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Attenzione: non tutte le bioplastiche sono uguali

People For Planet - Lun, 02/03/2020 - 07:00

Le usiamo per oggetti quotidiani, imballaggi e strumenti sanitari e sempre più spesso ce ne disfiamo dopo pochi minuti di utilizzo producendo rifiuti che durano decine di anni se non secoli, persistendo nell’ambiente anche quando non sono più visibili a occhio nudo, come testimonia l’allarme sulle microplastiche che sono entrate anche nella catena alimentare umana.

Con questo presupposto è evidente come da alcuni anni si stiano cercando alternative nella creazione di polimeri degradabili naturalmente nell’ambiente che al contempo non siano d’origine fossile: si tenga conto, infatti, che il settore delle plastiche utilizza ogni anno il 4% dei consumi complessivi di petrolio. Però prima di addentrarci nel mondo delle plastiche bio è necessario descrivere in che scenario ci muoviamo, perché “grande è la confusione sotto il cielo” e “la situazione, quindi, non è eccellente”, potremmo dire parafrasando Confucio.

Bioplastica ignota

La bioplastica, secondo l’European Bioplastic, l’associazione dei produttori europei di bioplastiche, può essere: a base biologica o fossile, ed essere o non essere biodegradabile.

Queste plastiche, pertanto, possono derivare anche parzialmente da biomasse e non essere biodegradabili; da fonti fossili ed essere biodegradabili; oppure derivare da biomasse ed essere biodegradabili.

Le uniche escluse quindi sono quelle che oggi vanno per la maggiore e che sono anche le più diffuse: quelle d’origine fossile non biodegradabili. E una puntualizzazione arriva da Assobioplastiche, l’associazione dei produttori e utilizzatori di bioplastiche italiane, che indica come non vengano inserite tra le bioplastiche quelle d’origine vegetale che non siano biodegradabili e compostabili. Già, perché tutto ciò che non sia biodegradabile, anche se di origine vegetale, può creare enormi problemi nel riciclo della frazione organica dei rifiuti solidi urbani e compromettere la creazione di compost di qualità per l’agricoltura.

Facciamo una comparazione concreta (e anche un po’tecnica). Il biopolietilene, per esempio si ottiene dal monomero di etilene prodotto dalla canna da zucchero – un brevetto italiano consente di estrarre etilene anche dalla canna comune coltivabile su terreni poco produttivi e non utilizzati per il cibo – e attraverso una serie di processi chimici diventa identico al polietilene d’origine fossile, e quindi non è biodegradabile. Discorso diverso per l’acido polilattico, chiamato anche PLA, ottenuto dall’amido di mais, dal quale si ricava destrosio che attraverso la fermentazione diviene acido lattico; questo si trasforma a sua volta in dilattide che attraverso un processo di polimerizzazione diventa alla fine un poliestere, mantenendo la biodegradabilità iniziale dell’amido di mais. Questi due esempi offrono un importante spunto di riflessione: l’essere o non biodegradabile dipende dalla struttura molecolare del prodotto finale e non dalla provenienza delle materie prime impiegate per la produzione delle bioplastiche.

Bioplastica per il clima

Definizioni a parte, dalla nostra discussione escluderemo anche quelle plastiche di derivazione fossili ma biodegradabili per questioni climatiche. Lo smaltimento di queste plastiche anche in maniera “bio”, infatti, immette nell’atmosfera CO2 che avrebbe dovuto restare sotto terra per non contribuire ai cambiamenti climatici. Oltre a ciò bisogna dire che i polimeri d’origine fossili e quelli provenienti dai vegetali possono essere spesso miscelati in proporzioni diverse. Cosa quest’ultima che aumenta le possibilità di combinazioni. Le bioplastiche che hanno il più alto grado di sostenibilità quindi sono, per esempio, il Pla, Pha, Phb, e quelle a base di amido, che sono anche biodegradabili e presentano quindi un alto valore di Lca (Life cicle assestement); a patto, e qui ancora le cose si complicano, che nella produzione, nel trasporto, nell’utilizzo e nello smaltimento si utilizzi energia rinnovabile. Nel caso dell’Italia se utilizziamo elettricità dalla rete per produrre la bioplastica dovremmo calcolare che solo il 34% circa dell’energia elettrica prodotta nel Bel Paese è di origine rinnovabile, mentre la restante emette CO2.

Bioplastica da batteri

Del Pla, il cui processo di produzione abbiamo già descritto, si fa fermentare il destrosio grazie a un batterio come il Lactobacillus o il Bacillus coagulans; tuttavia bisogna fare attenzione perché il prodotto finale non è biodegradabile a meno che sia sottoposto a idrolisi con determinate caratteristiche e allora, se rilasciato nell’ambiente, si biodegrada in un tempo compreso tra i 1 e 4 anni. Ma sia chiaro: questa non deve essere una scusa per abbandonare in giro imballaggi fatti in Pla.

Per un’altra bioplastica, il Pha, si mettono al lavoro i batteri. Attraverso una colonia batterica nutrita in maniera adeguata affinché si possa sviluppare si ottiene una buona quantità di biomassa, dopodiché si cambia dieta ai batteri per far loro sintetizzare direttamente il Pha. Certo, il processo è crudele visto che per estrarre i granuli di Pha alla fine bisogna distruggere le cellule dei batteri. Ma diciamo che si sacrificano per una buona causa. Il Pha, infatti, si può lavorare nei processi delle plastiche convenzionali, per cui c’è una sovrapposizione della filiera produttiva a valle della creazione della materia prima; inoltre può avere proprietà differenti, cosa che lo rende flessibile nell’utilizzo. Oltre a ciò il Pha è stabile ai raggi ultravioletti e possiede una bassa permeabilità all’acqua. Anche il Phb, un’altra bioplastica, è prodotta grazie ai batteri.

Bioplastica italiana

La bella notizia è che l’Italia – se non perde anche questo primato come nel caso del fotovoltaico – è tra i primi attori al mondo nel settore delle bioplastiche. La produzione del Mater-Bi di Novamont, che non è un’unica plastica, è infatti partita nel 1990 nello stabilimento di Terni con un produzione esigua di materiale pari a 4.000 tonnellate/anno. Si tratta di famiglia di bioplastiche biodegradabili basate sull’amido di mais che negli anni è stata perfezionata e arricchita per gli utilizzi più diversi fino ad arrivare al bicchierino per il caffè ImBio. E se vi sembra semplice fare un bicchierino per caffè biodegradabile avete un’idea sbagliata. Un prodotto di questo tipo, per essere competitivo sul fronte dell’utilizzo con quelli da fonti fossili, deve essere adatto all’uso alimentare, resistere all’umidità dell’aria per essere conservato in perfetta efficienza al momento dell’erogazione delle bevande calde nel distributore automatico, deve resistere per almeno due ore al contatto con i liquidi e a una temperatura di circa 70°C.

Insomma, si fa presto a dire bioplastica, ma non altrettanto a realizzarla e tantomeno a inserirla sul mercato.

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Coronavirus cinese: tre ricercatrici italiane isolano il virus, prime in Europa

People For Planet - Dom, 02/02/2020 - 19:13

Sta facendo il giro del mondo la notizia che tre scienziate italiane, Maria Rosaria Capobianchi, Concetta Castilletti e Francesca Colavita dell’INMI (Istituto Nazionale per le Malattie Infettive) Lazzaro Spallanzani hanno isolato il coronavirus cinese: l’annuncio è stato dato dal ministro della Salute, Roberto Speranza e del direttore dell’Istituto, Giuseppe Ippolito.

Si tratta, si legge sulla pagina Twitter dell’INMI, di un importante passo avanti che consentirà di accelerare la ricerca sul coronavirus. E simili sono le parole del Ministro, che nella conferenza stampa indetta nel pomeriggio di oggi, 2 febbraio, ha che aver isolato il virus “significa avere molte opportunità di poterlo studiare, capire e verificare meglio cosa si può fare per bloccare la diffusione. Sarà messo a disposizione di tutta la comunità internazionale. Ora sarà più facile trattarlo”.

Affermazione, quest’ultima, importante, dal momento che sembra che i dati di sequenza del virus, già individuati dai cinesi, non siano stati divulgati fuori dalla Cina.

Chi sono le 3 ricercatrici

Sicilia, Campania e Molise: sono le tre regioni “patria” delle scienziate che lavorano allo Spallanzani. Vantano curriculum di tutto rispetto: la biologa Capobianchi, specializzata in microbiologia, è la direttrice del laboratorio di virologia, la dottoressa Castilletti è la responsabile dell’unità “virus emergenti” – e proprio per questo suo ruolo ha vissuto in Africa per studiare il virus dell’Ebola, accompagnata in questo dalla giovanissima (30 anni) biologa Colavita. Che – paradosso italiano – è ancora precaria…

Dunque tre donne, e come ha affermato il Ministro Speranza: «È bello che lo siano»

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Immagine di Copertina: pagina Facebook di Salute Lazio

Come ti cambio l’elettrone

People For Planet - Dom, 02/02/2020 - 13:00

Saranno il futuro dell’energia. Con ogni probabilità un futuro imprevisto, esattamente come negli anni Ottanta non si riuscì a prevedere il futuro delle telefonia. In quegli anni, infatti, si investirono somme ingenti sulla videotelefonia, mentre il successo, invece, arrivò per l’umile Sms, inventato quasi per caso e diffuso dalla telefonia mobile. E per l’energia potrebbe essere lo stesso. Stanno arrivando ai blocchi di partenza, grazie ad alcune direttive europee, due figure inedite nel panorama energetico italiano: i prosumer e le comunità energetiche. Vediamole.

Elettroni biunivoci

Il prosumer è una figura ibrida – come indicato dal termine che unisce produttore e consumatore -in grado di produrre energia oltre che di consumarla. Fino all’autosufficienza.

Sembra semplice, in fondo è la logica dell’orto o meglio della fattoria dei secoli scorsi, dove la coltivazione produceva sia cibo per l’autoconsumo sia reddito. Ma per il mondo dell’energia l’arrivo di singoli individui in grado di fare questo è una rivoluzione copernicana. Dalla fine della Seconda guerra mondiale, infatti, con la crescita dei consumi energetici e l’affermarsi delle fonti fossili e del nucleare, la produzione energetica – specialmente quella elettrica – fu sottratta anche alle grandi imprese private che all’epoca producevano energia.

Emblematico fu il caso della Sip, il cui acronimo significava Società Idroelettrica Piemontese, che, dopo la nazionalizzazione del 1963, reimpiegò i capitali frutto della cessione forzosa degli impianti energetici nelle telecomunicazioni. È stato verso la fine degli anni ’90 del secolo scorso che, grazie alla liberalizzazione del mercato energetico, si sono abbattute le barriere che in Italia impedivano lo sviluppo della figura del prosumer. E delle comunità energetiche. Ma è stato un cammino lungo.

