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Proprio una bella idea, onorevole Marattin!

People For Planet - Ven, 11/01/2019 - 09:42

La denuncia della senatrice Liliana Segre che ha dichiarato di ricevere ogni giorno oltre 200 post di insulti sui social ha suscitato indignazione e qualche idea bislacca,  come quella del renziano Luigi Marattin che su Twitter (ironia della sorte) ha annunciato: «Da oggi al lavoro per una legge che obblighi chiunque apra un profilo social a farlo con un valido documento d’identità. Poi prendi il nickname che vuoi (perché è giusto preservare quella scelta) ma il profilo lo apri solo così».

L’idea a Marattin l’ha data il regista Gabriele Muccino che sempre su Twitter aveva esclamato: «Subito, al più presto, occorre una legge che obblighi chiunque apra un account social a registrarlo solo tramite l’invio di un documento di identità. Sapremo solo così chi si nasconde dietro la rete commettendo reati penali (!) sotto l’impunità dell’anonimato».

Beata ignoranza

E su Twitter le risposte al regista non sono mancate, alcune serie, altre indignate o sarcastiche.

Paolo Attivissimo – giornalista, esperto di web e cacciatore di bufale – risponde pacato «Mi scusi, ma ha considerato che una donna maltrattata sarebbe obbligata a esporsi al suo aguzzino? O che è facilissimo creare e inviare documenti alterati e spacciarsi, per esempio, per Gabriele Muccino?”»

E c’è anche chi ironizza: il professor Stefano Zanero che si occupa di sicurezza informatica cinguetta «Facciamo un patto, io non mi cimento a girare scene di film (anche perché non saprei proprio da che parte cominciare) e in compenso questi argomenti li lasciate a me ;)»

E poi Zanero spiega bene perché la proposta non è attuabile in un lungo articolo con un titolo significativo:  “Oookay. Ricominciamo da capo, e vediamo perché questa proposta e tutte quelle simili da destra e da sinistra siano tutte UGUALMENTE IDIOTE in modo bipartisan. Non sarò breve”.

Il punto a tutta la questione la mette G (anonimo?), che twitta «Ci vuole la mappatura completa del DNA, altro che cazzi».

Una petizione! Una petizione!

Luigi Marattin ha presentato anche una petizione per chiedere il sostegno popolare alla sua idea e, ironia della sorte, può essere firmata anche coi profili fake: hanno già aderito Gesù, Babbo Natale e pure il Grande Puffo.

Perché si tratta di una stupidaggine?

Lo spiegano in tanti: su Repubblica nell’articolo Carta d’identità per andare sui social, una proposta senza senso Riccardo Luna è molto chiaro: «Andiamo con ordine. La proposta non ha senso per due ragioni: la prima è che già oggi non esiste un vero anonimato sui social e in rete; quando navighiamo siamo identificati da un indirizzo IP che indica esattamente dove si trova il computer o il telefonino collegato alla rete quando mandiamo un messaggio. La polizia postale, se pensa che hai commesso un reato, ti trova subito. Va detto che è possibile navigare nascondendo l’IP, ovvero celando la propria identità, ma questo – ed è la seconda ragione – è un diritto umano sancito dalle Nazioni Unite per difendere la libera manifestazione del dissenso».

Mettiamola così: sono le dittature che cancellano l’anonimato. Chiedere a 30 milioni di italiani la carta d’identità per identificare 200 razzisti – che tra l’altro spesso si firmano con nome e cognome – è quanto meno una cretinata, come afferma Massimo Mantellini su Il Post.

Non ci sono soluzioni?

Come no, afferma ancora Riccardo Luna: «Proprio oggi Tim Berners Lee, che 30 anni fa l’ha creato (il web, non Internet!), ha detto che il lavoro avviato un anno fa con esperti e appassionati per salvare il web dagli spacciatori di notizie false e odio, è al traguardo. Fra un mese sarà pubblicata la proposta finale: il contratto per il web. È questa la proposta che conta. Fatta da chi sa di che stiamo parlando. Il resto è fuffa». 

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

People For Planet intervista Marco Baliani

People For Planet - Ven, 11/01/2019 - 07:10

“Gabriella, dopo Benni ti va di intervistare Marco Baliani?”
“Quando?!?”
“Adesso!”

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Animali: i maghi del travestimento (Infografica)

People For Planet - Ven, 11/01/2019 - 07:00

Tutti conosciamo il famoso camaleonte ma esiste anche l’insetto stecco, l’insetto foglia e la Mantide fantasma.

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

Inquinamento: le navi da crociera producono più ossido di zolfo di tutte le auto d’Europa

People For Planet - Ven, 11/01/2019 - 07:00

Il comparto marittimo è sotto accusa per l’inquinamento prodotto dalle grandi navi.

Su 80 navi da crociera censite dall’associazione ambientalista tedesca Nabu, soltanto 2 utilizzano sistemi efficaci per ridurre lo smog. Un altro studio svela che le navi da crociera che viaggiano in acque europee inquinano 10 volte di più di tutti i milioni di automobili che si spostano nei paesi Ue. Per fortuna qualcosa sta cambiando, dalla firma in Francia della carta Sails al decreto che fissa nuove sanzioni per il mancato rispetto degli obblighi di monitoraggio e comunicazione delle emissioni.

I giganti del mare sono tutti colpevoli

Non c’è dubbio: le grandi navi da crociera producono troppe emissioni nocive, nessuna esclusa.  Nabu ha pubblicato l’esito del consueto studio sul comparto: su 80 navi, praticamente tutte sono colpevoli per le emissioni “enormi” di gas serra. Soltanto 2 possono essere considerate esempi virtuosi, una nave del gruppo tedesco Aida e una del gruppo italiano Costa, perché si impegnano nella riduzione dei fumi inquinanti, ma in tutti i casi viene utilizzato come combustibile il gas naturale liquefatto, e il processo di estrazione danneggia l’ambiente oltre che rilasciare metano in atmosfera. Le peggiori restano compagnie come MSC e Royal Caribbean, in fondo alla classifica.

