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“Del Carcere”: una testimonianza per ricordare “cosa vogliamo che sia”

People For Planet - Lun, 04/20/2020 - 18:56

C’è un mondo dimenticato, parallelo al nostro: quello di chi si trova a vivere una parte della propria vita all’interno di un carcere. Su People for Planet cerchiamo di fare in modo che “chi è da questa parte” non se ne dimentichi.
Per questo motivo oggi pubblichiamo con piacere quanto raccontato sulla propria pagina Facebook da Gianpaolo Concari, Consulente per gli Enti no-profit, con diverse esperienze di volontario in varie organizzazioni non profit

Sono stato in carcere in Romania nel 2001

Esattamente nella sezione femminile del carcere di Timisoara.
Come visitatore, che credevate?

Con un gruppo di volontari in quegli anni seguivo abbastanza assiduamente un’associazione che portava aiuti alle famiglie povere tra Timisoara e Lugoj e quell’anno, grazie alla conoscenza di un religioso, entrammo a portare dei pacchi preparati per le donne detenute.
Contenevano generi per l’igiene personale che potevano loro servire.

Di quella visita mi ricordo diverse cose
  • l’odore della candeggina usata per lavare i pavimenti;
  • le porte con le sbarre che si chiudevano dietro di noi e poi si aprivano davanti a noi;
  • le luci al neon;
  • le fotografie che ho fatto di quell’incontro: non sapevo se fotografare le donne in viso. Avevo timore di far loro del male, anche se poi si tratta di fotografie che non ho mai divulgato. Le ho prese tutte di spalle.
    In quegli anni fotografavo ancora con la pellicola.

Dopo lo scambio di saluti formale, avvenuto in una sala riunioni, avevamo spiegato perché fossimo andati lì e cosa avrebbero trovato nei pacchetti che avevamo distribuito.
Furono contente di averci incontrato e soprattutto di ciò che portammo.

Il commiato

Il momento più importante fu il saluto che ci scambiammo all’uscita. Il commiato.
Fu come quando due squadre di pallavolo si salutano all’inizio delle partite: le due squadre scorrono l’una verso l’altra e ci si scambia una stretta di mano.
Una per una le salutammo tutte.

Non era una stretta di mano qualsiasi

Forse mi sono fatto io un “film” inesistente ma il toccarle era come se quelle mani dicessero “questa è una stretta di mano di una persona che sta fuori, di un uomo. Mi deve bastare fino al prossimo incontro, che non so quando sarà”.
L’ho capito perché quel darsi la mano era più persistente di una normale stretta di mano, come se lo staccarsi significasse “ma come? devi già andare via?”.
Era la richiesta di un contatto fisico con il “mondo fuori”.

Le carceri: Italia, oggi

Sono rimasto molto turbato dalle rivolte scoppiate nelle carceri, colpito dalla contemporaneità delle rivolte e dal numero di vittime che ci sono state (12 secondo i titoli che ho consultato per scrivere questo post), per le quali la causa ufficiale è stata “abuso di sostanze stupefacenti”.

Poi, dopo i giorni di marzo in cui tutto questo è avvenuto, dal mainstream delle notizie è sparito tutto o quasi.

Ci ha pensato con coraggio e, credo, con molte difficoltà Maria Elena Scandaliato che è riuscita a incontrare alcuni parenti dei detenuti che riportano una situazione preoccupante di pestaggi e di condizioni degradanti a cui sono stati sottoposti i detenuti.

Non si tratta delle uniche testimonianze: anche le associazioni che normalmente operano in carcere coi detenuti hanno raccolto diversi dossier consegnati alla magistratura.

C’è poi il capitolo della polizia penitenziaria: anche loro non se la passano bene.
Sotto organico da sempre in carceri troppo affollate senza dispositivi di protezione in un ambiente per forza di cose promiscuo che il virus può trasformare in un luogo letale per tutti.

«Cosa vogliamo che sia?»

L’interrogativo è sempre lo stesso: cosa vogliamo che sia il carcere?
È la domanda che si poneva Cesare Beccaria, credo.
Pare che ancora non sia stata trovata una soluzione.

Maria Elena Scandaliato è la giornalista che ha avuto il coraggio di indagare su di una vicenda veramente assai poco trasparente avvenuta alcune settimane fa in Italia.

Ricordiamoci che al di qua e al di là delle sbarre ci sono persone e che il carcere dovrebbe avere la duplice funzione di reprimere e rieducare i condannati per restituirli alla Società.

Poi se vogliamo che sia un luogo in cui rinchiudere chi “non vogliamo vedere” allora è questione diversa.

Ricordiamoci che al di qua e al di là delle sbarre ci sono persone.

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Foto di Ichigo121212

Come il Vietnam sta vincendo il coronavirus

People For Planet - Lun, 04/20/2020 - 17:40
Il coronavirus in Vietnam

Il Vietnam, paese confinante con la Cina, è il 15° paese più popoloso del mondo con 97 milioni di persone.

Secondo il Ministero della Salute (MoH) ci sono stati finora circa 300 casi confermati di Covid-19, con circa 150 ricoverati o dimessi dagli ospedali e nessun decesso.

Il “modello Vietnam”

L’esperienza del Vietnam è indicata come un modello di risposta efficace alla pandemia per tutte le nazioni povere (e non solo) da testate asiatiche come Inquirer o The Diplomat, da grandi giornali come il Financial Times e da organismi internazionali come il World Economic Forum o l’Australian Strategic Policy Institute. Tutti sottolineano come, concentrandosi sulla valutazione precoce del rischio, sull’efficace comunicazione e sulla cooperazione governo-cittadino, anche un paese con risorse insufficienti e un sistema sanitario precario possa gestire efficacemente la pandemia.

Sebbene abbia risorse molto più limitate, alcune caratteristiche chiave della risposta del Vietnam alla crisi sanitaria sono simili ad altre risposte dimostratesi finora efficaci in altri paesi asiatici come ad esempio la Corea del Sud. Secondo gli osservatori internazionali le caratteristiche del “modello vietnamita” si possono sintetizzare così:

Azione precoce

Avendo sperimentato la SARS1, l’influenza aviaria e altre recenti epidemie, il Vietnam ha agito in anticipo e in modo proattivo in risposta alla minaccia Covid-19. Quando a metà dicembre 2019 erano stati rilevati solo 27 casi nella città di Wuhan, il ministero della salute del Vietnam ha pubblicato linee guida per la prevenzione, tra cui un attento monitoraggio delle aree di confine e misure igieniche per prevenire l’infezione tra la popolazione.

Quando la Cina ha confermato ufficialmente il primo decesso a causa del nuovo coronavirus l’11 gennaio, il Vietnam ha rapidamente rafforzato i controlli sanitari in tutti i confini e negli aeroporti. La temperatura corporea dei visitatori veniva controllata all’arrivo; chiunque avesse sintomi, come tosse, febbre, dolore toracico o difficoltà respiratorie, veniva rapidamente isolato per i test e rigorosamente monitorato presso le strutture mediche, mentre i contatti recenti venivano tracciati per un’azione di follow-up.

Sono seguite altre misure, tra cui la chiusura delle scuole, il razionamento delle maschere chirurgiche per destinarle prioritariamente al personale sanitario, l’annullamento di alcuni voli e la limitazione dell’ingresso alla maggior parte degli stranieri. Questi passaggi sono stati imposti in modo flessibile, in base all’evolversi degli eventi, anziché come misure generali e generalizzate.

Quarantena selettiva

Il Vietnam è stato il primo paese dopo la Cina a “sigillare” una vasta area residenziale. Dopo che erano stati riscontrati dei casi tra lavoratori di ritorno da Wuhan, ha imposto una quarantena di 21 giorni a febbraio in una parte della provincia di Vinh Phuc, a nord di Hanoi, dove vivono più di 10.000 persone, da dove provenivano molti dei lavoratori. Altri 2 comuni sono stati dichiarati zona rossa dopo che erano stati visitati da un turista britannico rivelatosi positivo al virus. Dopo che più di una dozzina di persone, collegate all’ospedale Bach Mai di Hanoi, sono risultate positive, le autorità hanno rintracciato i contatti, consigliato a più di 10.000 persone che erano in ospedale nei giorni precedenti di sottoporsi al test e creato una zona rossa in un villaggio rurale vicino per 14 giorni.

Test efficaci a costi contenuti

Il Vietnam ha sviluppato nel giro di un mese un kit di test rapido, efficiente ed economico. Molti paesi hanno mostrato interesse per il kit che utilizza una tecnica approvata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il rapido sviluppo del kit è stato consentito dall’intenso lavoro di un gruppo di scienziati coordinati dal ministero della scienza e della tecnologia.

L’approccio diverso rispetto alla Corea del Sud

Anziché test di massa, la chiave di risposta adottata dalla più ricca Corea del Sud, il Vietnam si è concentrato su test selettivi: isolamento degli infetti e rintracciamento dei loro contatti “primari” (diretti) e “secondari” (di livello successivo) al fine di testare quelli che potevano avere più probabilità di avere contratto il virus.

