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Ex-Ilva: una lunga storia irrisolta

People For Planet - Mer, 11/06/2019 - 11:00

I numeri sono semplici: l’Ex-Ilva di Taranto è la più grande acciaieria d’Europa, dà lavoro a 10.700 operai di cui 8.000 solo a Taranto (cifra che raddoppia se calcoliamo l’indotto) e produce ogni anno acciaio per 24 miliardi di euro.

Malgrado questo la ArcelorMittal vuole andarsene da Taranto.

Cos’è lo scudo penale

L’Ilva inquina, e molto. Quindi lo stabilimento deve essere messo a norma tramite un “piano ambientale”. Vista però l’importanza occupazionale e produttiva l’Ex-Ilva continua a funzionare e la nuova proprietà avrebbe dovuto provvedere all’attuazione del piano nei tempi e modi previsti al momento dell’accordo.

Nel 2015 il governo Renzi, per “proteggere” gli eventuali acquirenti e mantenere l’occupazione ha approvato un decreto dove si escludeva la responsabilità penale di chi avrebbe gestito l’acciaieria «in relazione alle condotte poste in essere in attuazione del Piano ambientale». In pratica, la dirigenza dell’acciaieria non poteva essere denunciata per danno ambientale durante l’attuazione del piano stesso, sempre che ne fossero rispettati i tempi.

La scorsa settimana un voto al Senato ha rimosso lo scudo penale e quindi ecco che la ArcelorMittal ha deciso di rinunciare all’acciaieria. O almeno così dichiara.

Come si è arrivati a rimuovere lo scudo penale, le decisioni prima prese e poi ritirate e poi ancora ribadite è magnificamente spiegato in un lungo articolo su Il Post

Il problema è l’eliminazione dello scudo penale?

In molti – Pd in primis – accusano l’Azienda anglo-indiana posseduta per il 40% dal magnate indiano Lakshmi Mittal di usare lo scudo penale come scusa per rinunciare e chiedono al Governo di ripristinarlo così da verificare se quello della società è un bluff come da più parti si sospetta.

La Borsa racconta un’altra storia

La Borsa di Amsterdam, dove è quotata ArcelorMittal, tra lunedì e martedì, cioè nei giorni in cui il gruppo ha formalizzato al Governo l’intenzione di abbandonare la partita Ilva ha visto aumentare le azioni del gruppo del 6,1%. In un articolo de Il Sole 24 ore si analizza il perché di questo fantastico rialzo che in pratica è presto detto: l’abbandono – sempre che non ci siano novità nella trattativa con il Governo – frutterebbe al colosso dell’acciaio 1,2 miliardi di dollari annui nel breve periodo se si calcolano le perdite annuali (600 milioni di dollari), il canone d’affitto (200 milioni) e il mancato investimento promesso per 400 milioni di dollari.

La crisi dell’acciaio

L’acciaieria attualmente perde tra gli uno e i due milioni di euro al giorno per la crisi del mercato internazionale dell’acciaio iniziata nel 2018.
A questi problemi vanno aggiunti quelli dell’altoforno 2, che secondo i magistrati non è sicuro e potrebbe avere bisogno di pesanti investimenti per essere messo in sicurezza, tanto che si potrebbe arrivare a doverlo spegnere causando ulteriori danni all’azienda.  

Come andrà a finire?

Aspettiamo l’incontro di oggi tra l’Azienda e il Governo.
Scrive Il Post: “Secondo molti esponenti della maggioranza, a quel punto ArcelorMittal metterà sul tavolo le sue vere richieste: potrebbero andare da uno sconto sulla prossima rata che la società deve pagare (1,5 miliardi di euro su un totale di circa 4, tra affitti, investimenti e piano ambientale) al permesso di dimezzare i dipendenti, licenziando 5 mila lavoratori”.

E a Taranto si continua a morire

Tra i lavoratori impiegati nello stabilimento Ex-Ilva di Taranto si registra il 500% di casi di cancro in più rispetto alla media della popolazione generale della città, non impiegata nello stabilimento. È questa l’ultima stima, pubblicata nel 2018, dell’Osservatorio Nazionale Amianto (Ona)

Mantenere l’occupazione è incompatibile con salvaguardare la salute dei cittadini di Taranto?
Scrive Gad Lerner su Repubblica: “Il grande sconfitto, insieme ai tarantini, è il riformismo: ovvero qualsivoglia progetto di riconversione che rendesse compatibile la produzione dell’acciaio con la bonifica del territorio. Sviluppo e salvaguardia dell’ambiente: in altri Paesi europei ci sono riusciti. A Taranto ci hanno provato in tanti, almeno a parole. Non ci è riuscito nessuno”.

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Contro il cambiamento climatico piantiamo 60 milioni di alberi

People For Planet - Mer, 11/06/2019 - 07:00

Piantare alberi per contrastare l’aumento delle temperature, per facilitare il ciclo dell’acqua, per fissare la C02, per ombreggiare ed anche per assorbire particolato e rumore. Per tantissime ragioni, perché tutte queste sono funzioni che possono assolvere le alberature di alto fusto e il verde (arbusti e manto erboso) in genere.

Leggi anche: Cambiamenti climatici: una soluzione efficace è piantare alberi

E, dal riconoscimento di tutti questi aspetti, oltreché sulla scia e come sorta di misura di compensazione per tutte le perdite boschive avute – con gli incendi avvenuti dalla Siberia all’Amazzonia, dall’Africa all’Indonesia – sono nate iniziative lodevoli che si stanno già avviando in varie parti di Italia e del mondo, per incrementare il numero degli alberi.

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60 milioni di alberi, 1 per ogni abitante in Italia

La spinta in Italia è derivata anche da una iniziativa chiamata 60 milioni di alberi, ovvero più o meno uno per ogni abitante in Italia. Una iniziativa nata inizialmente come appello promosso dal presidente di Slow Food Carlo Petrini, da Stefano Mancuso, scienziato e direttore di LINV (International Laboratory for Plant Neurobiology) e dal vescovo di Rieti (e di Amatrice) Domenico Pompili.  Tutti tre si sono espressi, nel formulare questo appello, anche a nome delle Comunità «Laudato Si’», ovvero di quei collettivi di idee e azione fioriti intorno alla famosa enciclica pubblicata da papa Francesco nel 2015, che ha incitato a un cambio di passo su ambiente e clima.

Enzo Bianco, presidente del Consiglio Nazionale dell’Anci, l’associazione che raggruppa oltre 7 mila comuni, si è rivelato, tra i primi, entusiasta del progetto.

E anche dal sito del CREA, Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria, istituito presso il Ministero delle politiche agricole, forestali e del turismo si legge, a proposito dell’iniziativa: “Una bella idea che va trasformata in un progetto a scala nazionale, basato su criteri scientifici, ovvero non basta dire “piantiamoli”, servono spazi e luoghi idonei, materiale vivaistico controllato e risorse per le cure colturali“.

Dove serve e come farlo (garantendo la cura nel tempo)

E come affermano dal CREA, allo stesso modo, si esprimono altri esperti in alboricoltura a livello nazionale. Prima di tutto i luoghi. Secondo molti di loro i luoghi idonei sono necessariamente le città. Gli alberi devono essere piantati dove servono, dove c’è inquinamento, dove serve ombreggiamento, dove la CO2 antropica si produce. Le aree urbane rappresentano solo il 2% delle terre emerse e producono oltre il 70% della CO2, e le piante sono migliaia di volte più efficienti nel fissare CO2 e inquinanti quanto più sono vicine alle sorgenti che le emettono. Le radici inoltre trattengono il terreno, aiutano a drenare e sono quindi un sistema ideale per garantire maggiori stabilità di pendii. Non esiste perciò un motivo per cui le città non dovrebbero essere piene di verde, non esiste una sola controindicazione.