Bisogna arrivare al 2005, con il primo Conto Energia, per vedere i primi casi di prosumer. Si trattava di famiglie che, grazie agli incentivi, potevano mettere sul tetto di casa in media 3 kWp di -allora costosissimi – pannelli solari, con i quali produrre elettricità da consumare in proprio o da cedere alla rete. Si è trattato di un cammino lento. A oggi gli impianti fotovoltaici appartenenti a famiglie e piccole medie imprese – compresi tra i 3 e i 20 kWp – sono (dati Gse) 526mila su un totale di oltre venti milioni di utenze elettriche. Per cui il 2,8% delle utenze oggi sono prosumer, un dato destinato a salire in poco tempo.

I fattori scatenati saranno tre

Il primo è rappresentato dalla diminuzione dei costi dei sistemi. Basti pensare che il fotovoltaico domestico è diminuito di prezzo per un buon 70% dai primi conti energia.

Il secondo è la maggiore flessibilità tecnologica. I sistemi di accumulo, le batterie, stanno diminuendo di prezzo diventando al tempo stesso sempre più efficienti: questo consente l’utilizzo della propria produzione energetica da fotovoltaico anche di notte, mentre la sparizione degli incentivi in conto energia rende più conveniente il consumo rispetto alla cessione alla rete.

A tutto ciò bisogna aggiungere sia il fatto che il 50% dei costi d’installazione sono detraibili dai redditi – vi è cioè un risparmio fiscale – sia il fatto che a breve arriverà la possibilità di cedere l’elettricità prodotta in eccedenza a qualsiasi altro soggetto – come un vicino di casa che la usa per caricare la propria auto elettrica – senza troppe, si spera, complicazioni burocratiche.

Insomma produrre, consumare e cedere elettricità da un proprio sistema a fonti rinnovabili diventerà un risparmio, un’integrazione al reddito e un’occasione per fare del bene al clima.

Elettrone di comunità

La seconda grande novità è quella delle comunità energetiche. Una forma di associazione tra cittadini che si sta sviluppando in Europa e che in Italia, fino al recepimento delle direttive europee, è vietata. Lo sviluppo di questa forma di aggregazione, infatti, fu inibita con la nazionalizzazione dell’elettricità, a eccezione di rari casi di comunità isolate dell’arco alpino dove nel 1963 era troppo costoso portare la rete elettrica. Con il risultato che, dove funzionano le reti e la produzione energetica in comune, i cittadini risparmiano oltre il 30% sulla bolletta e sono al riparo da black out nazionali. Durante il black out del 2003, infatti, gli unici punti luce di un Paese al buio erano quelli delle poche comunità energetiche dell’arco alpino e di Ischia, che ha una rete autonoma.

La comunità energetica rappresenterà una novità anche sul fronte degli investimenti per le famiglie, visto che consentirà ai cittadini di mettersi assieme per impiegare somme su investimenti etici che avranno un rendimento di sicuro maggiore dei titoli di Stato. E la figura di colui che investe in maniera collettiva sulle rinnovabili potrebbe essere quella del prosumer.

Per esempio chi non possiede un tetto o un terreno dove installare il fotovoltaico può essere interessato a produrre e a consumare l’elettricità prodotta da un impianto fotovoltaico al quale partecipa. Oppure una famiglia che l’impianto lo possiede può essere interessata a partecipare a un gruppo d’acquisto di elettricità verde per spuntare un prezzo migliore su quella in ingresso. Per non parlare delle potenzialità che questa logica ha sul fronte delle piccole e medie imprese che possono consorziarsi tra di loro, oppure con i cittadini del territorio. Un solo esempio: le abitazioni, vuote e a basso consumo durante il giorno, possono fornire elettricità a un’azienda che a sua volta, magari con il proprio impianto sul capannone, alimenterà sempre le stesse case, durate il week end, quando la produzione è ferma e i cittadini invece sono in casa.

Si tratta di simbiosi energetiche alle quali può porre limite solo la fantasia e alle quali l’Unione europea con le direttive e il nuovo mercato elettrico sta iniziando a fornire gli strumenti legislativi, fondamentali, che però da soli non bastano.

Elettrone tecnologico

I nuovi approcci verso l’energia non sono possibili senza una robusta iniezione di tecnologie. Ogni singolo elettrone, infatti, in questo scenario deve essere identificato e tracciato, perché nemmeno uno può andare perso e devono essere tutti identificabili.

E su questo fronte in Italia abbiamo una delle migliori reti del mondo. Il gestore della rete elettrica Terna, infatti, gestisce con successo oltre 800mila impianti energetici a fonti rinnovabili che sono per definizione intermittenti. Per non parlare della digitalizzazione dei contatori elettrici che è ormai alla seconda generazione e riguarda il 100% degli impianti.

Ma non basta. Se da un lato c’è una massiccia digitalizzazione del monitoraggio dei consumi “lato produzione”, sul fronte degli strumenti digitali di gestione verso il cittadino c’è ancora molto da fare. Si tratta di un problema solo in parte tecnologico e parecchio sociale/cognitivo.

Le tecnologie sul fronte della gestione informatica ci sono e con l’arrivo delle blockchain per l’energia avremo anche un’ottima solidità sul fronte della sicurezza e della fiducia, dal momento che i dati dei nostri elettroni saranno incastonati in un registro informatico non modificabile.

Diciamo piuttosto che le carenze più vistose si trovano sotto il profilo della comunicazione /informazione energetica dei cittadini. L’89% delle persone, secondo un’indagine realizzata da Facile.it su un campione di 225mila cittadini interessati a cambiare gestore, non conosce i propri consumi energetici. Si tratta di un test che potete fare con gli amici a cena: chiedete loro di dirvi il costo di un kWh o di un metro cubo di gas, e poi fate la stessa domanda relativamente alle tariffe e alla spesa per la telefonia. Vi renderete subito conto della differenza. E non è certo un caso: per anni, all’interno della logica energetica dominante, si è favorita l’ignoranza energetica e per verificare basta che prendiate la vostra bolletta elettrica e tentiate di decifrarla. Con ogni probabilità capireste meglio la stele di Rosetta! Questa situazione rappresenta uno dei più grandi ostacoli per la diffusione dei prosumer e delle comunità energetiche. Perché senza il massimo di consapevolezza energetica sarà difficile che le persone prendano in mano la propria energia.

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Avete mai sentito parlare dell’Osteria ai Pioppi di Bruno Ferrin

People For Planet - Dom, 02/02/2020 - 07:00

Bruno Ferrin faceva il venditore di farine e lieviti per il pane.
Lavorava di mattina e il pomeriggio era libero (i fornai dormono il pomeriggio). Così decide di comprare un bosco di pioppi e aprire una piccola osteria. Per far giocare i bambini degli avventori decide di costruire una piccola altalena, poi un altro gioco e ancora oggi non si ferma.
Il suo parco giochi è un posto magico. E si trova in provincia di Treviso.

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Video di Martina De Polo e Francesco Saverio Valentino

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La donna che sta sconvolgendo la politica USA

People For Planet - Sab, 02/01/2020 - 12:00

Di Alexandria Ocasio-Cortez (AOC, come la chiamano i media USA) ci siamo già occupati l’anno scorso a più riprese. Lei, oltre ad essere la più giovane donna mai eletta al Congresso, è anche autrice del programma “New Green Deal” che costituisce una pietra miliare nella prefigurazione di politiche che combinino la salvaguardia ambientale e i diritti delle persone, anche le più deboli. Il “Green New Deal” è diventato così popolare da essere utilizzato spesso, in altri Paesi e anche in Italia, per mettere un cappello a programmi molto meno audaci. È trascorso un anno dall’elezione di Alexandria al Congresso e un giornalista del New York Magazine, David Freedlander, ha scritto il suo ritratto oggi e anticipato le sue possibili traiettorie politiche future. Qui di seguito la traduzione di ampi stralci dell’articolo di Freedlander.

I Post-it a Capitol Hill

I corridoi di Capitol Hill, la sede del Congresso USA, sono una monotonia marmorizzata: pareti bianche, porte di quercia con targhe congressuali rettangolari. Tranne una. Alla fine di un corridoio c’è una porta con un’esplosione di migliaia di Post-it il cui effetto cromatico è come quello di un fiore verde e rosa pastello che si espande. Andateci al momento giusto, dicono i commessi di Capitol Hill, e potrete vedere gruppi di persone, di solito donne, spesso giovani, ferme lì davanti a leggerli.

I post dicono: “Ti amo dal Maine! Continua con la tua feroce e informata battaglia!”, “AOC! Vederti è vedermi! Vivo nel Michigan, ma tu sei la mia rappresentante. Adelante!”, “Cara AOC. Continua a spaventare i vecchi bianchi”.

Continuano ancora e ancora, questi peana ad Alexandria Ocasio-Cortez, la matricola trentenne membro del Congresso proveniente dal Queens e dal Bronx che, nell’anno trascorso da quando è diventata la donna più giovane eletta alla Camera di rappresentanti nella storia di 230 anni di questa istituzione, è emersa come forse la figura politica più significativa del Partito Democratico nell’era di Trump. Di recente è stata classificata al quarto posto tra i politici più twittati al mondo, battendo tutti i democratici che si candidano alle presidenziali. Su di lei sono già stati pubblicati un libro per bambini, “l’ABC di AOC”, una serie di fumetti in cui viene disegnata come supereroina, un calendario murale, un libro delle sue citazioni, una raccolta di saggi su di lei e persino, durante le feste di Natale, un maglione natalizio con la sua faccia sopra.

Lo staff di Ocasio-Cortez non sapeva cosa fare con i Post-it quando hanno iniziato ad apparire dopo che si è insediata nel gennaio 2019. Il mostrarli in pubblico negli spazi del Congresso se non una violazione ufficiale, sembrava loro una pratica che, almeno, l’avrebbe contrassegnata come troppo diversa e trasgressiva. Il personale ha preso il primo lotto di Post-it e li ha incorniciati nell’ufficio di AOC ma poi sono continuati ad arrivare, così sono usciti dalla stanza per invadere anche la porta di ingresso.

La diversità di AOC

“È strano”, ha detto Ocasio-Cortez quando abbiamo parlato con lei al Capitol Building un pomeriggio a metà di dicembre, “perché so di essere anche una delle persone più odiate in America”.

Mentre il resto del mondo è cambiato, il Congresso rimane un luogo di tradizioni. Perfino i mercanti del caos – i repubblicani più conservatori e trasgressivi – continuano a giocare secondo le regole stabilite dalla leadership del Congresso. Ocasio-Cortez, almeno finora, non l’ha fatto. È allo stesso tempo un politico del movimento e un fenomeno culturale, ugualmente a suo agio nelle sale del Congresso e tra i proletari neri. Non è particolarmente interessata a scendere a compromessi con coloro che non condividono i suoi valori e non ha paura di essere il solo voto “no”, come lo era lo scorso gennaio, quando è stata l’unica democratica a votare contro il finanziamento del governo perché significava continuare a finanziare l’ICE (Information and Customs Enforcement) responsabile delle retate antiimmigrati volute da Trump. Dodici mesi dopo è chiaro che non si sta impegnando molto per accumulare potere al Congresso. I suoi eroi sono Bernie Sanders, che ha resistito alle pressioni del partito decennio dopo decennio al Senato, e Howard Thurman, mentore di Martin Luther King Jr. che ha creduto nella fusione tra spirituale e politico.

