cantico dei cantici” (lo stesso libro di “C’era una volta in America”) e si trova e vivere uno dei più incredibili incubi cinematografici  dai risvolti psicanalitici. Non c’è differenza tra sogno e realtà e tutti possiamo essere colpevoli o innocenti. Un film sull’ambiguità del doppio girato con atmosfera onirica. Ognuno può essere coinvolto nella colpevolezza del delitto. Tratto da un romanzo è in netta continuità con i filmi del maestro del cinema espressionista tedesco. Secondo Gianni Amelio: “La sorpresa finale è di quelle che fanno epoca e viene ancora oggi imitata in televisione”. Per Mereghetti “Uno dei migliori ritratti del grigiore borghese e di quello che può nascondere dietro la faccia rispettosa”.

LA FIAMMA DEL PECCATO di Billy Wilder, 1944

Un assicuratore si lascia intrappolare in uno schema di omicidio e frode da una dark lady molto diabolica che vuole incassare la polizza sulla vita del marito. È smascherato da un collega pignolo che uccide la donna avida e perversa. “La fatalità sostituisce la suspence nella ricerca del colpevole”. Inizia con la confessione del colpevole a un dittafono strutturando il film con un lungo flashback. Altro capolavoro del noir denso di contenuti e girato da Wilder con stile molto originale che adopera una fotografia in chiaroscura e disegna la femme fatale Barbara Stanwyck in modo perfetto, con la sua sua chioma bionda e il braccialetto alla caviglia. Sei nomination ma nessuna statuetta. Tratto da un libro dell’autore del “Postino suona sempre due volte” e sceneggiato da Chandler alla sua prima esperienza di scrittura cinematografica. 

OMBRE MALESI di William Wyler, 1940

A Singapore una donna uccide a sangue freddo un uomo e poi dice al marito e all’avvocato che è stata legittima difesa. Bette Davis è la moglie di un piantatore inglese che – lei sostiene – voleva violentarla. Il titolo originario è “The letter”, quella che che viene ritrovata nell’indagine e che accerta che il delitto ha un movente passionale. Per questo motivo viene ricattata e nel processo viene assolta ma sarà smascherata dalla vedova della vittima. Tratto da un libro poi trasformato in piece teatrale. La messinscena è molto sinistra con una fotografia notturna che gioca sulla luce bianca della luna piena. L’atmosfera tropicale della colonia in disfacimento aggiunge una cornice strepitosa in cui si consuma il molteplice misfatto. Più volte rifatto, (c’è anche una versione del 1929) nessuno comparabile con questo capolavoro. 

GIUNGLA D’ASFALTO di John Huston, 1950

Noir capostipite del sottogenere gran colpo per bottino che ti cambia la vita al centro della trama. Doc, il protagonista, nei sette anni di carcere ha preparato cartesianamente una rapina a una gioielleria studiata in ogni dettaglio. Quando esce mette su una banda con personaggi meravigliosamente scritti e ritratti. Il colpo riesce tra un dedalo di sotterranei ma quando c’è da spartirsi il bottino sarà un feroce regolamento di conti senza vincitori. Secondo Morandini: “Ha la forza di una complessa allegoria morale, radicata nel costume americano, sfuggendo alla convenzione del genere: non c’è un traditore, non una divisione manichea tra buoni e cattivi”. Uno dei più bei film di Huston. La scena in cui un rapinatore muore dissanguato tra i cavalli è stata citata come omaggio da Cimino in “Ore disperate”. Primo ruolo di rilievo per Marylin Monroe.

IL GRANDE CALDO di Fritz Lang, 1953

Il sergente di polizia Bannion sta indagando sull’apparente suicidio di un agente corrotto dalla mafia. All’improvviso dai suoi superiori gli viene ordinato di fermarsi ma l’uomo continua a fare ricerche finché un’esplosione mirata a lui uccide sua moglie. Si allea con la donna del gangster che l’ha sfigurata versandole del caffè bollente in faccia, in una scena di grande impatto violento che creando una donna dal volto a metà turbò non poco critica e pubblico dell’epoca. La tecnica espressionista è dedicata con grande successo ai temi della corruzione e di quanto la legalità abbia sempre dei limiti che nessun Codice può garantire. Ma centrale rimane il motivo della vendetta e che pone ogni uomo nella condizione di uccidere secondo la tesi ricorrente del cinema di Lang.