Mobilitazione sociale

Sono stati mobilitati studenti di medicina, medici in pensione e infermieri. Secondo Tran Dac Phu, consulente senior del Centro operativo di emergenza del Vietnam, “Dobbiamo mobilitare tutta la società al meglio delle nostre capacità per combattere l’epidemia insieme, ed è importante trovare i casi in anticipo e isolarli”.

Informazione capillare

Il governo ha chiesto a tutti i cittadini di indicare le proprie condizioni sanitarie online e di aggiornarle periodicamente attraverso un’app che consente agli utenti di inviare anche informazioni sugli spostamenti; conoscere luoghi in cui sono stati recentemente rilevati nuovi casi e ottenere informazioni pratiche aggiornate.

Il portale online del MoH pubblicizza immediatamente ogni nuovo caso a tutti i principali punti di informazione e al pubblico in generale, con dettagli tra cui posizione, modalità di infezione e azioni intraprese. Le informazioni vengono trasmesse dalla televisione, tramite i social media ed inviati messaggi a tutti i telefoni cellulari.

L’aiuto del Vietnam agli altri paesi

Il Vietnam sta seguendo l’esempio di Cuba nel dimostrare solidarietà nei confronti di altri paesi di fronte alla minaccia Covid-19.

Tra l’altro il Vietnam ha anche donato indumenti protettivi, maschere mediche, apparecchiature e kit di collaudo alla Cambogia e al Laos e kit di test all’Indonesia.

Gli anziani morti per coronavirus non sono 2.724. Probabilmente sono ben oltre gli 8mila

People For Planet - Lun, 04/20/2020 - 17:00
Diamo i numeri (e non sono confortanti) People For Planet

I medici morti in Lombardia sono 75* su 131* (v. nota in fondo)

I decessi per coronavirus accertati al 17 aprile sono stati il 52% del totale dei morti in Italia.

Terapia intensiva: Italia 2.812, Lombardia 971, cioè il 30,9% del totale. 

Casi totali contagi 172,434 in tutta Italia, 64.135 in Lombardia, il 33%.

Cioè la Lombardia è messa veramente male!

Ma a quanto pare la reazione delle autorità regionali, di alcuni sindaci, autorità varie e di una parte notevole dei media è quella di nascondere la gravità della situazione in Italia e in particolare in Lombardia. Forse c’è una lobby interessata a riaprire tutto il prima possibile (e chi se ne frega se ci sarà un’altra carneficina).

Pare che in Lombardia la situazione sia più grave che dalle altre parti perché non si sono fermati tutti, anzi molti hanno continuato a lavorare e questo spiegherebbe il maggior numero di contagi…

Perché…???

Perché il numero degli anziani morti (come vedremo tra poco) viene dato in modo incomprensibile?

E perché la Lombardia ha fatto lo stesso numero di tamponi del Veneto avendo il doppio degli abitanti? E perché in Lombardia a molti con sintomi evidenti di coronavirus i tamponi non vengono fatti? 

Perché NESSUNO ha finora pubblicato il numero dei medici morti in Lombardia ma solo il dato nazionale?

Il calcolo dei decessi in tutta Italia viene fatto in modo assurdo, non conteggiano gran parte di quelli che muoiono senza che venga fatto loro il tampone! Prova ne sia che il numero ufficiale della protezione Civile non tiene conto dei dati Istat sulla differenza tra i decessi medi degli ultimi anni e i decessi dall’inizio dell’epidemia (ma si può?!?).

Peraltro (incredibile!!!) l’Istat non ha dato il numero globale ma solo il numero dei 1.689 comuni dove l’aumento è stato superiore al 20% (). escludendo così centinaia di comuni con mortalità inferiore… In ogni caso questi 1.689 comuni hanno avuto mediamente un aumento dei morti del 102% passando 20.454 decessi tra il 1 marzo e il 4 aprile del 2019 a 41.329 nello stesso periodo del 2020, con un aumento di 20.875 morti 

Invece il numero dei decessi comunicati dalla Protezione Civile il 4 aprile era 15.362.

Cioè inferiore per più di 5mila decessi. Ma quanti sarebbero le morti in più se aggiungessimo l’aumento dei morti nel resto dei più di 8mila comuni italiani che hanno avuto un aumento inferiore al 20%? È stata scelta una soglia molto alta… Per nascondere la reale gravità della situazione?

Comunque la scelta di calcolare in modo parziale i decessi e di comunicare i dati in modo confuso ha fatto sì che i media, a partire dall’agenzia Ansa, non ci hanno capito un cavolo e hanno titolato che l’aumento della percentuale dei morti era stata del 20%, invece, come abbiamo detto era del 102% e il 20% era riferito alla soglia di aumento come criterio per selezionare i comuni da conteggiare. P A Z Z E S C O ! ! !

Per fortuna l’articolo di You Trend % chiarisce il peloso malinteso!

L’assurdo aritmetico non è finito

Ragionando sui numeri ufficiali e su come vengono addolciti di molto dai media, si scopre un’altra magagna clamorosa: il sistema Italia è talmente lontano dall’essere digitalizzato che è impossibile sapere il numero totale degli anziani nelle case di riposo e neanche il numero dei decessi nelle case di riposo. Graziano Onder (Iss Istituto Superiore Sanità) confessa che c’è soltanto una stima grossolana: potrebbero essere 280mila i ricoverati… del numero dei ricoverati morti in realtà non sa che dire: ha i numeri di soltanto 4 ospizi su 10!!! Incredibile!!! Stiamo parlando dell’Istituto Superiore di Sanità non del salumiere di Brandizzo o della casalinga di Voghera!!!

Vorrei che tu meditassi per 5 secondi sulla situazione italiana con una Sanità che per decenni ha ingurgitato miliardi e che non riesce a sapere neanche quanta gente è ricoverata negli ospizi e quanti di questi sono morti nell’ultimo mese!!!!!!!!!!!!!!!

Comunque in questa situazione, che sarebbe comica se non ci fossero più di 22 mila morti, ragionando su come vengono raccontati i numeri si scoprono altri gioielli aritmetici!

Il 17 aprile, citando la conferenza stampa di Graziano Onder dell’Iss (Istituto Superiore Sanità) del 15 aprile, La Repubblica titolava: «I numeri dell’Iss: “Settemila morti nelle Rsa da febbraio, il 40 per cento per coronavirus”». Centinaia di siti internet hanno pubblicato gli stessi numeri. Peccato che, facendo due conti sui dati offerti dall’articolo, si scopra che il titolo comunica una notizia falsa!!! 

Innanzi tutto vorrei notare che è curioso un titolo così intorcicato che va contro tutte le regole del giornalismo in quanto se il lettore vuole sapere QUANTI ANZIANI SONO MORTI con sospetto di coronavirus deve fare lui il calcolo di quanto è il 40% di 7mila. E si sa che alla maggioranza degli italiani le percentuali non le sono capite fin da piccoli. E inoltre l’80% dei lettori non legge una riga più del titolo. 

Leggendo il resto del testo scopriamo che nelle case di riposo italiane sono decedute 6.773 persone, di questi decessi il 40% sono decessi sospetti di Coronavirus, cioè 2.724 (realmente accertati con test solo 364; agli altri non hanno fatto neppure il tampone ma avevano sintomi compatibili con il Coronavirus)… 

Ma questo dato (2.724) non è il vero conteggio dei morti perché Onder, illustrando la relazione dell’Iss, spiega molto bene (e l’articolo di Repubblica lo cita perfettamente) che non esistono dati su tutti i centri anziani, hanno mandato delle lettere con un questionario ma su 3420 case di riposo censite hanno risposto solo 1082; cioè poco più del 30% delle Rsa ha risposto, quindi il dato dei 2.724 decessi, se rappresentasse la media nazionale dovrebbe essere solo il 30% del totale… Anche perché è probabile che se una casa di riposo, in un momento come questo NON risponde a un questionario dell’Istituto Superiore di Sanità, sta sabotando la lotta al coronavirus (è alto tradimento di fronte al nemico virulente cavolo bestia!!!) quindi sospetto che non siano quelle con il minor numero di decessi… 

Ma andiamo avanti in questa passeggiata nell’orrore aritmetico: se 2.724 decessi sono poco più del 30% quanti sono i morti nel 100% degli ospizi? 

Dobbiamo fare un piccolo calcolo aritmetico per capire che i morti reali in tutta Italia potrebbero essere almeno 9 mila! (E se nel video parlo di 8mila è perché abbiamo preferito dare un dato arrotondato per difetto).

Per la Lombardia vale lo stesso discorso: In Lombardia i decessi nelle case di riposo sono stati 3.045, l’Iss dice che quelli deceduti per sospetto coronavirus sono il 53,4%, cioè 1.625 decessi per coronavirus. Ma anche qui parliamo solo del 38% delle strutture,  quelle che hanno risposto al questionario, cioè 266 su 700!! Quindi gli anziani deceduti potrebbero essere molti di più, e superare il numero di 4mila.

