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Assicurazioni sui crediti: le banche stravolgono anche le leggi macroeconomiche

People For Planet - Lun, 09/24/2018 - 02:44

Le piccole imprese, lo ripeto da anni, sono “l’agnellino più sacrificato sull’altare del profitto delle banche”.
Una delle ultime fregature si chiama «assicurazione contro i rischi dei crediti commerciali», un business alternativo per le banche che rivoluziona anche le leggi macroeconomiche.
L’invenzione geniale è piazzare alle piccole imprese affidate (cui sono stati o devono essere concessi finanziamenti), «anche se morose per difficoltà temporanea o addirittura in conclamata crisi» (“come è umano lei!” avrebbe detto Fantozzi), una polizza contro i rischi che le stesse hanno nei confronti dei loro clienti.
Spieghiamo con un esempio concreto il meccanismo diabolico.
La Vesuvio srl è una piccola impresa che produce borse in pelle per il mercato locale. Fornisce soprattutto negozianti di scarpe e di articoli di pelletteria che, con la crisi ormai imperante dal 2008, difficilmente sono puntuali nei pagamenti. Alcuni sono proprio morosi. Per cautelarsi contro il rischio di insolvenza, la Vesuvio, nel momento in cui i clienti (anche nuovi) fanno degli ordini, stipula una polizza – sotto suggerimento della banca – con una compagnia assicurativa che garantisce il credito e che restituisce alla Srl, in caso di insolvenza, quanto pattuito con il proprio cliente.
«Di solito tra l’80/90 per cento dell’importo della fattura», recita la circolare di un primario istituto di credito.
E fin qui nulla di strano; anzi consigliabile.
Ma assicurare i crediti commerciali conviene?
Il costo di queste assicurazioni, estremamente specialistiche e offerte da pochi dealers sul mercato, è molto alto ed è rapportato soprattutto al fatturato del fornitore, in questo caso della Vesuvio, e a certi parametri dei singoli clienti di quest’ultima.
“Mediamente per un’azienda con 10 milioni di fatturato il costo di una polizza assicurativa per i crediti commerciali si aggira intorno ai 42.000 euro. Una cifra esorbitante, da pagare subito in un’unica soluzione al momento della stipula del contratto», mi racconta un bancario whistleblower mostrandomi i dati. Un business che le banche non hanno intenzione di farsi sfuggire. L’istituto semplicemente «collocando», cioè vendendo il prodotto di una compagnia di assicurazione, guadagna il 24 per cento: nel caso della Vesuvio «10.000 euro tondi tondi».
E l’impresa che dipende dalla banca (per i fidi ottenuti) non può dire di no!
La cosa che, infine, mi fa inorridire, leggendo la circolare, è che «la durata della polizza è annuale con rinnovo automatico (sussiste sempre la possibilità di disdetta a scadenza)». Avete capito bene. Rinnovo automatico. E chi tra i clienti affidati darebbe una disdetta?
Nessuno. Le aziende che la stipulano sono sotto ricatto della banca: chiunque avrebbe paura di innescare una reazione a catena ritorsiva che porterebbe fino alla richiesta di rimborso immediato dei soldi prestati per un qualche imprecisato motivo. Questo i manager lo sanno benissimo, tanto che la possibilità di disdetta la riportano tra parentesi, quasi fosse un’informazione marginale.
Inoltre, non è rinegoziabile: un salasso continuo per svariati anni e con un solo sforzo di vendita, quello dei primi dodici mesi», prosegue la gola profonda.
Un altro aspetto che mi salta agli occhi leggendo la brochure di questa grande banca è la didascalia che specifica: «L’assicurazione dei crediti è una risposta concreta alle imprese che desiderano tutelarsi dal rischio di mancato pagamento dei propri clienti e, al tempo stesso, è un utile strumento per le aziende che ambiscono a sviluppare il proprio fatturato».
Chi conosce il mondo bancario sa che si tratta di un paradosso alquanto ridicolo visto che gli istituti con questo ultimo escamotage riusciranno a salassare doppiamente le varie «Vesuvio srl». Oltre all’esosa polizza, ci sono gli interessi applicati sul fido per anticipo fatture ovvero i ricavi ottenuti prestando all’impresa quegli stessi soldi assicurati. L’azienda, infatti, in attesa che il cliente paghi, ha comunque le spese correnti da sostenere quotidianamente e per farlo si deve far anticipare il denaro dalla banca. E ancora, altro paradosso, l’istituto trae profitto con interessi, commissioni e quant’altro su un rischio (e il fido lo è) che non è più tale perché annullato da una polizza assicurativa venduta dalla stessa banca, che ci guadagna il 24 per cento.
«Fare banca», infatti, normalmente significa attenersi a un’equazione macroeconomica basilare: più rischio, più guadagno; meno rischio, meno guadagno.
«Normalmente», appunto, perché anche in questo caso gli istituti sono riusciti a infrangere le leggi dell’economia e a trovare la formula per loro più conveniente: meno rischio e più guadagno. Tanto paga sempre la piccola impresa.