Leggi anche: Piantare alberi per la salute di tutti: persone e pianeta

Ma è fondamentale che, una volta realizzate, queste piantumazioni abbiano chi se ne prende cura: questi nuovi alberi, che siano piccoli di età o più grandi, devono essere “allevati”, a maggior ragione se sono piante “giovani”. Lo stesso vale, anche se in misura minore, per un albero più grande, per esempio di tre metri di altezza, anche qui è necessario garantire irrigazione, controllo della crescita con regolarità e se l’ancoraggio può andar bene o invece danneggiare il fusto in crescita.

La manutenzione a volte può essere anche più costosa della spesa di impianto, ma è così importante per garantire attecchimento e sopravvivenza che, come dicono tutti gli esperti in materia, non può non essere prevista o sottostimata.

Può bastare piantare alberi per contrastare il cambiamento climatico?

La risposta è no, non è sufficiente. Serve, è indispensabile anche per il benessere dentro le città, per i tanti altri fattori sopra esposti, ma non è l’unica misura necessaria per contrastare e nei tempi rapidi in cui occorre farlo, il cambiamento climatico e l’innalzamento delle temperature.

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Lo spiega bene Stefano Mancuso, tra i promotori dell’iniziativa: anche modificare i propri consumi è fondamentale, quello che si chiama cambiamento dei consumi dal basso. Ma anche questo richiede tempo: le scelte ragionate delle persone si ottengono attraverso il contagio virtuoso che comunque non è immediato, anzi è un processo troppo lungo e non ce lo possiamo permettere.

Servono anche, e contemporaneamente dunque, energiche azioni politiche ed economiche, per avere cambiamenti più rapidi di rotta.

Per esempio includere la protezione della natura e la difesa dell’ambiente nella nostra Costituzione – in questa direzione va la proposta di legge costituzionale depositata in Commissione Affari Costituzionali della Camera un anno fa – oltreché procedere con le Dichiarazioni di emergenza ambientale ed ecologica, come si sta già facendo in alcuni Comuni.

Estendere in Costituzione il dovere inderogabile di solidarietà politica, economica e sociale (art. 2) anche all’ambiente e alle future generazioni, va a guardare al futuro, non solo al presente. Consumare risorse irriproducibili, danneggiare gli ecosistemi irreparabilmente è un crimine contro chi verrà dopo di noi, e lo è anche per noi, perché gli scenari che si presentano indicano mutamenti rapidi: per cui è importante per una Costituzione di uno Stato che la Repubblica “riconosca e garantisca la tutela dell’ambiente come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività.
Promuova le condizioni per uno sviluppo sostenibile” (così suonerebbe la seconda parte dell’art. 9 dopo le modifiche).

Ma anche far capire agli imprenditori che la rivoluzione verde è una enorme opportunità per il futuro delle nostre aziende, supportandone le scelte in tali direzioni, smascherando chi fa solo greenwashing enon pianifica e investe realmente in termini di green economy. E al tempo stesso, guidare questa rivoluzione con scelte politiche lungimiranti in termini di incentivi/disincentivi, di tasse e servizi, di sostegno alla ricerca e di aiuti alle imprese.

Altre fonti:

https://www.corriere.it/cronache/19_settembre_11/piantiamo-60-milioni-alberi-per-ogni-cittadino-italiano-92d1cc40-d4b5-11e9-8dcf-5bb1c565a76e.shtml
https://www.crea.gov.it/-/piantiamo-60-milioni-di-alberi-per-contrastare-il-cambiamento-climatico
https://rep.repubblica.it/pwa/commento/2019/09/08/news/se_vivere_green_non_basta_piu_-235539186/

Immagine di copertina di Armando Tondo

Genitori tengono a casa i figli per protesta: in classe c’è un’alunna disabile

People For Planet - Mar, 11/05/2019 - 14:30

Ogni anno la stessa storia, centinaia di bambini hanno bisogno di un’assistenza mirata, invece per loro la scuola comincia più tardi. Perché al Ministero scoprono a settembre che vanno coperte le cattedre di sostegno. A Cornegliano Laudense, la scuola era iniziata miracolosamente lo stesso giorno per tutti gli alunni, inclusi quelli con disabilità, senza esclusioni. Ci hanno pensato i genitori a escludere. E fa sorridere (amaramente) che l’episodio sia avvenuto proprio in provincia di Lodi, città dove lo scrittore Alberto Arbasino ha ambientato La bella di Lodi, forse il ritratto più efficace del ceto medio borghese della bassa Lombardia, città resa famosa per un altro episodio di esclusione scolastica a danno dei bambini: la sindaca della Lega aveva provato a escludere dalla mensa scolastica alcuni bambini stranieri appigliandosi a ingarbugli burocratici non imputabili ai genitori degli stessi. La sindaca è stata sconfessata dal Tribunale di Milano.

I FATTI

I genitori di alunni di una classe della scuola primaria hanno tenuto a casa per un giorno i figli per protestare contro le difficoltà che a loro avviso provocherebbe la presenza di una bambina disabile in classe. L’episodio risale all’11 ottobre scorso, ma è venuto alla luce soltanto negli ultimi giorni, complice la battaglia a colpi di striscioni e circolari tra genitori e gli insegnanti. Incalzata dai genitori, in protesta da giorni, la dirigente scolastica della scuola, Stefania Menin, lo scorso martedì ha indetto una riunione con loro per calmare gli animi e trovare una soluzione, in presenza di un rappresentante del Prevvidorato. 

Poco prima della riunione, 50 persone, fra docenti e insegnanti provenienti dal territorio del Lodigiano, hanno organizzato una manifestazione silenziosa, con, anziché urla, semplici striscioni: “La scuola è di tutti”. Pochi giorni prima, nella scuola Ada Negri, era stata diramata una comunicazione ufficiale che richiamava ai valori dell’inclusione e al principio costituzionale dell’universalità della scuola pubblica.

Non protestiamo contro la bambina in classe” ha fatto sapere il padre di un alunno coinvolto nella protesta dei genitori, “ma contro le risposte della scuola” perché giudicate inadeguate o mancanti, da parte della scuola. 

Al di là delle dichiarazioni lasciate dopo che la notizia è andata sui giornali, la responsabilità è però chiara: le famiglie hanno volutamente messo da parte una compagna che ha un deficit cognitivo ed è seguita da un’insegnante di sostegno. La bambina, così come i suoi genitori, già quotidianamente sottoposti a difficoltà, di fatto hanno subito una discriminazione. Anche perché, come ha spiegato la stessa preside della scuola, Stefania Menin, la situazione è molto meno grave di quanto lamentano i genitori: “Capisco le preoccupazioni dei genitori, ma bastava parlarne con noi per capire che il nostro istituto sta facendo tutto il possibile. Il giorno dello sciopero, la madre della bambina con disabilità era stata avvisata appena in tempo che non c’era nessuno a scuola e per questo aveva inventato una scusa per non portarla in classe. La bambina è seguita in tutte le 38 ore scolastiche settimanali con un sostegno. L’insegnante di classe non è mai da sola. Il nostro istituto ha sempre puntato sull’inclusione. La situazione poi è molto meno grave rispetto a come viene descritta: nei nostri otto plessi abbiamo altri 130 casi, molti dei quali più complicati da gestire”. 

Dunque il caso non rientrerebbe nemmeno tra gli alunni con deficit e disabilità che hanno bisogno di un’assistenza mirata ma non la ricevono, o la ricevono tardi, e quindi sono costretti a cominciare la scuola dopo i loro compagni, con tutte le difficoltà che ne derivano. 