LE CATENE DELLA COLPA di Jacques Tourner, 1947

Un detective privato, ritiratosi in un paesino di provincia, scopre di non poter sfuggire al proprio passato quando un ex datore di lavoro molto squalo e l’ex amante, la dark lady moglie di quest’ultimo, lo attirano in una trappola fatale. Tre donne attorno a Robert Mitchum (alla sua prima volta nei panni del protagonista). Acapulco e San Francisco tra i luoghi di un intrigo che si presta sempre a nuovi inattesi colpi di scena in un intreccio molto labirintico. Il passato torna in forma di flashback. La dark lady e le fragilità delle passioni umane. Restauro della Rai che ha aggiunto molte scene inedite in inglese non sottotitolato. Un dramma dell’ossessione e della disperazione. Bellissime le scene nel bar di Acapulco dove il direttore della fotografia Nicholas Misuraca “gioca con le ombre degli interni oscurando spesso le silhouette dei diversi personaggi”.

Immagine in cover: Foto di Orson Welles in Touch of Evil (L’infernale Quinlain)

Covid-19: cosa fare in gravidanza e allattamento

People For Planet - Ven, 02/28/2020 - 09:51

È la domanda che da diversi giorni in molti (e molte) si stanno ponendo. La risposta arriva ora dall’Istituto superiore di sanità.

Se sei in gravidanza

In assenza di un vaccino contro il nuovo coronavirus Covid-19 e di informazioni circa la suscettibilità delle donne incinta alla patologia causata da questo nuovo virus, si raccomanda di seguire le comuni azioni di prevenzione primaria che prevedono l’igiene frequente e accurata delle mani e l’attenzione a evitare il contatto con soggetti malati o sospetti, secondo le raccomandazioni del ministero della Salute e delle istituzioni internazionali (che vanno estese anche ai contatti delle donne in gravidanza).

Taglio cesareo non necessario

Allo stato attuale delle conoscenze, per le donne con infezione da nuovo coronavirus Covid-19 non c’è un’indicazione al taglio cesareo. Per quanto riguarda la gestione ospedaliera dei casi sospetti o certi, le indicazioni da seguire sono le stesse di quelle raccomandate per la gestione degli altri casi di infezioni da Covid-19 incluso, se ritenuto necessario, l’isolamento di madre e/o neonato.

Non c’è trasmissione da madre a feto

La trasmissione verticale, cioè dalla madre al feto, del nuovo coronavirus non sembra verificarsi: dai primi casi descritti il virus non è stato rilevato nel liquido amniotico o nel sangue neonatale prelevato da cordone ombelicale e nessun neonato nato da madre affetta dal nuovo coronovirus Covid-19 è risultato essere positivo al virus.

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Le regole per chi allatta

Date le informazioni scientifiche disponibili al momento e il potenziale protettivo del latte materno si ritiene che, nel caso in cui la madre stia facendo gli accertamenti diagnostici o sia affetta da Covid-19, le sue condizioni cliniche lo consentano e lei lo desideri, l’allattamento debba essere avviato e/o mantenuto, direttamente al seno o con latte materno spremuto. Va detto infatti che il virus responsabile della COVID-19 non è stato rilevato finora nel latte materno raccolto dopo la prima poppata (colostro) delle donne affette; in almeno un caso sono stati invece rilevati anticorpi contro questo virus.

Importante mantenere la produzione di latte

Per ridurre il rischio di trasmissione al bambino/a, si raccomanda l’adozione delle procedure preventive come l’igiene delle mani e l’uso della mascherina durante la poppata, secondo le raccomandazioni del ministero della Salute. Nel caso in cui madre e bambino/a debbano essere temporaneamente separati, si raccomanda di aiutare la madre a mantenere la produzione di latte attraverso la spremitura manuale o meccanica. Anche la spremitura del latte, manuale o meccanica, dovrà essere effettuata seguendo le stesse indicazioni igieniche.