Un secondo studio curato da Transport & Environment ci dice che il più grande operatore marittimo nel settore delle crociere di lusso, la Carnival Corporation, emette SOX (sulphur oxide – ossido di zolfo) circa 10 volte di più rispetto alla quantità prodotta nel 2017 dai 260 milioni circa di auto che circolavano in Europa. Il secondo operatore, la Royal Caribbean, emetteva 4 volte la quantità di SOX prodotta dalle auto. Essendo Paesi a spiccata vocazione turistica e mete privilegiate per le grandi navi, Spagna, Italia e Grecia – seguite a stretto giro da Francia e Norvegia – sono le più esposte a questo tipo di inquinamento, con Barcellona, Venezia e Palma de Mallorca a farne le spese maggiori, seguite da Civitavecchia e Southampton.

Firmata la Carta Sails da 9 compagnie francesi e un’italiana

Ogni Paese tenta di arginare il problema e di coinvolgere i grandi armatori. A margine del G7 di Biarritz è stata consegnata al presidente francese Emmanuel Macron la carta Sails (Sustainable Action for Innovative and Low Impact Shipping), firmata a fine luglio da 9 compagnie di navigazione francesi e anche dal gruppo italiano Grimaldi, unico tra gli italiani. La carta resta aperta per qualche mese ad altri sottoscrittori. L’iniziativa è stata lanciata dal ministero per la Transizione Ecologica e Inclusiva francese con il sostegno di Armateurs de France. L’impegno è quello di tutelare maggiormente l’ambiente marino, indipendentemente dagli obblighi di legge, e di condurre azioni volontarie quali la riduzione dell’inquinamento atmosferico e dell’impatto sonoro sottomarino delle grandi navi, nell’ambito di collaborazioni più ferree tra settore privato e attori pubblici francesi al fine di una maggiore protezione dell’ambiente marino e costiero.

Nel mondo, alcune città hanno comunque già preso provvedimenti più drastici autonomamente. A Cannes dal 2020 potranno sbarcare nel porto solo passeggeri provenienti da navi il cui olio carburante non contiene più dello 0,1% di zolfo. Santorini ha fissato invece un massimo di 8 mila passeggeri al giorno per arginare effetti come l’erosione delle coste. Venezia, da sempre, cerca una soluzione alternativa al passaggio e all’attracco delle grandi navi da crociera a ridosso centro storico.

Nuovo sistema di sanzioni per chi sfora i limiti di emissioni

È stato intanto reso noto dal nostro ministero per l’Ambiente che è stato firmato dai ministri per gli Affari europei, della Giustizia e dell’Ambiente il decreto che fissa nuove sanzioni al trasporto marittimo nel caso di sforamento dei limiti di emissioni di Co2. Il decreto è attuazione del Regolamento Ue secondo cui gli Stati membri devono mettere a punto un sistema sanzionatorio per il mancato rispetto degli obblighi di monitoraggio e comunicazione delle emissioni. L’obiettivo resta comunque quello di una riduzione di tali emissioni, anche appunto attraverso sanzioni crescenti a seconda dello sforamento crescente dei limiti. Entra in gioco con il decreto il Corpo delle Capitanerie di Porto – Guardia Costiera, che si occuperà di vigilanza e accertamento; le sanzioni invece saranno erogate dal Comitato nazionale per la gestione della direttiva 2003/87/CE e per il supporto nella gestione delle attività di progetto del Protocollo di Kyoto. Il ricavato andrà nelle casse del ministero dell’Ambiente e sarà reinvestito in misure di riduzione delle emissioni.

Immagine di Armando Tondo

Valvola aortica sostituita sotto ipnosi

People For Planet - Gio, 10/31/2019 - 15:00

È stata sottoposta alla sostituzione della valvola aortica senza la somministrazione di farmaci anestetici, ma con il solo potere dell’ipnosi: è quello che è accaduto a una signora di 82 anni all’ospedale Niguarda di Milano.

L’intervento è durato poco più di un’ora e al termine dell’ipnosi la paziente ha riferito di non aver sentito alcun fastidio e che con la mente era andata alla sua infanzia: per tutto il tempo aveva corso tra i prati con una capretta, così come faceva da bambina, tra colori vividi e un profumo di limoni selvatici.   

Ipnosi al posto dell’anestesia

Un intervento di sostituzione della valvola aortica richiede di prassi la somministrazione di farmaci sedativi per indurre uno stato d’immobilità che permetta agli specialisti di eseguire l’intervento con il massimo grado di efficacia e sicurezza: si tratta infatti di una procedura mini-invasiva condotta tramite cateteri sottilissimi che viaggiano all’interno del corpo con al loro interno una valvola di bio-materiale auto-espandibile. «Il punto di accesso è l’arteria femorale – spiega Giuseppe Bruschi, cardiochirurgo del Niguarda – da dove, sotto guida angioscopica e fluorografica, si raggiunge la valvola cardiaca danneggiata che viene sostituita da quella nuova che viene sfilata dal catetere”. Per la paziente di 82 anni, però, l’intervento è stato condotto senza far ricorso a farmaci anestetici, se non per una piccola dose iniettata negli arti inferiori nei pressi dei punti di accesso dei cateteri.