I medici deceduti in Lombardia

*E per finire arriviamo al numero di medici morti in Italia e in particolare in Lombardia dove sono concentrati più della metà delle morti. Anche qui i dati sono leggermente confusi. Il numero dei medici deceduti, citato da tutti i media ogni giorno, è quello fornito dall’Ordine dei medici e odontoiatri  (FNOMCeO). Ma non si tratta, come abbiamo creduto tutti dei medici morti mentre svolgevano eroicamente la loro professione, ma del numero complessivo dei medici deceduti per Coronavirus, che fossero o no in attività, compresi alcuni ultranovantenni che supponiamo non esercitassero. Molti dei morti erano pensionati ma non è dato di sapere se fanno parte di quei pensionati che hanno risposto alla chiamata di emergenza nel momento di massima crisi. Abbiamo poi faticato parecchio a ricostruire la provenienza dei defunti perché la lista ufficiale non sempre precisa dove il medico lavorava e chissà perché, cercando a lungo in rete, abbiamo scoperto che il numero dei medici morti in Lombardia non ha interessato nessuno!

La lista dei medici deceduti, aggiornata al 17 aprile, dà 131 decessi dei quali 75 in Lombardia; ma attenzione di questi 75 ben 10 avevano più di 79 anni o comunque non erano in attività. Supponiamo che la percentuale per il resto d’Italia non sia molto distante, non siamo riusciti a calcolarlo perché per troppi manca la data di nascita. Ecco la lista dei medici deceduti in Lombardia.

  • 1.        Roberto Stella 22 07 1952 † 11 03 2020
    Presidente dell’Ordine dei Medici di Varese, Responsabile Area Strategica Formazione FNOMCeO, Presidente nazionale della SNAMID – Varese
  • 2.        Giuseppe Lanati 24 08 1946 † 12 03 2020
    Pneumologo – Como
  • 3.        Giuseppe Borghi 19 01 1956 † 13 03 2020
    Medico di Medicina Generale – Lodi
  • 4.        Raffaele Giura 23 10 1940 † 13 03 2020
    Ex primario del reparto di Pneumologia Como     79 ANNI
  • 5.        Carlo Zavaritt 23 02 1940 † 13 03 2020
    Pediatra e neuropsichiatra infantile – Bergamo     80 ANNI
  • 6.        Gino Fasoli 09 12 1946 † 14 03 2020
  • Medico di medicina generale già in pensione richiamato per l’emergenza Covid-19 – Brescia
  • 7.        Luigi Frusciante 13 02 1949 † 15 03 2020
    Medico di Medicina Generale – Como
  • 8.        Mario Giovita 27 04 1954 † 16 03 2020
    Medico di Medicina Generale – Bergamo
  • 9.        Luigi Ablondi 05 02 1954 † 16 03 2020
    Epidemiologo, ex direttore generale dell’Ospedale di Crema – Cremona
  • 10.     Franco Galli 28 03 1954 † 17 03 2020
    Medico di Medicina Generale – Mantova
  • 11.     Ivano Vezzulli 27 12 1958 † 17 03 2020
    Medico di Medicina Generale e medico dello sport – Lodi
  • 12.     Marcello Natali 13 09 1963 † 18 03 2020
    Medico di Medicina Generale, segretario della Federazione dei medici di Medicina generale di Lodi – Lodi
  • 13.     Antonino Buttafuoco 14 06 1953 † 18 03 2020
    Medico di Medicina Generale – Bergamo
  • 14.     Andrea Carli 02 05 1950 † 19 03 2020
    Medico di Medicina Generale – Lodi
  • 15.     Bruna Galavotti 03 04 1933 † 19 03 2020 (data segnalazione)
    Psichiatra, Decana dell’Associazione Donne Medico di Bergamo – Bergamo      87 ANNI
  • 16.     Piero Lucarelli 14 01 1946 † 19 03 2020 (data segnalazione)
    Anestesista – Bergamo
  • 17.     Vincenzo Leone 23 01 1955 † 21 03 2020
    Medico di medicina generale, vicepresidente SNAMI – Bergamo
  • 18.     Leonardo Marchi 01 01 1956 † 21 03 2020
    Medico infettivologo, direttore sanitario Casa di Cura San Camillo – Cremona
  • 19.     Rosario Lupo 02 10 1955 † 23 03 2020
    Medico legale, dirigente del Centro Medico Legale INPS di Bergamo – Bergamo
  • 20.     Domenico De Gilio 09 11 1953 † 19 03 2020
    Medico di medicina generale – Lecco
  • 21.     Ivan Mauri 30 09 1950 † 24 03 2020
    Medico di medicina generale – Lecco
  • 22.     Vincenza Amato 22 05 1954 † 24 03 2020
    Dirigente Medico Responsabile U.O.S. Igiene Sanità Pubblica del Dipartimento di Igiene e Prevenzione Sanitaria – Bergamo
  • 23.     Gabriele Lombardi 20 08 1951 † 18 03 2020
    Odontoiatra – Brescia
  • 24.     Mario Calonghi 14 03 1965 † 22 03 2020
    Odontoiatra – Brescia
  • 25.     Marino Chiodi 30 05 1949 † 22 03 2020
    Oculista – Bergamo
  • 26.     Carlo Alberto Passera 20 05 1957 † 25 03 2020
    Medico di medicina generale – Bergamo
  • 27.     Francesco De Francesco 09 03 1938 † 23 03 2020
    Pensionato, già medico ospedaliero, scultore e pittore – Bergamo     NON PRATICAVA
  • 28.     Flavio Roncoli 08 05 1930 † 03 2020
    Pensionato – Bergamo     90 ANNI
  • 29.     Benedetto Comotti 06 05 1945 † 26 03 2020
    Ematologo – Bergamo
  • 30.     Anna Maria Focarete 22 06 1950 † 27 03 2020
    Consigliere Provinciale FIMMG, Presidente SIMG e già consigliere dell’Ordine Prov. dei Medici – Lecco
  • 31.     Giulio Calvi 19 10 1947 † 26 03 2020
    Medico di medicina generale – Bergamo
  • 32.     Rosario Vittorio Gentile 26 06 1952 † 22 03 2020
    Medico di medicina generale, specialista in allergologia ed ematologia – Cremona
  • 33.     Aurelio Maria Comelli 12 11 1950 † 28 03 2020 (data segnalazione)*
    Cardiologo – Bergamo
  • 34.     Michele Lauriola 09 01 1953 † 28 03 2020 (data segnalazione)*
    Medico di medicina generale – Bergamo
  • 35.     Francesco De Alberti † 28 03 2020
    Ex presidente OMCeO Lecco – Lecco
  • 36.     Roberto Mario Lovotti 11 11 1950 † 28 03 2020
    Medico di medicina generale – Milano
  • 37.     Domenico Bardelli 06 08 1944 † 20 03 2020
    Odontoiatra – Lodi
  • 38.     Giovanni Francesconi 11 06 1929 † 30 03 2020 (data segnalazione)*
    Medico di medicina generale – Brescia      89 ANNI
  • 39.     Guido Riva 09 06 1941 † 30 03 2020 (data segnalazione)*
    Medico di medicina generale – Bergamo
  • 40.     Norman Jones 01 06 1947 † 27 03 2020
    Cardiologo, ex primario della cardiologia del centro di riabilitazione “Trabattoni-Ronzoni” di Seregno – Como
  • 41.     Marino Signori † 01 04 2020 (data segnalazione)*
    Medico del lavoro – Lecco
  • 42.     Gianpaolo Sbardolini † 26 03 2020
    Medico di medicina generale – Palazzolo sull’Oglio – Brescia
  • 43.     Marcello Cifola † 01 04 2020 (data segnalazione)*
    Otorinolaringoiatra – Bergamo
  • 44.     Gennaro Annarumma † 03 04 2020 (data segnalazione)*
    Neurologo? – Brescia
  • 45.     Francesco Consigliere † 03 04 2020 (data segnalazione)*
    Medico legale e docente universitario – Brescia
  • 46.     Riccardo Paris † 03 04 2020 (data segnalazione)*
    Cardiologo – Bergamo
  • 47.     Italo Nosari † 03 04 2020 (data segnalazione)*
    Diabetologo – Bergamo
  • 48.     Gianroberto Monti † 21 03 2020
    Odontoiatra – Monza
  • 49.     Luciano Riva † 28 03 2020
    Pediatra, ex primario all’Ospedale di Desio – Monza e Brianza   92 ANNI
  • 50.     Federico Vertemati † 31 03 2020
    Medico di medicina generale – Bernareggio – Monza e Brianza
  • 51.     Gianbattista Bertolasi † 02 04 2020
    Medico di medicina generale – Castelleone – Cremona
  • 52.     Silvio Lussana † 13 03 2020
    Medico internista, ex primario medicina – Bergamo    86 ANNI
  • 53.     Vincenzo Emmi † 04 04 2020
    Rianimatore – Pavia
  • 54.     Adelina Alvino De Martino † 30 03 2020
    Cardiologa in pensione, ex primario – Milano   94 ANNI
  • 55.     Orlandini Giancarlo † 06 04 2020 (data segnalazione)*
    Medico – Bergamo
  • 56.     Ravasio Luigi † 06 04 2020 (data segnalazione)*
    Medico – Bergamo
  • 57.     Antonio Pouchè † 31 03 2020*
    Ex professore – Brescia
  • 58.     Mario Ronchi † 20 03 2020
    Odontoiatra – Gessate – Milano
  • 59.     Marzio Carlo Zennaro † 08 04 2020
    Medico di medicina generale – San Donato Milanese – Milano
  • 60.     Tahsin Khrisat † 19 03 2020
    Medico di medicina generale – Brescia
  • 61.     Mario Rossi † 09 04 2020 (data segnalazione)*
    Medico di medicina generale – Bergamo
  • 62.     Massimo Bosio † 01 04 2020 
    Medico di medicina generale – Orzinuovi – Brescia
  • 63.     Gianfranco D’Ambrosio † 30 03 2020
    Ginecologo e medico di medicina generale – Cologno monzese – Milano
  • 64.     Fabio Rubino † 13 04 2020
    Terapista del dolore e palliativista – Morbegno – Sondrio
  • 65.     Giovanni Stagnati † 22 03 2020
    Odontoiatra – Sondrio
  • 66.     Domenico Fatica † 13 04 2020
    Odontoiatria – Milano
  • 67.     Patrizia Longo † 13 04 2020
    Medico di medicina generale – Voghera – Pavia
  • 68.     Enrico Boggio † 07 04 2020
    Odontoiatra – Gallarate – Varese
  • 69.     Eugenio Malachia Brianza † 08 04 2020
    Medico del Sert – Lozza – Varese
  • 70.     Elisabetta Mangiarini † 15 04 2020 (data segnalazione)*
    Medico di medicina generale – Cazzago San Martino – Varese
  • 71.     Arrigo Moglia † 15 04 2020
    Neurologo – Pavia
  • 72.     Alberto Omo † 04 04 2020
    Direttore sanitario casa di riposo – Castelverde – Cremona
  • 73.     Giancarlo Buccheri † 07 aprile 2020
    Medico antroposofo – Milano
  • 74.     Pietro Bellini † 21 03 2020
    Medico di medicina generale – Bergamo
  • 75.     Eugenio Inglese † 21 03 2020
    Ex primario di Medicina nucleare – Pavia

