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Caldo torrido: come affrontarlo con 10 efficaci rimedi naturali

People For Planet - Sab, 06/29/2019 - 09:00

Dall’attività fisica all’alimentazione, dall’idratazione alla specifica cura della pelle: ecco come affrontare le alte temperature. Senza soffrire. Poche bevande zuccherate e pochi caffè. Ma molta acqua.

RIMEDI NATURALI CALDO

Si può affrontare il caldo torrido con l’aiuto dei rimedi naturali? E quali sono i migliori? Sono domande alle quali è facile dare una prima risposta generale: certo, ci sono difese semplici ed efficaci per resistere bene, senza soffrire e senza lamentarsi, alle alte temperature. Difese che vanno dall’attività fisica al cibo, da alcuni accorgimenti domestici ai ritmi da seguire durante le giornate torride.

COME COMBATTERE IL CALDO

Oltre all’utilizzo di ventilatori e impianti di climatizzazione, esistono diversi rimedi naturali che possiamo applicare per non farci sopraffare dal caldo africano di questi giorni. Li abbiamo raccolti per voi in un decalogo.

  • Non sottovalutate l’alimentazione: evitate i cibi che fanno aumentare la temperatura corporea: fra questi ci sono spinaci, radicchio, barbabietola rossa, cipolle e aglio, frutta secca e cibi fritti. I pasti devono essere composti in primo luogo da frutta e verdura. Non devono mai mancare nell’alimentazione quotidiana pescheciliegie, melone: sono dissetanti e donano energia.
  • Idratate l’organismo bevendo almeno due litri d’acqua al giorno e consumando tisane, ideali quelle a base di carciofo, betulla o tarassaco. Evitate le bevande industriali e zuccherate.
  • Non abusate con il caffè: l’uso eccessivo abbinato al caldo può causare tachicardia e disturbi del sonno. Optate invece per altre soluzioni naturali che hanno effetti simili alla caffeina, ossia piante come guaranàginseng o eleuterococco, sempre abbinati a una buona idratazione che si traduce nel bere molto!

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Immagine Pixabay

Anatomia umana: mi manca un pezzo!

People For Planet - Sab, 06/29/2019 - 08:00

Innanzi tutto vorrei ringraziarti per il fatto che stai leggendo questo articolo. La possibilità di incontrare su questo sito persone interessate a ragionare su temi strani è quel che mi dà la voglia di raccontare. Il ristorante di Alcatraz è un posto dove si fanno conversazioni straordinarie e nascono idee, ed è già un lusso enorme… Avere poi chi ha voglia pure di leggerle queste idee è il massimo. Grazie.

La questione che vorrei sottoporti oggi nasce dalla constatazione di una situazione curiosa e stupefacente.
Solo negli ultimi decenni è iniziata a circolare una domanda: ma come fa il corpo a regolare l’enorme varietà di funzioni fisiologiche?
A rigor di logica ci dovrebbe essere una centrale operativa globale che tiene sotto controllo temperatura, pressione sanguigna, respirazione, digestione, produzione di enzimi, proteine, funzioni depurative, espulsive, eccetera.
In ogni minuto le variazioni del mondo intorno a noi, le emozioni che proviamo, quel che pensiamo, interagisce alla velocità della luce con tutte le funzioni organiche.
Costantemente il nostro corpo compie un numero spropositato di regolazioni di sistemi che si influenzano reciprocamente. È un compito veramente notevole che richiederebbe una quantità di computer. Un lavoro che verrebbe da pensare sia svolto da un organo bello grosso.
La questione diventa ancora più affascinante proprio se si considera che non c’è da nessuna parte nel nostro corpo un organo di controllo e ottimizzazione globale. Né piccolo né grande.
Alcuni pensano che questo lavoro lo svolga una parte del cervello. Ma in effetti non è così. Alcune funzioni vengono espletate dalla materia grigia ma non abbiamo nessun elemento che ci faccia pensare che sia nel cranio il sistema di controllo globale.
Quella che sto ponendoti non è solo una questione scientifica. L’idea che hai in proposito può incidere in modo determinante sulle tue scelte quotidiane, sulle tue strategie e sull’idea che hai del futuro del mondo.
Se io vedo il corpo umano come una serie di organi che lavorano ognuno per i fatti suoi e non riconosco l’esistenza di una intelligenza fisiologica sarò portato a vedere allo stesso modo la mia famiglia. Quando litigo con mia moglie posso concentrarmi su quello che lei ha fatto e che mi ha offeso, oppure posso vedere quello che succede tra di noi non in termini di scontro tra due individui ma come risultato di un’interazione. Guardo la questione ampliando il mio orizzonte. Lei mi ha detto una frase scortese ma dietro questa azione c’è magari il fatto che sto lavorando troppo e sono stanco e spesso sono incapace di relazione e mi chiudo mettendomi a fare un videogame… Se inizio a guardare in questo modo la mia relazione vedo aspetti che prima non vedevo. Effetti di atteggiamenti reciproci. E magari scopro che la soluzione non è discutere ogni singola colpa e ogni singola causa ma inventarsi qualche cosa di nuovo da fare assieme che porti a superare il momento di difficoltà di comunicazione.
E se credo che il mio corpo abbia un’intelligenza fisiologica magari posso essere più ottimista sui destini dell’Italia e pensare che un popolo dove un cittadino su 10 fa volontariato solidale e una famiglia su 5 ha adottato un’altra famiglia che è in difficoltà e l’aiuta in modo continuativo, un popolo presso il quale è diffusa la sensibilità e la dimestichezza con il bello (abbiamo arte ovunque) possa trovare una botta di intelligenza collettiva tale da uscire da questa fase disastrosa. E magari un evento che mi pare negativo apre a sviluppi positivi che non riesco a immaginare.

