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California: la magia dei delfini bioluminescenti

People For Planet - Gio, 04/30/2020 - 19:27

In questi giorni Madre Natura, lasciata indisturbata, ci ha regalato degli spettacoli davvero unici. Il ritorno ai normali flussi vitali ci ha permesso di osservare immagini meravigliose, dai toni talvolta fiabeschi.

Un fenomeno molto particolare che si è manifestato sia sulla spiaggia di Puerto Marqués di Acapulco, in Messico, che a Newport Beach, in California, è la bioluminescenza.

Ma di cosa si tratta? In pratica, la bioluminescenza è un fenomeno per cui organismi viventi emettono luce attraverso particolari reazioni chimiche. Il mare, così, si trasforma in un cielo di stelle che brillano non appena le onde s’infrangono sulla costa o quando un corpo esterno viene in contatto con la sostanza liquida. Secondo gli studiosi, la biolumniescenza si è verificata i seguito al blocco dei mezzi marini e, di conseguenza, all’assenza di sostanze inquinanti; questo periodo di tempo sospeso e incontaminato ha consentito il verificarsi di questo evento così inaspettato.

L’effetto che ne deriva è un paesaggio onirico, che ci permette di entrare nella dimensione del sogno e della fantasia.

Lo stupore di fronte alle meraviglie della natura

Dolphins in bioluminescence LIVE!

Bottlenose Dolphins in bioluminescence LIVE!

Pubblicato da Newport Coastal Adventure su Mercoledì 29 aprile 2020

Un fotografo del Newport Coastal Adventure, uscito per immortalare lo spettacolo della bioluminescenza, si è trovato di fronte a una scena che lo ha lasciato a bocca aperta: il corpo maestoso dei delfini, a contatto con l’acqua del mare soggetta a questo fenomeno, diventava fluorescente, lasciando dietro di sé una scia di polvere magica.

Patrick Coyne, autore del video, ha espresso il suo stupore di fronte a una visione così surreale e rara, commentando così: “Non è qualcosa che puoi semplicemente pianificare. Le acque non brillavano continuamente, ma solo in piccole porzioni. Non avrei mai immaginato di fare un’esperienza simile. È stata davvero una delle notti più magiche della mia vita“.

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Michael Moore e la sua critica agli ambientalisti

People For Planet - Gio, 04/30/2020 - 19:00
Panet of the humans

Michael Francis Moore, regista, sceneggiatore, attore, produttore cinematografico, autore televisivo statunitense, già vincitore dell’Oscar al miglior documentario con Bowling a Columbine e della Palma d’oro al Festival di Cannes con Fahrenheit 9/11, solleva un nuovo putiferio con un nuovo documentario di cui è produttore, Planet of the Humans, (durata 100 minuti) diretto da Jeff Gibbs e già disponibile in visione gratuita su YouTube e sul sito del film: planetofthehumans.com

Il documentario, in cui questa volta Moore non compare, messo online pochi giorni fa, ha già superato 4 milioni di visualizzazioni e sollevato un mare di critiche da settori ambientalisti e da scienziati che lo accusano di deformare la realtà.

La critica agli ambientalisti Usa

Planet of the humans se la prende con alcuni dei più importanti ambientalisti e gruppi ambientalisti Usa.

Si inizia con interviste a “persone per strada”, chiedendo loro “quanto tempo pensi che abbiamo ancora noi umani?”

La risposta più tagliente arriva da una giovane donna che dice che le persone sono “come gli scarafaggi” e che “non importa quanti danni faremo, abbastanza di noi sopravviveranno per procreare e continuare la specie”.

Il documentario ridimensiona sistematicamente ogni tecnologia “verde”

A Lansing, nel Michigan, alla presentazione di un veicolo elettrico prodotto da General Motors, Gibbs scopre che viene caricato da una rete che ottiene il 95 percento della sua elettricità dal carbone.

Mostra un progetto eolico in costruzione nel Vermont dove è previsto che sarà tagliata la cima di una montagna per far posto a enormi turbine eoliche. Questo, afferma Gibbs, “è la rimozione della cima di una montagna per il vento anziché per il carbone”. 

Nel film compare Ozzie Zehner, autore del libro Green Illusions, che accompagna Gibbs in un tour di centrali elettriche e spiega che è “un’illusione” che le energie rinnovabili stiano sostituendo il carbone o eventuali combustibili fossili. «La linea di fondo,» afferma Zehner «è che ci viene detta una bugia.» 

La sezione più lunga del film si concentra sulla critica all’utilizzo delle biomasse per generare elettricità.

Gibbs attacca anche il Sierra Club – a cui partecipano Al Gore, Vinod Khosla, Elon Musk e Robert F. Kennedy Jr – che dichiara che una volta costruito un progetto eolico «è energia gratuita per sempre.» 

Il Pianeta degli Umani si conclude con il regista che afferma: «Noi umani dobbiamo accettare che la crescita infinita su un pianeta finito è un suicidio, dobbiamo accettare che la nostra presenza umana è già molto al di là della sostenibilità e di tutto ciò che ciò richiede.» 

Mancano le risposte

Gibbs denuncia distorsioni e magagne dell’ambientalismo: non tutto il verde è davvero verde.

Ma non prende in considerazione che in una parte del pianeta più persone vivono vite più lunghe, più sane e più libere rispetto a qualsiasi momento della storia umana passata e quelle che non godono di questi miglioramenti legittimamente vi aspirano, né dà indicazioni su come questo si possa soddisfare. Certo, non è la funzione di un documentario indicare soluzioni, così il film lascia aperta e senza risposte la questione di un’etica ambientale che sia assieme a favore dell’umanità e del pianeta.

Immagine tratta dal documentario Planet of the Humans

Covid-19, entro dicembre il vaccino

People For Planet - Gio, 04/30/2020 - 18:11

Arriverà entro dicembre un primo stock di vaccino per Covid-19, per iniziare la protezione di alcune categorie più a rischio. Lo ha messo a punto Irbm, azienda italiana che collabora con lo Jenner Institute della Oxford University e che ancora lo sta sperimentando.

Se la prima fase di test su 500 volontari sani darà esiti positivi, a giugno inizierà la fase di test su 5mila soggetti. Il vaccino sperimentale – ChAdOx1 – è stato somministrato finora a oltre 320 volontari sani evidenziando di essere “sicuro e ben tollerato”. Lo sottolinea la multinazionale AstraZeneca, di cui oggi è stata annunciata la partnership per la produzione e distribuzione del vaccino.

La sperimentazione clinica del vaccino è iniziata la scorsa settimana su oltre 500 volontari sani in 5 centri in Inghilterra. I risultati di questa prima fase sono attesi entro maggio.

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Covid-19: tutti i guariti sviluppano anticorpi al virus

People For Planet - Gio, 04/30/2020 - 16:00

Il 100% delle persone che guariscono dal Covid 19, l’infezione data dal nuovo coronavirus Sars-CoV-2, sviluppa gli anticorpi contro la malattia. La notizia arriva da uno studio condotto da un gruppo di ricercatori cinesi e pubblicato su Nature Medicine, da cui emerge che entro 19 giorni dall’esordio dei sintomi il 100% dei 285 pazienti esaminati aveva sviluppato le immunoglobuline G (IgG) contro il Sars-CoV-2.