Morto Gene Deitch, la “matita” di Tom e Jerry e Braccio di Ferro

People For Planet - Lun, 04/20/2020 - 16:52

Dopo la recente perdita di René Goscinny, il papà di Asterix e Obelix,  anche Gene Deitch ci ha lasciato, all’età di 95 anni, per un improvviso malore. Non si conoscono maggiori dettagli rispetto alla causa, ma, da quanto rilasciato alla stampa dai familiari, il decesso non sembrerebbe essere collegato al Coronavirus.

Eugene Merril Deitch, detto Gene, disegnatore e animatore originario di Chicago, classe 1924, iniziò a lavorare nel campo dell’illustrazione artistica e tecnica nel 1942, appena dopo aver conseguito il diploma alla Los Angeles High School. Tra le sue prime mansioni i progetti di aerei per la North American Aviation e le copertine per la rivista musicale “The Record Changer”. Nel 1950 Deitch entrò nello studio d’animazione United Productions of America e successivamente fece parte dello staff di animatori di Terrytoons.

Nel 1959, per motivi lavorativi, si recò a Praga con la prospettiva di soggiornare nella città per soli 10 giorni, ma si innamorò di Zdenka Deitchová, sua futura moglie l’anno seguente, facendo così della capitale cecoslovacca la sua città per tutta la vita, fino alla morte.

Per 50 anni Gene ha accompagnato intere generazioni con centinaia di cortometraggi e con la regia di cartoni animati, tra cui Braccio di Ferro (conosciuto anche come Popeye), Tom & Jerry, Krazy Kat e Nudnik, l’impacciato che combina solo disastri protagonista di 12 cortometraggi prodotti da Paramount tra il 1965 e il 1967.

Nel 1961, Gene, vince il premio Oscar per il cortometraggio del film animato Munro, una forte critica al mondo militare e agli adulti in generale che conquistò l’Academy Award: la storia di un bambino di quattro anni che si ritrova a dover fare il servizio militare senza che nessuno si accorga della sua giovane età.

Gene si ritirerà nel 2008, dopo il suo ultimo corto animato, “Voyage to the Bunny Planet”. Oggi lascia Zdenka e i tre figli, uno dei quali è il noto fumettista americano Kim Deitch.

Ricordiamolo così, sorridendo! WB Kids Italiano

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#artistsforplants, un concerto per Madre Natura

People For Planet - Lun, 04/20/2020 - 15:16

Le piante sono la soluzione più bella e più semplice a molti problemi, inclusa questa pandemia

Le piante sono esseri viventi, dotate di un’intelligenza propria e tra loro interconnesse attraverso una rete comunicativa che consente loro di scambiarsi informazioni.

Si tratta di esseri meravigliosi e affascinanti, che parlano un linguaggio specifico che può essere tradotto anche in forme musicali, in grado di comporre una vera e propria melodia. Inoltre, prendersi cura di una piantina ha effetti benefici sulla salute fisica e mentale delle persone. Le piante quindi, sono linfa vitale, non solo per Madre Terra, ma anche per gli esseri umani.

Sinergia tra musica e natura

Alle ore 20:00 di oggi, in diretta sui vari social, verrà rilasciato un video degli #artistsforplants, un gruppo di musicisti classici di fama internazionale, che dedicheranno musica e parole al mondo vegetale, con l’obiettivo di ricordare la centralità delle piante nell’ecosistema e la necessità di far crescere l’attenzione e la gratitudine nei loro confronti.

Insieme vogliamo porre l’enfasi, oggi più che mai, sulla necessità della salute delle piante e di un migliore equilibrio tra noi umani e il nostro ambiente naturale”, commentano gli artisti sulla pagina Facebook dedicata.

Pagina Facebook – Artists for Plants

L’idea di “Artists for plants” nasce al termine di una residenza artistica nella foresta Amazzonica pensata dall’organizzazione brasiliana LabVerde, a cui hanno partecipato, tra gli altri, anche gli organizzatori di quest’evento, con l’intento di promuovere un movimento per la Terra e i “linguaggi di un’ecologia affettiva”.

I promotori del podcast, in cui sono state montate le esibizioni di famosi solisti di musica classica, sono Stijn Jansen, creativo belga, Elisabetta Zavoli, fotografa vincitrice del premio Earth Photo 2019 rilasciato dalla Royal Geographical Society di Londra, e Sara Michieletto, violino primo del Teatro La Fenice di Venezia, la quale ha dichiarato che “imparando dal regno vegetale, e ispirandoci alle soluzioni escogitate dalle piante, anche noi animali umani avremo la possibilità di evolverci verso forme di maggiore equilibrio e benessere con le altre creature della Terra”. Mai come in questo momento si è compreso che gli atti di maltrattamento esercitati sulla natura ci hanno condotto alla catastrofe e, oggi più che mai, è necessario ristabilire un contatto fisico ed emozionale col mondo animale e vegetale.

Stefano Mancuso, direttore del Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale dell’ Università degli Studi di Firenze, parteciperà all’evento e alcuni passi del suo libro “La nazione delle piante” verranno recitati da Sabina Tutone, del centro universitario teatrale di Venezia “Shylock”.

L’evento cade a pennello con l’“Anno internazionale della Salute delle Piante” proclamato dalla FAO per aumentare la consapevolezza verso i problemi legati al mondo vegetale e garantire la tutela della nostra salute e di quella del pianeta.

Tessere reti di consapevolezza

“Artists for plants” è un progetto che intende attivare un network internazionale e tessere reti di interconnessione tra artisti sparsi sul globo che hanno in comune la stessa sensibilità e lo stesso interesse per l’ambiente e i cambiamenti climatici. L’arte è una grande alleata per comunicare e promuovere questa nuova visione del mondo.

Creare una forma di azione collettiva è uno dei primi strumenti per contrastare l’emergenza climatica: trasmette l’idea di lavorare per una stessa causa iniziando a immaginare il cambiamento di cui si vuole fare parte”- spiega Stijn Jansen, che si occupa della comunicazione di “Artists for plants – “L’arte rende consapevoli. Dopo avere raggiunto un nuovo livello di conoscenza, dobbiamo pensare alle prassi da mettere in campo. Quando più persone iniziano a farlo insieme, diventano più efficaci: è quello che vogliamo ottenere”.