Ma torniamo alla domanda iniziale: dov’è il centro di controllo globale umano?
Per affrontare questa questione dobbiamo innanzi tutto partire da due libri fondamentali.
Fritjof Capra e Pier Luigi Luisi sono gli autori di Vita e natura, una visione sistemica edito da Aboca, un libro fondamentale perché mette insieme tutte le ricerche sul modo utilizzato dalla natura per autoregolarsi.
In sostanza si è scoperto che non si riesce a capire la natura se la si spezzetta in singoli fenomeni.
Il mare, una foresta, l’intero pianeta sono sistemi sinergici dominati dal principio della cooperazione.
Ad esempio, la Teoria di Gaia parte dall’osservazione del fatto che il clima terrestre risente meno di quel che si potrebbe pensare dell’aumento periodico del calore del sole. Gli scienziati da tempo hanno osservato che è come se la Terra reagisse all’aumento dell’insolazione mettendosi gli occhiali scuri.
I sostenitori della teoria sistemica osservano che l’aumento della capacità dell’atmosfera terrestre di filtrare dei raggi solari, che avviene grazie al cambiamento della composizione chimica, comporta una serie enorme di modificazioni che coinvolgono batteri, piante e una serie di reazioni chimiche che a loro volta innescano altre modifiche comportamentali nelle creature viventi. In pratica, per aumentare la capacità di filtro dell’atmosfera tutto il Sistema Terra deve cooperare, a tutti i livelli.
La teoria sistemica si basa sull’idea che questi cambiamenti non avvengano grazie all’azione di una supercoscienza planetaria ma grazie a una serie complessa di reazioni automatiche.
Tutta la scuola sistemica è oggi impegnata principalmente a capire la natura di questo automatismo.
Si tratta infatti di un fenomeno molto raffinato.
Possiamo dire che se sotto una pentola piena d’acqua accendo un fuoco l’acqua si scalda in modo automatico.
La questione diventa complicata quando osserviamo reazioni automatiche molto complesse che non prevedono solo azione e reazione ma la necessità di compiere misurazioni, valutazioni, e scelte tra diverse possibilità di reazione.
Parla in modo affascinante di questo tema la prima parte del libro Biologia delle Credenze di Bruce Lipton. Qui si spiega che è errata l’idea che le decisioni prese dalla cellula siano frutto delle conoscenze contenute nelle sequenze di aminoacidi del Dna.
Il Dna fornisce le informazioni che permettono di costruire gli elementi della cellula e ne determinano la natura. Ma non decide cosa la cellula deve assorbire o espellere né quando è ora di replicarsi. Non decide neanche quali proteine produrre. Anzi le produce in un numero di varietà molto limitato ed è poi qualche altro meccanismo a determinare tutte le varietà di proteine necessarie, momento per momento; e provoca modificazioni nelle proteine di base che danno loro particolari proprietà. E questo avviene sulla base di valutazioni molto complesse delle situazioni interne ed esterne alla cellula.
L’idea è che questo lavoro avvenga sulla base di un sistema di azione-risultato-valutazione del risultato. Gruppi di risultati relativi a una funzione si interfacciano con risultati ottenuti da altre funzioni e azioni e controreazioni determinano in modo meccanico ma estremamente complesso una serie di scelte finali.
Il fatto che gli organismi viventi e addirittura le singole parti delle cellule, siano capaci di produrre azioni che potremmo giudicare in qualche modo intelligenti è affascinante e sta all’origine del mistero della vita.
Per spiegare perché le decine di componenti complesse necessarie a formare una cellula elementare si siano prima assemblate e abbiano cominciato a esistere e poi si siano fuse in un unico organismo è necessario ipotizzare un disegno divino oppure meccanismi insiti nella natura degli atomi e delle molecole che spingono naturalmente a scambiare segnali e reagire reciprocamente. Questa seconda ipotesi in realtà non è in contraddizione con la prima: potremmo benissimo dire che Dio ha agito per creare l’universo non costruendolo pezzo per pezzo ma creando particelle che contengono l’impulso a interagire. Questo impulso, agendo come un frattale, ha determinato lo sviluppo di sistemi di relazione sempre più complessi.
Bruce Lipton, andando alla ricerca del centro decisionale della cellula, arriva a formulare l’ipotesi, molto credibile, che questa funzione risieda nella membrana cellulare.
Essa è formata da un tessuto cosparso da fessure. Attraverso questi orifizi la cellula assorbe tutte le sostanze di cui necessita ed espelle gli scarti. Quindi, ogni volta che una molecola si avvicina alla cellula, la membrana valuta i segnali che le giungono da questa molecola, decide se si tratta di una sostanza di cui ha bisogno in quel momento e se la risposta è positiva apre un orifizio e la risucchia. La stessa complessa operazione la svolge rispetto alle sostanze interne: decide cosa non deve uscire dalla cellula e cosa deve essere buttato fuori. Ed è la membrana che decide quali e quanti tipi di proteine si devono sviluppare provocando le mutazioni necessarie al benessere del sistema.