Un kalashnikov alla portata di tutti

People For Planet - Lun, 09/24/2018 - 02:08

Il 14 settembre scorso è entrato in vigore il decreto legislativo n. 104, pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 202 dello scorso 8 settembre 2018, che modifica le norme sul possesso di un’arma e dei relativi permessi. Una volta tanto siamo in anticipo perché l’Italia è stato uno dei primi Paesi a dare attuazione alla direttiva europea 853/2017.

Cosa cambia rispetto alla legislazione precedente?

Intanto raddoppiano – da 6 a 12 – le armi sportive detenibili e aumentano i colpi consentiti nei caricatori: da 5 a 10 per le armi lunghe e da 15 a 20 per le corte.

Si riduce invece la durata della licenza del porto d’armi per la caccia o per uso sportivo: da 6 a 5 anni.

Non è più obbligatorio avvisare i propri conviventi del possesso di armi.

In compenso per potere possedere carabine semiautomatiche di aspetto militare bisogna essere iscritti a un poligono affiliato al CONI o a una federazione sportiva. In pratica, se volete comperare un kalashnikov dovete dimostrare che lo fate in modo “sportivo”, non che volete sterminare i vicini di casa.

E anche se non sembra, questa è una restrizione, in quanto prima del decreto le carabine semiautomatiche di “aspetto” (solo di aspetto) militare potevano essere possedute liberamente. Ma è anche vero che è stata estesa la categoria dei tiratori sportivi, quindi uno pari, palla al centro, di tiro, ovviamente.

Certo che siamo stati proprio bravi perché in questo caso la direttiva europea – la tanto criticata Europa – è stata attuata nella maniera più ampia possibile.

In un’intervista a Repubblica, Pierluigi Biatta, presidente dell’osservatorio permanente sulle armi leggere di Brescia, insinua  che “le modifiche introdotte rispondano alle pressioni della lobby delle armi”. Ma si tratta di un chiaro caso di complottismo anche se è vero che in Italia ci sono 1.300 punti vendita al dettaglio di armi e munizioni e più di 400 associazioni sportive dilettantistiche e tiri a volo per un volume d’affari di oltre 100 milioni di euro.

E in questi giorni si discute in Parlamento una proposta dalla Lega per modificare la legge sulla legittima difesa che prevede l’eliminazione del principio di proporzionalità tra offesa e difesa. In altre parole, come si legge nella proposta di modifica dell’art. 52 codice penale a firma del leghista Massimiliano Romeo, si presume sempre che vi sia  “legittima difesa per gli atti diretti a respingere l’ingresso, mediante effrazione, di sconosciuti in un’abitazione privata ovvero presso un’attività commerciale professionale o imprenditoriale con violenza o minaccia di uso di armi”.

John Wayne in confronto è una mammoletta.

 

Anche la plastica senza BPA è dannosa per la salute

People For Planet - Dom, 09/23/2018 - 03:34

Secondo uno studio della Washington State University, anche la plastica con bisfenoli sostitutivi avrebbe conseguenze sulla salute umana, interferendo sul sistema endocrino con gravi effetti sulla fertilità.

Gli effetti causati da questo tipo di plastica potrebbero persistere per circa 3 generazioni.

Anche la plastica prodotta con bisfenoli sostitutivi causa anormalità cromosomiche simili a quelle emerse 20 anni fa negli studi sul BPA. È questa la conferma shock che arriva da uno studio della Washington State University che ha analizzato gli effetti sulla salute umana delle alternative alla plastica a base di Bisfenolo A, o BPA, un composto organico fondamentale nella sintesi di alcune materie plastiche, sospettato di essere dannoso per la natura umana già negli Anni 30.

Venti anni fa, infatti, gli studiosi avevano scoperto casualmente che il BPA presente nelle gabbie che ospitavano i topi femmina in laboratorio aveva causato un aumento delle uova cromosomicamente anormali. Ora lo stesso team riferisce che i bisfenoli utilizzati in alternativa al BPA sembrano causare problemi simili sui topi. La scoperta è stata possibile perché i ricercatori hanno notato un cambiamento nei dati provenienti dagli studi sugli animali di controllo che, esposti ai bisfenoli sostitutivi, hanno iniziato ad avere problemi nella produzione di uova e di sperma. Una volta controllata la contaminazione, i ricercatori hanno condotto ulteriori studi per testare gli effetti di diversi bisfenoli sostitutivi, dai quali è arrivata poi la conferma su quanto sospettato.

Ciò che è allarmante è che si tratta di effetti che potrebbero riguardare anche le persone esposte a questo tipo di plastica. Stando a quanto affermato dai ricercatori, così come è stato dimostrato nel caso del BPA, queste problematiche si ripercuoteranno sulle generazioni future andando a interferire con la linea germinale e anche se venissero eliminati completamente i contaminanti del bisfenolo, gli effetti continuerebbero a persistere per circa tre generazioni. Patricia Hunt, della Washington State University, pensa che sarebbero necessari approfondimenti nella ricerca per capire se alcuni bisfenoli siano più sicuri di altri, osservando che ci sono dozzine di tali sostanze chimiche attualmente in uso; Hunt sospetta anche che altre sostanze chimiche ampiamente utilizzate, tra cui parabeni, ftalati e ritardanti di fiamma, possano interferire con il sistema endocrino e avere effetti avversi sulla fertilità, sostanze per le quali sarebbe opportuno approfondirne le conseguenze.