Le immunoglobuline G

Le immunoglobuline G, in sigla IgG, sono anticorpi che solitamente nel corso di una prima infezione compaiono successivamente alle IgM (immunoglobuline M) – gli anticorpi che si attivano immediatamente quando l’organismo entra a contatto con una nuova infezione, fornendo protezione per un breve periodo – e generalmente persistono anche a guarigione avvenuta, rivestendo una notevole importanza nel determinare lo stato di “immunità acquisita” che – a differenza di quella data dalle IgM – dura nel lungo periodo.

Diagnosi sierologica affidabile

Lo studio, realizzato da un gruppo di studiosi cinesi del Key Laboratory of Molecular Biology on Infectious Diseases della Chongqing Medical University, mette anche in evidenza che ogni paziente guarito sviluppa quantità differenti di anticorpi (alle quali non corrispondono particolari caratteristiche cliniche). “Seppure in quantità variabili – ha commentato via Twitter Roberto Burioni, professore ordinario di Microbiologia e Virologia all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano – i pazienti guariti da Covid-19 producono anticorpi contro il virus. Questo è bene perché rende affidabile la diagnosi sierologica e, se gli anticorpi fossero proteggenti, promette bene per l’immunità“.

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Partorire ai tempi del Covid-19, tra speranza e paura

People For Planet - Gio, 04/30/2020 - 15:00

Non se ne parla quasi per nulla. Eppure sono molte le donne che si ritrovano ad affrontare un parto durante il lockdown

Luca (il nome è di fantasia) ha poco più di un mese. I nonni e gli zii, quando il sole è alto, scendono nel cortile della loro villetta vicino Roma per guardarlo dalla finestra, in braccio alla sua mamma. Per stringerlo tra le braccia dovranno ancora aspettare, e non si sa per quanto, ed essere fiduciosi che la situazione cambierà perché, racconta all’agenzia Dire la mamma Vanessa (anche questo nome è di fantasia, ndr) “la paura è tanta“.

Il contagio da nuovo coronavirus montava in Italia proprio durante l’ultimo mese di gravidanza di Vanessa, segretaria di 32 anni, diventata mamma del suo primo bambino in una tiepida nottata di primavera. Tre i monitoraggi a distanza ravvicinata effettuati durante la 40esima settimana, la penultima di marzo. “All’ingresso del pronto soccorso ostetrico c’era un’infermiera che misurava la temperatura – racconta -. La mascherina era d’obbligo, io per precauzione ho messo anche i guanti. Mi hanno fatto entrare da sola, ho compilato un modulo relativo al coronavirus. Nella sala d’attesa, con le altre donne, abbiamo mantenuto la distanza di sicurezza. Nonostante le precauzioni, non nego di aver avuto paura del contagio quando ero in ospedale”. Dopo l’ultimo monitoraggio, il 25 marzo, Vanessa viene ricoverata. Il bimbo è pronto a venire al mondo.

Partorire con la mascherina

Vanessa ha partorito al Policlinico Gemelli di Roma. Una maternità vissuta con la mascherina, che la stessa che Vanessa ha tenuto “per l’intero travaglio e durante il parto, molto fastidiosa durante la respirazione, tanto che non so se l’ho tenuta sempre. Non ricordo”, dice. E chi ha partorito, oppure ha più semplicemente assistito a un parto, sa che fame di aria si prova in quel momento. Il suo compagno, Salvatore (nome anche questo di fantasia, ndr) può assistere ma, per entrare, deve superare a un altro ingresso la prova della temperatura. Vanessa e Salvatore si ritrovano in sala parto, lei con guanti e mascherina, lui anche con cuffia, camice e copriscarpe. Solo gli occhi scoperti. Passano 16 lunghe ore, “mi hanno fatto l’epidurale e sono riuscita a riposare un po’. Del parto ricordo poco, medici e ostetriche avevano tutti la mascherina”. Obbligatoria anche in camera, dopo il parto.

“Siamo andati al reparto maternità tutti e tre, ci hanno messo a disposizione un’intera stanza con il bagno – aggiunge Vanessa-. Non potevamo andare in giro nei corridoi, e le ostetriche quando entravano ci chiedevano sempre di rimettere la mascherina. Due giorni in quella camera senza che nessuno potesse venire da fuori”.

La conoscenza di nonni e zii tramite uno schermo

Foto, video, messaggi. Luca lo hanno conosciuto così i suoi nonni e gli zii: dallo schermo di uno smartphone. “Ti aspetti un giorno di festa, come in effetti è stato. Solo che non ho potuto condividerlo – racconta Vanessa -. Così, tutto a distanza, è stata una cosa molto fredda. Mi è mancato non poter vivere quel momento con le persone a me care”. Il rientro a casa, dopo due giorni, “è stato un sollievo, perché comunque avevo paura di poter prendere qualcosa in ospedale, o che potesse prenderlo il bambino”.

Vanessa, anche se questo momento lo immaginava diverso, è felice. “Luca è bellissimo, sono innamorata pazza. Vorrei tanto portarlo fuori, con queste belle giornate. Invece dovrò restare a casa. E mia madre dovrà continuare a vederlo dal vetro della mia finestra”.

“Nessun sorriso intorno a me”

E se nessuno parla di cosa possa significare partorire durante il lockdown, ancor meno si parla delle donne e delle coppie che si trovano ad affrontare una gravidanza durante l’epidemia. Claudia (anche in questo caso il nome è di fantasia, ndr), impiegata di 31 anni incinta alla tredicesima settimana del primo figlio, racconta così la prima ecografia della sua prima maternità: “Quando ho sentito il battito la prima volta è stato tutto surreale. Ero concentrata su quell’emozione, che però è stata inquinata dal fatto che non ho potuto vedere un sorriso intorno a me. Io ho sorriso, ma né il mio compagno né la ginecologa se ne sono accorti”.

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Brad Pitt imita Anthony Fauci e demolisce Donald Trump

People For Planet - Gio, 04/30/2020 - 14:00

Detto fatto: a Anthony Fauci ,immunologo consulente della Casa Bianca per il Covid, sarebbe piaciuto essere impersonato da Brad Pitt? Eccolo accontentato!

Durante l’immancabile appuntamento americano del sabato sera con Saturday Night Live, Brad Pitt, in uno scketch comico, veste i panni del direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases degli Stati Uniti, commentando e ridicolizzando alcune dichiarazioni sul tema coronavirus di Donald Trump: “Il presidente si è preso qualche libertà con le nostre linee guida, quindi questa sera vorrei spiegare quello che cercava di dire”, spiega Pitt-Fauci.


Saturday Night Live

Diverse le affermazioni in oggetto dei 3 minuti e pochi secondi di video, tra le quali, a fronte all’affermazione del presidente secondo cui “le compagnie avranno i vaccini relativamente presto”, il “superesperto della Casa Bianca” commenta: “Relativamente presto è una frase interessante. Relativamente all’intera storia della Terra, certo, i vaccini arriveranno in tempi veramente rapidi. Ma se doveste dire a un amico ‘vengo da te relativamente presto’ e poi vi presentaste un anno e mezzo dopo: beh il vostro amico potrebbe essere relativamente incavolato”. 