In Italia solitamente la vergona sta nei numeri

1 bimbo su 2 è senza sostegno

285 euro il valore mensile delle pensioni di invalidità, che le associazioni hanno chiesto al governo di aumentare, partendo dai disabili più gravi. 

245mila gli alunni con disabilità iscritti alle scuole statali. 

165mila gli insegnanti di sostegno, di cui 65.890 su posti in deroga, un record che conferma la tendenza progressiva e in aumento vertiginoso negli ultimi anni. 

A Cornegliano Laudense, stavolta, la vergogna alle sole famiglie.

Foto di moritz320 da Pixabay

Tumore al seno, allo studio test del sangue per diagnosi precoce

People For Planet - Mar, 11/05/2019 - 12:43

Un semplice esame del sangue potrebbe prevedere lo sviluppo del cancro la seno con cinque anni di anticipo rispetto al manifestarsi dei segni clinici tipici della malattia. Lo studio che descrive il funzionamento dell’innovativo test è stato presentato alla Conferenza sul cancro del National Cancer Research Institute (NCRI) 2019 a Glasgow, in Scozia, dai ricercatori della School of Medicine della Nottingham University (Regno Unito) che lo hanno messo a punto.

Come funziona l’esame del sangue

Le cellule tumorali, spiegano gli autori della ricerca, producono delle proteine – i cosiddetti antigeni associati al tumore – che portano l’organismo a produrre anticorpi contro di loro (gli autoanticorpi). Gli studiosi hanno quindi sviluppato pannelli di antigeni associati al tumore, già noti per essere associati al carcinoma mammario, per rilevare se nei campioni di sangue prelevati dai pazienti erano presenti autoanticorpi contro di loro. La nuova analisi del sangue sarebbe infatti proprio in grado di identificare la presenza di questi autoanticorpi legati al cancro al seno, prevedendo lo sviluppo della neoplasia con alcuni anni di anticipo.

Diagnosi precoce per il tumore al seno

Secondo quanto riporta la Press Association il test ha identificato correttamente il carcinoma mammario nel 37% dei campioni di sangue prelevati da pazienti affetti dalla neoplasia, e allo stesso tempo è stato anche in grado di dimostrare che il 79% dei campioni di sangue dei partecipanti al gruppo di controllo non presentava tracce di tumore.

Leggi anche: Curcumina anticancro: ecco come potenziarne gli effetti

Daniyah Alfattani, dottoranda di ricerca che ha partecipato allo studio, presentando la ricerca alla conferenza del NCRI ha spiegato che “i nostri risultati dimostrano che il cancro al seno induce autoanticorpi contro pannelli di specifici antigeni associati al tumore. Siamo stati in grado di rilevare il cancro con ragionevole precisione identificando questi autoanticorpi nel sangue”. Ha anche aggiunto che, sebbene servano ulteriori studi per migliorare l’accuratezza di questo test, i risultati ottenuti sono incoraggianti e “una volta incrementata la precisione dell’esame sarà possibile utilizzarlo per diagnosticare precocemente questo tumore”. Il che potrebbe avvenire anche nei prossimi 4-5 anni, se verranno stanziati investimenti sufficienti per svolgere nuovi studi.

Clima, Accordi Parigi: USA fuori, Cina e India dentro

People For Planet - Mar, 11/05/2019 - 12:40

Come promesso nella campagna elettorale del 2016, l’amministrazione Trump ha proceduto ieri al ritiro ufficiale degli USA dal patto internazionale per il clima di Parigi del 2015, firmato da 195 paesi. Nel frattempo il presidente francese Emmanuel Macron e il presidente cinese Xi Jinping si apprestano a firmare domani un documento che attesta l’irreversibilità degli accordi di Parigi. La cooperazione tra Europa e Cina diventa pertanto piuttosto decisiva. Per far funzionare l’accordo senza gli Stati Uniti occorre necessariamente ottenere il rispetto dei limiti di emissioni da altri importanti inquinatori come la Cina e l’India. Soprattutto perché secondo i parametri delle Nazioni Unite, Cina e India sono considerati paesi in via di sviluppo e quindi non obbligati a contenere le emissioni.

Fra un anno le elezioni americane

Il ritiro USA sarà valido tra un anno, a partire dal 4 novembre 2020, lo scenario potrebbe quindi ancora cambiare con le elezioni americane 2020. Tuttavia, come riconosce Lisa Friedman sul New York Times, anche se gli Stati Uniti eleggeranno un democratico nel 2020, non è detto che l’eventuale rientro andrebbe a buon fine. L’accordo di Parigi è il secondo patto globale sui cambiamenti climatici a cui gli Stati Uniti hanno aderito sotto un’amministrazione democratica e abbandonato sotto una repubblicana, come quando George W. Bush ritirò gli Stati Uniti dal protocollo di Kyoto del 1997.

Il popolo americano si dissocia dal governo

Negli Stati Uniti, gli ambientalisti stanno premendo su governi locali, città e imprese per ridurre le emissioni e passare a fonti di energia rinnovabile come l’energia solare ed eolica. Centinaia di governi e imprese locali hanno sottoscritto impegni sulle emissioni nell’ambito di un movimento chiamato We Are Still In, che spera di mostrare al mondo che gli americani sono dietro l’accordo di Parigi, anche se l’amministrazione non lo è. Le cosiddette promesse del governo subnazionale sono volontarie e non esiste un modo concordato per calcolare fino a che punto i loro sforzi si stanno muovendo collettivamente verso l’impegno del presidente Barack Obama di ridurre le emissioni di circa il 28% rispetto ai livelli del 2005 entro il 2025.

Gli Usa sono il primo paese a notificare all’Onu l’uscita dagli accordi di Parigi ma ve ne sono altri 10 che non hanno ancora ratificato l’intesa compresi TurchiaIran e Iraq.

La posizione dell’India

L’India, che ha recentemente ratificato gli accordi di Parigi (ma non la loro irreversibilità), arriverà a produrre emissioni di Co2 del 73% superiori a ora nel 2030. A fronte dell’emergenza climatica di New Delhi, il governo indiano si è impegnato a ridurre di un terzo le emissioni di gas serra entro il 2030, puntando soprattutto sulle fonti di energia rinnovabile, in gran parte su fotovoltaico ed eolico. Soprattutto perché l’India conta ancora sul carbone per il 60% dell’energia elettrica consumata. 

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Il tennis italiano maschile è uscito dal tunnel e dal cliché morettiano

People For Planet - Mar, 11/05/2019 - 12:00

Il lungo tunnel del tennis maschile italiano si procurò persino un passaggio in “Aprile” di Nanni Moretti: “Muscoli!… Così non ti vengono quelle spallucce vittimiste dei tennisti italiani, che perdono sempre per colpa dell’arbitro, del vento, della sfortuna, del net, sempre per colpa di qualcuno, mai per colpa loro”.

Era il 1998 che poi fu anche l’anno dell’ultima finale di Coppa Davis, diciotto anni dopo quella persa dal gruppo Panatta Barazzutti Bertolucci Zugarelli. Un gruppo storico che ha monopolizzato la narrazione del tennis maschile in Italia. Ogni minimo exploit, che avvenisse a Roma, a Parigi, a Montecarlo, scattava l’immancabile intervista agli eroi del tempo che fu. Poi ovviamente c’è Pietrangeli, ma bisogna arretrare ulteriormente.