>> Continua a leggere su: www.rinnovabili.it

Vuoi pubblicare il tuo libro? (Prima parte)

People For Planet - Dom, 09/23/2018 - 02:31
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La stupefacente aragosta stupefatta

People For Planet - Dom, 09/23/2018 - 02:24

Nel Maine il Charlotte’s Legendary Lobster Pound, ristorante gestito da Charlotte Gill, utilizza le proprietà rilassanti e stupefacenti della marijuana per ridurre le sofferenze delle aragoste che, come si sa, vengono cotte in acqua bollente o al vapore da vive.
Charlotte ha scoperto che il fumo di cannabis stordisce le aragoste, rendendole più mansuete e diminuendone la sensibilità. Quando iniziano a cantare “No woman, no cry” di Bob Marley sono fatte al punto giusto.
Se dobbiamo portare via una vita, abbiamo la responsabilità di farlo nel modo più umano possibile”, ha dichiarato la titolare al giornale locale Mount Desert Islander. Nel Maine la cannabis è legale e Charlotte ha ottenuto una regolare licenza per la coltivazione a uso medico.

Prima che acquistiate un biglietto aereo per il Maine segnaliamo che l’affumicatura a base di canapa rende la carne un po’ più saporita ma non ha effetti sul consumatore, purtroppo.
Il THC si decompone completamente intorno ai 150 gradi, eliminando completamente qualsiasi rischio“, spiega Charlotte Gill. E’ comunque possibile per i clienti decidere se far sedare o meno l’aragosta prima di mangiarla.

La sofferenza delle aragoste è una questione che viene presa molto seriamente. Uno studio del 2013, pubblicato sul Journal of Experimental Biology, ha rivelato che i movimenti delle aragoste immerse vive nell’acqua bollente non sono riflessi automatici ma una vera e propria reazione al dolore. In Italia, una sentenza del 2017 della Cassazione ha condannato per maltrattamenti sugli animali un ristoratore di Campi Bisenzio, Firenze, perché teneva le aragoste sul ghiaccio con le chele legate.
La Svizzera invece ha proprio vietato completamente la cottura delle aragoste da vive, dal primo marzo 2018.

L’iniziativa del Charlotte’s Legendary Lobster Pound ha raccolto molti apprezzamenti, anche se qualcuno la ritiene uno spreco. No, non di aragoste…

Perché c’è chi non crede al cambiamento climatico?

People For Planet - Sab, 09/22/2018 - 03:26

Gli studi sono moltissimi, le prove schiaccianti, gli scien­ziati concordi e le conseguen­ze già visibili. Eppure, molte persone nel mondo ritengono che il cambiamento climatico sia un’invenzio­ne, o perlomeno che si tratti di un evento non imminente e tutto sommato meno pericoloso di quanto non indichino i dati. Per questo, da tempo psicologi so­ciali, scienziati cognitivi e neuroecono­misti si interrogano su quali siano le ra­gioni del negazionismo climatico.

Trappola cognitiva. La risposta si trova nel funzionamento del cervello. «Per attivare il nostro sistema di allar­me, non basta che uno stimolo sia perce­pito come generalmente negativo, deve anche costituire un pericolo», spiega Si­mona Sacchi, psicologa sociale dell’Uni­versità Milano Bicocca, che lavora sulla perce­zione del cambiamento climatico. «Per questo rispondiamo prontamente alle minacce intenzionali, che sono sentite come imminenti e capaci di attaccare la nostra incolumità fisica, o anche quelle di natura morale e sociale, i cui effetti si ripercuotono sul buon funzionamento della società.»

>> Continua a leggere su: www.focus.it

Petrini a Terra Madre: “Difendiamo il suolo e i nostri borghi”

People For Planet - Sab, 09/22/2018 - 03:10

Si è aperta giovedì al Lingotto di Torino la ventiseiesima edizione di Terra Madre Salone del Gusto, e Carlo Petrini, il fondatore del movimento Slow Food, ha rilanciato il tema della difesa del suolo nel suo discorso: “In Italia va ripresa in mano la legge di tutela del suolo, che giace in Parlamento da quattro anni”. Petrini ha ricordato anche l’importanza dell’agricoltura e dei contadini come custodi del territorio, attività per la quale dovrebbero essere incentivati.

Altro tema è l’abbandono delle aree rurali, lo spopolamento che mette a rischio la sopravvivenza del nostro stesso modello enogastronomico. Ha ricordato Petrini: “Nei nostri borghi di montagna non esistono più botteghe, non ci sono luoghi dove acquistare i prodotti del territorio. La politica che lavora con Amazon e Alibaba dimostri di sapere anche promuovere i negozi polifunzionali e i servizi alle comunità, perché il made in Italy ha senso se noi per primi lo consumiamo e lo paghiamo al prezzo giusto”.