Ora credo sia più chiaro il senso della mia domanda iniziale.
Per spiegare come funziona la fisiologia umana dobbiamo ipotizzare che esista una parte anatomica che svolge una funzione regolatrice simile a quella che nella cellula è espletata dalla membrana esterna.
In effetti io non ho una risposta. Ma credo che sapere che è questa domanda la linea di confine sulla quale sono impegnati molti scienziati, ed è interessante perché ci spinge a mettere in crisi alcune idee che derivano da modelli della natura che ormai sono antichi. È la scienza stessa che mette in crisi il nostro modo di pensare.

Oggi grazie agli studi della Margulis sappiamo che non è vero che la cellula è un organismo unitario, come abbiamo studiato a scuola.
In realtà è una cooperativa, l’unione tra elementi che esistevano separatamente, infatti il mitocondrio c’era già prima della cellula, esisteva in modo indipendente. La cellula non nasce dal casuale fondersi di molecole semplici ma dall’unione di sistemi complessi, agglomerati di molecole che pur non potendo essere definiti creature viventi erano comunque in grado di generare modificazioni della realtà. Questo fatto genera stupore. Non c’era ancora la vita ma già la materia tendeva ad auto-organizzarsi in sistemi molecolari capaci, ad esempio, di convertire lo zucchero in calore. 
Perché lo facevano? Cosa ci ricavavano? Non erano esseri viventi, non mangiavano, non dovevano replicarsi, non avevano la possibilità di desiderare di muoversi.
Eppure tendevano ad assemblarsi, generare cambiamenti intorno a loro, creare tessuti sistemici. È come se la capacità di produrre azioni fosse un prerequisito della materia stessa, uno sviluppo inevitabile insito delle componenti più primitive e minute dell’universo. Un fenomeno che si sviluppa in modo frattale.

La società capitalista ha generato un modello dell’universo basato sulla divisione e la competizione. Ha letto come frutto di scontro (la lotta per la sopravvivenza) il processo evolutivo e ha spezzettato tutti i fenomeni andando a descriverli come entità separate. La rivoluzione culturale che ha sconvolto il nostro modo di vivere a partire dal 1968, ha generato invece un’idea del mondo che spiega le galassie e la vita con l’esistenza di una universale qualità cooperativa, un impulso alla relazione basata sul mutuo scambio di segnali ed energie. L’esistenza di diverse polarità nelle particelle elementari è la qualità che rende possibile e inevitabile il formarsi di aggregazioni. Senza questa qualità delle particelle più minute e dell’insieme dell’universo, non avremmo stelle, pianeti e galassie ma uno sterminato pulviscolo indifferenziato.
Comprendere questo fenomeno è per la fisica è come comprendere dov’è il centro di coordinamento per la fisiologia.