“Le persone che vengono elette hanno prestato servizio negli apparati statali o sono stati dirigenti di compagnie di assicurazione sanitaria o di imprese di combustibili fossili o di gruppi di lobbisti e fanno parte di un unico club di potere”, ha detto. Vestita di nero – giacca, blusa, pantaloni e stivali – assomiglia più a un personaggio di un film di motociclisti che a qualcuno che va a una riunione del Comitato dei servizi finanziari.

Il Partito Democratico ha un ruolo da svolgere ma è necessario parlare anche di cosa di sbagliato c’è nel Partito Democratico”, ha detto. “Penso di aver creato più spazio per il dissenso e stiamo imparando ad allungare un po’ le ali a sinistra”.

I candidati di lunga data al Congresso tendono a presentarsi tutti allo stesso modo. Hanno una biografia molto curata, presentano una teoria del perché dovrebbero vincere e di come mai siano state ignorate le voci della comunità dai poteri di Washington, ma spesso si accartocciano davanti a domande approfondite e hanno una visione tradizionale di come la politica lavori.

La candidata Ocasio-Cortez è stata diversa sin da subito. Era una barista arrivata al Partito Democratico sostenuta da una rete di gruppi di attivisti ambientalisti. Ha iniziato la sua campagna elettorale andando porta a porta e ascoltando le domande degli elettori, avendo progressivamente conferma di come la politica rappresentasse un sistema truccato che preservava le carriere di coloro che erano al potere a spese dei poveri e della classe operaia. La sua faccia era onnipresente nel quartiere come risultato del lavoro dell’esercito di volontari che inondavano il distretto con cartoline e poster. Il suo tempo passato a parlare con i cittadini l’ha resa un ascoltatore insolitamente empatico. Per molti suoi elettori rappresentava qualcuno che assomigliava a loro, che parlava la loro lingua, che era venuto a chiedere il loro sostegno.

La vittoria contro Crowley

I sondaggi davano Joe Crowley, il suo avversario che vinceva da sempre le elezioni nel distretto, avanti di oltre 30 punti. Il fine settimana prima delle elezioni Ocasio-Cortez ha saltato la città, una cosa che non fa qualcuno che spera di vincere alle elezioni ed è andata al confine, dove stava appena emergendo la notizia che l’amministrazione Trump stava bloccando i bambini migranti e li separava dai loro genitori. Le immagini della candidata, vestita di bianco, che supplicava le guardie di frontiera attraverso una recinzione per fare appello alla loro umanità, erano sorprendenti. Due mattine dopo, Ocasio-Cortez vinse le elezioni e si svegliò con un viso anonimo per l’ultima mattina della sua vita.

Da allora è come se avessi un tatuaggio sul mio viso ” dice sorridendo con un po’ di ironia. “Non posso più uscire passando inosservata. Mi manca di poter uscire a cena senza essere oggetto della curiosità degli altri. Mi manca l’anonimato. Devo mandare il mio ragazzo a fare la spesa. “

Alexandria e il Congresso

Se era un’eroina per le strade di New York e online, al Congresso, “è stato molto, molto duro l’impatto iniziale”, ha detto. Le paure di cosa significasse Ocasio-Cortez erano presenti anche prima che lei prestasse giuramento, quando organizzò un sit-in nell’ufficio della Presidente Pelosi per il gruppo ambientalista Sunrise Movement; voleva che la futura oratrice spingesse per il “Green New Deal“.

Ancora oggi non se ne pente, anche se quel gesto ha preparato il terreno ad un anno molto complicato con Pelosi. “Ho imparato molto su come la paura modella le decisioni degli eletti. Io ero terrorizzata ma sembrava la cosa giusta da fare. Molta gente pensa che un gesto del genere sia una forma di ingenuità e che sia infantile, ma io la penso diversamente.”

Le posizioni radicali di Ocasio-Cortez a favore dell’ambiente e dell’attenzione ai poveri sono guardate con sospetto da molti rappresentanti dell’establishment democratico che temono che possano provocare perdite di consensi tra i moderati.

Fonte New York Magazine

Ocasio-Cortez è comunque una parlamentare modello, come riconoscono anche i suoi avversari, che svolge il lavoro per cui è stata eletta partecipando preparata alle riunioni e alle audizioni delle commissioni (come quando ha messo alle strette Mark Zuckerberg sulla gestione di Facebook), proponendo 15 atti legislativi (in particolare il Green New Deal) e mancando solo due dei 701 voti per appello nominale. Ho parlato con dozzine di funzionari governativi di House e New York City, alcuni dei quali non sono d’accordo con la sua politica e hanno motivo di non gradirla personalmente, e tutti hanno detto che si presenta alle riunioni insolitamente attenta prendendo appunti e facendo domande dettagliate.

“Ci sono persone qui a cui non piacerà mai, che non si fideranno mai di lei, che saranno sempre preoccupate che lei possa portare la sua gente contro di loro”, dice un aiutante della Camera. “Ma non puoi dire che non si stia impegnando”.

I timori dei Democratici

Tuttavia, anche i democratici che sostengono il progetto politico di Ocasio-Cortez si chiedono quale sarà il suo effetto durante il prossimo anno elettorale. Una cosa è combattere per riformare un partito all’opposizione; un’altra quando il partito sta cercando di unificarsi per l’anno delle elezioni più delicate della storia recente. Le lotte intestine al partito potrebbero rivelarsi letali per gli sforzi democratici di riconquistare la Casa Bianca.

Nessuno può fare tutto da sé”, mi ha detto di recente il deputato Gregory Meeks. “Devi imparare rapidamente altrimenti sarai in minoranza e sarai influente sulle scelte, come quel vetro. Vuoi essere in grado di parlare molto o vuoi fare qualcosa? Se sei un “sempre no” al Congresso, alla fine gli altri smetteranno di chiedere il tuo voto perché non sarà più utile negoziare con te perché tutti conoscono già da prima la tua risposta e, il più delle volte, ciò significa che la tua voce sarà emarginata.” Gli avversari di Ocasio-Cortez nel Partito Democratico vogliono che questo sia il suo destino.

All’inizio del suo mandato, AOC piuttosto che usare la sua prodigiosa influenza pubblica per spingere per una proposta di legge sul clima che aveva già 71 co-sponsor e avrebbe potuto mantenere il Paese negli accordi climatici di Parigi, ha lanciato il Green New Deal, una proposta molto più avanzata degli accordi di Parigi. Una bozza della risoluzione è stata erroneamente rilasciata in anticipo e i critici hanno manipolato il testo per accusare la nuova deputata di voler vietare la carne bovina e i viaggi aerei e di voler dare denaro gratuito alle persone che non lavorano.

Il Green New Deal

Il progetto di Green New Deal è ancora il più grande risultato del suo mandato, un atto d’accusa all’idea che la leva finanziaria sia l’unico potere che orienti le scelte politiche. Il Green New Deal ha creato un nuovo dibattito. Più di cento democratici hanno firmato come co-sponsor, tra cui anche una manciata di moderati che i progressisti della Camera avevano cercato di spingere a sinistra inutilmente per anni, così come tutti i principali contendenti per la nomina presidenziale democratica.

Fonte New York Magazine

Prima della proposta di Green New Deal i piani climatici più ambiziosi erano una tassa sul carbone qui o una questione di biodiesel lì. Non c’erano bollette climatiche che rappresentassero una soluzione all’altezza del problema. Non ho potuto sopportare tutto questo e dire: Accontentiamoci di ottenere un sussidio del 10% per i veicoli elettrici”, ha detto Ocasio-Cortez. “Questi piani molto piccoli sono una forma di negazionismo.”

AOC diventerà Presidente degli USA?

Alla fine del mese scorso, il magazine Politico ha riferito che alcuni opinionisti stanno già ipotizzando che Ocasio-Cortez si candiderà alla presidenza nel 2024 o nel 2028 e questo è stato anche un argomento di conversazione tra i suoi consiglieri. Le persone a lei vicine hanno discusso di una sua possibile corsa per il Sindaco di New York nel 2021 ma hanno deciso di non farlo; una corsa in tutto lo Stato, probabilmente per il Senato, è più probabile.

Lei e i suoi consiglieri sono consapevoli della sua situazione quasi senza precedenti: una giovane donna di colore enormemente popolare attrae una parte dell’elettorato anche per ragioni demografiche. Se fosse candidata alla presidenza, dicono, correrebbe per vincere, non per portare lo stendardo a nome del movimento progressista e arrivare seconda.

AOC e le primarie per la Casa Bianca

Ocasio-Cortez mi ha detto quanto ammira Bernie Sanders. Anno dopo anno, lui era disposto a essere il voto solitario su questioni che gli interessavano, nonostante le pressioni perché giocasse insieme al resto della squadra con posizioni più moderate sull’assistenza sanitaria, sulle tasse, sui salari. Alla fine, il successo lo sta raggiungendo. Ogni senatore democratico candidato alla presidenza, tranne Amy Klobuchar, ha firmato il suo progetto di legge “Assistenza medica per tutti”. Il partito sta discutendo di un’imposta sul patrimonio, una proposta lanciata da Ocasio-Cortez l’anno scorso e ora spinta sia da Sanders che da Elizabeth Warren.

La politica dovrebbe essere pop”

È chiaro che sta avvenendo un cambiamento nella politica americana, che favorisce le prospettive a lungo termine di Ocasio-Cortez. Il populismo demagogico di Trump ne è una componente, così come il fatto che gli americani dai 18 ai 24 anni sono più favorevolmente inclini al socialismo rispetto al capitalismo, che l’80% dei giovani pensa che il governo federale dovrebbe affrontare i cambiamenti climatici, che oltre il 70% afferma che i ricchi dovrebbero pagare tasse più elevate e che alcune delle percentuali più alte mai registrate dichiarino una propria posizione politica come di sinistra o liberale. I post-millennial sono per lo più non bianchi in 13 stati e in quasi il 40 per cento delle aree metropolitane più grandi della nazione; sono vicini alla maggioranza i non bianchi a livello nazionale. Sanders è in testa con grandi margini tra i giovani, prova, forse, del desiderio dei millennial di qualcosa di liberal e del desiderio di idee politiche innovative..

E Ocasio-Cortez è tutto questo: latina, liberale, “autentica”, fluente nei social media e nella cultura popolare. Gli esponenti di sinistra prima di lei spesso erano come Bernie o, prima di lui, Ralph Nader: sgualciti, brontoloni, aggressivi. Per la sinistra la politica era qualcosa da evitare, una resistenza corruttiva alla purezza dell’attivismo. Ocasio-Cortez ha cambiato questo.