Tra gli altri temi, una punta di orgoglio: “Ventidue anni fa, quando abbiamo iniziato questa avventura, la sensibilità sulle tematiche del cibo non era assolutamente paragonabile a quella di oggi. Ricordo anzi che in apertura della prima edizione del Salone del Gusto dissi ‘il giorno in cui il cibo avrà la stessa attenzione della moda forse potremo dire che abbiamo risolto un problema di dignità e valorialità’. Oggi ci siamo arrivati, anche se l’approccio mediatico alla gastronomia non rende giustizia del percorso intrapreso in questi due decenni”. I dibattiti e gli eventi di Terra Madre Salone del Gusto, con ospiti provenienti da tutto il mondo, proseguiranno fino al 24 settembre.

Se vieni a lavorare in bici ti pago

People For Planet - Ven, 09/21/2018 - 04:43

Le esperienze si moltiplicano e i risultati sono ottimi.

In Francia la sperimentazione è partita nel 2015 grazie a Ségolène Royal, allora ministro dell’Ecologia, e prevedeva un rimborso di 25 centesimi di euro a chilometro per quei lavoratori che decidevano di andare al lavoro in bicicletta lasciando l’auto in garage.
L’azienda paga il lavoratore e l’importo poi viene detratto dalle imposte a carico dell’azienda stessa.
La sperimentazione, che per ora riguarda solo le aziende private ed è su base facoltativa, è andata così bene che alcuni parlamentari hanno chiesto all’attuale ministro dei Trasporti francese, Elisabeth Borne, di renderla obbligatoria per tutte le aziende.
A coloro che si preoccupavano del costo economico del provvedimento, i deputati e le ONG promotori hanno presentato un dossier che dimostra come l’onere per le aziende e lo Stato sia inferiore rispetto al risparmio sanitario che si otterrebbe con l’aumento dell’uso della bicicletta.

Il primo Paese a pensare e applicare una “indennità chilometrica” è stato il Belgio, già dal 1999. Oggi se ne avvale quasi il 10% della popolazione, oltre 400 mila persone che nel solo 2015 hanno percorso 420 milioni di chilometri sulle due ruote. E ogni anno i numeri crescono.
Anche in Lussemburgo viene premiato chi va a lavorare in sella alla bici. In molte aziende bici hanno sostituito l’auto anche come mezzo aziendale.

In Italia l’iniziativa per promuovere l’uso della bicicletta per gli spostamenti è in linea di massima lasciata ai privati. E il caso di Coop che “converte” ogni chilometro in bici percorso dai clienti in 10 mega di traffico telefonico, mentre per i dipendenti è previsto un bonus in busta paga.
A Bologna è di recente attuazione il progetto Bella Mossa che prevede sconti e buoni spesa per chi sceglie i mezzi pubblici o la bicicletta per i propri spostamenti e che è rivolta sia a privati sia ad aziende che vogliano coinvolgere i dipendenti.

Sbaraglia tutti però l’agenzia pubblicitaria Make Collective, in Nuova Zelanda, che ha deciso di pagare i propri dipendenti 5 dollari al giorno se decidono di andare a lavorare in bici, cifra che raddoppia dopo sei mesi di costante pedalare.
C’è da farsi un bel gruzzolo anche senza tener conto di quanto si guadagna in salute. Certo, la Nuova Zelanda è un po’ lontana, però ci sono chilometri e chilometri di piste ciclabili!

Fonti:

https://www.terranuova.it/News/Ambiente/Francia-soldi-a-chi-va-al-lavoro-in-bici
https://www.lifegate.it/persone/news/tre-paesi-europei-lavoro-bici
https://www.coopvoce.it/web/portale/servizio-vivibici
https://www.bellamossa.it/page/about
https://www.greenme.it/muoversi/bici/26910-bici-lavoro-pagamento

 

People For Planet aderisce alla campagna We Welcome All

People For Planet - Ven, 09/21/2018 - 02:59

Immigrati di qualsiasi nazione, persone di qualsiasi razza, qualsiasi religione, qui sono tutti benvenuti!
Anche People For Planet aderisce alla campagna #wewelcomeall (Diamo il benvenuto a tutti).
Scarica i volantini, stampali e appendili a casa, in ufficio, in palestra, condividi l’immagine sui tuoi social.
Di seguito tutti i formati:

Per Web

Formato A4

Formato A3

Negozi aperti o chiusi la domenica e nei giorni festivi?

People For Planet - Ven, 09/21/2018 - 02:13

Lanciato su Facebook la scorsa settimana, il sondaggio “Negozi aperti la domenica e nei giorni festivi: favorevoli o contrari?” di People for Planet ha fatto registrare un 44% di opinioni favorevoli e un 56% di opinioni contrarie. La maggior parte dei partecipanti al sondaggio preferisce quindi che di domenica le serrande degli esercizi commerciali rimangano abbassate, rispetto a chi vorrebbe continuare a  fare acquisti 7 giorni su 7. Ma la vittoria degli uni sugli altri è tutt’altro che schiacciante, e lascia intravedere un Paese a metà.