Intanto che aspettiamo che qualcuno dimostri di aver scoperto dove si trova il centro di coordinamento fisiologico nell’essere umano possiamo però segnalare che esistono ipotesi.

La medicina cinese antica descrive il corpo come un insieme di organi e funzioni collegati tra loro da una serie di canali nei quali scorre l’energia vitale. Quando in un organo c’è troppa energia o ce n’è troppo poca esso non funziona bene. Questa energia viaggia da un organo all’altro, genera il lavoro fisiologico… Ogni organo si nutre di una certa energia e a sua volta la fornisce all’organo successivo in una catena che può anche essere vista come un sistema di ottimizzazione energetica reciproca. 
Questo modello potrebbe essere usato per immaginare un sistema di autoregolazione dell’organismo.
Per decenni la scienza ufficiale non ha riconosciuto l’esistenza fisiologica dei canali cinesi. Solo negli anni ’90 un gruppo di ricercatori (tra i quali l’amico Saudelli) hanno fotografato, grazie a un liquido di contrasto, l’esistenza di una rete sottocutanea chiaramente visibile, corrispondente ai canali antichi e non assimilabile a nulla che fosse allora presente nell’inventario delle parti anatomiche umane.
 
Un’altra idea affascinante è che il luogo della coscienza fisiologica sia nella parte meno considerata del corpo umano: la sostanza che si trova tra una cellula e l’altra e che è quindi presente in tutte le parti del corpo.
E potremmo pensare che le linee di tensione polarizzata che scorrono nel corpo e che i cinesi chiamano canali energetici, siano  le dorsali appenniniche della fibra ottica lungo le quali viaggiano le connessioni tra le aree della sostanza intracellulare.
Sarebbe anche un’ipotesi divertente per la sua risonanza con le ultime scoperte della fisica.
Negli anni ’80 frequentavo alcuni fisici fanatici che sostenevano che la maggior pare della materia è invisibile ed è questa parte invisibile all’origine dei fenomeni strani che la fisica quantistica rileva. A distanza di 20 anni questi deliri sono diventati scienza ufficiale e in tutte le università del mondo si insegna che la materia oscura è addirittura il 90% dell’universo e ovviamente determina in modo potente la natura delle cose.
Un vero schiaffo per la scienza che per decenni era prigioniera di un’idea del mondo nella quale le cose più importanti sono quelle più grosse, i grandi generali fanno la storia e nel rapporto sessuale la parte attiva è quella che entra, mentre la parte ricettiva, quella che prende, viene considerata passiva. Eppure prendere è un verbo che implica anche un significato estremamente attivo (prendo i soldi e scappo).
Troverei divertente se si scoprisse che la vile sostanza intracellulare, considerata alla stregua di un semplice riempitivo, con una funzione paragonabile a quella delle palline di polistirolo per l’imballaggio, sia in realtà il luogo della coscienza fisiologica… Siamo su questo pianeta per stupirci.

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Da grande farò il gestore delle acque!

People For Planet - Sab, 06/29/2019 - 02:37

Partner della FAO nell’ambito del programma WASAG, e sostenuta anche dal mondo dell’Arte con aste dedicate di Christie’s, la Water Academy SRD è un master online unico nel suo genere, che vanta un comitato scientifico eccellente e offre una specializzazione del tutto particolare a studenti di tutto il mondo, «alcuni dei quali hanno assunto già ruoli di responsabilità nelle istituzioni e nei centri di ricerca dei rispettivi Paesi di origine», spiega Alessandro Leto, direttore di WASRD. «Il progetto è stato lungamente meditato assieme a Giancarlo Olgiati, che lo ha co-fondato con me. L’idea è quella di radicare una nuova cultura dell’acqua, basata su principi di sviluppo sostenibile, ma in modo “olistico”, orizzontale, capace cioè di fondersi nei vari campi disciplinari, fornendo ai nostri studenti una “cassetta degli attrezzi” intellettuale, che li aiuti a comprendere e analizzare l’insieme della realtà, per risolvere problematiche così complesse».

Attivi nell’alta formazione con un master on line in inglese da 60 crediti, realizzato insieme all’Università Internazionale Telematica UniNettuno, WASRD organizza ogni anno anche convegni dedicati a temi specifici riguardanti le risorse idriche, con pubblicazioni scientifiche e progetti multimediali.