Il tennis italiano ha vissuto di fiammate, fondamentalmente di illusioni. Quella che volta che Canè andò a due punti dalla vittoria contro Lendl a Wimbledon. Quella volta che Camporese portò Becker al quinto set. Che poi furono due. Quella volta che battemmo la Spagna in Coppa Davis. Quella che volta che Canè battè Wilander. Eccetera eccetera

Adesso, però, qualcosa è inaspettatamente e rapidamente cambiato. È successo sotto i nostri occhi. In un anno, meno di un anno, l’Italia del tennis si è ritrovata tra le mani il numero otto del mondo che parteciperà alle finali Atp di Londra: l’equivalente del vecchio Masters. E anche qui tutti a dire che non capitava da Panatta e Barazzutti.

Matteo Berrettini

Il tennista è Matteo Berrettini che non ha nulla del cliché del tennista italiano. Innanzitutto ride, è allegro, è positivo. Non è imbronciato, non spacca racchette, non è perennemente sull’orlo di una crisi di nervi. Anzi, la solidità mentale è uno dei suoi punti di forza. Dà l’idea della gioia di vivere. Poi sa anche giocare a tennis: ha un gran dritto e un servizio notevole. È arrivato in semifinale a Flushing Meadows, è entrato nei primi dieci e si è qualificato per il torneo tra gli otto tennisti più forti del mondo.

Berrettini è quel che potrebbe essere definito un tennista italiano atipico. Anche perché il più forte che abbiamo avuto in questo periodo è stato Fabio Fognini grande talento in grado di essere anche il numero nove della classifica mondiale. Ma anche uno da cui in campo potevi e puoi sempre aspettarti di tutto. Nel bene e nel male.

Jannik Sinner

Il volto nuovo del tennis italiano non è soltanto Matteo Berrettini. C’è anche Jannik Sinner, 18 anni e mezzo, di Bolzano, che è appena entrato tra i primi cento del mondo. Anche lui irreprensibile sul campo, almeno fin qui. Non ha timore di dichiarare che il suo obiettivo è diventare il numero uno, il più forte di tutti. Sinner è il manifesto degli anti-bamboccioni.

In un’intervista al Giornale, ha detto: «La mia determinazione arriva dalla famiglia, così come la cultura del lavoro. Mio papà fa il cuoco e mia mamma lavora come cameriera nello stesso rifugio. Ancora oggi. Mi seguono da lì. Quand’ero piccolo magari telefonavo dopo una sconfitta e mia mamma a volte rispondeva: “Non chiamarmi adesso, sto lavorando!”. Questo insegna a mettere l’impegno davanti a tutto. Loro sono un esempio per me. E quella testa lì non è da tedesco, è da Sinner». Prepariamoci.

L’Intelligenza Artificiale ci salverà

People For Planet - Mar, 11/05/2019 - 11:18

Factmata è una società fondata da Dhruv Ghulati insieme a due professori universitari per combattere la disinformazione sul web: fake news (notizie false), hater (insultatori e odiatori), spam, propaganda.

Il progetto di Dhruv Ghulati

Un’intelligenza artificiale che interpretando il linguaggio scova i contenuti “a rischio”.
Spiega Ghulati: «L’intelligenza artificiale oggi è sufficientemente avanti nell’analisi linguistica da poter individuare frasi ambigue che potrebbero non essere credibili o argomentazioni che potrebbero essere poco attinenti al vero».

Ecco cosa dice in tema di informazione e pubblicità sul web: «C’è un problema di modello di business della rete. In un mondo guidato dalla pubblicità, chi scrive contenuti per il web non ha incentivi a fare buona informazione. Se si vendono sottoscrizioni è diverso, ma se si vende pubblicità l’unico incentivo che hanno è guadagnare click, pagine viste. Quindi m’interessa molto capire se i governi sono interessati a pagare, quindi a incentivarli, i giornalisti che scrivano contenuti di qualità. Anche i pubblicitari, dal canto loro, dovrebbero pagare di più in un contesto dove il modello di business prevede la scrittura di contenuti di buona qualità. Questo è il perno su cui dovremmo lavorare per pulire il web utilizzando il mercato».

Il progetto ha già raccolto 1 milione di dollari di finanziamenti in soli due anni.

Su Il Fatto Quotidiano l’intervista completa a Dhruv Ghulati.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Come costruire il proprio fondo pensione

People For Planet - Mar, 11/05/2019 - 07:00

Pensioni pubbliche e complementari: tutti ne parlano, molti sono interessati, pochi ci capiscono qualcosa. Facciamo chiarezza!

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Vincenzo Imperatore è il redattore della rubrica settimanale di People For Planet Bancomatto.

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L’arte riscatta le metropolitane

People For Planet - Mar, 11/05/2019 - 07:00

Stoccolma e Napoli hanno una cosa in comune: l’arte da metropolitana, miscuglio di capolavori di architettura e creatività, capace non soltanto di vincere la noia dei pendolari, ma anche di superare la banalità di rotaie e pensiline per diventare meta turistica assimilabile, e assimilata, a un vero e proprio museo vivente.

Napoli è la regina nostrana, per non dire assoluta, di questa voglia di colorare il cemento che segue anche un’utilità di buon senso e pragmatismo da parte delle amministrazioni, visto che gli atti vandalici e la sporcizia si allontanano dal bello e dal condiviso. Da Toledo (ideata dall’architetto Óscar Tusquets) a Materdei, passando per Scampia, sono tanti e avvolgenti i mosaici e gli altorilievi d’autore.

Stoccolma, dal canto suo, ha iniziato questo percorso negli anni cinquanta, con sculture, graffiti, mosaici, dipinti e opere di diverso genere, con l’obiettivo dichiarato di diffondere il gusto per l’arte fra le persone. Oggi il 90% delle (numerose) stazioni merita una visita. Tra le altre città dalla metro artistica, ricordiamo Lisbona, Mosca e Taiwan.

Immagine: Stazione metro di Solna Centrum, Stoccolma – Foto di Angela Prati

Affamati di spreco

People For Planet - Lun, 11/04/2019 - 15:00

Fatevi un regalo di consapevolezza, guardate il lungometraggio “Affamati di spreco” prodotto da Rai Storia. Non lo trovate su RaiPlay ovviamente, noi non siamo riusciti a trovarlo, ma per fortuna c’è Youtube, anche se non è in un canale ufficiale.

E’ un documentario tosto, a tratti angosciante… la regista spagnola Maite Carpio traccia due mondi: uno “sviluppato” che produce cibo in abbondanza per tutti ma lo getta nella spazzatura e uno sottosviluppato, scusate, “in via di sviluppo”, dove le persone muoiono di fame.

Il tutto intervallato da un’intervista a Tristram Stuart, storico inglese, divenuto famoso per il “freeganism”. Da anni Tristram, vegetariano, si nutre esclusivamente di avanzi recuperati dalla spazzatura: prodotti appena scaduti gettati, l’invenduto dei supermercati, tutti alimenti sani e perfettamente commestibili.

Sì, perché noi, gente del mondo “sviluppato”, buttiamo via enormi quantità di cibo. Non solo a casa nostra.
Avete mai visto una carota bitorzoluta in vendita al supermercato? E l’insalata? Nasce così, sempre perfetta fino alla punta della foglia?
No. Gli agricoltori scartano e gettano tra il 20% e il 40% del raccolto perché, esteticamente, non è adatto alla vendita al pubblico.
E in effetti chi di noi prenderebbe dal banco del supermercato una carota tutta storta?
Moltiplicate il nostro comportamento per milioni, miliardi di persone e il risultato è che oggi produciamo cibo sufficiente a sfamare tutti ma in 800 milioni soffrono la fame per via degli sprechi alimentari.