Cosa rende virale AOC? Se le persone le prestano attenzione, pensa, saranno dalla sua parte. “La politica dovrebbe essere pop perché dovrebbe essere consumabile e accessibile alle persone comuni”, ha detto.

Movement School

La visione di AOC si estende oltre il Congresso. Dopo l’elezione, due dei suoi principali aiutanti della campagna hanno fondato un programma chiamato “Movement School” progettato per formare la prossima generazione di agenti delle campagne elettorali. Circa 70 persone hanno partecipato al corso durato dieci settimane, sono persone residenti in tutte le parti degli USA. Un esercito permanente di personale dedicato alla campagna che crescerà negli anni a venire.

AOC inoltre sta aprendo un ufficio per la campagna che sarà utilizzato come “spazio per l’educazione politica, una sorta di programma TED Talks for activists “in corso fino a novembre.

“Tutti alla Camera pensano all’autoconservazione e pensano costantemente in termini di propaganda elettorale. Il modo in cui noi invece vogliamo cambiare è attraverso l’educazione politica. I repubblicani si sono concentrati su progetti a lungo termine per un periodo di tempo molto lungo. I democratici no. Pensiamo che se uno Stato è conservatore, rimarrà conservatore. Ma sai una cosa? Se uno Stato come il Tennessee o il West Virginia può passare dai progressisti ai conservatori penso che possa accadere anche il contrario”. “Questo dell’educazione politica è un tipo di progetto che molte persone pensano sia una perdita di tempo, ma non credo che lo sia”, ha detto AOC.

E così, alla vigilia di una competizione primaria che accentrerà l’attenzione di tutti i democratici sul progetto di rovesciare il Presidente, Ocasio-Cortez sta mantenendo la sua attenzione sulla scommessa che un Partito Democratico più puro, più audace è ciò che questo Paese vuole e può permettersi.

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Monica Di Sisto, portavoce di Stop Ttip Italia: “Il Ceta, l’accordo sul libero scambio col Canada, penalizza la salute, l’ambiente e le nostre imprese di qualità”

People For Planet - Sab, 02/01/2020 - 07:00

È “il primo trattato europeo che autorizza le frodi alimentari” perché consente al Canada di ignorare oltre 250 marchi tra denominazioni di origine protetta (Dop) e indicazione geografica protetta (Igp) riconosciute dall’Unione europea, oltre che di tradurre in etichetta alcuni dei nostri prodotti agroalimentari tutelati. È così che la Coldiretti, la maggiore associazione di rappresentanza e assistenza dell’agricoltura italiana, definisce il Ceta, il Comprehensive Economic and Trade Agreement, trattato sul libero scambio di merci tra Unione europea eCanada.

Approvato nel 2017 dall’Europarlamento, il Ceta non è però mai stato ratificato dal Parlamento italiano perché, se da una parte è benvoluto da alcuni, da altri è invece molto contestato. L’accordo prevede l’abbattimento del 98% dei dazi doganali fra i Paesi firmatari, agevolando il libero scambio dei prodotti. Ma ci sono molti ma.

Tanto per iniziare, il testo integrale dell’accordo, se è chiaro nella parte che riguarda le agevolazioni degli scambi, è invece generico su temi importanti per la tutela della salute dei consumatori: sul principio di precauzione (valido in Unione europea e non in Canada), sulla biodiversità e sull’uso dei pesticidi (che in Ue non sono ammessi), sulla regolazione degli organismi geneticamente modificati (Ogm), sulla presenza di ormoni (da noi vietati) e di antibiotici (da noi regolamentati) nelle carni di allevamento, e anche sulle tutele e sulle garanzie per i marchi di qualità e di origine.

In sostanza consente di scavalcare le tante regole europee vigenti sui prodotti alimentari, eliminando tutte le garanzie che riguardano, ad esempio, i prodotti chimici utilizzati nelle produzioni agricole-industriali: pesticidi, Ogm, ecc. Una questione che coinvolge tutti i prodotti agricoli, oltre alla carne.

Molti dubbi

Per approfondire questi e altri argomenti, dal 2015 si è costituito un movimento di persone e aziende che si chiama Stop Ttip (Trattato di partenariato Transatlantico su commercio e Investimenti) e Ceta Italia la cui portavoce è la giornalista Monica Di Sisto. A lei abbiamo posto alcune domande sui contenuti del trattato e per capire cosa si propone di fare questo movimento.

Il Ceta è un ambito del Ttip? E’ il trattato più svantaggioso, tra i vari, per le nostre aziende?

«L’abbattimento dei controlli doganali e delle tasse per le imprese esportatrici è una sorta di battaglia di bandiera, e anche se il sistema del commercio globale è in crisi di crescita, il mercato concentra benefici straordinari tra pochissimi gruppi e questa liberalizzazione al massimo ribasso, che premia solo i più grandi, alla fine finirà per danneggiarli. Il Ceta è una sorta di “fratellino brutto” del Ttip: vale meno, perché in Canada arriva appena lo 0,9% del nostro export. Non ha portato grandi risultati in valore, perché lo scorso anno le esportazioni italiane sono aumentate del 4,8%, mentre tra il 2012 e fino a fine 2017, cioè fino all’entrata in vigore del trattato, la media era del 6,2% di incremento annuo. Per di più il Canada ha leggi regionali che permettono agli operatori nazionali, ad esempio nel caso dei formaggi e degli alcolici, di decidere quale produttore e/o prodotto far circolare e dove, mentre l’Europa ha fatto cadere tutte le barriere, se non quelle d’emergenza».

Secondo Stop Ttip quali sono i punti peggiori del trattato, in termini di ritorni negativi per la nostra economia?

«Partiamo dal fatto che l’Italia non ha un meccanismo di monitoraggio strutturato dell’impatto dei trattati, quindi a parte la “contabilità generale” tra import e export tenuta annualmente da Istat e Ice (l’agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane), non esistono valutazioni a livello di Governo. Ogni settore economico fa le proprie valutazioni senza che ci sia nessuno che esamini che cosa davvero convenga al Paese e, soprattutto, a noi cittadini. L’Italia, inoltre, già subisce un forte dumping sociale e ambientale dagli altri Paesi europei perché i costi del lavoro, burocratici e di rispetto delle regole di qualità e ambientali da noi sono più elevati che altrove. Figuriamoci quando si apre una competizione senza rete con Paesi come il Canada che hanno livelli molto più bassi di protezione sociale e ambientale: il confronto è impari e, come hanno indicato tutte le valutazioni d’impatto indipendenti condotte fino a ora, nel medio periodo rischia di saturare di semilavorati e prodotti più economici quella parte del mercato europeo nel quale finisce attualmente il 56,3% del nostro export.

L’Europa e il Canada sono molto distanti per quello che riguarda le regole relative alla qualità de prodotti e dei servizi, ai controlli, ai diritti dei lavoratori, alla sicurezza dei prodotti, alla protezione dell’ambiente. L’Europa ha regole più restrittive che vietano l’ingresso a molti prodotti e servizi canadesi. Il Ceta ha creato una ventina di commissioni bilaterali molto opache che dovrebbero occuparsi di far funzionare al meglio i diversi meccanismi di facilitazione commerciale. In realtà obbligano gli Stati a rispondere sul perché scelgano uno standard piuttosto che un altro, una regola rispetto a un’altra: l’Italia, ad esempio, è stata accusata in una di queste commissioni di protezionismo dalla Camera di Commercio canadese con un dossier sponsorizzato da Croplife, gigante dell’agrochimica multinazionale con sede in Canada, per la diffidenza verso il glifosato, il no agli Ogm e l’etichettatura del grano nella pasta. A tutt’oggi non riusciamo a sapere ufficialmente se la Commissione europea abbia coinvolto o meno nella risposta il Governo italiano e se abbia dato seguito e come a quel virulento reclamo».

Quali aziende italiane ne pagheranno maggiormente il conto e in che termini?

«Sicuramente il comparto agroalimentare e manifatturiero dei prodotti di qualità che sta già subendo una competizione feroce, sia sul mercato canadese sia in quello europeo, da parte di prodotti che emulano le nostre eccellenze. Il caso del Parmigiano è emblematico: le aziende produttrici pensavano, forti di un prodotto unico, molto apprezzato e molto competitivo, di continuare a crescere a due cifre come succedeva prima del Ceta, e invece hanno perso quote di mercato ingenti perché devono coesistere con le copie locali, che costano molto meno, senza potersi proteggere in alcun modo.

Senza contare che, se tutti i Paesi dell’Ue ratificassero l’accordo, entrerebbe in vigore la parte relativa alla facilitazione degli investimenti e, con essa, il meccanismo arbitrale che consentirebbe agli investitori canadesi (o con sede legale in Canada) di fare causa ai nostri Paesi se una delle nostre regole o decisioni dovesse danneggiare i loro interessi o profitti. Un meccanismo che rischia di esporci a pericolosissime e costosissime cause di risarcimento: in un recente report ne abbiamo contate oltre 850 aperte in virtù di altri trattati di liberalizzazione già vigenti. Negli ultimi trent’anni gli Stati hanno già versato a privati 84,4 miliardi di dollari per sentenze sfavorevoli. Poi parliamo di tagli alla spesa pubblica…».

Quali saranno invece le imprese che ne beneficeranno?

«Innanzitutto le aziende canadesi di esportazione di prodotti energetici: hanno registrato il +125,2% di export verso l’Ue. Peccato che gran parte dell’export canadese di energia è composto da petrolio estratto dalle sabbie bituminose. Una pratica terribilmente inquinante e vietata in Europa, ma non in Canada. Per cui da un lato ci professiamo ambientalisti a livello internazionale, dall’altro alimentiamo fuori casa un prelievo fossile dannosissimo per le falde acquifere e il suolo canadesi, e l’atmosfera di tutti. Poi le imprese europee della meccanica strumentale, dei metalli, della farmaceutica: tutte inserite in filiere multinazionali che risparmiano molto dopo l’abbattimento dei dazi, ma non sempre traducono questi risparmi in investimenti e posti di lavoro in più nel nostro Paese».

Come sta agendo il vostro movimento per impedire la ratifica?

«Innanzitutto informando correttamente i cittadini, le imprese, ma anche i parlamentari e i rappresentanti degli Enti locali su cosa sta succedendo, qual è la vera posta in gioco, i rischi democratici e regolatori che si corrono con il sostegno a operazioni così poco trasparenti. Svolgiamo ricerche indipendenti e un monitoraggio quotidiano del funzionamento di questi trattati così rischiosi di cui diamo conto sul sito www.stop-ttip-italia.net. E poi cerchiamo, collegando sindacati a imprese, ambientalisti a consumatori, media a persone comuni, di tracciare insieme, anche a livello europeo e in dialogo con le realtà canadesi che hanno le nostre stesse preoccupazioni, una linea di equilibrio tra i legittimi interessi privati e il bene pubblico, avanzando proposte costruttive per permettere alle nostre imprese di competere in qualità in un mercato più giusto per tutti, e ai cittadini di vedere i propri diritti rispettati e difesi».