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Covid-19, malattia di Kawasaky nei bambini: “Non deve allarmarci”

People For Planet - Gio, 04/30/2020 - 13:30

Negli ultimi giorni alcuni casi – pochi per la verità, ma superiori alla media – hanno portato l’attenzione sulla possibilità che il coronavirus si stia associando a un’infezione rara detta malattia di Kawasaki o vasculite, le cui cause sono sconosciute ma che “già dal 2005 si associa ad alcuni tipi di coronavirus”, ci spiega Alberto Ferrando, pediatra dell’Associazione Culturale Pediatri (Acp).

Nulla di particolarmente preoccupante

Un leggero aumento dei casi si è registrato sia in Gran Bretagna che in Italia, all’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. “Solo una piccola parte di bambini infettati da altri coronavirus sviluppano Kawasaky, meno dell’1%”, dicono gli esperti. Quindi, se pure è importante mantenere alta l’attenzione, soprattutto in vista della riapertura, la questione appare uno dei tanti nodi da sciogliere su Covid-19, e sicuramente non dei più preoccupanti dal punto di vista dell’incidenza. “Quel che possiamo fare è mantenere alta l’allerta, e proteggere i nostri bambini anche nella fase 2 con gli strumenti che abbiamo: distanziamento sociale, mascherine, pulizia delle mani”, conclude Ferrando. Diciamo quindi che questo può essere un motivo in più per mettere in pratica le solite raccomandazioni valide per Covid-19, ma nulla che debba gettarci nel panico.

Una situazione da studiare

“Direi che è un’altra situazione “strana” da studiare – aggiunge Laura Reali, altra pediatra Acp che sta seguendo l’evolversi della problematica – come per i sintomi dermatologici di acrocianosi ritenuti associati al Covid-19. Sembra che questi casi di Kawasaki siano associati alle forme più gravi di Covid19, ma che abbiano una evoluzione migliore. Ma è ancora troppo presto per fare ipotesi, è un altro capitolo tutto da studiare”. 

Questa sindrome infiammatoria interessa le arterie di piccolo e medio calibro, si presenta in neonati e bambini e la cui causa è ancora sconosciuta. I sintomi più comuni sono febbre, congiuntivite, arrossamento delle labbra e della mucosa orale, anomalie delle estremità come mani e piedi, simili a geloni, eruzioni cutanee, linfonodi nella regione del collo, eritema a fragola sulla lingua.

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Le alternative al trasporto pubblico: bonus bici, sharing e monopattini

People For Planet - Gio, 04/30/2020 - 12:30

Mentre su bus e metropolitana di Roma bus hanno iniziato a mettere gli adesivi “vietato sedersi” per garantire le distanze di sicurezza tra passeggeri, il Governo cerca di trovare soluzioni alternative per non intasare il trasporto pubblico con la riapertura di attività e fabbriche.

Al Ministero dei Trasporti stanno studiando un voucher – sembra di 200 euro – per incentivare l’acquisto di bici e monopattini elettrici e sviluppare i servizi condivisi.  

Se è comprensibile che il futuro preveda sempre di più trasporti individuali, d’altra parte tocca anche scongiurare il massiccio utilizzo di auto private per non tornare agli stessi livelli – se non maggiori – di inquinamento di prima del lockdown.

Quindi piste ciclabili “pop-up”, temporanee, vetture di car sharing auto-pulenti, e altre soluzioni quasi fantascientifiche, ma ce la possiamo fare o almeno così afferma  Pierfrancesco Caliari, direttore generale della Confindustria Ancma, l’associazione delle due ruote: “Il coronavirus ci costringe a un salto avanti nella pianificazione dei trasporti molto più veloce di quel che credevamo”.

Tre milioni di persone in giro

La ministra delle Infrastrutture, Paola De Micheli, ha stimato in Parlamento che la graduale ripartenza metterà in moto 3 milioni di persone, molte delle quali utilizzeranno i mezzi pubblici: almeno il 10%.

E man mano che si allenterà il lockdown aumenteranno

Secondo il documento tecnico Inail-Iss sulle riaperture del trasporto pubblico, i tre settori interessati dagli stop produttivi (manifatturiero, costruzioni e commercio) mobilitano 700mila lavoratori potenziali utenti di mezzi pubblici.

A Milano e a Roma si stanno organizzando: adesivi a terra alle fermate degli autobus per segnare la giusta distanza in attesa del bus, i tornelli dell’azienda milanese Atm si preparano a bloccare gli ingressi una volta raggiunte le 75 persone sulle banchine della metro. La romana Atac sta studiando i dispenser per la distribuzione delle mascherine, sono in definizione i “sensi unici” per accedere e uscire dai mezzi.

Di fatto però il problema rimane, il distanziamento sociale comporta ridurre la capacità dei mezzi al 25/30%, a pieno regime a Milano significa che mezzo milione di persone dovranno trovare un’alternativa.

“La sproporzione è tale che nessuna soluzione è una ‘bacchetta magica‘, ma si devono trovare soluzioni in tempi rapidissimi”, ragiona Emanuele Belsito, managing director di Boston Consulting Group: “La domanda di mobilità si esprime in passeggeri per chilometro: serve un intervento su entrambi gli aspetti per evitare il collasso“.

E quindi ecco le varie proposte, spalmare gli accessi per non intasare gli orari di punta, incentivare la mobilità elettrica e il car sharing, piste ciclabili improvvisate per facilitare segway e monopattini.

E speriamo che il meteo ci assista.

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Foto di volkan ugur da Pixabay

Buone notizie per la fase 2: ancora positivi al virus? Sì, ma è inattivo

People For Planet - Gio, 04/30/2020 - 11:52

Ricordate dei 277 soggetti guariti in Corea del Sud che erano risultati nuovamente positivi al virus? Il timore di una re-infezione cronica o di una recidiva aveva preoccupato tutti, perché prospettava una fase 2 (e 3 e 4 e chissà quante) in cui il Covid19 sarebbe stato sempre in grado di “nascondersi” al sistema immunitario e poi riemergere periodicamente, alla stregua di un herpes.

Il virus può rimanere ma è inattivo

Ebbene, arriva una buona notizia, e gode di un certo credito, proviene dalla massima autorità sanitaria coreana, il Centro coreano per il controllo e la prevenzione delle malattie (KCDC) incaricato di fronteggiare l’epidemia: gli scienziati hanno confermato che il test di PCR rileva sì frammenti di genoma virale, ma che il virus ormai è inattivo. Il virus c’è, ma è, come dire, morto. Nessuna reinfezione ma pezzetti di virus inattivato rilevati dal tampone, che le cellule rimuovono in un po’ di tempo dalla guarigione (stando all’articolo disponibile in inglese qui, fino a 3 mesi è la vita delle cellule dei polmoni e fino a 2 mesi è invece lo smaltimento dei residui liberati dopo la morte delle cellule).

Il test coreano

Per diagnosticare la presenza del nuovo coronavirus la Corea del Sud utilizza un test della reazione a catena della polimerasi (PCR) che va a intercettare le informazioni genetiche contenute nell’RNA – l’acido ribonucleico – del virus. Il test è in grado di rilevare anche piccole quantità di RNA virale nelle cellule, anche dopo che il paziente è guarito. “Il virus COVID-19 non invade il nucleo della cellula combinandosi con il DNA del paziente”, ha spiegato Oh Myoung-don, capo del Comitato scientifico sudcoreano. “Questo significa – ha proseguito – che il virus non crea un’infezione cronica”.