La sfida più importante? «Si stima che nel 2050 la popolazione mondiale raggiungerà 9 miliardi di persone, e lo sforzo che il nostro pianeta dovrà sopportare per sfamare tutti sarà sostanzialmente insostenibile, almeno ai ritmi attuali. Se a questo aggiungiamo che circa il 70% dell’acqua dolce disponibile è sfruttata a uso agricolo, allora comprendiamo l’importanza di pratiche irrigue innovative, l’importanza di poter disporre di politiche di contrasto all’abuso, alla dissipazione e alla contaminazione delle acque. Si tratta di una sfida epocale che, assieme alla Fao, che ci ha incluso nella sua task force, portiamo avanti con orgoglio”.

Leto mi parla da Pechino, dove è stato chiamato in questi giorni per contribuire ad affrontare la questione sostenibilità rispetto al progetto della Nuova Via della Seta, all’International Conference on Silk-road Disaster – Risk Reduction and Sustainable Development, organizzato tra gli altri dall’Onu. «Il governo cinese sta dimostrando – anche con questo impegno preso con le Nazioni Unite – un interesse serio e programmatico a rispettare un bene così prezioso per l’umanità: l’ambiente naturale e le sue risorse».

Il master “Water Awareness, Consciousness, Knowledge and Management” è giovane. Giunto quest’anno al suo 2° anno accademico, ha al momento circa 30 iscritti. «Si tratta soprattutto di studenti dall’Africa, dal Vicino e Medio Oriente – continua Leto – tutti molto motivati e impegnati nel fare la differenza all’interno delle loro comunità di appartenenza. Si impegnano per garantire un futuro alle loro società, con dinamismo e grande determinazione, resistendo alla tentazione della migrazione. Molti sono anche gli studenti europei e asiatici interessati alla nostra offerta formativa, attratti dalla consapevolezza che le competenze sui temi ambientali hanno oggi una valenza generale, nelle relazioni internazionali come nelle aziende, nella pubblica amministrazione, o ne i media, nel settore privato come in quello pubblico». Grazie alle aste organizzate da Chritstie’s, tra l’altro, sono previste borse di studio agli studenti più meritevoli.

Basta analizzare i Sustainable Development Goals dell’ONU per capire che qualunque attività antropica ha un impatto diretto o indiretto con, per e sull’acqua. «La rigida verticalizzazione del sapere, negli ultimi decenni, ha sostanzialmente impedito l’osmosi del sapere stesso – conclude Leto – e l’ibridazione delle conoscenze, portando a una difficoltà di dialogo reciproco fra i diversi settori scientifici e di ricerca. L’obiettivo che ci siamo proposti è quello di superare questa impostazione e di rivitalizzare il dialogo orizzontale fra le scienze, consentendo alla ricerca di espandere i propri effetti anche al di fuori degli ambiti in cui nasce. C’è bisogno di una nuova classe dirigente, adeguatamente formata, consapevole dell’importanza dell’acqua in ogni aspetto della nostra vita quotidiana».

Basta analizzare i Sustainable Development Goals dell’ONU per capire che qualunque attività antropica ha un impatto diretto o indiretto con, per e sull’acqua. «La rigida verticalizzazione del sapere, negli ultimi decenni, ha sostanzialmente impedito l’osmosi del sapere stesso – conclude Leto – e l’ibridazione delle conoscenze, portando a una difficoltà di dialogo reciproco fra i diversi settori scientifici e di ricerca. L’obiettivo che ci siamo proposti è quello di superare questa impostazione e di rivitalizzare il dialogo orizzontale fra le scienze, consentendo alla ricerca di espandere i propri effetti anche al di fuori degli ambiti in cui nasce. C’è bisogno di una nuova classe dirigente, adeguatamente formata, consapevole dell’importanza dell’acqua in ogni aspetto della nostra vita quotidiana».