Rivedere le liberalizzazioni Monti

Il M5S e la Lega in campagna elettorale avevano fatto della promessa di chiusura dei negozi di domenica e nei giorni festivi un cavallo di battaglia e ora hanno deciso di passare ai fatti. Cosa accadrà è però ancora presto per saperlo: l’iter per rivedere le liberalizzazioni delle aperture delle attività commerciali introdotte dal governo Monti dal 2012 è infatti iniziato alla Camera dei deputati in  Commissione Attività produttive solo un paio di settimane fa attraverso la presentazione di una proposta di legge della Lega. “Abbiamo iniziato l’iter per rivedere le assurde liberalizzazioni del Governo Monti sugli orari di apertura degli esercizi commerciali – ha scritto su Facebook lo scorso 6 settembre Barbara Saltamartini, Presidente della Commissione -. Cambiamo rotta per non penalizzare più i piccoli commercianti e le botteghe storiche, e ridare a lavoratori e famiglie la libertà della domenica. Dalle parole ai fatti senza perdere tempo! Questo è il #Governodelcambiamento
#lega  #MatteoSalvini“.

La nuova proposta di legge

La proposta di legge è di iniziativa di 14 deputati tra cui la stessa Saltamartini. “La presente proposta di legge – recita il testo – si prefigge di modificare la normativa vigente in materia di orari di apertura e di chiusura degli esercizi commerciali ripristinando l’obbligo di chiusura domenicale e festiva degli stessi”. Con alcune eccezioni, ovvero per “le domeniche del mese di dicembre, nonché ulteriori quattro domeniche o festività nel corso degli altri mesi dell’anno” in cui i negozi potranno rimanere aperti, e per gli esercizi commerciali ubicati in località turistiche, di montagna o balneari, per i quali l’orario di apertura e chiusura non è soggetto ad alcun obbligo. Per il resto, di domenica serrande giù.

Vantaggio per i consumatori

“Il vantaggio di tale revisione – si legge nella proposta di legge – ricadrebbe anche sui consumatori che, pian piano, riscoprirebbero il piacere di riappropriarsi di alcuni valori all’interno del contesto sociale in cui vivono come, ad esempio, quello di trascorrere le festività in famiglia o di impiegare il proprio tempo libero passeggiando all’aria aperta o nei piccoli centri”.

Cosa dicono i commercianti

Come riporta l’Ansa il Presidente di Federdistribuzione (l’associazione che raggruppa centri commerciali e ipermercati) Domenico Gradara afferma che “con lo stop all’apertura domenicale si potrebbero perdere decine di migliaia di posti di lavoro” poiché “la domenica è il secondo giorno della settimana per fatturato“, spesso con un valore doppio rispetto a un giorno feriale. La proposta sulla chiusura dei negozi la domenica all’esame del Parlamento sarebbe quindi un “passo indietro”. Confesercenti (che associa 60 associazioni che rappresentano piccole e medie imprese di ogni settore economico di interesse nazionale) scrive in una nota che “le liberalizzazioni delle aperture delle attività commerciali, introdotte dal governo Monti a partire dal primo gennaio 2012, avrebbero dovuto dare una spinta ai consumi grazie all’aumento delle opportunità di acquisto per i consumatori”, ma che quest’ultimo “non sembra essersi trasformato in acquisti reali: nel 2017 le vendite del commercio al dettaglio sono state inferiori di oltre 5 miliardi di euro ai livelli del 2011, ultimo anno prima della liberalizzazione. È importante, a questo punto, arrivare ad una revisione dell’attuale regime con una norma condivisa e sostenibile. Noi non chiediamo di stare chiusi sempre, ma di restare aperti solo quando e dove necessario, come ad esempio nelle località turistiche”.

A Milano la bicicletta rivela-smog

People For Planet - Gio, 09/20/2018 - 02:20

Il 17 settembre l’artista tedesco Martin Nothhelfer ha attraversato Milano in sella alla sua altissima bicicletta, dotata di un congegno che emette bolle di sapone dove l’aria è pulita oppure fumo dove è sporca. Quando indossa il suo ingombrante costume da nuvola, Nothhelfer è il Wolkenradler (“ciclista-nuvola”).
Invitato nella Pianura Padana dall’Associazione Cittadini per l’aria Onlus, Martin è partito dall’Arco della Pace, è entrato nel Parco Sempione e poi è uscito vicino al traffico dalle parti di piazza Lega Lombarda. La reazione immediata della bicicletta alle variazioni nella qualità dell’aria ha permesso di notare immediatamente la notevole differenza di concentrazione delle sostanze inquinanti a distanza di pochi metri. E il fumo ci ricorda che dobbiamo spingere la politica ad adottare le soluzioni necessarie per salvaguardare la salute dei cittadini e le loro stesse vite. A Milano si stimano 600 morti all’anno – uno ogni 15 ore – per colpa del solo biossido di azoto (NO2), ed è Milano la città italiana con più morti da particolato sottile (PM2,5).
L’Italia in generale ha il triste primato europeo di morti per inquinamento. Queste sostanze, insieme al PM10, sono responsabili anche di serie patologie all’apparato respiratorio e cardio-circolatorio; e di conseguenza causano milioni di euro spese pubbliche per il Servizio Sanitario Nazionale, essendo correlate anche all’insorgenza di gravi tumori.
Il progetto “Pretty Bloody Simple” ha un sito ufficiale e un account Instagram.