Chi è guarito dal Covid19 sviluppa anticorpi?

Al momento non ci sono ancora prove definitive – seppure molti scienziati, anche italiani, interpellati sul tema nelle settimane passate lo ritengano estremamente probabile – che gli individui guariti dal Covid-19 abbiano sviluppato anticorpi che proteggono da una seconda infezione. Sul tema dell’immunità si è anche espressa l’Organizzazione Mondiale della Sanità, secondo cui “a questo punto della pandemia non ci sono abbastanza evidenze sull’efficacia dell’immunità data dagli anticorpi”.
Che il virus rimanga, sì, ma inattivo, dà speranza per conviverci nella fase 2.

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Video tutorial: 6 gusti di gelati di frutta senza zucchero

People For Planet - Gio, 04/30/2020 - 10:00

Dal canale YouTube Cucina Botanica 6 gusti di gelato realizzati facilmente e con ingredienti naturali: no lattosio, no glutine, no zuccheri aggiuntivi, ma solo quelli naturalmente presenti nella frutta! Nel video tutorial vedremo i gusti di:

  • Banane e fragole, rinfrescante e adatto per i bambini;
  • Frutti di bosco (fragole, mirtilli, lamponi e more) perfetto anche come sorbetto;
  • Banane e cioccolato, è possibile sostituire le banane con le pere;
  • Melone, un frutto che non ha bisogno di altro per essere perfetto!;
  • Mango e lime, ottimo come gelato e anche come frullato;
  • Pesca e basilico… un gusto particolarissimo da provare!
Cucina Botanica

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Michele Dotti: cambiamo prospettiva

People For Planet - Gio, 04/30/2020 - 09:38

Ma non è detto che debba essere per forza in peggio. Un esperimento di Michele Dotti ve lo dimostrerà.

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Covid-19, cibo: cambiare le abitudini di tutta la famiglia si può

People For Planet - Gio, 04/30/2020 - 08:00

Se c’è una cosa positiva in questa pandemia, è che la maggior parte di noi ha più tempo da dedicare alla famiglia, più tempo da dedicare al cibo, che oltre a una forma di consolazione e sicurezza (nessuno di noi, diciamolo, ha mai avuto la dispensa tanto colma) è ancor più di prima una forma di amore e conoscenza. Attraverso la preparazione del cibo distendiamo i nervi, intratteniamo i bambini e – cosa non del tutto consapevole – prepariamo il nostro futuro.

Secondo uno studio sulle abitudini alimentari dei bambini americani, tra quelli al mondo più dipendenti dal cibo spazzatura, fatto di alimenti preparati industrialmente e bibite gasate, hanno significativamente migliorato le loro abitudini alimentari nell’ultimo secolo. Oltre la metà dei bambini e ragazzi tra i 2 e i 19 anni mangia male, ben sotto le attuali raccomandazioni. È una buona notizia perché nel 1999, quando lo studio ebbe inizio, la percentuale era del 77%. Oggi siamo al 56%.

Come sta l’Europa? Male, e l’Italia peggio che mai al suo interno. I bambini italiani sono i più grassi d’Europa, al pari dei coetanei greci (35%, 1 su 3) secondo un ormai celebre studio pubblicato da Jama Pediatrics. I dati Istat mostrano che il 25,2% dei bambini e ragazzi italiani è clinicamente obeso. E un bambino obeso a sei anni ha più del 50% di probabilità di essere un adulto obeso. Se cambiare è possibile sempre, il futuro di peso e salute si stabilisce nel primo anno di vita, tra due e sei anni e in pubertà. Altrimenti, la condanna è a malattie non trasmissibili come diabete, malattie cardiovascolari e metaboliche e cancro, fin da una giovane età. Lo dice l’Oms, che recentemente ha nuovamente sollecitato l’adozione di misure di contrasto e facilitazioni anche fiscali per i comportamenti salutari.

Conoscere ciò che ci fa bene

Ovviamente prima di iniziare dobbiamo studiare. Oggi è facile, ci sono molte fonti accreditate, media e libri che parlano e profusamente di alimentazione sana. Sappiamo i fondamentali: tante verdure e di tanti colori, cereali integrali o semi-integrali e il più possibile vari (orzo, riso, grano, grano saraceno, mais…), legumi in ogni genere e salsa, frutta, poca carne e poco pesce, pochissima carne rossa, zero salumi, dolci solo all’occasione (domenica, compleanno…). Stigmatizzati o quasi tutti gli alimenti ricchi di zucchero: bibite gasate, succhi, yogurt alla “frutta”, dolci, gelati. Tra questi, da eliminare quelli confezionati e industriali.

Cucinare insieme

Il primo passo per amare la buona cucina è conoscerla. Armatevi di pazienza e chiamate i figli ai fornelli, responsabilizzateli e fate nascere in loro il fuoco sacro degli chef. Una frittata, un ragù e una passata di verdure saranno molto più buoni se li hanno cucinati loro.

Date il buon esempio

Lo so, è stressante. Potete mantenere le vostre cattive abitudini – se proprio ci tenete – dopo l’ora della nanna. Ma di fronte ai piccoli addentate una mela, non un salame. “Tutte le società scientifiche pediatriche sottolineano come sia importante che la famiglia adotti uno stile di vita sano per promuovere nei bambini un comportamento analogo”, sottolinea Stefania Manetti, pediatra Acp, in questo interessante lavoro sul tema.

Verdure sul divano

I bambini stanno guardando la televisione e chiedono uno snack? Non pensate a grissini o biscotti, ma a spicchi di finocchio, mele a pezzetti, carote. La fantasia vi aiuta: è in commercio il tempera-carote oppure è possibile comporre un piattino che forma una faccia. Ma aiuta molto anche l’assenza di scelta: siate decisi e non cedete alle lamentele.

Il segreto sta nel dirlo bene

“Comunicare il problema è una tappa fondamentale nella cura di ogni malattia. Una buona comunicazione permette di creare consapevolezza positiva, ovvero motivazione a curarsi. Su una malattia stigmatizzata come l’obesità, la comunicazione è una sfida: richiede un atteggiamento non solo “non-giudicante”, sia da parte dei medici che dei genitori o degli insegnanti, ma addirittura “de-colpevolizzante” per avere un effetto motivante piuttosto che deridente. Per realizzarla, occorre essere convinti che la responsabilità principale dell’obesità sia genetica, ambientale e sociale, e non personale. La “colpa” riduce il valore della persona, la fa sentire diversa e isolata. Si manifesta come “vergogna” che paralizza, riducendo motivazione e fiducia nel cambiamento, porta alla rinuncia alla cura o al suo fallimento. La buona comunicazione nasce da una buona relazione empatica e può aumentare la motivazione e l’autoefficacia della famiglia”, scrive Rita Tanas, pediatra esperta in tematiche legate all’alimentazione, in uno studio pubblicato sulla rivista Quaderni dell’Associazione Culturale Pediatri.