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Covid-19 nell’acqua di Parigi, ma “inutile scegliere quella in bottiglia”

People For Planet - Lun, 04/20/2020 - 14:50

Stanno festeggiando i distributori delle varie Evian, Vittel e Perrier, solo per citare le marche di acque minerali più famose in Francia, alla notizia di “minuscole tracce” di Covid-19 nella rete idrica ’non potabile’ di Parigi (quella che si usa per pulire le strade). Ma infondati timori di questo tipo avevano già spinto la vendita di acque in bottiglia ovunque, compreso il nostro Paese.

Un timore infondato

Eppure, non c’è alcun rischio che la rete idrica potabile – ovvero l’acqua del rubinetto – sia contagiata da Coronavirus. Questo lo evidenziano anche analisi del nostro Iss, almeno stando agli studi disponibili. Se poi anche fosse così, bisognerebbe allora astenersi anche dal lavarsi con l’acqua del rubinetto, e allora sì che i produttori di acqua in bottiglia farebbero festa.

La sindaca Anna Hidalgo tranquillizza: l’acqua che sgorga dai rubinetti delle case dipende da una rete “completamente indipendente, e non presenta alcuna traccia del virus covid-19 e può essere consumata senza alcun rischio”. Secondo il laboratorio della gestione municipale Eau de Paris, “nelle ultime 24 ore la presenza di tracce del virus sono state trovate su 4 dei 27 punti di campionamento testati”. Tale rete non potabile è stata immediatamente sospesa e i tecnici hanno alzato i livelli dei controlli.

La posizione dell’Iss

L’allarme parte da Parigi e si trasferisce all’Europa, ma, interrogato a proposito, il nostro Iss aveva specificato già a inizio pandemia che “Le correnti pratiche di depurazione sono efficaci nell’abbattimento del virus, dati i tempi di ritenzione e i fenomeni di diluizione che caratterizzano i trattamenti, uniti a condizioni ambientali che pregiudicano la vitalità dei virus (temperatura, luce solare, livelli di pH elevati)”. Infine, negli acquedotti destinati a contenere acqua potabile si svolge una fase finale di disinfezione che rimuovere i virus appena prima che sia immessa nelle condutture.

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Coronavirus: la violinista suona sul tetto dell’ospedale di Cremona

People For Planet - Lun, 04/20/2020 - 14:00

L’artista Lena Yokoyama, violinista del Museo del violino, ha dedicato quattro brani a tutto il personale sanitario dell’Ospedale Maggiore di Cremona, ai volontari di Samaritan’s Purse che hanno contribuito a fronteggiare l’emergenza Coronavirus e a tutti i pazienti presenti, dimessi e che non ce l’hanno fatta: un tributo per tutti coloro che stanno lottando, per tutti coloro che non ce l’hanno fatta, per tutti coloro che hanno vinto..

Giovedì scorso, dal tetto dell’Ospedale Maggiore di Cremona, Lena, si sono diffuse le note di quattro brani noti, da Morricone all’Inno di Mameli.

Gli sguardi verso il cielo. Le lacrime. Gli applausi. Per un momento, il suono di un violino ha sostituito le sirene delle ambulanze. Per far sapere a tutti che noi ci siamo. Per far sapere a tutti che Cremona continua a lottare.

Pro Cremona Fonte: Pro Cremona

Un gesto di solidarietà nato anche al fine di rilanciare la raccolta fondi a favore di “Uniti per la provincia di Cremona“, associazione che ha l’obiettivo di sostenere economicamente gli ospedali di Cremona, Crema e Casalmaggiore e le strutture socio-sanitari.  L’evento è stato organizzato da Pro Cremona ed è stato reso possibile grazie alla collaborazione dell’ASST di Cremona, dell’associazione “Uniti per la provincia di Cremona”, del Comune di Cremona, del Museo del Violino e di Acid Studio s.r.l.

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Yunus: un’altra economia è necessaria

People For Planet - Lun, 04/20/2020 - 13:00

La ripresa dopo la pandemia può essere un’occasione per non ripetere gli stessi errori che l’hanno causata.

In un lungo articolo su Repubblica ne parla Muhammad Yunus, premio Nobel per la Pace 2006 e ideatore del microcredito che ha salvato dalla miseria 2 milioni di persone, l’84% donne.  

La domanda che Yunus si pone è: riportiamo il mondo nella situazione nella quale si trovava prima del coronavirus o lo ridisegniamo daccapo?

Prima di questo disastro avevamo dei problemi importanti: il cambiamento climatico che incombeva, la forbice sempre più ampia tra i più ricchi e  i più poveri del pianeta.

Questioni non da poco, anzi, prevedevano entro pochi decenni che il nostro pianeta sarebbe diventato inabitabile per la maggioranza del genere umano.

Cambiare direzione si può

Ora il coronavirus ha fatto tabula rasa e possiamo decidere quale direzione prendere per far ripartire l’economia.

Possiamo farlo, questo sistema economico non ci è stato imposto da una divinità come le Tavole della Legge. Possiamo ripensare che “l’economia è uno strumento creato da noi uomini” e come tale può essere ripensato per “arrivare alla massima felicità collettiva possibile”.  

Un passo indietro

Scrive Guido Viale su Comune-info.net “Il compito, la mission, del neonominato ‘doctor Wolf’ Vittorio Colao e del suo team quasi tutto composto da manager e consulenti della grande industria è chiaro: accelerare il ritorno alla ‘normalità produttiva‘” e continua: “Tutto deve riprendere come prima, a costo di sacrificare salute e vita degli operai, delle loro famiglie, dell’intera comunità. Prima gli italiani? No, prima la produzione, il mercato, il profitto”.

Ma di che produzioni stiamo parlando?

Si chiede Viale: “Chi comprerà le auto del 2020 e del 2021, quando gran parte di quelle prodotte nel 2018 e nel 2019 sono ancora nei piazzali in attesa – a prezzi scontati – di un compratore?”

E la moda? “Molti ci penseranno due volte prima di rinnovare il proprio guardaroba: se ne è accorto anche Armani.”

Un altro settore che vivrà una grande crisi è quello dell’aeronautica civile e il turismo esotico in genere: “l’idea di ritrovarsi in mezzo a un contagio, un incendio, un uragano, una guerra, una rivolta di popolo, impossibilitati a tornare a casa, farà scegliere a molti mete più a portata di mano (e non è detto che sia un male). Reggerà forse il turismo religioso: c’è tanto bisogno di miracoli”.

C’è bisogno di pensare a una nuova economia.

E la prima cosa da fare è esserne convinti. Il professor Yunus spiega in modo molto semplice che se si è certi che si vuole un mondo che sia a zero emissioni di anidride carbonica, dove non esista la disoccupazione, e non ci sia concentrazione di ricchezza basta volerlo e costruire il “software e l’hardware” adatti allo scopo.

È una verità così semplice da risultare folgorante: “Tutto sta nel mettere a punto l’hardware e il software giusti. Ne abbiamo le capacità. Possiamo farlo. Quando gli esseri umani decidono di fare qualcosa, la fanno e basta. Niente è impossibile per gli uomini.”

Adesso, prima che ci riprenda l’abitudine ai vecchi modelli.

Le nuove produzioni sono già ben presenti: “Impianti per le rinnovabili e l’efficienza energetica, ristrutturazione del già costruito, gestione accurata di risorse e rifiuti, mezzi di trasporto collettivi o condivisi, agricoltura biologica e di prossimità, riassetto idrogeologico dei territori e tutto ciò che è legato alla prevenzione: ce n’è abbastanza per impiegare e riqualificare eserciti di disoccupati” scrive Guido Viale.

E il professor Yunus conferma: “Il punto cruciale per lanciare un programma di rilancio post-coronavirus consisterà nel mettere al centro di ogni decisione e di tutti i processi decisionali politici una nuova consapevolezza sociale e ambientale. I governi dovranno garantire che neanche un dollaro andrà a finire nelle tasche di qualcuno a meno che non ci sia la garanzia che, rispetto a qualsiasi altra opzione, quel dollaro dato a quel qualcuno porterà al massimo vantaggio sociale e ambientale possibile per la società intera”.

E nell’articolo spiega anche come, mettendo al centro di tutto lo sviluppo dell’impresa sociale. “Nel NRP (New Recovery Programme, Programma della nuova ripresa) che vi propongo, assegno un ruolo fondamentale a una nuova forma di impresa detta impresa sociale. Si tratta di un’impresa creata esclusivamente per risolvere i problemi delle persone, un’impresa che non crea un utile personale per gli investitori, se si eccettua il solo recupero dell’investimento iniziale. Una volta rientrati in possesso dell’investimento originario, tutti gli utili successivi devono essere re-immessi nell’impresa.
I governi avranno molte occasioni per incoraggiare, assegnare le priorità, fare spazio affinché le imprese sociali possano impegnarsi in responsabilità crescenti e di ampia portata finalizzate alla ripresa.” 

Yunus spiega tutto nel dettaglio e sembra fantascienza.