Le foto sono di Adele Grotti

Le Ricette di Angela Labellarte: involtini d’autunno

People For Planet - Gio, 09/20/2018 - 02:11

Ingredienti per 6 involtini

Pasta fillo: 6 fogli
Formaggio Feta: 200 gr
Fichi: 5 (4 per la ricetta e 1 per la decorazione)
Menta tritata: 1 cucchiaino + qualche fogliolina per la decorazione
Olio EVO: q.b.

Preparazione
Sbucciare i fichi e mescolarli con la feta sbriciolata grossolanamente. Aggiungere la menta tritata.
Piegare un foglio di pasta fillo in 4 e disporre il ripieno su un lato. Ripiegare le estremità e formare un involtino.
Disporre gli involtini su una teglia da forno e spennellarli con olio Evo. Informare a 200°per 12 minuti.
Disporre su un piatto di portata e decorare con fichi e qualche fogliolina di menta.
Servire caldi.

Ph. Angela Prati

Vino, cioccolato e caffè sono in via di estinzione?

People For Planet - Gio, 09/20/2018 - 00:26

Gli esperti (britannici) hanno recentemente stimato che il caffè potrebbe essere estinto già nel 2080 se non si interviene drasticamente” scrive Lifegate.
Secondo uno studio dell’International Center for Tropical Agriculture l’estrema volatilità delle temperature nei principali Paesi produttori di cacao rischia di far diminuire notevolmente la produzione entro il 2030.” scrive IlSole24Ore.

Dovremo dire addio a caffè e cioccolato? Secondo diversi studi parrebbe di sì, e anche il vino sarebbe a rischio: “La produzione di vino nei prossimi 50 anni potrebbe arrivare a ridursi fino all’85% dei volumi attuali a causa dell’innalzamento delle temperature nelle principali regioni produttive.”
E così per fragole, ciliegie, pesche, albicocche e prugne, frutti molto delicati che richiedono temperature costanti, un’esigenza sempre più difficile da soddisfare.

Il problema più preoccupante riguarda soia, mais, riso e grano, “il 51% delle calorie introdotte a livello mondiale e il cui consumo è previsto in aumento del 33% entro il 2050”.
A causa dei cambiamenti climatici, solo per la soia, è previsto un calo di produzione del 40% entro il 2100.

Le banane sono invece a rischio a causa di una patologia che sta colpendo le piantagioni di tutto il mondo, la Malattia di Panama, che sta progredendo ormai da decenni.

A rischio anche i salmoni, che fanno a fatica a riprodursi a causa dell’innalzamento delle temperature dell’acqua, e lo sciroppo d’acero, altra specie a rischio a causa dell’innalzamento globale delle temperature.

Massima attenzione, a livello mondiale, sul miele, uno degli alimenti più antichi dell’umanità, nonché un vero e proprio medicamento naturale.
Siccità, pesticidi, inquinamento, stanno decimando le popolazioni di api: nel 2017, secondo i dati forniti dagli apicoltori italiani dell’Unaapi, hanno causato un calo della produzione di miele dell’80%.

Fonti:

https://www.lifegate.it/persone/news/10-dei-nostri-cibi-preferiti-potrebbero-sparire-pochi-anni
http://www.infodata.ilsole24ore.com/2018/03/14/la-mappa-sulla-sicurezza-alimentare-12-cibi-rischio-estinzione/?refresh_ce=1
https://www.thesun.co.uk/living/1730928/coffee-chocolate-bananas-and-7-other-of-your-favourite-foods-that-could-be-extinct-soon/

Immagine di copertina: fotomontaggio di Armando Tondo

Trieste, un’illusione ottica per combattere gli incidenti stradali

People For Planet - Mer, 09/19/2018 - 02:30

Come combattere gli incidenti stradali? Con un’illusione ottica. Nel mondo si sta diffondendo l’uso di strisce pedonali 3D che spingono gli automobilisti a frenare per quello che l’occhio individua come un ostacolo.

Le strisce pedonali 3D sono comparse anche a Trieste, in via Marchesetti, probabilmente realizzate da un cittadino, in un punto della strada particolarmente critico per i pedoni, che nel 2016 fu luogo di un terribile incidente.

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Sardegna: Ichnusa riporta il vuoto a “buon” rendere

People For Planet - Mer, 09/19/2018 - 02:16

Entrando in molti bar della Sardegna è comune notare un usanza. A differenza di molte altre regioni e dei paesi nordici in cui aumentano sempre più i consumi individuali di piccoli formati, qui la birra è ancora prevalentemente un rito di offerta e condivisione collettiva legato ad un particolare standard, quello da 66 centilitri. Non è solo la condivisione però a differenziare i consumatori sardi da quelli “del continente”, così come vengono definiti sull’isola.
La Sardegna ha infatti un consumo procapite di birra annuo di circa 61,7 litri, circa 20 litri sotto la media europea ma due volte la media nazionale, e ha sempre vantato un aspetto virtuoso legato alla bevanda di malto che purtroppo negli ultimi anni è andato perdendosi in favore delle leggi di mercato, ovvero il vuoto a rendere.

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Stretta della Francia sull’obsolescenza programmata

People For Planet - Mer, 09/19/2018 - 02:04

A partire dall’1 gennaio del 2020 in Francia ogni prodotto tecnologico dovrà esibire un’etichetta che riporti l’indice di riparabilità. L’obsolescenza programmata ha i giorni contati.