Cosa possono fare i consumatori per difendersi, nel caso in cui continuasse ad essere operativo?

«Informarci e mobilitarci insieme, perché bocciare questo trattato nel Parlamento italiano è l’unica strada concreta, al momento, per riaprire a livello europeo e internazionale una messa in discussione della liberalizzazione commerciale globale che non convince più fino in fondo neppure i suoi più fervidi sostenitori. Dobbiamo lavorare per ottenere accordi che facilitino solo i prodotti e i servizi di maggiore qualità e impatto sociale e ambientale e rendano più costosi e difficili da commerciare quelli più inquinanti e realizzati con sfruttamento del lavoro e dei territori. Senza questa svolta il Green New Deal della nuova Commissione europea rimarrebbe una dichiarazione di buoni intenti senza struttura economica, e non usciremo mai dalla stagnazione economica attuale e dalla crisi». ambientale che ci minaccia. Non possiamo permettercelo, non dobbiamo permetterlo a nessuno.

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Brexit: bye Londra, bye clima

People For Planet - Ven, 01/31/2020 - 15:00

Alla mezzanotte di stasera (31 gennaio), il Regno Unito lascerà formalmente l’Unione europea. Cosa comporterà questo per la lotta congiunta ai cambiamenti climatici? Di sicuro una forza in meno.

Uno in meno

È innegabile: il Regno Unito ha svolto un ruolo chiave nel garantire una forte azione dell’UE in materia di clima, e adesso le relazioni indebolite tra Londra e Bruxelles mettono a rischio gli obiettivi di neutralizzare le emissioni entro il 2050, obiettivo su cui entrambe le parti si erano impegnate.

Come ha sottolineato Greenpeace, sul tema clima, Regno Unito ed Europa devono continuare a lavorare insieme, ma poi c’è la dura realtà.

La Cop26 a Glasgow

Il prossimo vertice ONU sul clima, la COP26, è previsto a Glasgow a fine 2020 e i governi dovranno presentare piani climatici aggiornati per limitare la crescita delle temperature globali.

Ma già l’incertezza che il voto sulla Brexit si è trascinata dal giugno 2016 ad oggi ha bloccato alcune importanti politiche di legge verdi a un punto morto. Ne avevamo parlato qui.

Adesso, con la fine ufficiale del coinvolgimento del Regno Unito in tutte le agenzie e istituzioni politiche dell’UE , gli impatti per l’economia verde potrebbero essere rinnegati nel perseguimento di nuovi accordi commerciali, che si sono indirizzati verso Paesi meno attenti dell’Europa al Green Deal, come gli Stati Uniti – che si sono ritirati dall’accordo di Parigi – o in generale l’Asia.

Un test globale

Non ci resta che aspettare, sperando in bene anche se i motivi per preoccuparsi non mancano. La COP26 sarà un grande test per vedere se il Regno Unito e l’UE prendono sul serio l’accordo di Parigi e intendono intensificare le azioni immediate sul clima.

“Questi nuovi accordi, che potrebbero peggiorare l’azione globale per il clima, potrebbero frenare addirittura anche i piani per il target emissioni zero dello stesso Regno Unito”, ha dichiarato il portavoce della Brexit per Friends of the Earth, Kierra Box.

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Coronavirus, c’è chi chiede a Google se si prende con la birra

People For Planet - Ven, 01/31/2020 - 12:44

Mezzo mondo ha fatto un parallelo – alcuni in modo giocoso, la maggior parte in modo serio – tra la marca messicana di birra e il virus – il Coronavirus – che sta terrorizzando il mondo intero. “Riteniamo, in linea di massima, che i consumatori comprendano che non esiste alcun legame tra il virus e la nostra attività”, ha dichiarato a Business Insider Maggie Bowman, direttore senior delle comunicazioni presso Constellation Brands, produttore di Corona. Ma si sbaglia.

In linea di massima siamo proprio messi male, e, a partire dal 18 gennaio, e ancora di più dal 22, le ricerche su Google “corona beer virus”, “beer virus” e “beer coronavirus” sono aumentate un po’ in tutto il mondo, e anche in Italia.

In realtà, a scanso di equivoci lo chiariamo, la birra e il virus condividono solo il nome, ma certamente per motivi diversi. Il virus è stato battezzato in questo modo perché visto al microscopio ha una forma a punte che ricorda delle piccole corone. Il nome della birra fa riferimento alla corona che adorna la chiesa di Nostra Signora di Guadalupe, a Puerto Vallarta, in Messico.

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Nuovo coronavirus: è emergenza sanitaria mondiale. Primi due casi in Italia

People For Planet - Ven, 01/31/2020 - 12:28

Atteso dagli scienziati di tutto il mondo e tanto temuto dalle persone comuni, è arrivato ieri in serata l’annuncio dell’Organizzazione mondiale della sanità: per il nuovo coronavirus 2019-nCoV è emergenza sanitaria globale. Dopo aver decretato domenica scorsa il passaggio del livello di rischio dell’infezione da “moderato” a “elevato“, ieri sera il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus ha dichiarato lo stato di emergenza sanitaria mondiale. La decisione è arrivata perché, spiegano dall’Oms, non è possibile immaginare quanto grande sarà questa emergenza e quindi bisogna essere preparati ad affrontarla.

Primi due casi in Italia

Intanto i Italia sono stati accertati i primi due casi di persone infettate dal nuovo coronavirus. È una coppia di turisti cinesi provenienti da Wuhan, atterrati a Milano il 23 gennaio prima di arrivare in un hotel di Roma, dopo aver fatto tappa a Parma. La coppia è attualmente ricoverata nell’istituto nazionale per le malattie infettive “L. Spallanzani” di Roma, mentre sono in corso attente verifiche per ricostruire il loro percorso per isolare i loro passaggi ed evitare qualsiasi rischio ulteriore rispetto a quello già accertato. «L’insorgenza di casi di coronavirus in Italia è un fatto abbastanza normale se pensiamo alla statistica, visto che in Europa ci sono 10 casi. Era abbastanza probabile, i nostri scienziati lo dicevano già da tempo», ha affermato il ministro della Salute Roberto Speranza in conferenza stampa a Palazzo Chigi. Attualmente in Europa ci sono un caso confermato in Finlandia, 5 in Francia e 4 in Germania.

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Chi sono i  soggetti più colpiti dal virus

In merito alla tipologia di persone più colpite dal nuovo coronavirus, la malattia sembra aggredire soprattutto anziani maschi con problematiche mediche preesistenti, ma le informazioni sono ancora frammentarie. La rivista scientifica The Lancet analizzando 99 persone ricoverate a Wuhan, la città da cui sembrerebbe essere partita l’infezione, ha rilevato che la quasi totalità dei contagi sarebbe scaturita dalle esposizioni al pesce e agli animali selvatici esposti nel mercato di Wuhan, mentre nuovi studi hanno messo in evidenza come i primi casi di trasmissione da uomo a uomo risalgano a metà dicembre, e siano quindi precedenti alla notifica dei primi casi dell’infezione.

Non esiste motivo per evitare persone, ristoranti e parrucchieri cinesi

E mentre il nostro Paese, con l’obiettivo di contenere il più possibile il rischio di nuovi contagi, ha disposto la chiusura del traffico aereo da e per la Cina, aumentano sul nostro territorio nazionale episodi di razzismo a danno di persone cinesi. A parlarne è il virologo Roberto Burioni sul portale da lui diretto, Medical Facts: «La situazione dell’epidemia è in  rapida evoluzione, ma alcuni comportamenti sono assolutamente ingiustificati. Non degni di un Paese civile», scrive lo studioso. «Alcune cose non vanno per niente bene. La prima è che si continui ad avere un allarme al giorno per un sospetto caso di coronavirus: non è tollerabile, perché questo ingenera panico non necessario nelle persone, alimenta la paura nei confronti dei cinesi e crea un pericolosissimo effetto di “al lupo, al lupo”. La seconda, davvero odiosa, consiste in alcuni comportamenti discriminatori verso i cinesi, che non sono degni di un Paese civile e che mi fanno ribrezzo. In questo momento non esiste nessun motivo per evitare cinesi, ristoranti cinesi, quartieri cinesi o parrucchieri cinesi».

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I film animati di Miyazaki su Netflix (da domani!)

People For Planet - Ven, 01/31/2020 - 12:00

Gli appassionati di Anime giapponesi e animazione sanno già tutto. Ma il pubblico italiano di grandi e piccoli spettatori ha una grande occasione di fruizione per poter vedere una retrospettiva della casa di produzione giapponese Studio Ghibli fondata nel 1985 da Hayao Miyazaki (il suo regista più celebre che vinse l’Oscar e il primo Orso D’Oro assegnato ad un film di animazione con “La città incantata”) e Isao Takahata che pur ben affermati con la realizzazione di prodotti seriali venduti in tutto il mondo come “Heidi” e “Anna dai capelli rossi” scelsero una via indipendente dettata dalla qualità tecnica e dai rilevanti contenuti delle trame proposte. Trovarono l’adesione degli esperti produttori Toshio Suzuki e Yasuyoshi Tokuna che completano il mitico quartetto dei fondatori.

Ben ha fatto la piattaforma Netflix ad acquisire i diritti di tutta la produzione dello Studio, che prende il nome dal vento africano secondo la denominazione data da piloti italiani ricognitori durante la Seconda guerra mondiale, e iniziare a trasmetterli dal prossimo primo febbraio.

E’ un fenomeno enorme in Giappone, con incassi rilevanti ma anche nel resto del mondo con la critica specializzata e mainstream che ha molto acclamato un fenomeno culturale che ha spesso superato il colosso Disney per la capacità di saper conquistare pubblico adulto novecentesco e giovanissimi millennial del XXI secolo.

Lo Studio è sempre stato molto rigoroso nel difendere l’edizione originale dei propri lavori evitando compromessi culturali con gli acquirenti occidentali come il no deciso dato al potentissimo boss della Miramax Harvey Weinstein che aveva proposto tagli e modifiche pensando a maggiori introiti commerciali.

Da tempo lo Studio ha annunciato la sua chiusura definitiva, rimandata più volte, ma la messa in onda dal prossimo primo febbraio dei primi sette film dell’intero catalogo che sarà programmato nei prossimi mesi, consente a molti di poter guardare e conoscere dei film che in Italia hanno avuto diffusione grazie alla meritoria Lucky Red.

Questi i primi sette titoli che aprono la rassegna.