Immagine di copertina: Disegno di Armando Tondo

Il gusto amaro delle nocciole

People For Planet - Ven, 06/28/2019 - 21:30

L’odore si sente prima ancora di entrare: un miscuglio di cacao e nocciole tostate che risveglia ricordi d’infanzia. Dentro il capannone, un macchinario fa scivolare su un nastro pannelli di cialde concave, che vengono riempite una a una di crema di cioccolato. Su un nastro parallelo scorrono altre cialde, su cui sono fatte cadere delle nocciole intere. Il processo è totalmente meccanizzato. Ma a ogni fase due operai controllano che non ci siano sbavature: che la crema di cacao non tracimi, che le nocciole siano della giusta dimensione, che le forme siano perfette. Poi le cialde sono chiuse e i gusci sono inondati da due colate di cioccolato fuso e granella di nocciole. Alla fine del percorso, confezionati nel tipico incarto color oro, compaiono i Ferrero Rocher. […]

Quella della Ferrero è la storia di una famiglia di pasticcieri diventati proprietari di un’azienda che nel 2018 aveva un fatturato di 10,7 miliardi di euro, 94 società e 25 impianti produttivi sparsi in cinque continenti. Un’azienda che, nonostante le dimensioni e le ambizioni crescenti, rimane a gestione familiare: non si quota in borsa e vuole mantenere, per quanto possibile, un profilo basso e una discrezione quasi ossessiva. Rarissime sono le visite allo stabilimento concesse ai giornalisti. All’interno è vietato fare foto. Alcune linee di produzione non sono visitabili. “Gli impianti sono progettati e brevettati da personale interno alla ditta, in modo da impedire al massimo la diffusione di segreti industriali”, sottolinea all’inizio della visita un responsabile della comunicazione. […]

Lavoro e sfruttamento
Oggi si direbbe che la Nutella è un prodotto glocal, capace di mescolare sapientemente il locale con il globale. La fabbrica principale è ad Alba, ma le materie prime con cui la si confeziona vengono da mezzo pianeta: olio di palma dal sudest asiatico (Indonesia e Malesia), cacao dall’Africa occidentale e dall’Ecuador, zucchero da barbabietola europeo e da canna sudamericano. E poi le nocciole. Oggi la richiesta da parte dell’azienda è diventata gigantesca. “Usiamo nocciole che provengono da diverse aree del mondo”, sottolinea Marco Gonçalves, amministratore delegato della Ferrero Hazelnut company, la divisione dedicata alla nocciola. “La nostra politica è diversificare le fonti di approvvigionamento, ma il principale mercato di rifornimento rimane la Turchia”.

Con circa il 70 per cento della produzione mondiale, la Turchia è la leader del mercato. Lungo le rive del mar Nero, a partire dalle zone a poca distanza da Istanbul fino al confine con la Georgia, i noccioleti dominano incontrastati il paesaggio. Sono 700mila ettari, fatti per lo più di appezzamenti di dimensioni ridotte, gestiti da piccoli proprietari che vendono a intermediari, i quali a loro volta rivendono agli esportatori e alle industrie di trasformazione.Continua a leggere su INTERNAZIONALE.IT

Brasile, emergenza febbre dengue: +163% di morti in sei mesi

People For Planet - Ven, 06/28/2019 - 17:00

Dal 30 dicembre all’8 giugno le persone decedute a causa della malattia sono state 366. Alla diffusione del morbo hanno contribuito le pesanti piogge e le temperature sopra la media degli ultimi mesi.

In Brasile continua l’emergenza legata alla febbre dengue, la malattia infettiva tropicale causata dalla zanzara Aedes. Secondo il ministero della Salute locale le morti negli ultimi sei mesi sono aumentate del 163% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. In tutto le persone decedute a causa della malattia dal 30 dicembre all’8 giugno sono state 366. Gli esperti del dicastero brasiliano hanno registrato inoltre un totale di 1,1 milioni di probabili casi di dengue, con un aumento del 561% rispetto ai primi sei mesi del 2018. Già lo scorso maggio lo stato di Minas Gerais aveva dichiarato lo stato di emergenza sanitaria a causa del moltiplicarsi di casi legati alla malattia.

Le condizioni climatiche hanno favorito la diffusione

Il ministero della Salute brasiliano ha spiegato che alla diffusione della malattia hanno contribuito le pesanti piogge e le temperature sopra la media degli ultimi mesi, che hanno permesso la proliferazione delle zanzare. La febbre dengue infatti, come spiega l’Istituto superiore di sanità, viene trasmessa agli esseri umani mediante le punture di questi insetti che hanno, a loro volta, morso precedentemente una persona infetta. 

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EcoFuturo 2019, quarto giorno

People For Planet - Ven, 06/28/2019 - 15:14

Sessione del mattino (Dal dual fuel all’elettrico, l’energia duale)

"DAL DUAL FUEL ALL’ELETTRICO – L’ENERGIA DUALE".Le rottamazioni precoci sono un crimine climatico: come riconvertire ad elettrico o dual-fuel i vecchi motori circolanti (auto, camion, navi).