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Innalzare la soglia del dolore

A causa di uno stato di sofferenza dei polmoni dovuto ad una broncopneumopatia ostruttiva e a una recente polmonite, oltre che a una conformazione anatomica del collo che avrebbe reso l’intubazione difficoltosa in caso di complicanze, i medici hanno preferito optare per l’ipnosi al posto della sedazione. Il concetto chiave dell’ipnosi, spiega Sandra Nonini, specialista dell’Anestesia e Rianimazione 3 dell’ospedale, che ha indotto lo stato di ipnosi, sta nel focalizzare l’attenzione su un’idea per indurre uno stato di coscienza modificato che può portare a un innalzamento della soglia del dolore. «Ho fatto concentrare la paziente su un punto e l’ho portata a lavorare sulla respirazione. Quindi l’ho accompagnata a immaginare di trovarsi nel suo luogo sicuro. In questo stato di trance, che è ben diverso dal sonno, abbiamo potuto completare l’intervento, grazie a uno stato di immobilità tenuto dall’inizio alla fine della procedura». 

Approccio complementare, non alternativo

L’ipnosi rimane comunque un approccio complementare e non alternativo alle normali tecniche anestesiologiche, «anche perché non tutte le persone sono ipnotizzabili, e per quelle che sono suscettibili all’ipnosi ci sono diversi test a cui devono essere sottoposte preventivamente – precisa Nonini -. È importante anche che ci sia un colloquio con il paziente prima della seduta per spiegare nel dettaglio e fugare ogni eventuale dubbio». 

Stanotte non aprite la porta ai volontari Avis

People For Planet - Gio, 10/31/2019 - 12:38


Questa notte attenzione a chi bussa alla porta, potrebbe essere un addetto Avis per un prelievo diretto di sangue, o meglio, per una donazione (in)volontaria in occasione della notte più horror dell’anno. Per essere pronti si consiglia di appendere aglio alle porte, suggerisce l’Associazione, ma, perché no, anche di munirsi di qualche amuleto della bisnonna potrebbe tornare utile. E come dimenticare il paletto di legno, difesa perfetta per lo scontro corpo a corpo?

Oppure… Scherzetto! Ci avevate creduto? Per i gothic lovers, purtroppo, gli unici vampiri che suoneranno alla vostra porta questa sera saranno i bimbi travestiti per Halloween, perché questa è solo la simpatica fake news che i social di Avis Italia hanno finto di sventare per giocare con gli utenti. 

La simpatica trovata dell’Associazione Volontari Italiani del Sangue – ente del terzo settore che opera in Italia e in Svizzera nell’ambito della donazione di sangue ed emocomponenti – ha fatto il botto sui social. Con un’immagine vampiresca e un finto comunicato stampa, lo scherzo finge di voler “sventare” una fake news immaginaria che si sarebbe diffusa tra gli italiani: questa sera i volontari Avis passeranno a trovarvi. L’invito invece è ovviamente sempre lo stesso: perché non festeggiare questo Halloween in modo originale, e proprio pensando a chi è meno fortunato? Nessuna beneficenza sarebbe oggi più a tema. 

Per gli appassionati di horror delusi, vi ricordiamo Famiglia Addams e Shining in prima visione questa sera (potete lasciare i dolcetti fuori dalla porta).

E buon Halloween a tutti!

La “top five” delle paure degli italiani

People For Planet - Gio, 10/31/2019 - 12:33

Paura del buio, di volare e dei cani seguite dal timore delle malattie e di guidare. È questa la “top five” delle paure degli italiani più cercate su Google. L’indagine è stata condotta in occasione della festa di Halloween  da “italiani.coop”, il centro studi di Coop Italia, che ha cercato di capire cosa spaventa di più gli italiani confrontando l’andamento dei Google trend nel 2008, nel 2017 e nel 2019.

Paura del buio e di volare

Dalla ricerca è emerso che alcune paure ancestrali, come quella del buio o di volare, risultano essere attualmente prima e seconda in classifica ed erano sul podio delle ricerche su Google anche nel 2008 e nel 2017. Quanto alla paura dei cani, risultano essere gli unici animali domestici temuti nella classifica delle prime 40 fobie. Per quanto riguarda il timore delle malattie, è salito negli anni passando dal 6° posto del 2008 al 5° del 2017 fino ad arrivare al 4° posto nel 2019, mentre al contrario la fobia di guidare è scesa, passando dal 3° al 4° al 5° posto rispettivamente nel 2008, 2017 e 2019.

I notiziari ci condizionano

Dall’indagine emerge come ciò che vediamo al telegiornale o sul web ci condiziona. Diverse paure infatti sembrano essere il frutto delle cronache più recenti, o della loro assenza: ad esempio, la scomparsa degli attentati terroristici dai notiziari corrisponde a un calo nelle ricerche di paure come quella del terrorismo, di viaggiare e degli spazi aperti. Così come la continua riproposizione delle donne come leader di movimenti di opinioni (Greta Thunberg), capi di organismi internazionali (Christine Lagarde o Ursula Von der Leyen) o anche soggetti prediletti delle cronache più mondane (Meghan Markle, duchessa di Sussex) si è tradotta nei Google trend in un crollo della paura delle donne, scesa dalla posizione 8 nel 2008 alla 17 nel 2019. Mentre la paura dei topi è in aumento, forse a causa dello stato di abbandono in cui versano alcune città italiane (rispettivamente 27°, 20° e 9° posto nel 2008, 2017 e 2019).

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L’astensionismo contro il razzismo

People For Planet - Gio, 10/31/2019 - 09:53

L’Aula di Palazzo Madama ha approvato con 151 voti a favore e ben 98 astenuti sull’istituzione dell’organo straordinario, proposto dalla senatrice a vita.

Il momento dell’approvazione è stato accolto con un lungo applauso e la maggior parte dei senatori si è alzata in piedi. La maggior parte, non tutti, il centrodestra è rimasto seduto senza applaudire.