Giochiamo con i colori

Diamo ai bambini l’opportunità di scegliere tra cibi sani: “A cena prepariamo l’insalata o gli spinaci?”. “È a volte una grande tentazione, ma bisogna evitare di offrire cibo come compenso a un buon comportamento o di limitarlo in caso di cattivo comportamento” aggiunge Mainetti come uno dei tanti trucchi utili a educare la famiglia, prima dei bambini, a una alimentazione sana. In particolare, premiare un buon voto con un gelato è molto pericoloso: nella mente del bimbo collega le emozioni al cibo, l’essere amati e gratificati da chi amiamo al sapore dolcissimo. Potrebbe essere il primo passo verso un senso distorto del concetto di alimentarsi.

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Mamma in Blu: l’alternativa ecologica allo spazzolino da denti

People For Planet - Gio, 04/30/2020 - 07:13

Avete mai pensato di acquistare uno spazzolino da denti in bambù? Sono leggeri e la pianta cresce senza l’uso di pesticidi chimici (il bambù è una pianta infestante!)

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Fase2: rischio infiltrazioni mafiose | Milano: 23 km di ciclabili | Cannabis (light) vendite triplicate

People For Planet - Gio, 04/30/2020 - 06:25

Il Mattino: Negli Usa un milione di contagiati: così Trump è finito in un vicolo cieco. Covid-19, il Brasile supera la Cina ma Bolsonaro minimizza – In Spagna 325 morti in 24 ore: aumento dell’1%, maggiore rispetto a quelli registrati nei giorni scorsi. E in Germania 202 morti in più in 24 ore: l’Europa oltre le 130 mila vittime;

Tgcom24: Coronavirus, dati Immuni cancellati entro il 31 dicembre 2020 – Distribuita la prima versione della tecnologia Google-Apple – Quando sarà pronta l’App – Come funzionerà – L’indagine del Copasir;

Il Giornale: Lega a oltranza in Parlamento “Conte risponda agli italiani”;

Il Fatto Quotidiano:  Coronavirus, Viminale: “Nella Fase 2 l’intero circuito produttivo e commerciale è a rischio infiltrazione delle organizzazioni mafiose”;

Corriere della Sera: Meno persone in metrò, Milano cambia le strade: il piano per 23 km di piste ciclabili Così cambiano i trasporti: video|Il progetto;

Il Messaggero: Sindrome di Kawasaki e bambini, l’Oms: «Condizione rara, siamo al lavoro con esperti» Cos’è e come si manifesta;

La Repubblica: La cannabis (light) fiorisce in pandemia. Triplicate le vendite in Italia;

Leggo: Esami di maturità il 17 giugno. La ministra Azzolina: «40 punti con l’orale. A settembre si deve tornare a scuola»;

Il Manifesto: In Libano banche in fiamme e barricate, l’esercito spara e uccide;

Il Sole 24 Ore: Elicottero canadese della Nato scomparso in mare tra la Grecia e l’Italia: a bordo sei militari.

Brasile: Indagato il presidente Bolsonaro

People For Planet - Mer, 04/29/2020 - 18:00

Bolsonaro avrebbe nominato un nuovo capo della polizia per depistare indagini

La Corte suprema del Brasile ha accettato la richiesta del procuratore generale di aprire un’indagine sulle accuse mosse contro il presidente Jair Bolsonaro dall’ex ministro della giustizia Sérgio Moro che si è dimesso il 24 aprile. È quanto riporta il giornale di Rio da Janeiro O Globo.

La tempesta innescata dalle dimissioni di Sérgio Moro, una figura nazionale di spicco, si è scatenata rapidamente.

Sérgio Moro accusa il presidente di aver tentato di interferire nelle indagini della polizia federale”, ricorda il giornale.

Chi è Sergio Moro, l’accusatore di Bolsonaro

Figura molto popolare della lotta anticorruzione, l’ex-ministro Sérgio Moro ha sbattuto la porta del governo il 24 aprile, in risposta al licenziamento del direttore generale della polizia federale da parte del presidente brasiliano.

Moro è un ex magistrato, ha guidato l’inchiesta anticorruzione Lava-Jato (“Autolavaggio”), che ha portato in prigione diversi personaggi economici e politici, tra cui l’ex presidente di sinistra Lula, il cui arresto ha poi spianato la strada all’elezione di Bolsonaro.

Il nuovo capo della polizia, un amico di famiglia

Moro accusa il presidente di aver sostituito il capo della polizia federale in modo da poter “raccogliere informazioni” sulle indagini in corso contro i suoi figli e il suo éntourage. Il nuovo capo della polizia nominato da Jair Bolsonaro, Alexandre Ramagem, è un “amico della famiglia Bolsonaro”, sottolinea O Globo. Precedentemente Ramagen era direttore dei servizi segreti brasiliani.

Nella sua richiesta alla Corte suprema, il procuratore generale della Repubblica Augusto Aras ha ricordato che “si tratta di chiarire se Bolsonaro ha commesso un reato e se Sérgio Moro ha detto la verità” lanciando queste accuse.

Le inchieste che preoccupano Bolsonaro

Dietro le quinte”, il licenziamento del direttore della polizia federale ” è attribuito all’apertura di un’indagine sull’organizzazione di manifestazioni favorevoli alla dittatura militare”, domenica 19 aprile “sostenute segretamente dal presidente “, scrive il quotidiano El Pais Brasile, aggiungendo che il presidente teme che i nomi degli organizzatori vicini a lui vengano alla luce.

Ci sono poi le inchieste in corso sui 2 figli di Bolsonaro. La più importante riguarda Flávio Bolsonaro, figlio maggiore del presidente, eletto senatore a dicembre. Secondo le rivelazioni del quotidiano Estado de São Paulo sono state avviate indagini sui “movimenti atipici” sui conti di Fabrício Queiroz, ex assistente di Flávio Bolsonaro, che ha ricevuto per anni somme ingenti di denaro (circa 1,6 milioni di euro)  incompatibili con il reddito di ex ufficiale di polizia militare.

Anche lui amico personale della famiglia Bolsonaro, Queiroz ha lavorato principalmente come autista e guardia del corpo per il figlio. Si sospetta che si sia prestato come “uomo di paglia” per coprire un sistema di tangenti.

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Immagine: Rio De Janeiro

Erri De Luca, il poeta “smuratore” all’epoca dei porti chiusi

People For Planet - Mer, 04/29/2020 - 17:34

Erri De Luca è un poeta, scrittore, filosofo, traduttore, sceneggiatore e attivista italiano, da sempre impegnato nella battaglia atta allo s-muramento dei confini. Paola Zaccaria lo definisce «poeta smuratore di sempre», in quanto, durante l’arco della sua vita, ha promosso una poetica-politica dell’ospitalità, non solo attraverso le lame affilate delle sue parole ma soprattutto perché impegnato attivamente sul campo.

Sbarcato dopo due settimane in mare sulla nave salvagente di Medici Senza Frontiere, ho trovato in terraferma calunnie e voci a vanvera sui soccorritori di naufraghi che ho conosciuto. Reagisco con questa cronaca, una nota in margine a una verità ferita.