Secondo le stime nel 2050 nel mondo ci saranno 9 miliardi di persone. Come faremo a dar da mangiare a tutti?

Ebbene, già oggi produciamo cibo per 9 miliardi di persone ma lo gettiamo nei rifiuti. Perché noi siamo il mondo “sviluppato”.
Nel documentario, del 2015 non 100 anni fa, si vede cosa mangia invece una famiglia del Ciad, Stato dell’Africa centrale.
Ne consigliamo la visione a stomaco vuoto.

Leggi anche:
Spreco di cibo: gli italiani buttano quasi l’1% di Pil nella spazzatura
La legge Gadda contro lo spreco alimentare (e non solo)
Come ridurre lo spreco di cibo: i consigli di Andrea Segrè

Borracce, d’alluminio non sono una buona scelta

People For Planet - Lun, 11/04/2019 - 14:35

La conversione al green sta attraversando tutti i settori dei consumi, più di tutti quello alimentare, a causa del massiccio impiego di plastica monouso. Il primo grande passo che aziende e consumatori attenti all’ambiente stanno cercando di realizzare è di abituarsi all’utilizzo della borraccia, in sostituzione alla bottiglia di plastica. In particolare tra i materiali più utilizzati per rimpiazzare la plastica c’è l’alluminio.

Alcuni giornalisti di Bloomberg hanno realizzato un’inchiesta per stabilire se negli Stati Uniti la scelta dell’alluminio sia effettivamente ecologica, ma hanno scoperto che solo la metà degli imballaggi in alluminio viene riciclata. Inoltre in questo periodo di forte richiesta, la domanda di alluminio aumenta ma non è sostenuta da sufficienti quantità di alluminio riciclato, quindi aumenta la produzione di alluminio vergine. Questa ha un impatto ambientale molto negativo per via delle grandi quantità di Co2 rilasciate nell’aria: dall’estrazione della bauxite alla separazione dell’allumina, all’elettricità necessaria per fonderlo. Aumentano le importazioni, in particolare se l’alluminio proviene dalla Scandinavia o dal Canada, dove l’elettricità proviene dall’energia idroelettrica, l’impatto non risulta essere così devastante, anche se in ogni caso le emissioni di Co2 sono inevitabili. La maggior parte di queste importazioni, tuttavia, proviene dalla Cina e dall’Arabia Saudita, che alimentano le produzioni a energia elettrica e carbone. Provengono dalla Cina, ad esempio, le borracce d’alluminio recentemente donate dal Comune di Milano agli studenti: una mossa per molti in odore di green washing, per una area, quella della Pianura Padana, affetta da ben più gravi questioni ambientali.

Carl A. Zimrig nel suo libro Aluminium Upcycled, riflette su questo punto: “Mentre i designer creano prodotti attraenti in alluminio, le miniere di bauxite in tutto il pianeta intensificano la loro estrazione di minerali a costi duraturi per le persone, le piante, gli animali, l’aria, la terra e l’acqua delle aree locali. Il riciclo, in assenza di un limite all’estrazione del materiale primario, non chiude i circuiti e alimenta lo sfruttamento ambientale.”

Il modo migliore per rendere l’alluminio un materiale ecologico ed ecosostenibile sarebbe dunque quello di utilizzare solo alluminio riciclato. Ma rispetto alla scelta delle borracce, non è l’alluminio il materiale migliore per la conservazione delle bevande. Dalla sua l’alluminio ha la leggerezza, ma non è inossidabile, perciò solitamente viene rivestito in ceramica. Ne consegue che non sempre la superficie rimane intatta: urti e usura ne provocano increspature in cui proliferano muffe e batteri.

Plastica no, alluminio no, cosa rimane? L’acciaio. È il materiale più sicuro per contenere liquidi e bevande, perché è inossidabile e meno soggetto alla proliferazione di muffe e batteri. 

Photo by Shrey Gupta on Unsplash

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Finanza nel ciclone? È anche questione di clima

People For Planet - Lun, 11/04/2019 - 11:00

Lo tsunami che si sta abbattendo sul mondo della finanza è molto meno metaforico di quel che si pensa. 

Secondo uno studio pubblicato su Nature Climate Change da quattro ricercatori italiani che lavorano presso il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (Cmcc), l’RFF-CMCC European Institute on Economics, la Scuola Superiore Sant’Anna, l’Università Bocconi e il Politecnico di Milano, il rischio climatico influisce negativamente sui bilanci delle istituzioni finanziarie e, pertanto, può essere rilevante per la stabilità finanziaria, in particolare se il mondo della finanza non calcola correttamente i rischi correlati.

In altri termini i cambiamenti climatici rischiano di minare la stabilità del sistema finanziario su scala globale. 

Vi starete chiedendo: ma in che modo i rischi fisici come l’impatto di catastrofi ambientali da economici, sociali e poi geopolitici possono diventare finanziari?

Partiamo dalla base: le imprese devono ripensare il loro modo di fare business e orientare le loro azioni verso un’economia a basse emissioni di gas (in particolare il carbonio) che sono estremamente  dannosi per l’intero ecosistema.

Ma ciò risulta una sfida tutt’altro che semplice perché richiede investimenti che il sistema finanziario, per la crisi strutturale che attraversa e per la cecità del proprio management, non è in grado di sostenere.

Di conseguenza i danni alle infrastrutture causati da eventi catastrofici come frane e alluvioni e il calo di produttività delle imprese potrebbero far impennare i fallimenti delle banche (da +26% fino a +248%), mentre il salvataggio di quelle insolventi costerebbe ai governi circa il 5-15% del Pil all’anno, con un’esplosione del debito pubblico che potrebbe arrivare a raddoppiare nel 2100.

Ma cosa stanno facendo le banche, soprattutto del nostro paese, per salvaguardarsi da un rischio di perdite che tra qualche decennio possono diventare non assicurabili? 

Quali strategie (!!!) stanno producendo per ridurre lesposizione nei confronti delle imprese ad alta intensità di carbonio? 

Nulla o quasi

In base alla mia esperienza diretta sul mercato italiano, al momento nel nostro paese una sola banca, tralaltro di piccole dimensioni (Banca Popolare Etica), sta investendo in tal senso concretamente e non con protocolli ed elaborazioni di mission che servono solo a garantire una reputazione di facciata. 

In questa banca, ad esempio, la valutazione del rischio creditizio nei confronti delle imprese e dei privati è effettuata anche da “valutatori sociali”, che verificano tralaltro l’impatto ambientale del processo produttivo o commerciale dell’impresa nonche’ il rischio collegato ad esempio alla erogazione di un mutuo per l’acquisto di un immobile in aree vulnerabili a inondazioni, incendi o uragani.

Per il resto, visioni strategiche solo concentrate sul breve periodo, all’insegna del «vediamo di tirare avanti ancora un po’».

E i regolatori finanziari, oltre alle necessarie analisi e studi effettuati al riguardo, che ruolo stanno avendo per sollecitare, se non imporre, strategie di mitigazione di tali rischi  e adattamento veloce ad un contesto davvero preoccupante ? 

Perché non obbligare (non suggerire) le banche ad adottare sistemi di credit rating che tengano conto di una valutazione ambientale del richiedente il finanziamento

Forse solo perché, in tal modo, quella fine sarebbe solo anticipata.

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Foto di Jonny Lindner da Pixabay

Cosa possiamo imparare dalla vittoria del Sudafrica alla Coppa del Mondo di Rugby?