Tutto si può dire dei francesi tranne che non sappiano fare le rivoluzioni e che non abbiano una particolare predilezione per il mese di luglio.

La rivoluzione francese contro l’obsolescenza programmata ha infatti inizio l’1 luglio 2016, quando è entrato in vigore il reato di obsolescenza programmata, con pene fino a due anni di reclusione per l’amministratore delegato dell’azienda condannata e multa di 300mila euro, estendibile al 5% del fatturato generato nel Paese.

L’emendamento, voluto dalla commissione speciale per l’energia, è stato approvato a meno di un anno dalla proposta. Una decisione rapida e indolore, che ha come obiettivi l’allungamento dei cicli di vita degli oggetti di uso quotidiano e una maggiore trasparenza a favore dei consumatori. L’etichetta obbligatoria riporterà l’indice di riparabilità del prodotto calcolato in base a dieci parametri: ciò permetterà non soltanto acquisti più consapevoli ma riutilizzi più agevolati degli oggetti, a vantaggio di ambiente e tasche dei cittadini.

Un’indagine francese condotta da ADAME (Agenzia per l’ambiente e la gestione dell’energia) ha rilevato che l’88% dei francesi sostituisce il proprio telefono cellulare non perché inutilizzabile, ma perché “vecchio”. Per ogni utente che cambia il proprio telefonino ogni quattro anni anziché ogni due il risparmio ambientale è di 37 kg di gas serra in meno nell’atmosfera.

Certo, facile fare le rivoluzioni in Francia, dove ci sono un Ministro per la Transizione Ecologica e Solidale, Brune Poirson; il FREC (Feuille de route économie circulaire), un piano di governo francese, pubblicato a maggio, a favore dell’economia circolare; associazioni come HOP (Halte à l’Obsolescenze Programmée, letteralmente “stop all’obsolescenza programmata”) che affiancano la magistratura nelle inchieste contro addirittura le multinazionali del mondo digitale; big del mercato digitale come Fnac-Darty, piattaforma e-commerce di prodotti di elettronica, che nonostante sia terza per grandezza nel mercato francese, e con centinaia di negozi fisici sparsi sul territorio, ha introdotto l’etichetta di riparabilità già a partire da quest’anno, con due anni di anticipo rispetto all’entrata in vigore dell’obbligo per legge.

Quanto sta facendo la Francia è un chiaro esempio di come – pur con le difficoltà legate all’uscita da una crisi che ha colpito tutti e da cui è ancora difficile affrancarsi – un mercato sostenibile è concretamente possibile. È pratica comune di questi tempi demonizzare il mercato. Il suo pregio dovrebbe essere quello di funzionare in modo naturale e permettere a ciascuno di guadagnare quanto qualcun altro è disposto a dargli. Ciò nonostante, a torto o a ragione, si imputa al mercato ciò che forse ha più a che vedere con l’egoismo umano. Di più: si imputa al mercato storture e difetti che sono propri dei consumatori.

Si può vietare la plastica usa e getta, per altro indispensabile in certi ambiti, come quello medico, si possono introdurre veicoli sempre meno inquinanti, si può regolamentare l’utilizzo delle risorse. Se però il consumatore prende l’auto per fare quattrocento metri, tenendo il motore a 6mila giri e il condizionatore a 18° a settembre, è evidente che il problema non è il fantomatico mercato, ma l’individuo, il consumatore.

Egli gioca un ruolo fondamentale, anche nella partita contro l’obsolescenza programmata. In linea teorica il consumatore può già farsi una stima della vita utile del prodotto che intende acquistare. Nel caso di un cellulare, ad esempio, la durata della batteria, le plastiche e il MTTF dell’elettronica sono dati che informano sulla durata oltre che sulla qualità del prodotto. Ma quanti prestano attenzione alla scheda del prodotto? Quanti sono in grado di leggere tali dati? Un’etichettatura comprensibile e valida per tutti è indubbiamente il primo passo verso una società di individui consapevoli.

L’obsolescenza programmata risale all’invenzione della lampadina, ed è un concetto quasi banale, che il consumatore accetta come qualcosa di naturale, di ovvio, specie in relazione a oggetti che hanno a che fare con l’informatica e la tecnologia. Dell’obsolescenza programmata di alcuni oggetti non si fa nemmeno più caso: lo spazzolino elettrico a cui non si può sostituire la batteria, il frullatore da cucina, dove occorre spaccare la plastica per riparare o sostituire il motore elettrico, perché non ci sono viti, eccetera. Per evitare di circondarsi di 300mila intercambiabili, di cui non si ha nemmeno conoscenza, è necessario affinare la coscienza.

 

Photo credit: www.dailygreen.it

Sharing Economy: la Condivisione diventa totale

People For Planet - Mar, 09/18/2018 - 03:57

Condividere è bellissimo, etico e molto conveniente!
Stiamo parlando dell’Economia Collaborativa che secondo uno studio di PwC, una società internazionale di servizio alle imprese, è un mercato che nella sola Europa vale 28 miliardi di euro e che è destinato a crescere: si stima un valore di 570 miliardi di euro entro il 2025.