E’ questa l’introduzione a Se i delfini venissero in aiuto, un reportage del 2017 che Erri De Luca ha scritto in seguito all’esperienza tenuta a bordo della nave di salvataggio Prudence di Medici Senza Frontiere, i cui volontari si addentrano nel mezzo della “terra di confine”mediterranea al fine di favorire il recupero d’imbarcazioni e corpi – vivi o morti – nelle acque di mezzo del Mediterraneo, nonostante le politiche internazionali siano atte al controllo della frontiera e al successivo respingimento in territorio libico.

Inoltre, a peggiorare la situazione è stato il Decreto firmato lo scorso 8 aprile dalla ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, la ministra dei Trasporti, Paola De Micheli, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e il ministro della Salute, Roberto Speranza, tramite il quale l’Italia ha chiuso temporaneamente i propri porti per via dell’emergenza Covid-19, poiché “non assicurano i necessari requisiti per la classificazione e definizione di Place of Safety (luogo sicuro)”.

Questo decreto rappresenta la costruzione di una frontiera ghiacciata nel bel mezzo dell’acqua, liquida per definizione, in quanto impedisce alle ONG italiane di attraccare sulla terra ferma e, quindi, di salvare vite in mare. I naufraghi sono diventati, ancora una volta, coloro da respingere poiché possibili “vettori” di malattia. In questo momento così difficile, non tutte le vite umane hanno lo stesso valore e non tutti i corpi sono degni di essere salvati, come se la mancanza d’aria dovuta all’annegamento avesse una portata minore rispetto ai problemi respiratori provocati dal coronavirus. Attualmente, le ONG italiane sono ferme perché, al fine di adeguarsi alle misure sanitarie di prevenzione e risposta a Covid-19, stanno riorganizzando i propri assetti e operazioni.

Una di queste organizzazioni è Medici Senza Frontiere, istituita al fine di fornire aiuto medico-sanitario a soggetti e popolazioni bisognosi d’aiuto. Nel caso del Mediterraneo, Medici Senza Frontiere agisce in opposizione alla logica del contenimento, costruendo ponti d’acqua d’accoglienza e d’apertura.

Nel suo breve reportage, Erri De Luca ci mette di fronte alla tematica delle geocorpografie e, quindi, il vortice delle morti in/ per mezzo del mare, spazio colpevole/non-colpevole di uno sterminio legislativamente volontario ma, allo stesso tempo, “marina-mente” involontario:

“Guardo il mare stasera: disteso, pareggiato a tappeto. Non si può affondare senza onde. Bestemmia al mare è affogare quando è calmo, quando non esiste alcuna forza di natura avversa, tranne la nostra. Siamo coi pugni chiusi (…) Non soffro il maldimare, ma stasera soffro il dolore del mare, la sua pena d’inghiottire da fermo i naviganti. E’ creatura vivente il mare che i Latini chiamarono Nostrum, perché nessuno potesse dire: è mio. La nave in cui mi trovo vuole risparmiare al Mediterraneo altre fosse comuni.”

In tale contesto, l’azione svolta da Medici Senza Frontiere è tesa all’intercettazione dei gommoni che, una volta abbandonata la sponda sud, si sono addentrati nel mezzo del mare; la loro missione è quella di diminuire il numero dei naufragi e prevenire il verificarsi di ulteriori stragi dei nameless del Mediterraneo, coloro i quali Filippo Silvestri definisce

Fantasmi [ossia] i senza nome delle navigazioni fantasma, le non-persone che mancano alla conta dei cadaveri delle facili dispersioni/affogamenti in mare. Umani non umani degli spazi lisci improvvisamente striati (…) chiusi-rinchiusi-affogati in uno smisurato lager a cielo aperto che non li concentra ma li disperde: liquidi liquidati nella conta che non conta degli affondamenti, in uno spazio mai definito, dove si scompare senza un documento che attesti quelle che restano scomparendo esistenze in transito.

E’ proprio questa transitorietà che l’opinione pubblica, spinta da tendenze razziste, non riesce ad accettare, tentando di cristallizzare le identità di tali soggetti nello stereotipo dei terroristi, ossia i disturbatori della quiete – piatta – bianca, occidentale, incolpando la comunità internazionale di pronto intervento in mare di essere responsabile dell’arrivo in Italia di un’eccessiva quantità di ‘clandestini’ costretti a sottostare alle leggi del dislocamento transnazionale. Tuttavia, considerato il fatto che tutti i rapporti sulla crescita della popolazione mondiale sono allarmisti, tale ‘regolamentazione selvaggia’ potrebbe essere considerata positiva, in quanto favorirebbe il contenimento della crescita demografica globale e tutto ciò si risolverebbe eliminando individui indesiderati – che procreano senza sosta una quantità sempre maggiore d’individui indesiderati-.

“Se i delfini venissero in aiuto dei dispersi in mare, questi svaporati li accuserebbero di complicità coi trafficanti. In verità la loro fandonia intende accusare i soccorritori d’interrompere il regolare svolgimento del naufragio. Perché siamo e dobbiamo rimanere contemporanei incalliti del più lungo e massiccio affogamento in mare della storia umana.”

Il reportage si sofferma, poi, sul momento del salvataggio, in cui la nave di Medici Senza Frontiere si trasforma in ponte d’ospitalità, distruggendo l’iceberg costituito dal muro legislativo costruito nel bel mezzo del mare: “la nave è un manufatto di congiungimento tra due sponde e aiuta il mare a fare il suo servizio di trasporto delle civiltà, che è semina di uomini”. Gli uomini, le donne e i bambini a bordo sono spesso spaesati, esausti, con gli occhi ancora persi nel vuoto dell’orizzonte blu che congiunge mare e cielo. Tuttavia, tale avvenimento rappresenta un punto cruciale nel viaggio dei migranti, una porta di speranza che viene aperta gratuitamente, una strada d’acqua che raffigura il passaggio da una condizione di trasporto a pagamento a uno stato di accoglienza incondizionata e liberazione dalla morsa dei traghettatori-mercenari, “una parentesi di pausa e di quiete nella vita delle persone chiamate ospiti”.

Sulla Prudence, infatti,si accoglie senza porre alcuna clausola nomenclativa e senza chiedere alcun documento identificativo, in quanto la priorità è il salvataggio di vite umane. Una volta a bordo della Prudence, i migranti vengono informati che saranno traghettati sulla terraferma italiana e lì verranno “smistati” e “scannerizzati” come prigionieri, per poi essere inviati nei campi d’identificazione, altrimenti detti campi di concentramento. La maggior parte di loro pensava che l’arrivo in Italia avrebbe rappresentato un’ancora di salvezza, ignari del fatto che si sarebbero imbattuti in frontiere d’acqua solida, sbarramenti legislativi e cortili di reclusione. Pertanto, in tale contesto di muramento e chiusura della frontiera mediterranea, la nave di salvataggio Prudence di Medici Senza Frontiere rappresenta una via di fuga dalla cartografia dominante, un arco d’aiuto e di rifugio che si apre nel mezzo del mare, simbolo di accesso al portale della salvezza.