Le reazioni della destra

Giorgia Meloni ha tuonato contro la commissione accusando la maggioranza di voler mettere fuori legge il suo partito. Matteo Salvini ha dichiarato : «Non vogliamo bavagli o stato di polizia».

Anche Forza Italia si è astenuta ma i malumori si sono fatti presto sentire. In particolare Mara Carfagna ha twittato: «La mia Fi, la mia casa non si sarebbe mai astenuta in un voto sull’antisemitismo. Stiamo tradendo i nostri valori e cambiando pelle. Intendo questo quando dico che nell’alleanza di centro destra andiamo a rimorchio senza rivendicare nostra identità». E Osvaldo Napoli ha commentato: «Il Ppe avrebbe votato a favore».

Cos’è il razzismo?

Erri De Luca sulle pagine di Repubblica scrive:
«Chi giudica cosa è razzismo?». Questo interrogativo è affiorato alla mente dell’ex ministro degli Interni durante un’intervista. Dovrebbe essere al corrente della risposta, ma il seguito dimostra che la sua domanda è sincera, non lo sa

Poi lo scrittore cerca di spiegare di che si tratta ma capisce che forse è inutile perché:

“Il razzismo è un disturbo della percezione e nuoce gravemente a chi ne è affetto. Andrebbe adeguatamente curato presso le aziende sanitarie locali. Purtroppo qualche volenterosa spiegazione dei sintomi al paziente non basta e non giova”.

Pere: quest’anno è il più difficile?

People For Planet - Gio, 10/31/2019 - 07:00

Autunno piovoso, estate troppo calda, proliferazione di insetti “alieni” e per le pere quest’anno si parla chiaramente di un “calo della produzione come non si era mai visto in precedenza”: questa la denuncia di Oi Pera, Organizzazione Interprofessionale che unisce diverse realtà produttive legate a questo frutto.

Già nell’estate si stimavano produzioni basse, per via del clima e della pioggia primaverile che non ha aiutato l’impollinazione, senza dimenticare qualche caso di frutteti colpiti dalla grandine che quest’anno ha impazzato in tutta Italia. Una volta fatta la raccolta si è scoperto che la produzione si è ulteriormente ridotta: secondo Oi Pera, oggi si può stimare a livello nazionale un’offerta di circa 365.000 tonnellate, contro le 730.000 tonnellate del 2018 e le 934.000 tonnellate raggiunte nel 2011.

Sembrerebbe il peggior anno di sempre. E sembrerebbe che a creare gran parte del danno ulteriore alle poche pere rimaste siano stati un insetto, la cimice asiatica, e un fungo, l’alternaria. La cimice asiatica (halyomorpha halys) è un insetto non autoctono, di origine cinese e giapponese, non ha antagonisti naturali e si è sviluppato molto nelle nostre campagne in questi mesi. Punge il frutto, non solo le pere, e lo fa deformare. L’alternaria è invece un fungo che si sviluppa bene in ambienti caldi e umidi, che colpisce tutte le parti del pero, e le fa marcire. «Questa fortissima differenza fra le stime effettuate in precedenza e i dati calcolati sulla base dei conferimenti ultimati non può essere ascrivibile a nient’altro se non ai gravissimi problemi derivanti dalla diffusione della cimice asiatica e dall’alternaria  – dichiara Gianni Amidei, presidente OI Pera – non prevedibili tre mesi fa. Questi due fattori gravissimi – prosegue Amidei – non hanno comportato solo una riduzione dei quantitativi, ma sono andati a influire sulla quota di prodotto adatto alla commercializzazione del fresco. Rispetto a un’annata normale, infatti, nella quale il prodotto commercializzabile si pone mediamente su quasi il 70% del totale, oggi questa percentuale scende mediamente sul 55% del totale».

Una delle situazioni più gravi è in Emilia Romagna, patria di questo tipo di frutto, dove molte aziende sono a rischio. Si stanno attuando dei piani per rispondere a questa emergenza: pochi giorni fa il Ministro dell’Agricoltura Teresa Bellanova ha annunciato aiuti e un impegno per il settore, mentre si sperimentano azioni contro la cimice asiatica, dal controllo con trappole all’ipotesi sperimentale di scatenarle contro un altro insetto asiatico che la contrasti, la Vespa Samurai.

Dal lato del consumatore, se si vuole aiutare questo settore, il consiglio è sempre quello di guardare all’etichetta e privilegiare le produzioni locali e nostrane.

Immagine di Kevin Phillips

Come usare correttamente le tisane (Infografica)

People For Planet - Gio, 10/31/2019 - 06:44

Soprattutto nella stagione fredda riscopriamo spesso il piacere di una buona tisana, ma vanno consumate con attenzione. Leggere l’etichetta di quelle che si trovano al supermercato ci permette di evitare ingredienti che possono nuocere alla nostra salute.

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

La (stupefacente) casa in canapa di Eva

People For Planet - Gio, 10/31/2019 - 06:44

Eva è un’esperta di permacultura e il suo nuovo progetto in corso è la costruzione della sua casa, in bioedilizia, sfruttando la canapa, in particolare il canapulo, la parte legnosa della pianta.

Nella seconda parte del video conosciamo meglio Eva Polare e i suoi grandi progetti per il futuro…

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Tramite la pagina Facebook del progetto potete seguire i lavori.