IL CASTELLO NEL CIELO di Hayao Miyazaki, 1986

Uscito nelle sale italiane con discreti incassi per uno dei primi lavori dello Studio. Per sfuggire ai pirati dell’aria, Sheeta cade da un aereo sulle braccia di Pazu, recando con sé un segreto legato all’esistenza di una misteriosa città tratta come toponimo da “I viaggi di Gulliver” e con delle suggestioni del mito di Atlantide che trova con echi di Giulio Verne eserciti e pirati fronteggiare i poteri di una pietra magica posseduta dalla ragazza protagonista. Secondo Moradini: “Diretto al pubblico di ogni età (come tutti i film di Miyazaki), in garbato equilibrio tra poesia e sfrenata fantasia, con l’aggiunta di scene d’azione e scenografie di memorabile bellezza e fascino, è un gioiellino “fatto a mano”, realizzato con centinaia di migliaia di disegni”.

IL MIO VICINO TOTORO di Hayao Miyazaki, 1988

Recuperato in Italia nel 2009 quando lo Studio aveva espresso le sue enormi potenzialità in tutto il mondo e riproposto nel 2015 per il trentennale dello Studio. Due giovani sorelle, Satsuki e Mei, si trasferiscono insieme al padre in un paesino di campagna per andare a vivere più vicini alla madre delle bambine, ricoverata in ospedale. Sarà una scoperta del soprannaturale con fantasmi e creature, a partire da Totoro. L’intuizione di un fabbricante di peluche di lanciare sul mercato il pupazzo di Totoro sarà determinante per i proventi che premia il personaggio a rappresentare il logo dello Studio Ghibli e che ne fa una sorta di Winnie The Poo d’Oriente. Ma in Occidente non mancano gli estimatori come provano le citazioni in “Toy Story” e “I Simpson” e il giudizio alla sua uscita del Financial Times che scrisse: “Totoro è più amato genuinamente di quanto Topolino possa sperarlo di esserlo nelle sue più fervide fantasie”:

KIKI-CONSEGNE A DOMICILIO di Hayao Miyazaki, 1989

Una giovane e apprendista strega consegna pacchi a domicilio con la sua scopa volante in una città di mare (mutuata da ispirizioni di Stoccolma, Napoli e Lisbona), e senza i suoi genitori. Tratto da un libro giapponese appare come una sorta di rivisitazione di Pippi Calzelughe (anche qui la scrittrice del romanzo è donna) per una storia di formazione che valorizza molto il tema dell’amicizia ma che non trascura il contenuto del male oscuro con riscatto sempre presente in Miyazaki. Secondo Andrea Fontana di Fumettologica: “La linearità e la trasparenza, che ben nascondono un universo stratificato e complesso, sono la forza di un film che, a trent’anni dalla sua uscita, stupisce ancora per la sua forza etica e strettamente cinematografica, che è anche la forza che contraddistingue la magnificenza autoriale di Hayao Miyazaki”. Primo vero grande successo economico dello Studio.

PIOGGIA DI RICORDI di Isohao Takata, 1991

Ambientato negli anni Ottanta mette al centro del film il tema della memoria e della nostalgia esistenziale. Tratto da un manga, la vicenda originale viene sdoppiata su due piani che consegnano alla storia poesie memorabili. Una single trentenne nata e vissuta a Tokyo decide di passare le vacanze in campagna da dei parenti. Durante il viaggio, inizia a ricordare vari eventi di quando aveva dieci anni. Il film alterna per tutta la sua durata questi due piani temporali, dal presente in cui la protagonista adulta apprezza le gioie della vita di campagna, al passato, in cui si rivede bambina scoprire la vita tra scuola elementare e famiglia. Campione d’incassi in Giappone, in Italia uscito solo sul mercato Home.

PORCO ROSSO di Hayao Miyazaki, 1992

Per Miyazaki l’areonautica degli albori e il volo sono una perenne fonte d’ispirazione (il padre era stato progettista dei celebri caccia “zero” giapponesi) e trova in uno dei suoi film più politici un tocco strepitoso in una vicenda che libra come un fumetto di Corto Maltese e con atmosfere da “Casablanca”. Marco Pagot è un ex-pilota che si è misteriosamente ritrovato nelle sembianze di un maiale. Con il nome di battaglia di Porco Rosso, vola alla ventura sui cieli dell’Adriatico a bordo del suo idrovolante rosso, sfuggendo a fascisti e sbarcando il lunario come cacciatore di taglie. Non mancano le donne e un antagonista di degno rispetto. La battuta “Meglio porco che fascista” fa il paio a “Io odio i nazisti dell’Illinois” di Blues Brothers.

SI SENTE IL MARE di Tomomi Mochizuki, 1993

Una sorta di triangolo sentimentale minimalista ambientato su un’isola che accoglia la ragazza protagonista che arriva da Tokyo e non riesce a integrarsi con le compagne trovando in due ragazzi il proprio riferimento. Prodotto per la televisione e uscito come evento a Natale che in Giappone per i non cristiani è una sorta di San Valentino giapponese. Primo film non realizzato dai maestro fondatore ma realizzato da un giovane trentenne e tratto dal libro di una scrittrice. Avversato dai duri e puri del genere il film è una classica storia di giovani che scoprono la vita attraverso l’amore.

I RACCONTI DI TERRAMARE di Goro Miyazaki, 2007

Figlio di cotanto padre si cimenta con il genere fantasy che contamina scenografie irlandesi con paesaggi da Mille e una notte. Ispirato al terzo volume della saga fantasy di Ursula Le Guin, “Earthsea” che rimase delusa per il fatto che il film non sia stato realizzato da Miyazaki senior. L’equilibrio del mondo sta cambiando da quando i draghi, che controllano il confine estremo di Terramare, si spingono minacciosamente fino alle terre abitate dagli esseri umani ma un giovane mago rimette tutto in ordine. Buon affluenza di pubblico in Giappone, tiepida in Italia alla Mostra di Venezia e nelle sale.

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Maturità: via le tre buste, avanti con le prove scritte miste

People For Planet - Ven, 01/31/2020 - 10:39

La ministra Azzolina ha comunicato le novità per gli esami di maturità 2020: per le prove scritte come l’anno scorso al liceo classico traduzione in greco e analisi in latino, con contestualizzazione in italiano; per lo scientifico Matematica-Fisica,.

È obbligatoria a marzo la prova Invalsi e torna, a grande richiesta torna il tema di Storia.

Per quanto riguarda la prova orale sarà multidisciplinare e vengono eliminate le tre buste che facevano sembrare il colloquio un quiz televisivo – vuole la 1, la 2 o la 3?

L’esame inizierà il 17 giugno

Sul sito del Ministero dell’Istruzione è disponibile l’elenco completo delle materie che saranno oggetto della seconda prova scritta dell’esame che è fissata per il prossimo 18 giugno. Il secondo scritto sarà affidato al commissario esterno (anche per la Maturità 2020 le commissioni sono miste, metà interni e metà esterni).

La prova orale

Il colloquio sarà pluridisciplinare. Ciascuna commissione predisporrà, come spiegato dalla Ministra, i materiali di partenza da sottoporre agli studenti (potranno essere un testo, un documento, un’esperienza, un progetto, un problema). Il lavoro dei commissari si baserà su quanto studiato dai ‘maturandi’ nel loro percorso: farà fede il documento predisposto dai docenti di classe. Niente sorteggio fra le buste, dunque. Al momento dell’inizio della prova, la commissione sottoporrà uno spunto al candidato, che rappresenterà, comunque, solo un momento di avvio del colloquio.

Oltre 400mila studenti

Più precisamente sono 463.133 i ragazzi/e che stanno frequentando il quinto anno di scuola superiore, poi qualcuno non sarà ammesso agli esami ma il numero di chi il 17 luglio si siederà dietro un banco ad affrontare la prima prova non sarà troppo diverso.

Di questi oltre 294mila sono liceali, quasi 190mila frequentano gli istituti tecnici e oltre 99mila gli istituti professionali.  

Buona maturità a tutti!

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La tbc? Te la sconfiggo in camper

People For Planet - Ven, 01/31/2020 - 07:00

Il progetto Camper – Centro antitubercolare mobile per Milano – è «una delle prime attività di sanità mobile integrata in Italia», spiega Il primo progetto di sanità mobile integrata italiano nasce a Milano e punta a sconfiggere la tubercolosi, responsabile del Centro di riferimento per la tubercolosi della Regione Lombardia a Villa Marelli. Partito lo scorso marzo e in chiusura a marzo 2021, si tratta di un vero e proprio «studio sperimentale per valutare se, rintracciando in strada immigrati e senzatetto e convincendoli a controllarsi su una ambulanza attrezzata con un apparecchio radiologico digitale, riusciremo a diagnosticare precocemente i casi di tubercolosi, riducendo i rischi di contagio».

«Eravamo partiti con l’ipotesi di lavorare nei centri di permanenza, ma con la loro sostanziale riduzione, è tutto cambiato, continua Codecasa -. Gli immigrati sono oggi più dispersi nelle città, e la nostra attività mobile consente di contattarli e controllarli, visto che loro hanno un maggior rischio tbc». Un bell’esempio di sanità integrata, nel quale sono coinvolti più attori: tutto è partito da un’idea di Stop Tb Italia, poi sposata da Niguarda, ATS e Policlinico, che hanno vinto un bando per le reti innovative aperto dalla Regione, appoggiati anche dal Comune di Milano per la parte di mediazione culturale.

La tubercolosi è in aumento?

La tubercolosi è una delle prime 10 cause di morte in tutto il mondo. Fortunatamente in Italia le persone che ne sono affette sono sempre meno, anche appunto grazie al lavoro di prevenzione e diagnosi che si sta facendo. Da noi i casi di TBC continuano a scendere dal 2006, e le segnalazioni sono passate da 4.461 nel 2011 a 3944 nel 2017.

L’incidenza della malattia tra gli immigrati «è difficile da stabilire, ma in generale è circa 45 per 100mila, ovvero dieci volte più alta rispetto alla popolazione italiana, in cui l’incidenza è circa al 5-7 per 100mila, e si concentra soprattutto in città medio grandi», continua Codecasa.

«La malattia è in diminuzione perché tende a ridursi grazie al miglioramento delle condizioni sociali. È più presente al Nord, perché aumenta con fattori di rischio quali la povertà, l’emarginazione, la droga, l’immuno-depressione e l’età avanzata».

Un’esperienza di vita

«Quest’esperienza sarà indimenticabile per me, mi ha fatto conoscere un mondo che troppo spesso resta fuori dalle nostre porte», racconta Matteo Saporiti, uno degli pneumologi che lavorano nell’ambulanza. «Quasi tutte le persone che aiutiamo hanno storie di vita toccanti. Non serve ascoltarle per accorgersene: basta lo sguardo riconoscente che ricevi dopo aver terminato una visita, dopo averli rassicurati che sono sani, in un mondo in cui, altrimenti, non avrebbero mai avuto la possibilità di vedere un dottore. La storia che mi ha segnato di più? Beh forse una mamma con il figlio, italianissimi, o i tanti signori distinti che la vita ha portato a frequentare le mense dei poveri e i dormitori: per essere ammessi devono farsi controllare, e per questo ne vedo passare molti: dignitosi, sereni e in grado di farci capire senza neppure guardarci che una vita in povertà potrebbe capitare a tutti».