“Non ci riuscirà mai“ ti viene da pensare, ma poi ti ricordi che è lo stesso omino minuto e sorridente che un bel giorno ha ragionato sul fatto che prestando pochi dollari a un gruppo di cinque donne avrebbe potuto aiutarle a non morire di fame, loro e i loro figli.

E pochi dollari alla volta, restituiti nel 97% dei casi – nessuna banca occidentale ha questa percentuale di rientro dei crediti – quello che è diventato il Banchiere dei poveri ha tolto dalla miseria milioni di persone. Forse è il caso di dargli retta.

Jacopo Fo ne racconta la storia.

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Immagine da Vita.it

Il 74% dei residenti in Lombardia è contrario alla riapertura il 4 maggio

People For Planet - Lun, 04/20/2020 - 12:36

Ogni giorno uno spazio su Milano e Lombardia
People For Planet ha tutti i giorni uno spazio dedicato specificamente alla situazione a Milano e in Lombardia, il cratere del virus in Europa, dando voce ai fatti ed ai testimoni di quanto è accaduto e sta accadendo. Milano e la Lombardia sono una delle aree chiave del paese. Quello che è accaduto e sta accadendo qui ha effetti su tutti i cittadini italiani.

L’indagine di People For Planet

Nei giorni 15-19 aprile, in due fasi, abbiamo realizzato una indagine riservata alle persone residenti in Lombardia.

Il quesito, proposto sulla pagina Facebook di People For Planet era molto semplice: “SONDAGGIO PER I RESIDENTI NELLA REGIONE LOMBARDIA. La regione propone di riaprire le attività produttive dal 4 maggio. Sei d’accordo?

Hanno risposto in 429 e i risultati sono inequivocabili: 74% NO 26% SI’

Una indagine che non ha nessuna pretesa di solidità statistica o scientifica ma che comunque a nostro avviso ben fotografa lo stato d’animo attuale di quanti vivono in Lombardia.

Pedro, adelante, con juicio”

“Pedro, vai avanti, con cautela” è la frase che Manzoni fa dire dal gran cancelliere Ferrer al suo cocchiere nel momento in cui si trova in pericolo, accerchiato da una folla inferocita.

Una situazione simile a quella in cui ci troviamo in Lombardia, dove al posto della folla inferocita c’è una altrettanto pericolosa pandemia. E c’è il timore che la regione voglia andare avanti, ma senza cautela.

Non è vero che la prima cosa sono i “danè”. Ma neanche l’ultima

L’indagine smentisce il luogo comune secondo cui i cittadini della Lombardia mettono al primo posto i “danè”, i soldi, anche perché i soldi senza salute non servono.

E’ vero anche però che senza soldi non si può proteggere la salute, propria e della propria famiglia e questa situazione di blocco crea grandi difficoltà a molti che hanno visto azzerare o drasticamente ridurre il proprio reddito.

Il 60% delle attività in Lombardia è già in funzione

Del resto, il lockdown in Italia (dati Istat) NON ha riguardato circa il 50% delle attività e secondo stime ragionevoli in Lombardia più del 60%, anche “grazie” alla possibilità offerta a molte imprese “non essenziali” di autocertificare (con il silenzio assenso da parte delle prefetture) di far parte di una “filiera” che rimanda alle attività essenziali.

Riaprire le attività in Lombardia significherebbe allargare ulteriormente questa percentuale già alta di persone che lavorano, viaggiano, incontrano necessariamente altri, spesso in luoghi di lavoro dove il rispetto delle norme di sicurezza è affidata di fatto alla coscienziosità delle imprese, senza quasi nessun controllo.

Il caso delle consegne a domicilio dei bar e dei ristoranti

Un esempio per tutti: in Lombardia ristoranti e bar, a differenza di quanto avviene dopo le 18 in Campania dove è vietato, possono effettuare tramite i riders consegne a domicilio di piatti pronti. I riders rappresentano una delle maggiori presenze visibili in questi giorni nelle strade di Milano dove sfrecciano fino a notte inoltrata senza che siano stati sottoposti a test che verifichino se sono portatori asintomatici e altrettanto si può ripetere per tutto il personale dei ristoranti e dei bar dove i piatti sono preparati. Uno dei tanti possibili sistemi involontari di contagio senza controllo.

Non è vero che la Lombardia sia vittima di un evento ineluttabile

La Lombardia, lo testimoniano i dati raccolti nel mondo dalla Johns Hopkins University, rappresenta una anomalia assoluta nel panorama mondiale con un tasso di letalità del 19%, il triplo della media mondiale e, da sola, con solo 10 milioni di abitanti, l’8% dei morti al mondo per coronavirus (e nel conto mancano i morti in casa o nelle RSA senza che il virus sia stato accertato).

Questa tragedia NON ha il carattere dell’ineluttabilità. Lo stiamo raccontando citando i casi in cui il virus è stato affrontato in modo più efficace, diremmo ragionevole:

– la Corea del Sud di cui abbiamo iniziato a parlare tra i primi in Italia diverse settimane fa;

– la Germania che ora dichiara il virus “sotto controllo” e che è arrivata a questo senza adottare alcune delle misure draconiane (ad esempio il divieto d’accesso ai parchi e alle spiagge) adottate invece qui da noi

– e anche un paese poveri e molto popoloso come il Vietnam che sicuramente ha mezzi economici assai inferiori a quelli della Lombardia e dell’Italia ma in compenso ha un sistema organizzativo che noi (purtroppo) ci sogniamo

Cosa si può fare: la parola ai medici (ma per ascoltarli davvero questa volta, grazie!)

E’ ovvio che l’aver risposto tardi e male alla tragedia ancora in corso rimanda a responsabilità di cui pure ci dovremo occupare quando questo incubo sarà finito. Ma ora la priorità è adottare (finalmente) le misure necessarie perché si possa arrivare in una situazione di ragionevole sicurezza alla cosiddetta “fase 2”. E’ quello che tutti i cittadini italiani desiderano. È quello che è indispensabile in Lombardia, il principale focolaio del virus a livello nazionale dove la responsabilità sanitaria sta in capo alla regione.

La regione Lombardia ha ipotizzato un piano articolato in quattro D rispetto al quale abbiamo già evidenziato le nostre riserve.

Cosa si può fare? Sarebbe ragionevole rifarsi a quanto ha proposto la Federazione dei medici della Lombardia in una lettera aperta alla regione già pubblicata 2 settimane fa e di cui ripubblichiamo alcuni stralci:

La situazione al momento risulta difficile da recuperare, ma si vogliono riportare di seguito alcune indicazioni, che potrebbero, se attuate, contribuire alla limitazione dei danni, specie nel momento di una ripresa graduale delle attività, prevedibile nel medio-lungo termine.

Per quanto riguarda gli operatori sanitari la proposta è di sottoporre tutti a test rapido immunologico, una volta ufficialmente validato, e, in caso di riscontro di presenza anticorpale (IgG e/o IgM), sottoporre il soggetto a tampone diagnostico. In caso di positività in assenza di sintomi potrebbe essere da valutare la possibilità, in casi estremi con l’attribuzione di specifiche responsabilità e procedure, di un’attività solo in ambiente COVID, sempre con protezioni individuali adeguate. Il test immunologico andrebbe ripetuto con periodicità da definire negli operatori sanitari risultati negativi.

Per quanto riguarda le attività non sanitarie sembra raccomandabile un’estesa effettuazione di test rapidi immunologici per discriminare i soggetti che non hanno avuto contatto con il virus, soggetti che si possono riavviare al lavoro. Per i soggetti nei quali si rileva la presenza di immunoglobuline (IgG o IgM) sembra indicata l’esecuzione del tampone diagnostico. In tal senso si raccomanda di potenziare al massimo tale attività diagnostica e di procedere prima ad indagare i soggetti che risultano urgente riammettere al lavoro, in quanto addetti ad attività ritenute di prioritario interesse, in funzione della disponibilità di tamponi.

La ripresa del lavoro dovrebbe essere subordinata all’effettuazione del test immunologico rapido di screening, non risultando in letteratura alcun termine temporale valido per la quarantena post malattia, anche se decorsa in forma paucisintomatica.

È evidente come tale procedura comporti un rilevante impiego di risorse, soprattutto umane, ed è altresì evidente come la stessa, al momento, sia l’unica atta a consentire la ripresa dell’attività lavorativa in relativa sicurezza.
A tale scopo Regione Lombardia dovrà mettere in campo tutte le risorse umane ed economiche disponibili.
Naturalmente quanto sopra dovrà essere accompagnato dall’uso costante, per tutta la popolazione e in particolare nei luoghi di lavoro, di idonei comportamenti e protezioni.

La ripresa potrà quindi essere solo graduale, prudente e con tempi dettati dalla necessità di mettere in campo le risorse sopracitate. È superfluo segnalare come qualsiasi imprudenza potrebbe determinare un disastro di proporzioni difficili da immaginare.