La faranno da padroni, sempre secondo questo studio, i sistemi di condivisione dei trasporti che potranno arrivare a coprire il 40% del mercato: car sharing, bike sharing, ecc.

La diffusione degli smartphone, l’accesso sempre più diffuso alla rete Web e la creazione e la diffusione delle applicazioni specifiche permettono già da subito di condividere qualsiasi prodotto o servizio che si presti a questo fine. Ognuno può scambiare beni o servizi con qualcun’altro per un tempo limitato e questa possibilità ha aperto molte prospettive per investimenti e nuovi posti di lavoro.
Si può mettere a disposizione la casa, la piattaforma Airbnb ne è l’esempio più famoso. Si può condividere il cibo e si può condividere pure la gestione della spazzatura.

Una delle novità di questi ultimi anni è costituita dalla possibilità di condividere gli strumenti di lavoro. Serve un trattore Lamborghini 1050 con braccio decespugliatore? Oppure un carrello elevatore laterale o molto più semplicemente un tosaerba?
Toolssharing.com è il sito – con relativa app – che risponde proprio a queste esigenze: pensato non solo per chi ha bisogno per qualche ora o qualche giorno di un particolare attrezzo ma, come nella filosofia dello sharing, anche per chi ha questi utensili e vuole che siano usati con maggior frequenza (e ammortizzarne anche in parte il costo di acquisto).
Per esempio: una motosega costa 28 euro al giorno che diventano 20 al giorno se viene tenuta due giorni e 15 per un mese.
Per ogni macchinario il sito offre le caratteristiche tecniche, a quali utilizzi è destinato e quali dispositivi di protezione richiede. La meticolosità è tale che si può leggere che la motosega serve per tagliare i rami degli alberi!

Insomma, si può condividere molto, basta un po’ di fantasia, la voglia di collaborare e una app; e a vedere i numeri la Sharing Economy è anche estremamente conveniente.

Fonti:
https://www.insidemarketing.it/sharing-economy-in-italia-prospettive-2025/
https://www.pwc.co.uk/issues/megatrends/collisions/sharingeconomy/future-of-the-sharing-economy-in-europe-2016.html
https://toolssharing.com/

Immagini copertina e gallery: fotomontaggi di Armando Tondo

Una persona su 9 nel mondo è denutrita

People For Planet - Mar, 09/18/2018 - 02:33

La preoccupante notizia arriva dal rapporto The State of Food Security and Nutrition in the World 2018 pubblicato lo scorso 11 settembre dalla FAOFood and Agriculture Organization (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e Agricoltura).

Eventi climatici estremi e variabilità delle condizioni meteo sono tra i maggiori responsabili del trend in negativo registrato negli ultimi anni. I dati riportati nel rapporto ONU sulla sicurezza alimentare della fame nel mondo non sono per nulla incoraggianti: tra il 2016 e il 2017 in numero di persone denutrite è aumentato di 6 milioni, arrivando complessivamente a contare 821 milioni di persone. Un trend in crescita per il terzo anno consecutivo.

“Il principale dato emerso quest’anno è che, in effetti, la fame a livello mondiale sta aumentando per il terzo anno consecutivo” dichiara Cindy Holleman, economista senior presso ESA Divisione Economia Agricola e dello Sviluppo della FAO . “E questo è molto preoccupante perché in pratica ci riporta ai livelli di fame di quasi un decennio fa. Quindi è una situazione abbastanza allarmante” continua l’esperta.

Un miraggio lontano ci sembra l’Obiettivo 2 previsto nell’Agenda 2030: porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile e paradossale è la situazione attuale se si pensa che, in alcune parti del globo, ci si trova quotidianamente a lottare contro il problema opposto: l’obesità, anche in Italia.

Mentre ogni giorno si cerca di sensibilizzare milioni di persone verso una dieta equilibrata, altrettanti milioni non hanno cibo a sufficienza e, non soddisfatti, sappiamo con certezza che ogni giorno vengono letteralmente buttati nella spazzatura chili cibo ancora commestibile (vedi infografica sullo spreco alimentare in Italia).

I cambiamenti climatici sono responsabili della fame nel mondo.
Lo studio mette in evidenza come il danno inferto dai cambiamenti climatici alla sicurezza alimentare riguarda tutti i parametri possibili: dalla disponibilità di cibo alla possibilità di accedervi, fino alla stabilità delle risorse.

Tifoni, uragani, siccità… L’instabilità climatica, accompagnata da temperature anomale in continuo aumento, ha come conseguenza la difficoltà di assicurare raccolti regolari e sufficienti e quindi, per gli agricoltori, di provvedere al proprio sostentamento. Inoltre, nei Paesi dipendenti dalla produzione agricola, queste incertezze si sono manifestate anche nei prezzi alimentari che, aumentando esponenzialmente, hanno creato dirette ripercussioni sul reddito familiare e l’impossibilità di provvedere a un equilibrato sostentamento. Con le categorie vulnerabili in prima linea.

Quali sono i paesi più colpiti? Sud America e Africa registrano una situazione particolarmente grave e in continuo peggioramento, mentre gran parte del continente asiatico si sta risollevando da una situazione precedentemente al pari dei Paesi sopracitati, registrando un trend positivo negli ultimi anni.