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Bottiglie d’acqua contaminate dalla plastica del tappo. La conferma dall’Università di Milano

People For Planet - Mer, 10/30/2019 - 17:00

5 grammi è la quantità di plastica che ingeriamo ogni settimana. Le microplastiche sono frammenti di non oltre 2 millimetri che ingeriamo per esempio se beviamo un tè in bustina, ma non solo. Il recente studio condotto dall’Università di Milano ha dimostrato che parte di queste quantità di microplastiche deriva dai tappi delle bottigliette di plastica da mezzo litro. Il gesto di apertura e chiusura fa sì che il tappo si consumi e che microparticelle di plastica vengano rilasciate all’interno della bottiglietta.

Microplastiche dai tappi delle bottiglie

Per scoprire come il gesto meccanico di avvitamento e svitamento dei tappi aumenta considerevolmente l’usura delle bottigliette e il rilascio delle particelle di plastica nel liquido all’interno, i ricercatori hanno effettuato due tipi di test. Con il primo hanno sottoposto diverse tipologie di bottiglie a una, dieci, cento, aperture e chiusure del tappo. Dopo 100 apri/chiudi i risultati hanno registrato un incremento importate del numero di microplastiche nelle bottigliette. Da notare che a seconda della marca di bottiglietta i risultati cambiano non poco, questo perché le aziende adottano politiche sulla plastica differenti tra loro.

Un altro gesto al vaglio dei ricercatori è stato quello di schiacciare le bottigliette, magari quando sono mezze vuote e si deformano quando afferrate. Al contrario del precedente test, in questo caso il rilascio di microplastiche non cresce in modo significativo.

Non riutilizzate le bottiglie di plastica

Sfatiamo il mito: riutilizzare la stessa bottiglia di plastica per evitare gli sprechi non è una buona idea. Come spiega Paolo Tremolada, tra gli autori della ricerca e docente di Ecologia alla Statale di Milano: “le bottiglie in plastica o i loro sostituti ecologici, le borracce, dovrebbero prevedere un sistema di chiusura a basso rilascio di microplastiche come potrebbe essere quello a pressione rispetto ai sistemi a vite delle normali bottiglie”.

Foto di Willfried Wende da Pixabay

Colesterolo cattivo: sotto controllo grazie all’avocado

People For Planet - Mer, 10/30/2019 - 15:36

Mangiare un avocado al giorno aiuta le persone obese o in sovrappeso a tenere sotto controllo il livello di colesterolo “cattivo” nel sangue. La notizia arriva da uno studio pubblicato  sul Journal of Nutrition da un gruppo di ricercatori della Pennsylvania State University (Stati Uniti), secondo cui i soggetti che hanno problemi di chili in più «dovrebbero prendere in considerazione di consumare quotidianamente un avocado», ovviamente in modo sano, ad esempio su una fetta di pane integrale tostata.

L’ossidazione aumenta il rischio cardiovascolare

I ricercatori spiegano che i livelli di colesterolo cattivo dipendono sia dalla presenza delle lipoproteine ​​a bassa densità (note anche con la sigla Ldl, ovvero Low density lipoprotein), sia dalle stesse particelle Ldl ossidate. E lo studio, condotto su un gruppo di 45 adulti sovrappeso o obesi, ha messo proprio in evidenza che mangiare un avocado al giorno comporta sia una riduzione dei livelli di lipoproteine a bassa densità (e in particolare delle lipoproteine più piccole e dense) che delle particelle Ldl ossidate.

Leggi anche: Vita lunga e cuore in salute? Gli integratori non servono a nulla

Per quanto riguarda in particolare la riduzione di queste ultime, spiega Penny Kris-Etherton, che ha coordinato lo studio, i risultato ottenuti dallo studio sono molto promettenti. «Molte ricerche indicano che l’ossidazione delle lipoproteine a bassa densità è alla base dello sviluppo di malattie cardiovascolari perché innesca una reazione a catena che può favorire l’aterosclerosi, ovvero l’accumulo di placche all’interno delle arterie».

Livelli più alti di luteina

Grazie al consumo di avocado i partecipanti allo studio avevano livelli significativamente più bassi di colesterolo Ldl ossidato e livelli più alti di luteina, una sostanza antiossidante già nota per favorire il benessere di occhi e vista. Tutti benefici promettenti, ma da approfondire: come spiegano gli autori dello studio, «la ricerca nutrizionale sugli avocado è un’area di studio relativamente nuova, e potremmo aver scoperto solo la punta dell’iceberg dei loro benefici sulla salute».

Il consiglio di People For Planet

Poiché questo frutto esotico ha un impatto ambientale molto alto in termini di utilizzo dell’acqua (servono 70 litri di acqua per far crescere un solo avocado, più di tre volte quelle necessarie per ottenere un’arancia), deforestazione (per la coltivazione intensiva, sviluppatasi da quando questo frutto è diventato “di moda”), impiego di pesticidi e relativamente alle condizioni di lavoro di chi lo coltiva, si consiglia di consumarlo con consapevolezza e di acquistarlo solo se presenta marchi di certificazione etica.

Infanzia: in Italia asilo nido pubblico solo per 1 bambino su 10

People For Planet - Mer, 10/30/2019 - 15:00

Nel nostro Paese solo un bambino su 10 frequenta un asilo nido pubblico, e un altro bambino su 10 ha accesso ad altri servizi integrativi per la prima infanzia, come micronidi e spazi gioco. A conti fatti ha quindi accesso al nido, o ad altre tipologie di servizi per l’infanzia, un bambino italiano su 5: un dato che colloca il nostro Paese ancora lontano dal raggiungere l’obiettivo stabilito dall’Unione europea di garantire ad almeno un bambino tre tra 0 e 3 anni l’accesso al nido o servizi simili.