Yoga demenziale con Jacopo Fo: LA MEDITAZIONE PIGRA

People For Planet - Lun, 04/20/2020 - 12:00

E’ una disciplina che ha scelto, come maestri spirituali, la gioia e il piacere. Via i sensi di colpa che ci bloccano, via le paure che ci paralizzano e ci avvelenano la vita: dentro di noi abbiamo tante energie belle, lucide e sane. Impariamo a liberarle per poi poter godere a fondo dei piaceri spirituali come di quelli fisici.

Lo Yoga demenziale, messo a punto da Jacopo Fo, accoppia il meglio della civiltà occidentale (un sano laicismo, il rigore della sperimentazione, il training autogeno) con quello delle civiltà orientali (la meditazione trascendentale, le arti marziali, le tecniche yoga). Perché tutta la saggezza dei due mondi può essere riassunta in una gigantesca risata.

L’obiettivo? Raccontare cose semplici in modo semplice per risultati semplici. Come ci racconta Jacopo Fo “l’idea è che, se io sperimento e ascolto quello che succede, poi posso trarre le mie conclusione ed ottenere con questi esercizi dei vantaggi elementari”.

Lezione n°6 – La meditazione pigra

Pillole di Yoga demenziale N.6: LA MEDITAZIONE PIGRA

Una pratica adatta agli indisciplinati.Andiamo oltre le parole incomprensibili della mistica orientale, oltre il produttivismo del tecno zen occidentale.Finalmente, in soldoni, come è possibile provare a tuffarsi nella mente riducendo al minimo il rischio di farsi male!Pillola di Yoga Demenziale numero 6.1 prima parte e 1 seconda parte Ridere fa bene2 Il respiro3 Il movimento rallentato4 sesso: la penetrazione morbida5 Migliora la tua voce6 meditazione Pigra7 Sesso: la Penetrazione Morbida8 Lo zen e l’amore romantico22 pillole in 22 giorni per spostare il tuo punto di osservare bene alcuni aspetti della realtà che hai davanti agli occhi ma potresti non avere identificato

Pubblicato da Jacopo Fo su Domenica 22 marzo 2020

Lezione n°6 – Discussione su La meditazione pigra

Discussioni sulle Pillole di Yoga demenziale N.6

Rispondo alle domande sulla sesta pillola di Yoga demenziale: LA MEDITAZIONE PIGRA, una pratica per indisciplinati.

Pubblicato da Jacopo Fo su Domenica 22 marzo 2020

Yoga Demenziale – Guarda tutti i video!

Visita la pagina Facebook di Yoga demenziale

Mario Pirovano, storie di teatro: il racconto della mia infanzia

People For Planet - Lun, 04/20/2020 - 11:09

Oggi Mario Pirovano compie 70 anni e ci regala questo racconto! Tutta la Redazione di People For Planet gli augura un buonissimo compleanno!

Tanti auguri Mario!

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Mario Pirovano recita una filastrocca di Roberto Piumini sul Coronavirus
Fare gli attori in teatro: intervista a Mario Pirovano

Una grande piazza virtuale per il 25 aprile

People For Planet - Lun, 04/20/2020 - 10:52

È stata lanciata il 7 aprile e ha già raggiunto un terzo del suo obiettivo: sono infatti quasi 150 mila euro i fondi raccolti finora attraverso la campagna 25 aprile 2020 #iorestolibera #iorestolibero, a favore della Caritas Italiana e della Croce Rossa Italiana. Tra le varie raccolte fondi esistenti, la campagna ha infatti scelto i più bisognosi, tutti coloro che in questo momento sono al di fuori di ogni strumento di sostegno organizzato, che non sia quello della solidarietà volontaria.

Ma in questa giornata non si vuole scordare l’importanza della “celebrazione” della giornata della Liberazione. Lo si farà in modo virtuale, perché il 25 aprile 2020 l’Italia potrà unirsi in una grande manifestazione online, che si aprirà con l’Inno di Mameli, e si chiuderà con le parole di Bella ciao.

Nei prossimi giorni saranno disponibili maggiori informazioni per partecipare a questa grande piazza virtuale anche attraverso People For Planet, che trasmetterà l’evento.

Stay tuned!

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25 Aprile, lontani ma vicini grazie a un grande evento online (dove disponibile il testo dell’appello a cui hanno aderito oltre 1300 protagonisti italiani della cultura, della società civile, dello spettacolo e dello sport, tra cui Jacopo Fo)

Scarti alimentari: come trasformali in concime!

People For Planet - Lun, 04/20/2020 - 10:00

Perché buttare via quello che ci può ancora servire e che può far bene alle nostre adorate piante? Come si legge sul canale YouTube Ohga “spesso accumuliamo tantissimi scarti alimentari senza sapere cosa farne ma seguendo questi suggerimento potremo trasformarli in efficientissimo concime per la cura del nostro orto!”

Dalle bucce di banana, alle bustine del tè… è possibile riutilizzare persino i fondi del vino o il vino non più buono!

Ohga

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“Decreto liquidità”: dove è inciampato il Governo nel processo di problem solving?

People For Planet - Lun, 04/20/2020 - 08:00

Questa settimana facciamo, un po’ per scherzo e un po’ come provocazione,  un sondaggio con voi sulla (in)efficienza di questo governo nell’affrontare una emergenza e risolvere il “problema” della sopravvivenza delle piccole imprese del nostro paese attraverso il decreto liquidità che, come abbiamo già sostenuto la settimana scorsa, è stato finora un bluff.

Un fallimento che, vi sembrerà strano leggerlo da un mio scritto, non è responsabilità delle banche. La finanza, per quanto diabolica possa essere, è comunque più veloce a rispondere tempestivamente alle esigenze straordinarie dettate dal Coronavirus. I suoi provvedimenti e le sue decisioni, per quanto sbagliati possano essere, non conoscono la burocrazia della politica che permette alle banche di, non è un complimento, continuare a fare le banche.

Ad ogni modo perché tanta inefficienza nella gestione di tale “problema”?

Lo voglio chiedere a voi, cari lettori, attraverso l’analisi di uno degli strumenti basici della gestione manageriale di una organizzazione: il problem solving.

Il problem solving è la più complessa di tutte le funzioni cognitive e consiste nell’abilità di trovare una soluzione a qualsiasi tipo di problema. È un bravo problem solver colui che sa affrontare qualsiasi tipo di situazione e sa risolvere le difficoltà che incontra nel percorso che lo porta alla realizzazione dei propri obiettivi.

Un “problema” può essere definito come una  qualsiasi variazione  fra ciò che è previsto in uno standard concordato (obiettivo) e ciò che sta accadendo nella realtà (consuntivo).

Ad esempio, il Governo voleva dare un aiuto alle imprese (obiettivo) ed invece finora nessuno ha ricevuto euro (consuntivo).

Il metodo più comunemente utilizzato nel processo di soluzione del “problema” prevede 8 fasi :

  1. Identificare (capire) il problema. Il 70% degli insuccessi dipendono da questa fase perché non si riesce a focalizzare l’attenzione sul vero “problema”.
  2. Analizzare il problema. È la fase più lunga e consente di scoprire le CAUSE, le ragioni del problema, capire PERCHÉ si è verificato!!! È la fase in cui si deve cercare di ottenere quante più informazioni possibili  
  3. Generare soluzioni valide. In questa fase scatta la FANTASIA, l’IMMAGINAZIONE! Talvolta, sempre che sia valida, la soluzione potrebbe essere pure quella di NON FARE NULLA !!
  4. Valutare le alternative attraverso l’analisi costi-benefici. È la fase in cui c’è bisogno dei “tecnici”, degli “esperti” e delle “task forces”
  5. Scegliere la soluzione giusta. È la fase che fa la DIFFERENZA tra un manager/politico scarso e un manager/politico bravo!!!
  6. Ottenere l’autorizzazione (dal capo, dal Parlamento, ecc.).  È la fase che si tende a evitare quando non si è certi di aver fatto fatto bene le fasi precedenti 
  7. Implementare. Significa AZIONE, REALIZZAZIONE, FARE!!! Occorre curare con attenzione tale fase perché potrebbe inficiare l’intero processo anche qualora quella soluzione sia quella giusta.
  8. Monitoraggio del piano fino a ottenere il risultato desiderato. È la fase di VERIFICA DELLA SOLUZIONE DEL PROBLEMA. Se nonostante l’implementazione ci accorgiamo che sussiste lo sfasamento tra OBIETTIVO e CONSUNTIVO, allora occorre ripartire dalla fase 1 e magari renderci conto che il problema era un altro.

Secondo voi in quale delle 8 fasi del processo di “problem solving” ha fallito il governo?