Pubblicato da EcoFuturo Festival su Venerdì 28 giugno 2019

Sessione del pomeriggio (Risparmiare il mondo)

Ecco la sessione pomeridiana di Ecofuturo Festival da Padova: "RISPARMIARE IL MONDO"Lo spreco energetico vale oltre un quarto del PIL italiano, le risorse finanziarie di questo spreco vanno alle major fossili mondiali e distrugge il clima. Recuperare questa ricchezza, risparmiando il mondo ci promette un futuro di prosperità modera la sessione Maurizio Fauri (Ecofuturo / UniTN)La gestione integrata dei rifiuti – Francesco Girardi (ASA Tivoli)I sistemi di compostaggio a biocelle – Giulio Ferrari (GFambiente)“Coibentare 10 milioni di abitazioni”: una proposta di legge – Emilio MolinariIl polistirolo riciclato per l’edilizia – Mirko Gaggelli (Espansi Tecnici)“Sigilla il tubo” – Fabrizio Piomboni (PEF)Samuele Trento – Autore del libro sulle pompe di caloreGiuseppe De Natale (INGV-Osservatorio Vesuviano)I teleriscaldamenti geotermici – Alessandro Murratzu (Idrogeo)I nuovi contratti di Rendimento Energetico – Stefano Maestrelli (ASL Toscana Nord Ovest)La proposta di legge sul Reddito Energetico – Antonio Salvatore Trevisi (Cons. Reg. Puglia M5S)

Pubblicato da EcoFuturo Festival su Venerdì 28 giugno 2019

Lo sterminio dietro l’abitudine

People For Planet - Ven, 06/28/2019 - 15:00

Il motivo per cui ciascuno di noi – bianchi, europei, che hanno il privilegio di avere gli stermini del ventesimo secolo alle spalle – dovrebbe andare a visitare almeno una volta un campo di concentramento nazi-fascista, o uno dei luoghi che ospitavano i gulag comunisti di epoca sovietica, è per ammirarne le dimensioni. Erano intere città, vaste e fortificate, sorgevano su colline o su larghe pianure come castelli d’altri tempi contornati di capitelli, con un certo stile, mentre all’interno si trituravano silenziosamente persone. A instillare terrore nelle nostre teste tranquille, sedate da decenni privi di guerre nel nostro continente, devono essere le estensioni di queste costruzioni, la loro razionalità e la loro efficienza, che ci costringano finalmente ad abbracciare la verità che anche da lontano condividiamo con i nostri antenati di ogni epoca, ovvero che gli orrori si sono assemblati in passato pietra dopo pietra, nel tempo, adiacenti alle nostre case, con una progressione costante che ha permesso a ciascuno di vivere lo scempio come un’abitudine.

Decenni di film sulla Seconda Guerra Mondiale ci hanno convinti che i regimi oppressivi del passato, che hanno incendiato le strade d’Europa, furono capolavori di geni del male, resi possibili da generazioni di nostri progenitori particolarmente stupidi, inetti o disattenti. La visione di questi campi di sterminio, invece, riporta il discorso sui fatti, che non riescono a mentire: l’orrore ha proliferato quando, consentendo alla mediocrità di assurgere al potere, lo si è reso cronaca, poiché alla comodità della normalità nessun uomo, ovunque nella storia, è riuscito mai ad opporre facilmente il proprio diniego.

Mentre affrontiamo le nostre scialbe routine, aumentando artatamente e costantemente la dimensione reale dei nostri problemi inventandoci vittime di eterne ed impalpabili crisi, milioni di extracomunitari ci passano accanto, lavoratori senza uno straccio di documento. Sono manodopera che non ha diritto neanche ad un ospedale perché priva di un visto o di una assicurazione che copra le spese. Ragazzi e ragazze neanche ventenni tornano a casa in Bielorussia, in Ucraina o in Moldavia, decine di ore di autobus, per farsi curare una appendicite, solo per poter mantenere un impiego al di fuori di ogni regola, assecondando la ridicola richiesta del nostro continente di difendere i confini, preservare le culture, conservare le radici – le ragioni ufficiali sono rimaste le medesime, esse non sono mutate dai tempi di Mauthausen o Kolyma.