Per approfondire vai su Epicentro

Il Colorado abolisce la pena di morte

People For Planet - Ven, 02/28/2020 - 09:00

Dal primo luglio 2020 il Colorado diventerà il 22esimo Stato americano ad abolire la pena capitale. La legge è stata approvata in via definitiva dal Parlamento, a maggioranza democratico, e attende ora la firma del governatore Jared Polis.

Era dal 1979 che i parlamentari del Colorado tentavano, senza successo, di far abolire la pena di morte. Nel 2007 è nato un vero e proprio Movimento abolizionista che ha tentato per 6 volte di far approvare la legge.

Bellissima la dichiarazione del leader della maggioranza democratica, Alec Garnett: “Spero in una società in cui le risorse vengano spese per la riabilitazione, nel trattamento della dipendenza, non in iniezioni letali”.

Scrive Repubblica che, invece, un rappresentante repubblicano, Steve Humphrey, contrario al provvedimento ma, pare, a corto di argomentazioni, abbia letto la Bibbia per quasi 45 minuti.

Lo scorso anno negli Stati Uniti sono state registrate 22 esecuzioni capitali, concentrate in soli 7 Stati. In Colorado l’ultima esecuzione risale al 1997 mentre sono tre i condannati a morte in attesa. Il governatore Polis si è detto pronto a valutare la grazia caso per caso.

Immagine: Bandiera del Colorado – By Seth Haller – Own work, CC0

Vecchie medicine per nuove terapie

People For Planet - Ven, 02/28/2020 - 07:00

Nuovi scopi curativi per “vecchie” medicine: un gruppo di ricercatori del Broad Institute of Massachusetts Institute of Technology and Harvard di Cambridge (Massachusetts, Stati Uniti) e del Dana-Farber Cancer Institute di Boston (Stati Uniti) hanno scoperto che 48 farmaci in commercio da anni e destinati alla cura di svariate condizioni mediche come diabete, infiammazioni e colesterolo alto sono in grado di agire anche come farmaci anti-tumorali, uccidendo le cellule malate e lasciando intatti i tessuti sani circostanti. I risultati, che hanno anche rivelato nuovi meccanismi di contrasto alle neoplasie, suggeriscono un possibile modo per accelerare lo sviluppo di nuovi farmaci antitumorali o riutilizzare farmaci già esistenti per curare forme tumorali. I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Nature Cancer.

Diabete, infiammazioni e colesterolo alto

Gli studi sono stati condotti in laboratorio: i ricercatori hanno testato su 578 campioni di cancro umano 4518 composti farmacologici già noti e sviluppati per malattie diverse dal tumore come diabete, infiammazione, alcolismo e persino l’artrite nei cani, individuandone quasi 50 con attività anticancro per uso umano. Un numero sorprendentemente alto a detta degli stessi ricercatori: Todd Golub, direttore scientifico e direttore del Cancer Program presso il Broad Institute e professore di pediatria alla Harvard Medical School di Boston ha affermato infatti che «saremmo stati fortunati se avessimo trovato anche un singolo composto con proprietà anti-cancro, e invece con nostra sorpresa ne abbiamo trovati molti».

Il Drug Repurposing Hub

Non è la prima volta che gli studiosi si imbattono in nuovi usi legati a farmaci già esistenti: basta pensare alla scoperta dei benefici cardiovascolari dell’aspirina, ideata per combattere dolore, infiammazione e sintomi influenzali. Così come non è la prima volta che farmaci non oncologici sono stati scovati come in grado di trattare anche le neoplasie: ma fino a oggi queste scoperte sono state sempre e solo casuali. E invece, poiché farmaci già esistenti utilizzabili per nuove terapie possono essere una risorsa da non sottovalutare né dal punto di vista terapeutico né dal punto di vista economico, Steven Corsello, primo autore dello studio e oncologo del Dana-Farber, spiega che è per questo che è nato il Drug Repurposing Hub (“Centro di riutilizzo dei farmaci”, ndr), di cui è fondatore. L’Hub attualmente comprende oltre 6000 farmaci approvati dalla Food and drug administration (Fda), l’ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici: «Proprio per agevolare questo genere di scoperte e renderle più semplici abbiamo creato il Drug Repurposing Hub, il centro di riutilizzo dei farmaci». E lo studio pubblicato su Nature Cancer è il più ampio che finora abbia mai utilizzato l’Hub (che al momento dello studio contava 4518 farmaci) .