Le contro-narrazioni disegnate da Erri De Luca vanno a tracciare nuove rotte nelle mappe mediterranee. Le sue parole aprono un varco nella frontiera ‘ghiacciata’ mediterranea andando a disegnare nuove contro-figurazioni che s-velano le crude dinamiche che hanno luogo nelle terre di mezzo acquatiche, proponendo una visione ‘altra’ e alternativa che si basa sull’accoglienza e l’accettazione delle diversità. La sua scrittura fluida, infatti, si nutre di un lirismo decostruttore al fine di formulare l’idea di un Mediterraneo dai confini liquefatti, privo di muri e sbarramenti, le cui onde si possano infrangere liberamente tra una sponda e l’altra e in cui l’acqua possa essere tra-sportatrice di correnti umane senza porre – o imporre – alcuna condizione.

Fonti:
– “Erranze senza ritorni. Su diaspore, mari e migrazioni” a cura di Lara Carbonara (2017)
– “Se i delfini venissero in aiuto” – Erri De Luca (2017)
Immagine: La voce del popolo

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Covid-19, Fase2: Milano concretizza le sue nuove piste ciclabili

People For Planet - Mer, 04/29/2020 - 17:25

Si fa concreto il piano annunciato da Milano per una mobilità che, dovendo ridurre le persone sui mezzi pubblici, non faccia esplodere le auto in circolazione.

Ventitré nuovi chilometri di piste ciclabili è il progetto illustrato dall’assessore alla Mobilità di Milano, Marco Granelli, in un video postato poco fa su Facebook. In primis si tratta di una direttrice da corso Venezia fino a Sesto Marelli e una da Bande Nere a Bisceglie.

Il progetto è stato descritto dal Guardian ed elogiato da Greta Thunberg: in bocca al lupo Milano!

Trasporti pubblici, bici, ciclabili e sharing a Milano dal 4 maggio in poi

Pubblicato da Marco Granelli su Martedì 28 aprile 2020

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Photo by CJ Dayrit 

Le amicizie sono affetti stabili

People For Planet - Mer, 04/29/2020 - 17:00

Anche un amico, infatti, può essere considerato un ‘affetto stabile’, e quindi si potrà andare a trovarlo dopo il 4 maggio. Lo ha affermato il viceministro alla Salute Pierpaolo Sileri intervenendo alla trasmissione di Radio Rai1 “Un Giorno da Pecora”. «Anche un’amicizia può essere un affetto stabile, come un fidanzato – ha spiegato Sileri – se è considerato un amico vero e non è una scusa». La notizia è apparsa su Fanpage.

E ne siamo proprio contenti, basti pensare che il 32% delle famiglie italiane sono unipersonali, parliamo di poco meno di 20 milioni di persone. Quanti di questi siano fidanzati non lo sappiamo ma possiamo immaginare, per difetto, che siano un ulteriore 30%? Rimangono comunque 6 milioni di esseri umani che vivono soli e non hanno relazioni sentimentali.

La fase due – per come è stata annunciata e stando alle indiscrezioni che filtravano su circolari interpretative e faq “apriva” con moderazione alle visite ai congiunti.

Si intuiva parenti, fidanzati, rapporti affettivi stabili.

Non si incoraggiano le feste né gli assembramenti, ma si lasciava un appoggio in più alle famiglie fino a ora divise.

Chi restava fuori?

I soli. Quelli che non hanno parenti o relazioni di coppia.

I soli sono invisibili, i soli restavano ancora più soli.

La decisione aveva aperto una polemica mica da poco. Perchè ogni cittadino deve avere la possibilità di indicare una persona che rappresenti il punto più vicino delle sue relazioni sociali.

Anche “i soli” devono poter indicare la propria relazione stabile, con la quale è consentito avere un rapporto, pur con le dovute accortezze di distanziamento e protezione. Una amica, per esempio, o chi si desidera.

Per quel contatto umano che fa la differenza tra solo e non solo. Tra abbandonato e in rete. Tra invisibile ed esistente.

La mia testimonianza

Ho 42 anni, vivo da sola da parecchio. Mi piace.  Ho i miei 3-4 lavori, un Gatto, autonomia e gestione creativa del mio tempo.

Ho vissuto i primi due mesi con assoluta responsabilità: non sono andata a trovare mamma – 72 anni, immunodepressa – non ho ceduto alle lusinghe di un vicino di casa che proponeva un CoCoCo a progetto, a tema “Quarantena e poi liberi tutti”. Non ho visto amici, ho lavorato da casa. Ho fatto la spesa on line, buttato l’immondizia di notte. Insomma: ho seguito le istruzioni alla lettera. Più che distanziamento sociale, vero isolamento.

Mi sono detta che era giusto così. «Se vuoi bene all’Italia, a mamma e a tre quarti della palazzina tua, sta’ a casa» ha detto Conte. L’ho fatto.

Ma poi c’era la fase due. All’orizzonte, come un traguardo. Perché quando ti accorgi che il suono della tua voce che parla al gatto, alle piante e al forno pregandolo di non bruciare le patate ti sorprende, allora hai bisogno di un briciolo di contatto.

Lo sa il Comitato Scientifico, che apre ai rapporti significativi – pochi maledetti e subito – correggendo il tiro comprendendo anche i fidanzati

Osservo le fattispecie e cerco di trovare la mia: non c’è. Mi butto giù. Con sorpresa, crollo.

Mi sento improvvisamente sola, come non sono mai stata. Il mio affetto stabile è una migliore amica con cui facciamo vacanze e condividiamo pensieri. Nell’elenco dei congiunti, per la rete amicale spazio non c’è.

Mi sembra di sentire delle comari di paese: «Non sei manco stata in grado di trovare un uomo. Potevi sposarti quando quello te lo ha chiesto. Così impari a fare la difficile».

E invece no: io sono felice così. Perché  mi innamorerò e mi fidanzerò sicuramente, ma nel frattempo vorrei anch’io parlare con un’unica persona che sia un umano significativo. Poi, giuro che quando sarà, sarà un affetto stabile e duraturo. Più stabile e duraturo di un Governo italiano.

Insomma, fino a oggi pomeriggio ero proprio triste. Adesso sono felice, potrò rivedere la mia amica del cuore, grazie per l’umanità. Staremo distanti almeno un metro ma questo non ci impedirà di sorriderci.

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Foto di Anemone123 da Pixabay

Come gestire la solitudine in isolamento?

People For Planet - Mer, 04/29/2020 - 15:00

Le nostre abitudini, i tempi delle nostre giornate, le occupazioni, le relazioni sono state stravolte da questa pandemia. Improvvisamente ci siamo trovati in un mondo assurdo, inaspettato, spaventoso; viviamo una situazione che avevamo visto solo nei film catastrofici. Tutti per un attimo ci siamo chiesti: stanno per arrivare gli zombi?

Di fronte a un cambiamento improvviso nella nostra mente si attivano processi fisiologici primordiali: i nostri antenati si sentivano al sicuro quando riconoscevano tutto quel che li circondava e sapevano quindi che non c’erano belve nei paraggi. Quando qualche particolare del loro mondo cambiava scattavano le molecole prodotte dal cervello per rendere i sensi più vigili e i muscoli pronti all’azione. È naturale e importante che questo accada ma se questo stato di allarme si prolunga troppo nel tempo diventa sindrome da stress e non fa bene.

Possiamo però agire e crearci una nuova scansione del tempo in modo tale da ritrovare ogni giorno momenti conosciuti che ci tranquillizzino.