Quando il sopruso è cronaca non contano più le dimensioni. I campi diventano allora mastodontiche cittadelle che si tramutano in opere invisibili agli uomini e alle donne. Si passa dunque il caso ai legali che infilandosi in ogni anfratto formale acquietino le nostre coscienze stabilendo – per legge, come fa la Corte Europea dei diritti dell’uomo  – che sostare per giorni in mezzo al mare non è poi così drammatico.

Questi barconi sono già finiti tra le cianfrusaglie dei banali argomenti utili a un breve scambio di parole. Come per i campi di concentramento, le dimensioni di questa macchina tritacarne è impressionante, pervasiva. Tra qualche decennio altri e nuovi visitatori dei lager dovranno far rotta a sud, triangolando sulle mappe del Mediterraneo. Cercheranno una spiegazione plausibile a questa decisione apparentemente lucida di disfarsi di corpi, di visi, di storie, ammassarli come mondezza. Anche loro si chiederanno come sia stato possibile che ciò avvenisse in un torpore etico così diffuso. Forse anche loro, peccando di presunzione o inesperienza, immagineranno che le generazioni precedenti fossero particolarmente vulnerabili o più ignoranti delle successive. Anche a loro verranno offerti film e documentari del passato, anche loro avranno le pellicole d’epoca per immaginare che tutto il male avvenuto era sospeso in un tempo diverso, strano.

L’incantesimo durerà sempre fino al giorno in cui si mette piede in un campo di concentramento vero. A Theresienstadt. O sulla Sea Watch 3. Dovunque piacerà loro.

In copertina: Pianta del complesso di Theresienstadt – Fonte Wikipedia

Rifiuti tecnologici, cresce il riciclo in Italia: cosa fare quando si butta via uno smartphone

People For Planet - Ven, 06/28/2019 - 12:15

Il report annuale del Consorzio Remedia: nel 2018 gestite in totale 310mila tonnellate di rifiuti di apparecchiature elettroniche, il 34 per cento in più rispetto al 2017. Il direttore generale Bonato: «Ma per arrivare ai livelli europei serve cambiare la cultura delle persone»

RAEE, aumenta il riciclo in Italia

Cosa farsene di un Pc o uno smartphone mezzo rotto? Solo un terzo degli italiani sa la risposta. Così risulta a Remedia, uno dei Consorzi più attivi nello smaltimento e riciclo dei Raee, i rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche. Che hanno un forte impatto ambientale ed economico se non gestiti nel modo corretto. La situazione, però, migliora di anno in anno: la raccolta nel 2018 in Italia nel 2018 è stata pari a 310.610 tonnellate. di cui quasi 125 tonnellate sono state smaltite da Remedia, che si conferma leader del settore. Nel suo report annuale aggiunge di aver registrato un incremento del 36 per cento rispetto al 2017, segnale che qualcosa sta cambiando. «La sensibilità sta crescendo — ci spiega il Direttore Generale Danilo Bonato — e c’è quindi più propensione per gestire in modo differenziato questo tipo di rifiuti». Non abbastanza però. È un tema culturale che va cambiato». In Italia siamo al 40% circa di tasso di raccolta di Raee. Ancora lontani dall’obiettivo del 65% imposto dall’Ue. Cosa fare, dunque, quando ci si ritrova in casa un elettrodomestico rotto, uno smartphone danneggiato, un Pc da buttare?

I contenitori nei punti vendita

Seguiamo dunque il percorso corretto che uno smartphone rotto dovrebbe fare per essere smaltito e per entrare nell’economia circolare che permette il riciclo dei suoi componenti. Il primo gesto è recarsi presso un punto vendita della distribuzione di prodotti elettronici. In ognuno di questi negozi è presente un contenitore per la raccolta di RAEE. Il servizio è oggi obbligatorio e per il consumatore molto semplice da utilizzare. Non c’è bisogno di firmare nessun modulo, né di fornire nessun dato. Esistono due tipologie di contenitori: 1contro1 (ovvero quelli che, alla riconsegna, permettono di avere uno sconto sull’acquisto di un nuovo dispositivo) e 1contro0 (semplicemente si inserisce il prodotto da buttare senza nessun vincolo). «A noi risulta che solo un terzo degli italiani sa dell’esistenza di questi contenitori — aggiunge Bonato — Un terzo è poco, tenendo conto che un nucleo domestico di ¾ componenti compra almeno 20 apparecchi elettronici in un anno. E sono sempre più in crescita. Dovrebbero essere informati che la riconsegna è per il benessere di tutti».

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