Maglia nera a Calabria e Campania

I dati arrivano dal rapporto “Il miglior inizio – Disuguaglianze e opportunità nei primi anni di vita” diffuso dall’organizzazione internazionale Save the Children, secondo cui in Italia solo 1 bambino su 4 (il 24%) ha accesso al nido o a servizi integrativi per l’infanzia e, di questi, solo la metà (12,3%) frequenta un asilo pubblico. Il servizio pubblico registra record negativi soprattutto in Calabria e Campania, dove frequentano il nido pubblico rispettivamente due e tre bambini su cento (2,6% e 3,6%), seguite da Puglia e Sicilia con sei bambini su cento (5,9%). Le più virtuose sono invece la Valle d’Aosta, la Provincia autonoma di Trento e l’Emilia Romagna, dove la frequenza degli asili nido pubblici riguarda 26-28 bambini su cento (rispettivamente, 28%, 26,7% e 26,6%).

Le disuguaglianze educative

Il rapporto contiene anche i risultati di un’indagine pilota realizzata da Save the Children in collaborazione con il Centro per la Salute del Bambino di Trieste, che ha anche fornito una supervisione scientifica insieme all’Istituto degli Innocenti di Firenze e all’Università di Macerata. L’indagine è stata realizzata su 653 bambini di età compresa tra 3 anni e mezzo e 4 anni e mezzo ai quali sono stati sottoposti specifici quesiti volti a valutare quattro aree di sviluppo: fisico-motorio, linguistico, matematico e socio-emozionale. Dai risultati è emerso che i bambini che hanno frequentato l’asilo nido hanno risposto in maniera appropriata a circa il 47% dei quesiti proposti a fronte del 41,6% di quelli che hanno frequentato servizi integrativi, che sono andati in anticipo alla scuola dell’infanzia o che sono rimasti a casa e non hanno quindi usufruito di alcun servizio. La differenza si fa ancora più marcata per i minori provenienti da famiglie in svantaggio socio-economico: tra questi, infatti, coloro che sono andati al nido hanno risposto appropriatamente al 44% delle domande contro il 38% dei bimbi che non lo hanno frequentato.

Importante investire in servizi socio-educativi

Per quanto riguarda l’acquisizione di capacità e competenze, dunque, «le disuguaglianze tra i bambini si formano già nei primi anni di vita, prima dell’ingresso alla scuola dell’obbligo», spiega  Raffaela Milano, Direttrice dei Programmi Italia Europa di Save the Children. Non si tratta però di disuguaglianze inevitabili: come emerge dall’indagine, frequentare l’asilo nido è un fattore determinante per superarle. Se, però, i nidi pubblici non riescono a soddisfare le richieste delle famiglie, a pagare il prezzo più alto sono soprattutto i bambini provenienti da famiglie economicamente svantaggiate che incontrano maggiori difficoltà ad accedere agli asili privati non convenzionati. «Per ridurre le disuguaglianze educative che emergono sin dai primi anni di vita – continua Milano – è molto importante investire in servizi socio-educativi per la prima infanzia di qualità e accessibili a tutti i bambini. Un obiettivo che in Italia va perseguito aumentando la disponibilità di posti e la copertura territoriale per i bambini fino ai 3 anni, riducendo i costi a carico delle famiglie e adottando criteri d’accesso che consentano la fruizione di questi servizi anche ai bambini con genitori in condizioni particolarmente svantaggiate».

Photo by Aaron Burden on Unsplash

Asterix & Co. 60 anni di risate

People For Planet - Mer, 10/30/2019 - 08:51

Giulio Cesare ha conquistato la Gallia negli anni 50 d.C. sancita dalla resa di Vercingetorige ad Alesia ma non tutta: un piccolo villaggio al nord, in Armorica resiste senza grandi sforzi all’invasione romana.

In questo villaggio vivono Asterix, piccolo e furbo, Obelix grande e buono e una serie di altri personaggi fantastici, tra cui il druido Panoramix che con la sua pozione magica rende invincibili: tutti ne bevono un po’ prima di scontrarsi con i Romani, tranne Obelix che non ne ha bisogno perché gli effetti della pozione in lui sono permanenti in quanto ci è caduto dentro da piccolo.

Il debutto

La prima storia di Asterix è stata pubblicata dalla rivista francese Pilote il 29 ottobre del 1959, si intitolava Asterix il gallico e vendette 300mila copie.
Da allora sono stai pubblicati 38 albi, prodotti 10 lungometraggi animati, 4 film e 14 videogiochi.
Dal 1977, dopo la morte prematura di Goscinny, sarà il disegnatore Uderzo a scrivere le storie e negli ultimi 6 anni la saga è portata avanti dal duo Jean-Yves Ferri e Didier Conrad.
Asterix è tradotto in 111 lingue – compreso il latino e alcuni dialetti – con 200 milioni di copie vendute.

Non solo fumetto

I film tratti dagli albi presentano cast d’eccezione: da Alain Delon nei panni di un vanitoso Cesare, a Monica Bellucci nei panni di Cleopatra oltre a Gérard Depardieu nelle vesti di Obelix.
L’ultima produzione: Asterix e il segreto della pozione magica del 2018 è stata impiegata invece la  tecnica della computer grafica al posto degli attori in carne ed ossa.
Ma non è la stessa cosa.

Una nuova avventura

Da oggi un nuovo albo nelle librerie: Asterix e la figlia di Vercingetorige, protagonista Adrenalina, una ragazzina ribelle dalla treccia rossa.
Vi ricorda qualcuno?

Immagine: Adnkronos

People For Planet intervista Stefano Benni: dalla scrittura ai cambiamenti climatici

People For Planet - Mer, 10/30/2019 - 07:09

Non è facile riuscire a intervistare Stefano Benni, noi abbiamo mandato avanti Gabriella Canova, amica del “Lupo” da più di vent’anni e con microfoni nascosti gli abbiamo fatto qualche domanda (scherziamo ovviamente!)