Questo video ti propone semplici consigli per rendere sopportabile il carcere domestico.

L’impatto psicologico al Covid-19 di Ilaria Fontana

Sono ormai passate due settimane dal primo decreto “state a casa” del premier Conte, causa Covid-19. Come hanno reagito gli Italiani a questo stop forzato? Proprio a questa domanda cercheremo di rispondere in questo articolo.

Non dare confidenza agli sconosciuti, che il Covid-19 ti prende e ti porta via.

La Cina è lontana, il virus non arriverà in Italia”, “Non è altro che una brutta influenza”, “Finché non morirà un giovane come me continuerò a uscire di casa”. Espressioni come queste sono indicative di come molti alla notizia di un virus letale abbiano reagito con la Negazione.

Un virus pandemico fa troppa paura per riconoscerne l’esistenza senza battere ciglio, così negare che esista e sminuirne l’importanza è una delle modalità difensive della mente per mitigarne l’impatto emotivo.

Successivamente con l’aumento dell’informazione mediatica il COVID-19 si fa prepotentemente strada nella nostra realtà, anche i più ostinati devono purtroppo arrendersi all’indiscutibile esistenza del problema. E quando il virus si è violentemente impossessato delle nostre abitudini anche la risposta emotiva di molte persone è stata altrettanto accesa.

Il risentimento è stato quasi per tutti la seconda reazione al virus: “Il governo non è stato tempestivo”; “I provvedimenti sono inadeguati”; “Dietro tutto questo c’è sicuramente un complotto”. Queste frasi sono alimentate da un profondo senso di frustrazione, l’impotenza è uno degli stati emotivi più difficili da tollerare per il grasso e grosso ego dell’essere umano. Ma anche la rabbia è un’emozione difficile da sostenere.

Quindi? Quindi è meglio trovare un colpevole contro cui scaricare la propria rabbia per aver scoperto di essere potenzialmente fragili e in pericolo. E’ come dire mi sento così vulnerabile che ho bisogno di incolpare qualcuno per questo, così almeno avrò un oggetto/soggetto contro cui sfogare la mia paura. A poco a poco la rabbia lascia il posto alla tristezza di fronte alla realtà: il virus esiste, siamo tutti potenzialmente in pericolo, è necessario attenersi ai provvedimenti. (Continua a leggere l’articolo)

I canali ufficiali della Dr.ssa Ilaria Fontana: sito web www.ilariafontana.com | e pagina Facebook Dott. Ilaria Fontana psicoterapia Napoli

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La fase 2 in Francia: aperture differenziate per zone e monitoraggio costante

People For Planet - Mer, 04/29/2020 - 15:00

La fase 2 dall’11 maggio

Il primo ministro francese, Edouard Philippe, ha presentato in parlamento il programma francese per la fase 2 che partirà dall’11 maggio.

Rivolgendosi al parlamento, Philippe ha affermato che il blocco ha salvato circa 62.000 vite in Francia in un mese, ma che è tempo di allentare le misure per evitare un collasso economico.

“Dovremo imparare a convivere con il virus”, ha detto, “fino a quando non sarà disponibile un vaccino o un trattamento efficace”.

Ha riassunto le priorità della Francia in fase 2 così: “Proteggere, testare, isolare”.

Il Parlamento ha approvato a larga maggioranza le sue proposte.

Province verdi e province rosse

Il blocco non sarà alleggerito l’11 maggio se i nuovi casi non resteranno al di sotto di 3.000 al giorno.

La Francia ha visto circa 2.162 nuovi casi al giorno in media nelle ultime due settimane.

Giorno per giorno, alcune province saranno classificate come “verdi” e altre come “rosse”, a seconda del numero di nuovi casi, della capacità di test nell’area e della pressione sugli ospedali locali. Le verdi potranno proseguire la fase 2 mentre le rosse avranno uno stop di questa nuova fase.

Le principali misure di fase 2

Negozi e mercati non essenziali riapriranno le loro porte dall’11 maggio, ma non bar e ristoranti.

I negozi avranno il diritto di chiedere agli acquirenti di indossare maschere e dovrebbero assicurarsi che rimangano a un metro di distanza.

I francesi potranno uscire di nuovo senza autocertificazione

Saranno ammessi incontri pubblici fino a 10 persone.

Anche gli asili nido e le elementari riapriranno, ma con un massimo di 15 bambini in ciascuna classe

Le scuole riapriranno gradualmente

Le scuole fino alle elementari comprese inizieranno ad aprire dall’11 maggio. Le scuole medie nei distretti con focolai più lievi (province verdi) potrebbero essere autorizzate a riaprire dal 18 maggio e le scuole superiori alla fine del mese.

Nelle scuole, i bambini più piccoli non indosseranno le mascherine mentre i bambini della scuola media (di età compresa tra 11 e 15 anni) dovranno indossarle e il governo le renderà disponibili per gli studenti che non possono acquistarle.

Le classi non supereranno i 15 studenti (10 negli asili)

I genitori potranno decidere se inviare o no i figli a scuola, se no dovranno certificare che i figli seguiranno le lezioni a distanza.

Aspre critiche da una parte del mondo della scuola, contrario alla riapertura per il timore dei rischi per la salute.

Le principali restrizioni che rimarranno

I funerali continueranno ad essere limitati a 20 partecipanti

Le cerimonie religiose non potranno essere organizzate prima del 2 giugno

Bar, cinema e ristoranti rimarranno chiusi per ora

Fermo anche il calcio. La stagione dei campionati finisce qui.

Il piano dei test francese in stile coreano per la fase 2

Il governo ha fissato l’obiettivo di eseguire almeno 700.000 test di coronavirus a settimana dall’11 maggio a spese dello stato.

“Una volta che una persona si è dimostrata positiva, inizieremo a identificare e testare tutti coloro, sintomatici o meno, che hanno avuto uno stretto contatto con loro. Tutti questi casi di contatto saranno testati e verrà chiesto loro di isolarsi”, ha detto.

Istituendo “brigate” locali di investigatori per tracciare la scia dell’infezione, ritengono che testeranno in media 20 contatti per ogni persona affetta dal virus.

Coloro che hanno scoperto di avere il virus dovranno isolarsi da soli, a casa con le loro famiglie o negli hotel requisiti a questo scopo.

Chi dovrà indossare le mascherine?

Dall’11 maggio tutti i passeggeri dei mezzi pubblici dovranno indossare una maschera.

Affrontando la carenza di maschere in Francia, Philippe ha affermato che saranno ampiamente disponibili entro l’11 maggio. Ha invitato tutte le aziende a fornire maschere al personale e ha detto che il governo aiuterà le piccole imprese se necessario.

Le maschere saranno inoltre vendute sul sito web dell’ufficio postale francese e ogni settimana verranno messi da parte cinque milioni di maschere lavabili per le persone più vulnerabili.

Il covid-19 in Francia

La Francia ha subito un alto tasso di letalità per Covid-19 in base ai dati ufficiali.

Al 28 aprile il numero di persone morte per il virus era di 23.660. Circa 130.000 persone sono state infettate.

I ricoveri ospedalieri e il numero di pazienti in terapia intensiva sono diminuiti, tuttavia, causando un cauto ottimismo.

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Immagine di Anthony Delanoix