Scoperti meccanismi di funzionamento innovativi…

Oltre a funzionare inaspettatamente contro le neoplasie, alcuni dei farmaci individuati hanno dimostrato di riuscire a uccidere le cellule tumorali con procedimenti finora non conosciuti. «La maggior parte dei farmaci antitumorali esistenti agisce bloccando l’attività di alcune proteine, ma stiamo scoprendo che i composti agiscono anche attraverso altri meccanismi», ha detto Corsello. Alcuni dei farmaci identificati dallo studio come aventi potere antitumorale sembrano agire non inibendo una proteina, come i ricercatori si aspettavano, bensì attivando una proteina o stabilizzando un meccanismo di interazione tra due proteine. «L’aver compreso come questi farmaci uccidono le cellule tumorali – spiega Corsello – ci fornisce un punto di partenza per lo sviluppo di nuove terapie».

…e nuovi spunti contro la chemio-resistenza

Non solo un punto di partenza per nuove terapie contro i tumori. Molti dei farmaci non oncologici identificati nello studio hanno dimostrato di funzionare come antitumorali interagendo con bersagli molecolari fino a oggi non riconosciuti come tali: ad esempio il farmaco anti-infiammatorio tepossalina, originariamente sviluppato per l’uso nelle persone ma approvato per il trattamento dell’osteoartrite nei cani, ha ucciso le cellule tumorali colpendo un bersaglio sconosciuto nelle cellule che presentano quantità eccessive della proteina MDR1, nota per guidare la resistenza ai farmaci chemioterapici. Una scoperta che quindi potrebbe aprire la strada a nuove strategie anche per contrastare la resistenza ai farmaci chemioterapici.

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La “Banca Ore solidale” regala giorni di permesso ai lavoratori che ne hanno bisogno

People For Planet - Gio, 02/27/2020 - 15:00

Alzi la mano quanti di noi sanno che le ferie sono un diritto previsto e garantito dalla nostra Costituzione: l’art. 36, infatti, oltre ad affermare il diritto del lavoratore “a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” stabilisce anche che il lavoratore ha il “diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite e non può rinunziarvi”.

Le ferie solidali

Un decreto legislativo del 2003 riconosce in almeno 4 settimane all’anno – due delle quali possono essere godute anche nei 18 mesi successivi – il periodo ferie che spetta a chi lavora, e soprattutto ne vieta la “monetizzazione”, proibisce cioè il pagamento delle ferie non godute.

Ma le ferie possono, appunto, essere più di 4 settimane, e oltre a queste quasi tutti i contratti collettivi riconoscono il diritto ai permessi retribuiti che solitamente arrivano a 104 ore annue.

E sono proprio queste ferie e queste ore a costituire un “bene” nella disponibilità di chi lavora, che può decidere – in totale anonimato, dispone la legge – di regalarle a chi ne ha bisogno.

In questo modo i lavoratori che abbiano esaurito la dotazione di ferie e permessi – e che si trovino ad affrontare gravi e documentate situazioni personali o familiari – possono attingere alla “Banca Ore” e usufruire delle donazioni dei colleghi.