People For Planet - Lun, 11/04/2019 - 09:57

Per chi non lo sapesse sabato è terminata la Coppa del Mondo di Rugby, giocata in Giappone. L’Italia ha portato a casa quello che si era prefissata anche se non ha proprio brillato.
I campioni del mondo sono, a sorpresa, gli Springboks sudafricani che con una finale giocata tutta sull’impatto fisico hanno “demolito” il gioco della nazionale inglese, che era data per favorita dopo la meravigliosa vittoria contro gli All Blacks in semifinale.
Invece il Sudafrica ha giocato ogni pallone come se fosse il più importante della partita, dal primo secondo all’80.mo minuto, una battaglia continua, estenuante solo a vederla sul divano.
Ma alla fine hanno vinto.

Siya Kolisi, il capitano

Siya Kolisi è diventato così il primo capitano nero del Sudafrica a sollevare la William Webb Ellis Cup. Vi sembrerà una frase paradossale ma fino a l’altro ieri (1991) in Sudafrica c’era l’apartheid e il rugby era uno sport solo per i bianchi.
Poi arrivò Nelson Mandela (guardate il film Invictus) e oggi Siya Kolisi. Nel suo discorso a fine partita lancia un appello: “Il mio Paese ha molti problemi ma se collaboriamo possiamo fare grandi cose”.

Fonte immagine: OaSport

Movember: il cancro alla prostata ci fa un baffo!

People For Planet - Lun, 11/04/2019 - 09:56

Un’indagine condotta dall’Associazione europea di urologia che ha coinvolto 2.500 uomini di Francia, Germania, Italia, Spagna, Regno Unito ha evidenziato un dato allarmante: il 54% degli intervistati pensa che la prostata sia un organo femminile, il 22% non sa dov’è e il 27% pensa che non esista una forma di cancro che colpisce la ghiandola.

Inoltre, per finire con gli orrori dell’inchiesta: il 4% dei maschi non sa chi sia l’urologo mentre, per contro, il 13% ritiene di occupi di ossa.

Controllati. La campagna di prevenzione del tumore alla prostata

Per migliorare – e pare ce ne sia proprio bisogno – la conoscenza sulla propria salute intima c’è la campagna #controllati. Si può andare al sito www.controllati.it  per ricevere le prime informazioni sulle varie patologie e chiamare un numero verde per prenotare una visita urologica.

Afferma Walter Artibani, segretario generale della Siu (Società Italiana  di Urologia) e direttore del Dipartimento di Urologia dell’Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona: “Avere coscienza dei sintomi di un problema urologico è il fattore chiave per la diagnosi precoce.”

E per far conoscere meglio il problema i maschi posso anche fare una cosa che alle femmine è preclusa: farsi crescere un bel paio di baffi.

Movember (da Moustache – baffi – e November) e è una fondazione mondiale che in 15 anni ha finanziato 1200 progetti di salute maschile.

Ci si può iscrivere qui https://ex.movember.com/?home e il primo passo per aiutare questa lodevole iniziativa è farsi crescere i “Mo” così da mostrare a tutti che si è solidali e ispirare conversazioni, donazioni alla fondazione e cambiamenti reali.

Come si legge sul sito: “La crisi della salute maschile richiede grandi menti e grandi soluzioni. Ma c’è una soluzione più piccola e più pelosa per la crisi della salute maschile. Una soluzione che puoi farti crescere. È seduto sotto il tuo naso”.

Oggi grazie ai progressi della ricerca molte patologie maschili come il cancro alla prostata si curano anche senza far ricorso alla chemioterapia o all’ormonoterapia ma la diagnosi precoce è importantissima.

Uomini, fate i controlli e per il mese di novembre non tagliatevi i baffi!

Altre Fonti:

https://ex.movember.com/it/
http://www.qds.it/29658-negli-uomini-disinformazione-allarmante-piu-del-50-non-sa-di-avere-una-prostata.htm
http://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/lei_lui/medicina/2018/10/23/uomini-italiani-disinformati-sul-tumore-della-prostata_12cf82e7-0611-4d3d-a22c-53e675dafeff.html

A Torino barriere sul Po per fermare la corsa dei rifiuti verso il mare

People For Planet - Lun, 11/04/2019 - 07:00

Gran parte dei rifiuti marini – circa l’80% – proviene infatti dalla terraferma e raggiunge il mare prevalentemente attraverso scarichi urbani e corsi d’acqua. A Torino è stata avviata, con il progetto “Il Po d’aMare”, la prima sperimentazione di prevenzione del river litter (rifiuti fluviali) in un grande centro urbano: alcune barriere galleggianti raccoglieranno nei prossimi mesi plastiche e rifiuti trasportati dal fiume, che diventeranno poi arredi urbani destinati alla città.

Il Po, con i suoi 652 km e 4 Regioni attraversate, si presta meglio di qualsiasi altro fiume italiano a un’opera massiccia di intercettazione dei rifiuti. Fondamentale il gioco di squadra, che ha visto partecipare al progetto Iren, Amiat, Fondazione per lo sviluppo sostenibile, Consorzi Castalia e Corepla con il Coordinamento dell’Autorità di Bacino distrettuale del fiume Po, il tutto con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente, dell’AIPO e con la collaborazione della Città di Torino.

In realtà, il primo step di questo progetto è già stato messo in atto. Nel 2018 erano già stati intercettati, raccolti e riciclati i rifiuti nella zona del delta del Po, con un risultato di 8 “big bags” piene di rifiuti, compresi circa 92 kg di plastica avviata a riciclo. La differenza è che Torino è un grande nucleo urbano.

Le barriere che intercetteranno i rifiuti sono state posizionate in zona Murazzi, a ridosso del centro storico, fra i ponti Vittorio Emanuele I e Umberto I. Della fase di raccolta si occupa la società Castalia Operations, con i due moduli progettati per restare posizionati fino al mese di dicembre, operativi anche durante i periodi di pioggia ordinaria e realizzati in modo da non interferire con la flora e la fauna del fiume. La raccolta viene eseguita solo nella parte superficiale della colonna d’acqua senza conseguenze o danni per la fauna ittica. I due moduli sono stati installati sui lati opposti del fiume per poter garantire una maggiore area di intercettazione e – a seconda delle dinamiche fluviali e dei conseguenti movimenti di massa dei materiali – una maggiore probabilità di captazione. L’area occupata dai moduli completi è di circa 2.400 mq ciascuno, vale a dire rispettivamente di circa 40 m dalla sponda e di circa 60 m di lunghezza. Per la navigazione è stato previsto un canale centrale di circa 30 metri di larghezza, opportunamente segnalato da 4 boe rosse catarifrangenti.

Tramite un’imbarcazione, la “Sea hunter”, e con l’aiuto degli operatori a terra, i rifiuti vengono raccolti in appositi cassoni gestiti da Amiat, che poi conferisce le plastiche presso un impianto Corepla, dove avverrà la valorizzazione. Il materiale riciclato verrà quindi utilizzato per la realizzazione di arredi urbani donati dai partner del progetto alla Città di Torino.

I risultati di questa seconda sperimentazione verranno confrontati con la precedente attività di intercettazione, raccolta e riciclo dei rifiuti plastici del fiume Po nella zona di Ferrara, con l’obiettivo di valutare la fattibilità di un sistema nazionale di prevenzione dei rifiuti marini tramite sistemi di raccolta nei principali fiumi italiani e la possibilità di creare una filiera virtuosa di riciclo e recupero delle plastiche raccolte.

Gli strani casi dell’animo umano: “Quelli che… il successo non li ha cambiati”

People For Planet - Dom, 11/03/2019 - 11:00

Una volta era motivo di vanto – per chi diventava famosa – restare “la ragazza della porta accanto”, semplice e alla mano, senza grilli per la testa. Oggi, più di una ragazza si comporta come se fosse chissà chi, con tutte le stranezze e fastidiosità del caso, nonostante sia ancora – con tutto il rispetto – “solo quella della porta accanto”.