A Carnevale ogni fritto vale

People For Planet - Ven, 01/31/2020 - 07:00

Chiacchiere, frittelle, castagnole, si chiamano in vari modi a seconda della Regione ma sono tutti golosissimi e in genere fritti: preparate le papille gustative e buon Carnevale!

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

Non è mai troppo tardi per smettere di fumare: i polmoni si rigenerano magicamente

People For Planet - Gio, 01/30/2020 - 14:45

Se si smette di fumare i polmoni riescono “magicamente” a curare i danni causati dal fumo, tornando (quasi) come nuovi e riducendo il rischio di sviluppare il cancro già a partire dal primo giorno in cui si chiude con le “bionde”. La scoperta,  pubblicata su Nature, è arrivata in modo del tutto inaspettato: gli stessi ricercatori hanno raccontato di aver quasi stentato a credere ai risultati.

Effetto “magico”

Le migliaia di sostanze chimiche presenti nel fumo di tabacco corrompono e mutano il Dna delle cellule polmonari trasformandole lentamente da sane a cancerose. E fino a oggi le mutazioni causate dal fumo che aumentano il rischio di sviluppare un carcinoma polmonare erano state considerate permanenti anche dopo aver chiuso per sempre con le sigarette: in poche parole si pensava che smettendo di fumare si evitava di danneggiare ulteriormente i polmoni, mentre al danno già procurato non si pensava si potesse mettere riparo.

A sorpresa, però, lo studio pubblicato su Nature ha messo in evidenza che le poche cellule che sfuggono al danno provocato dalle sigarette sono in grado di riparare i polmoni, riducendo drasticamente il rischio di sviluppare il cancro. Un effetto “magico” che è stato osservato anche in pazienti che prima di smettere avevano fumato un pacchetto di sigarette al giorno per 40 anni.

Leggi anche: Tumore al polmone: non tutti i fumatori corrono lo stesso rischio

Smettere a qualsiasi età

I risultati, spiegano i ricercatori, mettono in luce i vantaggi di smettere di fumare completamente a qualsiasi età. Lo studio, guidato da Sam Janes del Lungs For Living Research Centre dell’University College London (Londra, Regno Unito) e Peter Campbell del Cancer Genome Project del Wellcome Trust Sanger Institute (Hinxton, Regno Unito) “mostra che smettere di fumare potrebbe fare molto di più che fermare ulteriori danni ai polmoni: potrebbe anche consentire alle cellule sane di rinnovare il rivestimento delle nostre vie aeree. Questo spostamento nella proporzione di cellule sane/cellule danneggiate potrebbe favorire la protezione dal cancro polmonare”, hanno scritto i ricercatori.

Non è chiaro come queste cellule riescano a evitare la devastazione genetica causata dal fumo: secondo i ricercatori è come se vivessero in una sorta di bunker che le protegge e, dopo che si smette di fumare, sono in grado di crescere e rimpiazzare le cellule danneggiate.

Doppia motivazione per chiudere con le “bionde”

Grazie a questa nuova ricerca le persone potranno essere doppiamente motivate a smettere di fumare: da una parte per evitare, come già si sapeva fino a oggi, di danneggiare ulteriormente i polmoni, dall’altra per dare ai polmoni la possibilità di rimpiazzare le cellule malate con quelle sane, riequilibrando alcuni dei danni indotti ai polmoni dal fumo di sigaretta.

Leggi anche: Alcol, sigarette e gioco d’azzardo: per i minori l’accesso è quasi libero

È nata la Fondazione Dario Fo e Franca Rame

People For Planet - Gio, 01/30/2020 - 11:44

Dario Fo e Franca Rame hanno raccontato la storia di questo nostro Paese attraverso l’arte in tutti i suoi ambiti: teatro, letteratura, pittura.

E lo hanno fatto dalla parte degli esclusi, degli emarginati, dei dimenticati.
Si sono occupati di difesa dell’ambiente, della valorizzazione dei beni culturali sempre con il massimo impegno.

La loro produzione artistica è incredibilmente ampia. Dalle opere pittoriche, alle sculture, alle scenografie, ai testi. Una produzione salvata grazie al grande impegno di Franca Rame che nei decenni ha raccolto tutto creando un archivio immenso ed estremamente prezioso.

Era necessario conservare la memoria di queste due straordinarie persone ma non solo: permettere alle generazioni future di poter usufruire di questo patrimonio, di poterlo studiare e contemporaneamente proteggerlo.

L’importanza di fare per ricordare

La Fondazione Dario Fo e Franca Rame è stata creata proprio per questo: fare per ricordare.

Come ci ha ricordato Mattea Fo, presidente, a Radio Popolare  (trasmissione Cult di mercoledì 29 gennaio dal minuto 15:10, seconda parte), la Fondazione nasce per atto notarile il 13.2.2019; in seguito, il 18.9.2019, riceve il riconoscimento della personalità giuridica dalla Prefettura di Perugia.
Ad oggi si compone di sei membri, tutti co-fondatori ed amministratori dell’Ente: il Presidente Mattea Fo, il Vice Presidente Jaele Fo, i consiglieri Jacopo Fo, Marco Luigi Marchetti, Doriano Cranco e Carlo Petrini:
«Oltre a conservare la memoria di Dario e Franca» aggiunge Mattea Fo «La Fondazione si propone di creare una serie di eventi così da divulgarne l’opera e tutelare il patrimonio, sia dal punto di vista materiale che culturale».

Perchè come diceva Dario:
«Il piacere di usare il cervello non ha eguali. Quindi tenetelo sempre acceso ed evitate che le banalità di cui tutti siamo vittime riescano a spegnere questa macchina straordinaria

Per maggiori informazioni e contatti
http://www.fondazioneforame.org/
info@fondazioneforame.org

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Vienna: concerti e musei gratis, se metti da parte l’auto

People For Planet - Gio, 01/30/2020 - 11:21

Ci ha pensato Vienna, che – attraverso un app – ti regala un concerto o un biglietto per i musei cittadini nel caso in cui tu decida di migliorare la tua salute e il tuo umore, oltre alla qualità dell’aria che respiri, viaggiando in bici o con i mezzi pubblici.

Al via la sperimentazione

Il prossimo 26 febbraio il progetto inizierà in via sperimentale con i primi mille utenti iscritti. Se nei successivi sei mesi il test avrà dato esiti positivi, la app diventerà di dominio pubblico, entro il prossimo autunno.

La app funziona attraverso un sistema di controllo che riconosce la tua modalità di trasporto e calcola il risparmio di CO2 rispetto all’uso dell’auto privata. “Vogliamo premiare con la cultura i cittadini che riducono la propria impronta”, ha fatto sapere l’amministrazione austriaca comunicando la novità ai media.

Più risparmi CO2, più ti diverti

Non appena un utente arriva a risparmiare 20 kg di anidride carbonica, cosa che mediamente succede dopo un paio di settimane di utilizzo di mezzi sostenibili, ottieni il diritto a un biglietto gratis. Vienna, che raggiunge quasi due milioni di abitanti, ha un’ottima rete di mezzi pubblici, che costano un euro al giorno per l’abbonamento annuale. L’Austria, che vede al governo un’unione di conservatori e verdi, ha già annunciato di voler diventare “climate neutral” entro il 2040, ben dieci anni prima rispetto al target europeo.

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Etichette sul cibo: col Nutri-score bocciati olio, prosciutto e parmigiano

People For Planet - Gio, 01/30/2020 - 07:00

Sta facendo discutere molto il sistema di etichettatura “Nutri-score”, ideato in Francia per semplificare la lettura delle etichette nutrizionali. Secondo molti, soprattutto in Italia, è un sistema di etichettatura poco preciso, che penalizzerebbe ingiustamente alcuni prodotti tipici della dieta mediterranea. L’opinione nel nostro Paese è condivisa da produttori, associazioni di categoria, dal ministro delle Politiche agricole Teresa Bellanova, ma anche dal segretario della Lega Matteo Salvini, all’opposizione. Secondo altri, tra i quali anche alcuni esperti italiani, è un sistema più chiaro per mettere in evidenza quali sono gli alimenti di cui non abusare.

Capiamo meglio: cos’è il Nutri-score

Il Nutri-score è un “bollino” che riporta una scala di colori divisa in 5 gradazioni, dal verde al rosso, e una alfabetica comprendente le cinque lettere dalla A alla E. Il sistema è stato adottato ideato da Serge Hercberg, nutrizionista dell’Università di Parigi, è adottato in Francia ed è gestito dalla sanità pubblica. Dal 2018 anche Belgio e Spagna lo stanno adottando e nell’ultimo anno anche Germania e Olanda.

Vengono valutate, all’interno di uno stesso alimento, le quantità di elementi “sani” e quelli non sani, penalizzando i grassi saturi, lo zucchero e il sodio quando sono presenti in elevate quantità, mentre ottengono giudizi positivi se ci sono elevati livelli di frutta, verdura, noci, oli di oliva, fibre e proteine. La quantità presa in considerazione sono 100 grammi di prodotto e si paragonano tipologie alimentari simili (ad esempio: bevande con bevande). Con questo criterio, molti prodotti tipici italiani finiscono per essere considerati poco salutari.

Penalizza alcuni prodotti e il Made in Italy?

Il giornale on-line Open ha fatto una prova andando a vedere se è vero che prodotti come la Coca Cola hanno bollino verde, come si è sentito dire, scoprendo che ad avere una classificazione positiva sarebbe solo la versione della bevanda senza zucchero, la “Coca Zero”, mentre la versione “classica” della bevanda, quella con gli zuccheri, risulta avere con il Nutri-score la valutazione peggiore: semaforo rosso, lettera “E”, ovvero “il peggio” tra le bevande.

Non si tratterebbe, secondo Open, di un complotto contro i prodotti italiani: anche diversi formaggi francesi hanno infatti avuto valutazioni negative.

D’altra parte, però, è vero che molti prodotti tipici italiani con questa scala avrebbero una valutazione negativa. Molti prodotti italiani con marchio di Denominazione di origine protetta (Dop) come Grana Padano, Parmigiano Reggiano, Olio di Oliva, Prosciutto di Parma, sarebbero tra i prodotti collocati nella zona tra l’arancio e il rosso. Produttori e associazioni contestano che a penalizzare questi prodotti sia anche la quantità presa in considerazione per fare la valutazione: 100 grammi, quantità che spesso non è quella realmente consumata in un pasto, se pensiamo ad esempio all’olio o al formaggio sulla pasta. Il ministro Bellanova ha dichiarato “inaccettabile” avere un prodotto con il bollino Dop con a fianco una valutazione negativa riguardante la salubrità del prodotto.