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Scoperto il più grande anfibio vivente: era in un museo di Londra

People For Planet - Mer, 10/30/2019 - 07:00

E questo succede perché non ci sono fondi per la ricerca, e gli studiosi spesso ignorano scoperte importanti che hanno sotto gli occhi.

Il più grande anfibio al mondo, ancora vivo in natura, è stato scoperto e classificato assieme ad altre specie simili in un museo di Londra. La sorprendente scoperta – che potrebbe sembrare assurda – è descritta nello studio pubblicato su Ecology and Evolution da un team di ricercatori britannici, canadesi e cinesi guidato da Samuel Turvey della Zoological Society of London (ZSL). Hanno utilizzato il DNA di esemplari museali raccolti all’inizio del XX secolo per identificare due nuove specie di salamandre giganti, una delle quali è diventata probabilmente la più grande specie di anfibio mai conosciuta al mondo.

Le salamandre cinesi sono oggi in pericolo di estinzione ma un tempo erano diffuse in tutta la Cina e classificate come appartenenti a un’unica specie; oggi, grazie a questo studio, sappiamo che esistono almeno tre distinti gruppi genetici nelle salamandre, sparsi in diverse zone fluviali o montuose cinesi.

A fronte del processo di estinzione di massa che stiamo vivendo, i ricercatori hanno espresso – anche qui – la speranza che maggiori sforzi, o alcuni sforzi, saranno fatti per proteggere le scarse popolazioni di salamandre giganti ancora esistenti in natura. Sicuramente questa scoperta potrebbe aiutare la cosa.

Ma soprattutto questo ritrovamento – avvenuto su un soggetto che era sotto gli occhi della scienza da quasi un secolo – può servire a farci riflettere sulla costante carenza di investimenti che limita così ridicolmente la nostra comprensione del mondo. Spesso i musei, le loro cantine, gli stessi zoo, sono siti di ricerca inesplorati, figuriamoci il mondo naturale.

Solo pochi mesi fa, in Kenya, un giovane ricercatore, in pausa pranzo, ha aperto un cassetto e ha scoperto i resti di un grande carnivoro ora estinto, da sempre sconosciuto, appartenente al gruppo degli ienodonti. Gran parte della mandibola di questo enorme mammifero carnivoro, frammenti del suo cranio e parti dello scheletro, hanno permesso di capire che l’animale era più grande di un orso polare. Eppure i suoi resti erano rimasti non studiati per decenni in un cassetto del Nairobi National Museum. Sono bastati alcuni esami per capire che si trattava di una nuova specie, chiamata poi Simbakubwa kutokaafrika (grande leone). Lo studio è stato pubblicato di recente su Journal of Vertebrate Paleontology. La sua importanza? La scoperta sta contribuendo a chiarire, per esempio, alcuni aspetti dell’evoluzione delle scimmie antropomorfe e dunque anche dell’uomo.  

Figuriamoci cosa succederebbe se un team di ricercatori si dedicasse a tempo pieno a fare ordine nelle cantine e in ogni anfratto di musei (e zoo).

Immagine: Maurizio Anton by https://www.abc.net.au

Longevità, nelle acque europee vive uno squalo che campa 500 anni

People For Planet - Mar, 10/29/2019 - 16:00

Gli squali della Groenlandia, come ha stabilito recentemente una ricerca pubblicata su Frontiers in Marine Science, vivono in media tra i 272 e i 512 anni. Il nome non tragga in inganno: vivono nei pressi della penisola scandinava, ma anche nelle acque del Regno Unito e a nord della Russia: tra l’oceano Artico e l’Europa del Nord, insomma, preferendo acque con temperature comprese tra -1,6 e +16 gradi.

In questi giorni sono al centro dell’attenzione del Dipartimento di Biologia, Ecologia e Scienze della Terra all’Università della Calabria, dove si studia la loro eccezionale longevità per capire, forse un giorno, il segreto della lunga vita. Tra gli ospiti anche Holly Shiels, ricercatrice della University of Manchester.  

Questi animali hanno una stazza notevole

Misurano tra i 2,5 e i 4,5 metri, raggiungendo i 1.200 chili. Proprio perché vivono talmente a lungo da aver potuto assistere al viaggio di Colombo, crescono molto lentamente: appena nati misurano tra i 40 centimetri e il metro, per poi crescere di appena un centimetro all’anno. Raggiungono la maturità sessuale a circa 156 anni.

Sono super lenti: percorrono 0,3 metri al secondo, e quindi non sono troppo feroci come predatori. Ma del resto hanno un sacco di tempo a disposizione.

L’esemplare preso in esame in Calabria ha 400 anni, ma stabilire l’età di questi animali non è stato affatto facile. I test al carbonio-14 non erano affidabili perché gli esperimenti con le bombe atomiche compiuti negli anni ’50 hanno aumentato i livelli di carbonio-14 nell’atmosfera. Questo ha fatto sì che l’isotopo del carbonio entrasse nella catena alimentare marina in tutto l’Oceano Atlantico a partire dagli anni ‘60. Tuttavia, analizzando i livelli di carbonio-14 nelle proteine presenti nel cristallino degli occhi degli squali, il team di ricercatori è riuscito a risalire alla loro età approssimativa.

Lo squalo di 400 anni ci insegnerà il segreto della longevità?

Photo by Gerald Schömbs on Unsplash

Padova: la Questura di denuncia i ragazzi di Friday For Future che hanno protestato contro Zara

People For Planet - Mar, 10/29/2019 - 15:00

Dove sono gli spazi per il dissenso, se ogni azione è passibile di una denuncia penale? Protestare ultimamente sta diventando difficile in Italia.