Bastano 3.000 follower su Instagram, insomma, per sentirsi arrivate. Dove, poi, è tutto da capire. A candidarsi come corteggiatrice del bietolone tronista di turno? A guadagnare per il solo fatto di indossare delle scarpe orrende e fotografarsi i piedi su un tavolo di cristallo?

Qualche generazione fa avremmo ricevuto uno scappellotto da mamma per molto meno ma – si sa – i tempi sono cambiati, l’immagine è tutto e il mondo del lavoro è in crisi: c’è bisogno di essere smart e puntare sull’appeal. Qualsiasi cosa significhi.

E’ vero che, una volta, con una nostra comparsata a “Forum”, nonna si sarebbe fatta bella con le amiche per un mese buono. Solo, ovviamente, nel caso Santi Licheri ci avesse dato ragione. Dopo poco, comunque, tutto sarebbe rientrato nell’ordinario.

Al di là dei traumi personali (nonna non mi perdonò per mesi di aver perso contro il Meccanico Carmine), questa fissazione della notorietà che possa sdoganare privilegi e vezzi assurdi è una delle cifre stilistiche del mondo contemporaneo.

Oggi, se sei famoso, in effetti puoi:

1) Indossare imbarazzanti camicie a quadri abbottonate fino all’ultimo e “abbinarle” a dei bermuda calati che scoprono chiappe e orrendi boxer azzurrini. Se lo fai nella vita vera, sei un nerd da schiaffeggiare con un asciugamano bagnato, se insulti tua madre a ritmo sincopato con degli esaltati che ti gridano “Yo Yo!” da sotto un palco, sei un fico.

2) Dire la tua su argomenti di cui ignori anche le basi. Due astronaute hanno fatto una camminata nello spazio? Una seguitissima personal shopper dichiara: “chissà che solitudine senza neanche una vetrina Gucci da commentare insieme!”

3) Avere 16 mariti in contemporanea, 43 ex fidanzate, un cambio di sesso e svariati congiuntivi sbagliati alle spalle. Sei un artista, sei vivace, sei così, vieni dalla strada, hai fatto l’università della vita e ti sei fatto da te. Male ma da te. E guarda cosa sei diventato. Già. Guarda.

4) Farti scrivere un libro da un ghost writer senza fare finta di averlo scritto tu. Almeno una volta c’era il buon gusto di mentire. Oggi siamo passati al “viva la sincerità”.

5) Avere un riassunto della tua vita privata senza perdere tempo a tenere un diario, semplicemente andando dal parrucchiere. Svariate riviste patinate saranno liete di ricordarti che il tuo ultimo ex ti tradiva con la nonna del cugino della sorella del cognato della sua tintora. Un bel risparmio di energie.

6) Mangiare a cacchio, brevettare i tuoi disordini alimentari e dichiarare di aver inventato una dieta rivoluzionaria. Se Eleonora Brigliadori si vanta di bere le proprie urine, voi potrete anche dichiarare di mantenervi in forma con la dieta del camembert.

Insomma, ci si fa proprio un grande affare, ad essere famosi (o pseudo tali): non c’è che dire!

Anni fa, durante una manifestazione studentesca, vidi una ragazza che esibiva un cartello fantastico: “Pensavate di averci trasformati tutti in veline e calciatori? Non è così”.

Chissà cosa è diventata, quella ragazza. Chissà se ha figli. Chissà se anche loro pensano che non ci sia nulla di male ad essere persone normali. Chissà se sanno anche loro che è l’unico modo per essere particolari, uniche, speciali.

Immagine: pixabay

Il raccolto dell’autunno: come sta andando l’annata 2019?

People For Planet - Dom, 11/03/2019 - 07:00

L’autunno è il momento dei raccolti per eccellenza: si finisce di raccogliere la frutta estiva, poi cominciano mele e pere, per poi passare ai cachi e ai kiwi. Anche la verdura dà il meglio di sé in questo periodo, con i prodotti estivi ancora in circolazione, come ad esempio le zucchine, e l’arrivo delle prime verdure autunnali, come finocchi e cavoli. Per conoscere la frutta e la verdura di stagione in autunno abbiamo fatto un video con Francesco Beldì, agronomo, che vi consigliamo di vedere.

Proprio a Beldì abbiamo chiesto come sta andando questa annata, cominciando da mele e pere. «Se per le pere quest’anno è uno dei peggiori di sempre (come abbiamo spiegato qui) soprattutto a causa dei danni causati dalla cimice asiatica, le mele per il momento sono meno soggette, anche se questo insetto si sta rapidamente diffondendo anche tra queste piante. Lo scorso anno la produzione di mele è stata eccezionale, addirittura così elevata da determinare problemi di mercato per smaltire tutto il prodotto. Quest’anno si stima un lieve calo, con una produzione che però rimane ottima in termini di qualità e quantità».

Leggi anche: Pere, quest’anno è il più difficile?

Per quanto riguarda l’uva, si sta finendo in questi giorni la vendemmia, e gran parte è stata raccolta prima dell’intenso periodo di piogge che ha caratterizzato il nord a metà ottobre. In generale, per l’Italia, i produttori stimano un calo del 15/16% in media rispetto all’annata precedente, che però era stata un’annata-record per quantità prodotta (si parlava di 55 milioni di ettolitri). Si tratta di un calo fisiologico per via del fatto che le piante hanno prodotto molto lo scorso anno, ma la quantità e la qualità dovrebbero essere perfettamente in linea con la produzione media degli ultimi anni. Inoltre, la vite è uno dei pochi tipi di albero che ha sofferto meno siccità e grande caldo di questa estate. Anche nelle zone colpite dalla grandine ad agosto, come l’astigiano, sembrerebbe che, nonostante la grande paura, la produzione abbia avuto un calo di circa il 20% ma si sia mantenuta su quantità buone e soprattutto abbia mantenuto una buona qualità. Non bisogna dimenticare però che alcune zone, anche nelle Langhe e nel Monferrato, sono state fortemente colpite dalla grandine a pochi giorni dalla vendemmia e per quest’anno avranno un raccolto minimo.

«Per quanto riguarda la verdura» continua Beldì «la stagione sta proseguendo bene, anche se il maltempo della seconda metà di ottobre potrebbero dare qualche problema: pioggia intensa e temperature rimaste alte sono condizioni favorevoli allo sviluppo dei funghi, con il rischio di perdere una parte della produzione dei prossimi mesi, soprattutto su cavoli e finocchi».

«Questo vale anche per la frutta che non è ancora stata raccolta, come ad esempio i kiwi e i cachi, che in gran parte d’Italia sono ancora sulla pianta. La produzione è buona ma queste settimane di brutto tempo potrebbero determinare un peggioramento qualitativo della produzione», spiega l’agronomo. «Il consiglio è sempre quello di privilegiare i prodotti locali e conoscere come arrivano i prodotti nel piatto, sia per sostenere il settore si per essere più sicuri di quello che mangiamo».

Le società matriarcali erano avanti!

People For Planet - Sab, 11/02/2019 - 11:00

Vi vorrei parlare della società matriarcale che è l’origine dalla nostra storia. Parliamo dell’età della pietra, del neolitico.
Abbiamo generalmente un’idea molto primitiva dell’età delle caverne.

Vi mostro questa immagine : è una Venere di circa 8/9000 anni fa ed è incredibile il livello di realismo.