Far fronte all’emergenza

Diversi nutrizionisti, anche italiani (cinque di loro hanno firmato anche un appello), insistono però sul fatto che sia necessario intervenire al più presto per dare indicazioni precise e chiare ai consumatori, perché anche in Italia i livelli di obesità soprattutto infantile sono ormai allarmanti, e che in questa battaglia il Nutri-score sia il sistema più valido. Secondo questa visione i prodotti non sarebbero penalizzati: semplicemente il consumatore sarebbe avvertito in modo chiaro che questi sono prodotti che vanno consumati con più moderazione.

La “Batteria” italiana

Esiste una controproposta italiana, ideata con il contributo dei ministeri della Salute, degli Esteri, dell’Agricoltura e dello Sviluppo economico e testato su alcune famiglie di consumatori dall’Università Luiss di Roma.

Si tratta della cosiddetta etichetta “a batteria”, che valuta non il singolo prodotto in sé, ma il suo ruolo all’interno della dieta. La parte “carica” della batteria rappresenta la percentuale di quel tipo di nutriente (grassi, zuccheri, sale…) contenuta in una singola porzione. Per non superare la quantità di assunzione giornaliera raccomandata, il consumatore deve prestare attenzione a non superare la “carica” della batteria nell’arco di una giornata.

Le critiche nei confronti di questi tipo di etichetta sono che questa sia di meno immediata comprensione e meno utile a capire le differenze tra i prodotti della stessa categoria.

(per le immagini a confronto delle due etichette: https://www.foodweb.it/2019/11/etichetta-a-batteria-lalternativa-italiana-al-nutriscore/)

Uniformità e chiarezza

Una cosa è certa: in Europa sulle etichette ci vuole più chiarezza e uniformità. Lo chiedono non solo i nostri ministeri e le nostre associazioni di categoria, ma anche il Parlamento Europeo, da entrambi gli schieramenti: il 12 dicembre scorso gli eurodeputati italiani Paolo De Castro (del gruppo Socialisti e Democratici) e Herbert Dorfmann (membro del Südtiroler Volkspartei e del Partito Popolare Europeo) hanno presentato una interrogazione unitaria al Parlamento per chiedere uniformità non solo nelle etichette nutrizionali ma anche nell’etichettatura d’origine degli alimenti, perché al momento sembrerebbe che ogni Paese si stia muovendo in autonomia e i consumatori rischiano di essere sempre più confusi.

Per approfondire:

Le etichette alimentari adesso sono un po’un delirio, lo abbiamo scritto qui: https://www.peopleforplanet.it/delirio-delirante-delle-etichette-alimentari/

Se volete capire come leggere le etichette abbiamo fatto un video: https://www.peopleforplanet.it/si-leggono-le-etichette-alimentari/

Se vi siete chiesti cosa solo le Dop lo abbiamo spiegato qui: https://www.peopleforplanet.it/sigle-alimentari-come-orientarsi/

Abbiamo fatto anche un’infografica: https://www.peopleforplanet.it/dop-doc-igp-cosa-vogliono-dire-infografica/

Se volete saperne di più sull’obesità infantile in Italia: https://www.peopleforplanet.it/obesita-infantile-litalia-tra-i-paesi-europei-con-i-tassi-piu-alti/

Tifosi di calcio troppo accalorati? Cuore in pericolo se lo stress sale

People For Planet - Mer, 01/29/2020 - 17:40

Guardare giocare una partita di calcio della propria squadra preferita può far aumentare eccessivamente i livelli di stress e, di conseguenza, nuocere al cuore. È quanto emerge da una ricerca pubblicata sulla rivista Stress and Health, secondo cui negli stadi dopo le partite si dovrebbero abbassare le luci e diffondere musica rilassante proprio per favorire il rilassamento di corpo e mente e il benessere del muscolo cardiaco. E perché no, spiegano gli autori dello studio, i club delle squadre di calcio potrebbero prendere in considerazione anche la possibilità di offrire screening cardiaci o misure di prevenzione simili a favore soprattutto dei loro tifosi più accaniti.

Okay: lo studio è stato condotto in Brasile e la premessa è doverosa, dato che i brasiliani possono fregiarsi di essere tra le tifoserie più accalorate a livello mondiale. Ma questo non significa che il discorso non valga per tutti i tifosi, soprattutto quelli più “devoti“, come vengono definiti dai ricercatori dell’Università di Oxford (Regno Unito), autori dello studio.

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Misurati i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress

La ricerca è stata condotta mediante la misurazione dei livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, nella saliva di 40 tifosi e tifose prima, durante e dopo tre partite dei Campionati del mondo di calcio del 2014, ospitati dal Brasile: gli studiosi hanno così trovato, in particolare durante la storica sconfitta in semifinale contro la Germania finita 7 a 1, livelli di cortisolo elevatissimi. Un parametro potenzialmente pericoloso per la salute del cuore, perché collegato a un aumento della pressione arteriosa e affaticamento cardiaco, soprattutto per coloro che soffrono già di problematiche cardiovascolari. 

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Nessuna distinzione tra uomini e donne

Sebbene lo studio abbia rilevato elevati livelli di stress anche nei tifosi occasionali, i ricercatori precisano in particolare che sono soprattutto quelli più accaniti che si identificano con la propria squadra a mettere potenzialmente a rischio il cuore. E, precisano gli autori dello studio, senza distinzioni tra uomini e donne, “nonostante il pregiudizio secondo il quale gli uomini siano più legati alle loro squadre di calcio“.

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Coronavirus: dieci cose da sapere sull’emergenza che spaventa il mondo

People For Planet - Mer, 01/29/2020 - 15:00

Cosa sono i coronavirus? Perché si chiamano così? Come si trasmettono? Ecco 10 cose da sapere.

Cosa sono i coronavirus?

I coronavirus (CoV) sono un’ampia famiglia di virus respiratori che possono causare malattie da lievi a moderate, dal comune raffreddore a sindromi respiratorie molto più serie come la MERS (sindrome respiratoria mediorientale, Middle East respiratory syndrome) e la SARS (sindrome respiratoria acuta grave, Severe acute respiratory syndrome). I coronavirus sono comuni in molte specie animali (come i cammelli e i pipistrelli) ma in alcuni casi, seppur raramente, possono evolversi e infettare l’uomo per poi diffondersi nella popolazione.

Perché si chiamano così?

I coronavirus sono chiamati così per le punte a forma di corona che sono presenti sulla loro superficie.

Quanti sono i coronavirus che hanno infettato l’uomo?

A oggi i coronavirus conosciuti che hanno infettato l’uomo sono sette. Alcuni sono stati identificati diversi anni fa (i primi a metà degli anni Sessanta), altri nel nuovo millennio: questi ultimi sono il MERS-CoV (il coronavirus beta che causa la Middle East respiratory syndrome), il SARS-CoV (il coronavirus beta che causa la Severe acute respiratory syndrome) e il nuovo coronavirus (2019-nCoV), che sta interessando le cronache di questi giorni, così chiamato perché non è stato precedentemente mai identificato nell’uomo.  

Quali sono i sintomi?

Le infezioni da coronavirus nell’uomo causano malattie del tratto respiratorio superiore da lievi a moderate, come il comune raffreddore, che durano per un breve periodo di tempo. I sintomi possono includere febbre, tosse e difficoltà respiratorie. Nei casi più gravi – soprattutto quando a essere colpiti sono soggetti con le difese immunitarie deboli, come anziani, bambini molto piccoli o persone con preesistenti patologie croniche dell’apparato cardio-vascolare e/o respiratorio, l’infezione può causare malattie del tratto respiratorio inferiore come polmonite, bronchite, sindrome respiratoria acuta grave, insufficienza renale e persino la morte.

Esistono trattamenti specifici?

Non esistono trattamenti specifici per le infezioni causate dai coronavirus e non sono disponibili, al momento, vaccini per proteggersi da questi virus. La terapia cosiddetta “di supporto” consigliata di volta in volta dal medico in base ai sintomi del paziente (farmaci per i dolori muscolari, articolari e febbre) può risultare in molti casi efficace.

I coronavirus possono essere trasmessi da persona a persona?

Sì, alcuni coronavirus possono essere trasmessi da persona a persona, di solito dopo un contatto stretto con un paziente infetto, ad esempio tra familiari o in ambiente sanitario. La trasmissione può avvenire da una persona infetta a un’altra attraverso:

  • la saliva, tossendo e starnutendo
  • contatti diretti personali (come toccare o stringere la mano e portarla alle mucose)
  • toccando prima un oggetto o una superficie contaminati dal virus e poi portandosi le mani (non ancora lavate) sulla bocca, sul naso o sugli occhi
  • contaminazione fecale (raramente).
Si può prevenire la trasmissione del contagio?

È possibile ridurre il rischio di infezione, proteggendo se stessi e gli altri, seguendo alcuni accorgimenti:

  • lavarsi spesso le mani con acqua e sapone per almeno 20 secondi o con soluzioni alcoliche
  • starnutire o tossire in un fazzoletto o con il gomito flesso, utilizzare una mascherina e gettare i fazzoletti utilizzati in un cestino chiuso immediatamente dopo l’uso
  • evitare di toccare gli occhi, il naso o la bocca con mani non lavate
  • evitare contatti ravvicinati con persone che sono malate o che mostrino sintomi di malattie respiratorie (come tosse e starnuti)
  • rimanere a casa se si hanno sintomi
  • fare attenzione alle abitudini alimentari (evitare carne cruda o poco cotta, frutta o verdura non lavate e le bevande non imbottigliate)
  • pulire e disinfettare oggetti e superfici che possono essere state contaminate
Qual è il periodo di incubazione del nuovo coronavirus, il virus 2019 n-CoV?

Per quanto riguarda nello specifico l’incubazione del nuovo coronavirus cinese (virus 2019 n-CoV), il ministro della Sanità cinese ha affermato che il periodo di incubazione è tra 1 e 14 giorni, durante i quali il virus risulta già contagioso.

Il nuovo coronavirus si può trasmettere anche senza sintomi?

Sì, il virus 2019 n-CoV secondo uno studio pubblicato da The Lancet può essere trasmesso anche da persone che, pur avendo già l’infezione, non mostrano di avere sintomi.

Qual è l’origine del nuovo coronavirus?

Non è ancora risolto il rebus dell’origine dell’infezione del nuovo coronavirus. Inizialmente scienziati cinesi avevano affermato che il virus 2019 n-CoV è arrivato all’uomo dai serpenti (Journal of Medical Virology), ma molti virologi sono scettici poiché, come riporta la rivista scientifica Nature, non ci sono prove a sufficienza per sostenere che questi virus possano infettare altre specie animali diverse da mammiferi e uccelli: la teoria dei rettili come veicolo di trasmissione potrebbe quindi non avere fondamento.

Per saperne di più sui coronavirus: Epicentro, il portale dell’epidemiologia per la sanità pubblica a cura dell’Istituto superiore di sanità

Per avere altre informazioni sul nuovo coronavirus: Nuovo coronavirus sul sito del ministero della Salute
Nuovo coronavirus sul sito dell’agenzia europea European Centre for Disease Prevention and Control

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