Il Jobs Act e il modello francese: la legge Mathys

Mathys Germaine era un bimbo francese a cui venne diagnosticato un tumore al fegato: quando i suoi genitori terminarono ferie e permessi, la disperazione per non poter più stare vicino al loro piccolo si sommò all’immenso dolore per quella vicenda senza speranza. Fu allora che i colleghi del papà decisero di rinunciare a parte delle loro ferie e gli misero a disposizione ben 170 giorni di reduction du temps de travail, permettendogli di rimanere vicino al figlio fino alla fine. La storia commosse non solo l’opinione pubblica ma anche la politica, che poco tempo dopo approvò una legge – conosciuta appunto come legge Mathys – che regolamentava la possibilità di scambiare giorni di riposo o di ferie fra colleghi.

Un anno dopo, era il 2015, la proposta di una simile regolamentazione è arrivata in Italia grazie alla senatrice della Lega Nord Emanuela Munerato, ed è stata inserita all’interno di uno dei decreti che costituiscono il Jobs Act (il d.lgs n. 151 del 2015).

Da allora numerosi sono stati i contratti collettivi di lavoro – ai quali la nostra normativa demanda la definizione delle condizioni e delle modalità – che hanno reso reale questa forma di solidarietà e aiuto: e numerosi, soprattutto, sono stati i casi che hanno concretizzato questo particolare welfare aziendale.

La gara di solidarietà all’azienda Parker di Gessate

L’ultimo in ordine di tempo è di pochi giorni fa, in un’azienda vicino a Milano, nella quale un lavoratore di 66 anni, malato oncologico, aveva esaurito i permessi per malattia e non era in grado di tornare a lavorare. E d’altra parte per maturare i requisiti per andare in pensione deve aspettare gennaio dell’anno prossimo. Le prospettive del 2020 erano davvero grigie, senza reddito né altri tipi di assistenza. E così parte il tam tam della solidarietà e i 190 colleghi mettono assieme un pacchetto di 256 giornate, anche di più di quante ne servissero. “La storia del movimento dei lavoratori è costellata di pagine belle – scrive la Fiom Cgil in una nota -. Le metalmeccaniche e i metalmeccanici della Parker di Gessate ne hanno scritta una oggi, restituendo senso alla parola solidarietà in questi tempi dove troppo spesso a predominare sono l’individualismo e la competizione selvaggia”.

In cover l’immagine della sede centrale della Parker Hannifinin in Ohio

In Scozia assorbenti a tamponi gratis: approvata proposta di legge

People For Planet - Gio, 02/27/2020 - 12:00

Il Parlamento scozzese ha approvato un nuovo disegno di legge per rendere gratuiti i tamponi e gli assorbenti per tutte le donne.

Contro la cosiddetta “period poverty” il governo vuole garantire che i prodotti necessari durante le mestruazioni siano gratuiti e disponibili per “chiunque ne abbia bisogno” soprattutto per proteggere le donne a basso reddito che non si possono permette di acquistare assorbenti e tamponi.

Un sondaggio effettuato su 2.000 persone da Young Scot ha rilevato che circa una ragazza su 4 tra quelle intervistate in scuole e università scozzesi fa fatica ad accedere ai prodotti necessari durante il ciclo. Nel Regno Unito nel complesso, invece, il 10% delle ragazze non può permettersi di acquistarli, il 15% fa fatica e il 19% è passato a prodotti meno adatti a causa dei costi.

L’Italia non è un paese per donne

Ci son volute proteste e interrogazioni parlamentari per abbassare l’Iva sugli assorbenti in Italia dal 22 al 5%. Ma, attenzione, c’è il trucco: l’aliquota più bassa vale solo per assorbenti ecologici e coppette mestruali.

Niente da eccepire, le coppette sono un’ottima soluzione ecologica e sostenibile, peccato che se ne parli pochissimo, che le ragazze molte volte non sappiano nemmeno che esiste. Per quanto riguarda poi gli assorbenti ecologici costano mediamente un 50% in più degli altri.

In un Paese in cui una ragazza mestruata dice ancora che “è indisposta” e che ha “le sue cose”, la strada verso la distribuzione gratis di assorbenti e tamponi è ancora lunga.