Sono stati ritrovati anche i resti di alcuni insediamenti nella valle del Mississippi: erano costruzioni colossali, delle piramidi tronche che erano diffuse probabilmente in tutte le grandi pianure, servivano per evitare di finire sott’acqua durante le grandi inondazioni.

Queste società sviluppano tutta una serie di scoperte fondamentali. Sono esseri umani che vivono in case con le porte munite di cardini, con i camini. Sono quelli che iniziano una forma primitiva di scrittura simbolica – su questo tema vi consiglio la lettura di un libro fantastico di Marja Gimbutas: Il Linguaggio della Dea che dimostra che prima della scrittura a ideogrammi c’era questa primitiva, anche se non era esattamente una scrittura.

Parità di genere

Questa società ha una caratteristica: ci sono grandissimi insediamenti che non hanno mura difensive, le sepolture sono tutte uguali, non ci sono regge o castelli e in alcune sepolture di maschi si sono trovati oggetti che oggi consideriamo femminili e in alcune sepolture di donna c’erano alcuni oggetti maschili: addirittura delle armi o strumenti per la caccia.

Correttamente si parla di società di partnership, durante il matriarcato le donne non dominavano i maschi, c’era la parità.

Questa società era straordinaria, riesce a compiere delle opere immense, pensate ad esempio alla selezione dei prodotti agricoli: il grano una volta aveva 6/7 semi per spiga, selezionano le piante via via riescono a ottenere piante che hanno 8/10 semi fino ad arrivare a 20/30.

Questi popoli “primitivi” regimentano le acque della pianura del Nilo, così da allargare le aree coltivabili lungo le sponde del fiume.

Il culto della fertilità

La caratteristica fondamentale di questa cultura è il culto della fertilità: è una società gioiosa, che non conosce la guerra, la prostituzione, che non conosce l’omicidio: presso alcune popolazioni dell’Africa quando arrivano gli Europei si accorgono che nel loro vocabolario non esiste la parola omicidio. Questi popoli hanno un senso di libertà straordinario e nel culto della Dea Madre – ovviamente è quello più importante –  per avere la comunione con la Dea Madre ci sono solo due modi: ridere – la risata esplosiva – e il raggiungimento dell’orgasmo. Pensate alla distanza colossale rispetto alla nostra civiltà.

È interessante notare che le tracce dell’esistenza di queste società persistono per millenni e millenni, in Italia ancora nel Medievo, nell’anno 1000, in alcune zone c’era ancora la tradizione del risus pascalis: durante la messa di Pasqua era fondamentale che in Chiesa i fedeli ridessero tutti insieme perché sennò Dio non entrava nell’Ostia. Un’idea fantastica di comunità, di cooperazione e questo è poi il motivo per cui nelle Chiese entravano i giullari che avevano proprio lo scopo religioso di far ridere. Era un momento di grande libertà di espressione.

L’invenzione del turismo di massa

Questa antica cultura aveva addirittura scoperto alcuni meccanismi della genetica: avevano capito che se in un villaggio maschi e femmine continuavano a fare figli solo tra di loro piano piano i figli nascevano meno belli e meno forti, ed ecco che avevano concepito l’ospitalità sessuale: un costume fantastico, ragione per cui all’epoca esisteva già il turismo di massa e chi andava in giro veniva accolto e invitato ad avere rapporti sessuali con tutti gli abitanti del villaggio.

È molto interessante, secondo me, vedere come poi questi costumi si sono evoluti nei secoli perché a un certo punto arrivano i conquistatori dalle steppe euroasiatiche che sono allevatori  e gli allevatori devono proteggere gli armenti, quindi diventano aggressivi, guerrieri.

Verso il 3.000/3500 A.C. arrivano nei villaggi ondate di conquistatori e piano piano questa cultura matriarcale viene anche se non completamente distrutta, integrata e si notano dei cambiamenti progressivi.

Erodoto si scandalizza

Ad esempio Erodoto, un ateniese del terzo secolo a.C. è sconvolto quando arriva a Babilonia e vede davanti al tempio della Dea Madre alcune giovani donne, persino delle principesse, che stanno aspettando che arrivi uno straniero per fare l’amore con lui nel bosco dietro il tempio sacro della Grande Madre.  A Babilonia non ci si poteva sposare se prima non si aveva fatto l’amore con uno straniero.

Il costume è cambiato: non c’è più l’ospitalità sessuale per tutta la vita, la donna deve essere fedele al marito ma per potersi sposare prima deve fare l’amore con uno straniero. La motivazione è che si credeva che il primo rapporto sessuale fosse estremamente pericoloso per l’uomo, quindi i babilonesi avevano pensato bene di farlo fare agli stranieri….

Man mano che gli invasori prendono il potere, il patriarcato cresce sempre di più e quindi non va più bene neanche far l’amore con gli stranieri, ma siccome persiste il pericolo di far l’amore con una vergine, si affida il compito di deflorare la fanciulla a un uomo anziano. Che si sacrifica perché tanto ha già vissuto abbastanza… Quindi il rapporto prematrimoniale con uno straniero viene sostituito con quello con un vecchio che se crepa son poi cavoli suoi.

E la storia continua…. (fine prima parte)

Il sito internet di Donne in Evoluzione

Leggi anche:
La storia di Inanna (Prima parte)
La storia di Inanna (Seconda parte)

Foto di Monica Volpin da Pixabay

Il giorno dei morti raccontato da Andrea Camilleri

People For Planet - Sab, 11/02/2019 - 08:00

“Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari. Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio.

Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo vederli, i nostri morti, mentre con passo leggero venivano al letto, ci facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto. Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all’alba per andare alla cerca. Perché i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove l’avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo casa casa. Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo. I giocattoli erano trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che formavano paesaggi. Avevo 8 anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall’aldilà il mitico Meccano e per la felicità mi scoppiò qualche linea di febbre.

I dolci erano quelli rituali, detti “dei morti”: marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, “rami di meli” fatti di farina e miele, “mustazzola” di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette. Non mancava mai il “pupo di zucchero” che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza. A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in ordine, andavamo con la famiglia al camposanto a salutare e a ringraziare i morti. Per noi picciliddri era una festa, sciamavamo lungo i viottoli per incontrarci con gli amici, i compagni di scuola: «Che ti portarono quest’anno i morti?». Domanda che non facemmo a Tatuzzo Prestìa, che aveva la nostra età precisa, quel 2 novembre quando lo vedemmo ritto e composto davanti alla tomba di suo padre, scomparso l’anno prima, mentre reggeva il manubrio di uno sparluccicante triciclo.

Insomma il 2 di novembre ricambiavamo la visita che i morti ci avevano fatto il giorno avanti: non era un rito, ma un’affettuosa consuetudine. Poi, nel 1943, con i soldati americani arrivò macari l’albero di Natale e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i figli o i figli dei figli. Peccato. Avevamo perduto la possibilità di toccare con mano, materialmente, quel filo che lega la nostra storia personale a quella di chi ci aveva preceduto e “stampato”, come in questi ultimi anni ci hanno spiegato gli scienziati. Mentre oggi quel filo lo si può indovinare solo attraverso un microscopio fantascientifico. E così diventiamo più poveri: Montaigne ha scritto che la meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire”.

Fonte: Gela Le Radici Del Futuro

Autismo e lavoro: il progetto Scipione

People For Planet - Sab, 11/02/2019 - 07:00

Siamo a Pieve Santo Stefano, frazione del Comune di Lucca, all’interno della meravigliosa Villa Sardini. Francesca Bogazzi, intervistata da Jacopo Fo, racconta del progetto Scipione, studiato per offrire una possibilità formativa e lavorativa nell’agricoltura alle persone con autismo.

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