Se sei un autista di treni e scioperi, dicono che stai scioperando per godere del weekend lungo. Se riempi le città di cortei di protesta, dicono che generi traffico e confusione. Se scrivi un messaggio di pace con i gessetti colorati vieni preso in giro perché “non si risolve nulla”. Se ti sdrai in un negozio di una nota catena di abbigliamento per protestare contro la condotta di quella catena, ti denunciano. 

È successo venerdì 25 ottobre, a Padova, in un negozio della catena di abbigliamento Zara, dove alcuni giovani attivisti hanno inscenato un tipo di protesta scenografica, niente affatto violenta, conosciuta con il nome di “Die-in”. Consiste nello sdraiarsi per terra ed esporsi all’eventualità di venire calpestati nel luogo in cui si ritiene che i valori e i diritti vengono calpestati. 

Zara e brand come H&M traggono profitti miliardari grazie a produzioni low cost che non rispettano l’ambiente e i diritti dei lavoratori, i quali versano, nel silenzio generale, in condizioni inaccettabili in fabbriche delocalizzate in Paesi con scarse o addirittura assenti tutele sindacali, oltre che ambientali. 

Non solo salari mancati, ma anche repressione sindacale, insicurezza sul lavoro e richieste intollerabili di ore di straordinario, con ripercussioni fisiche e psicologiche. 

L’ultima denuncia era arrivata dalla Clean Clothes Campaign (CCC) verso la società svedese H&M. In un report disponibile in italiano qui, emergono dati sconcertanti riguardo ai lavoratori che, a mero esempio, “guadagnano in India e Turchia un terzo della soglia stimata di salario dignitoso. In Cambogia, meno della metà. In Bulgaria lo stipendio dei lavoratori intervistati presso un “fornitore d’oro” di H&M non arriva nemmeno al 10% di quello che necessiterebbero per avere vite dignitose”. Motivi più che bastanti per spingere le nuove generazioni a protestare mediante strumenti pacifici come quelli finora adottati dai ragazzi di Friday for Future

“Il Die-In è una pratica che migliaia di attivist@ in tutto il mondo utilizzano quotidianamente, proprio perché pacifica e scenografica. Mai è successo che il Die-In sia stato considerato pericoloso per l’ordine pubblico da alcuno”, scrive il collettivo di Friday for Future di Padova in un comunicato stampa diffuso dopo gli “avvisi orali” e le denunce per violenza privata fatte pervenire dalla Questura di Padova contro due attivisti FFF. Già, perché le denunce sono state esposte dalla Questura, non da Zara, a riprova che il Paese, dopo il Decreto Sicurezza, è diventato sempre più intransigente nei confronti delle manifestazioni, anche pacifiche. 

L’articolo 23 del Decreto 113/2018 comunemente chiamato Decreto Salvini si occupa di “Disposizioni in materia di blocco stradale” e prende nel mirino chi blocca strade con oggetti, le “ostruisce o le ingombra”. L’attuale Governo non sembra voler modificare l’articolo, nonostante, a detta di Antonello Ciervo dell’Asgi (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione) “in pratica viene reintrodotto il reato di blocco stradale che era stato depenalizzato nel 1999”. “Il problema”, sottolinea Ciervo, “non è tanto nell’articolo ma quanto nella relazione tecnica introduttiva al decreto che spiega la ratio legis ovvero l’obiettivo della legge che è quello di reprimere le varie forme di assembramento”. 

Vogliono spaventarci – si legge nel comunicato stampa di FFF Padova – perché abbiamo il coraggio di puntare il dito contro il problema. FFF ha sempre attirato questo genere di risposte da vecchi tromboni altisonanti. Il bullismo nei confronti delle giovani generazioni è una piaga che infetta evidentemente anche la Questura della Città. Dove sono gli spazi per il dissenso, se ogni azione è passibile di una denuncia penale?”. 

La domanda, tutt’altro che retorica, esige una risposta, a partire dalla coscienza dei singoli cittadini. 

In Italia i farmaci da banco costano di più. E il ministero della Salute non spiega perché

People For Planet - Mar, 10/29/2019 - 14:42

In merito alla questione sollevata nel nostro articolo “I farmaci da banco ci costano fino a sei volte di più che in altri Paesi europei. Perché?”, all’inizio del mese scorso abbiamo scritto al ministro della Salute, onorevole Roberto Speranza, per sottoporre questo argomento alla sua attenzione attraverso l’invio di una lettera aperta nella quale chiedevamo una risposta alla nostra domanda da far pervenire anche ai nostri lettori.

Venti giorni – e diverse sollecitazioni – dopo l’ufficio stampa del ministero della Salute ci ha finalmente risposto:

“Gent.mi, la richiesta da voi effettuata il 3 ottobre u.s. è stata inviata a AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) che ha la competenza in materia. Siamo in attesa che l’agenzia elabori una risposta in merito, sarà nostra cura, pertanto, inoltrare la risposta di AIFA al vostro indirizzo di posta elettronica. Per il prosieguo della vostra inchiesta sui farmaci, per la quale auguriamo buon lavoro, suggeriamo di indirizzare le vostre richiesta all’Agenzia Italiana del Farmaco. Nel rimanere a disposizione per ogni ulteriore chiarimento, si coglie l’occasione per porgere cordiali saluti”.

La nostra domanda è: il ministro Speranza intende fare qualcosa?

Abbiamo quindi scritto di nuovo, a nostra volta, ringraziando l’ufficio stampa del ministero della Salute della risposta fornitaci ma ribadendo che, in attesa di quanto l’Agenzia Italiana del Farmaco vorrà comunicare, la nostra domanda è rivolta al ministro Speranza, per conoscere il suo punto di vista sulla questione e le iniziative che il ministero della Salute intende intraprendere al riguardo.