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Covid-19: tre pillole antipanico dall’Istituto superiore di sanità

People For Planet - Gio, 02/27/2020 - 10:30

Il numero di contagi dovuti al nuovo Coronavirus Covid-19 in Italia è in aumento e le infezioni stanno iniziando a interessare anche altri Paesi (Estonia, Danimarca, Romania) proprio mentre in Cina la diffusione del virus sembra stia finalmente rallentando. Per cercare di arginare il panico l’Istituto superiore di sanità ha stilato un elenco di pillole anti-panico che dovrebbero servire alla popolazione italiana a vivere senza eccessivi allarmismi questa situazione.

L’Iss spiega che non dobbiamo aver paura di:

  • Restare senza cibo: non è necessario fare scorte di generi alimentari. Gli esercizi commerciali, nelle zone che attualmente non sono sede di focolai epidemici, restano aperti e garantiscono il rifornimento di tutti i prodotti, non soltanto quelli di prima necessità.
  • Rimanere senza prodotti per l’igiene delle mani: anche se, a causa della paura generata dal contagio, le farmacie e altri punti vendita possono rimanere sprovvisti di gel o soluzioni per l’igiene delle mani, va ricordato che il lavaggio con acqua e sapone, se ben effettuato, garantisce una perfetta igiene anche nei confronti del nuovo Coronavirus (Covid-19). Qualora voleste approfittare della comodità di un gel o di una soluzione per l’igiene delle mani a base idroalcolica da portare con voi e da usare in qualunque situazione, segnaliamo che questi prodotti possono essere preparati anche da alcune farmacie come prodotti galenici provvisti di apposita etichetta. Suggeriamo di scegliere quelli con una percentuale di alcol pari ad almeno il 60%.
  • Essere contagiati dagli animali da compagnia: sebbene si possa ipotizzare che il SARS -CoV-2 sia originato da un serbatoio animale, il contagio della malattia da coronavirus (Covid-19) è interumano. È comunque una buona regola igienica, per proteggersi da altri patogeni più comuni, lavarsi le mani con acqua e sapone dopo avere accudito gli animali.

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Ue: l’Italia è il primo e peggiore inquinatore energetico

People For Planet - Gio, 02/27/2020 - 09:55

L’Italia sta facendo progressi, ma in ambito ambientale è ancora sotto la media europea in molti campi. Lo sostiene il monitoraggio delle economie dei paesi membri, condotto dalla Commissione europea per valutare la sostenibilità ambientale dei singoli e stabilire dove intervenire con il Green Deal approvato di recente, e che dispone di un totale di 7,5 milioni di euro di fondi.

Energia, siamo i peggiori

Siamo il quarto produttore di gas a effetto serra dell’Unione. Nel solo settore energetico siamo responsabili del contributo più importante, con una quota del 56% del totale, a causa di centrali al carbone e di stabilimenti siderurgici: in particolare Taranto e il Sulcis sardo, dove si trovano rispettivamente lo stabilimento siderurgico dell’Ilva e una importante miniera di carbone. Per questo motivo le due zone entrano nelle lista di regioni pubblicata ieri dalla Commissione, per stabilire chi potrà godere dell’aiuto finanziario europeo nella transizione ecologica.

360 milioni, per ora una promessa

360 milioni su un totale di 7,5 miliardi andranno molto probabilmente all’Italia per sostenere la transizione ecologica delle sue aree peggiormente inquinate: Taranto, dove la popolazione e soprattutto i bambini continuano a soffrire pesanti ricadute dell’inquinamento dell’aria sulla salute fisica e intellettiva, e il Sulcis. Gli altri Paesi che maggiormente beneficeranno del Green Deal sono la Polonia (2 miliardi di euro) e la Germania (877 milioni di euro). Nella Repubblica federale, gli aiuti dovrebbero essere diretti verso la Renania e la ex Ddr.

L’obiettivo dell’esecutivo comunitario è aiutare i paesi a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. La proposta di finanziamento della Commissione europea dovrà essere rafforzata da piani di sviluppo che i singoli paesi dovranno presentare all’esecutivo comunitario, perché possa decidere un programma specifico, esattamente come avviene con i fondi di coesione.