Fontana: «Lombardia sotto attacco» | L’industria di guerra accelera |In coma a Bergamo si sveglia a Palermo

People For Planet - Lun, 04/20/2020 - 06:25

Tgcom24: Patuanelli: “Ragionare su regionalizzazione delle riaperture | Estate al mare? Serve sfera di cristallo”;

Il Mattino: Fontana: «Lombardia è sotto attacco» Zaia: Sud contro Nord, riaprire dal 4/5;

Corriere della Sera: Entra a in coma a Bergamo e si risveglia a Palermo: «Mi tatuerò la Sicilia»;

Il Fatto Quotidiano: “Il Mes ha una brutta fama, ricordiamoci della Grecia. L’Ue ha bisogno di titoli comuni. Germania contraria? Il suo bilancio commerciale viola le regole. È un freno”;

Il Giornale: La Grecia scivola verso l’abisso. Il debito è pronto a esplodere;

La Repubblica: Roberta Pinotti (Pd): “Regolarizzare i lavoratori stranieri è una conquista di sicurezza per noi e per loro”;

Leggo: L’eruzione dell’Etna: lava e cenere dal cratere di Sud Est;

Il Messaggero: Uccide compagna durante la notte con un colpo di fucile: il Covid li costringeva a convivere;

Il Manifesto: L’industria di guerra accelera e Fincantieri strappa;

Il Sole 24 Ore: Parigi, tracce di coronavirus nell’acqua non potabile – Spagna prolunga lockdown fino al 9 maggio.

Le superstar della musica in un megashow per l’Oms e contro Trump

People For Planet - Dom, 04/19/2020 - 19:44

E risponde con il megashow “One World: Together at home”, organizzato dal movimento Global Citizen e da Lady Gaga: 80 artisti in live streaming la notte scorsa per 8 ore, a supporto proprio dell’Oms.

L’evento ha raccolto ben 128 milioni di dollari. Tra gli altri, hanno partecipato superstar come Paul McCartney, Elton John, Stevie Wonder, i cantanti dei Pearl Jam, dei Coldplay e dei Green Days, Celine Dion, ovviamente Lady Gaga, per l’Italia Zucchero e Andrea Bocelli.

Ma il momento più emozionante dello show è stato l’esibizione, rigorosamente da quattro case diverse, dei Rolling Stones, che hanno cantato “You can’t allways get what you want”.
Una canzone scelta non a caso: Trump la trasmetteva sempre durante i suoi comizi elettorali. Finché gli Stones non gli vietarono di farlo.

Lo show è visibile su Youtube, il 19 aprile su Mtv alle 20, poi su VH1 alle 22, su Comedy Central alle 23 e su Raiplay fino al 21 aprile.

Immagine: Rolling Stone – Live in Londra

Covid 19: da domani riapertura parziale delle attività in Germania. “Virus sotto controllo”

People For Planet - Dom, 04/19/2020 - 17:00
“Virus sotto controllo”

Il ministro della sanità tedesco, Jens Spahn, ha dichiarato venerdì che il virus è sotto controllo in Germania, grazie alle misure di confinamento imposte fino ad ora. “I numeri di infezione sono diminuiti in modo significativo, in particolare l’aumento da un giorno all’altro”, ha affermato.

La Germania ha registrato finora circa 141.000 casi e circa 4.100 morti con un tasso di letalità del 2,9%, uno dei più bassi al mondo secondo i dati che abbiamo pubblicato della Johns Hopkins University (in Italia è del 13,4%)

La cancelliera Merkel nella sua ultima conferenza stampa ha comunque ricordato che si tratta di risultati “temporanei e fragili. Bisogna capire che dovremo convivere con il covid-19 finché non ci sarà un vaccino”

Tasso di trasmissione del virus sceso a 0,7

L’Istituto Robert Koch per il controllo delle malattie ha pubblicato dati che mostrano che il tasso di infezione da persona a persona della Germania è sceso a 0,7, il che significa che ogni persona portatrice del virus sta infettando in media meno di un’altra persona.

Il tasso di infezione (R0) è un indicatore chiave per la decisione di quando e quanto riaprire le attività senza provocare una seconda ondata di coronavirus che costringerebbe a ripristinare blocchi dell’economia e della mobilità delle persone.

Riaprono negozi e alcune scuole

Le aziende tedesche non sono mai state chiuse e i parchi e le spiagge sono sempre stati tenuti a disposizione dei cittadini pur nel rispetto delle regole di distanziamento.

Ora negozi più piccoli (fino a 800 mq di superficie) riapriranno da domani 20 aprile a condizione che presentino un piano che garantisca misure igieniche e distanze tra i clienti. Gli alunni di alcune classi (quelle che prevedono esami di fine anno) torneranno a scuola il 4 maggio. Continueranno ad essere aperti gli asili nido per i figli di persone che svolgono lavori “necessari per il funzionamento della società”. Dal 4 maggio riapriranno anche i parrucchieri.

Resteranno in vigore altre restrizioni, tra cui il divieto di raduni di più di due persone in pubblico e fino al 31 agosto il divieto di eventi pubblici di grandi dimensioni e le cerimonie religiose. Resteranno chiusi anche bar, ristoranti e alberghi tranne quelli che ospitano personale necessario per il funzionamento della società.

50 milioni di mascherine a settimana entro agosto

Il ministro della sanità tedesco ha affermato che la Germania produrrà fino a 50 milioni di mascherine alla settimana entro agosto, di cui 10 milioni FPP2.
Ai cittadini sarà “fortemente raccomandato” di indossarle ma il ministro della sanità ha escluso che il loro utilizzo venga reso obbligatorio.

App di tracciamento

Ha aggiunto che un’app di tracciamento dei contatti sarà disponibile da scaricare entro 3-4 settimane e utilizzerà la tecnologia bluetooth, non quella GPS usata in Corea del Sud considerata troppo invasiva.

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Molti più test = molti casi rilevati in tempo

Una delle spiegazioni per il basso tasso di letalità è che la Germania ha testato molte più persone rispetto alla maggior parte delle nazioni. Ciò significa che individua più persone con pochi o nessun sintomo, anche tra i più giovani, aumentando il numero di casi noti ma non il numero di vittime.

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La Germania sta conducendo circa 400.000 test di coronavirus a settimana, (oltre 3 volte di più che in Italia e comunque molto più di qualsiasi altro paese europeo) e ha intenzione di portarli a 700.000. Test precoci e diffusi hanno permesso alle autorità di rallentare la diffusione della pandemia isolando i casi infettivi. Ha inoltre consentito di somministrare il trattamento salvavita in modo più tempestivo.

Preparati in anticipo alla pandemia

A metà gennaio, molto prima che la maggior parte dei tedeschi pensasse al virus, l’ospedale Charité di Berlino aveva già sviluppato un test e pubblicato la formula online.
Quando la Germania registrò il suo primo caso di Covid-19 a febbraio, i laboratori di tutto il paese avevano accumulato uno stock di kit di test.

Diagnosi precoci = meno morti

“Il motivo per cui in Germania abbiamo così poche morti al momento rispetto al numero di infetti può essere ampiamente spiegato dal fatto che stiamo facendo un numero estremamente elevato di diagnosi di laboratorio”, ha affermato il dott. Christian Drosten, capo virologo di Charité, il cui team ha sviluppato il primo test.

Costanti test al personale medico

Il personale medico, particolarmente a rischio di contrarre e diffondere il virus, viene regolarmente testato. Per semplificare la procedura, alcuni ospedali hanno iniziato a eseguire test di blocco, utilizzando i tamponi di 10 dipendenti e dando seguito a test individuali solo se si riscontra un risultato positivo.

Da fine aprile test gratuiti su larga scala per trovare i possibili focolai

Alla fine di aprile, le autorità sanitarie hanno anche in programma di lanciare uno studio su larga scala, testando campioni casuali di 100.000 persone in Germania ogni settimana per valutare dove si sta accumulando immunità.

Il caso della scuola di Bonn

Un venerdì di fine febbraio, il professor Streeck ha ricevuto la notizia che un paziente del suo ospedale di Bonn si era rivelato positivo per il coronavirus: un uomo di 22 anni che non aveva sintomi ma il cui datore di lavoro (una scuola) gli aveva chiesto di fare un test dopo aver saputo che aveva preso parte a un evento di carnevale in cui qualcun altro si era dimostrato positivo.

Non appena i risultati del test sono arrivati, la scuola è stata chiusa e a tutti i bambini e il personale è stato ordinato di rimanere a casa con le loro famiglie per due settimane. Sono state testate circa 235 persone.

“Test e monitoraggio sono la strategia che ha avuto successo in Corea del Sud e abbiamo cercato di imparare da ciò”, ha affermato il professor Streeck.

Un robusto sistema di assistenza sanitaria pubblica

In tutta la Germania, gli ospedali hanno ampliato le loro capacità di terapia intensiva e sono partiti da un livello elevato. A gennaio la Germania aveva circa 28.000 letti di terapia intensiva dotati di ventilatori, cioè 34 ogni 100.000 persone, quasi 3 volte di più che in Italia dove il rapporto è di 12 ogni 100.000 persone.

Ora ci sono 40.000 letti di terapia intensiva disponibili in Germania (quasi il 50% in più rispetto a gennaio).

“Abbiamo così tanta capacità ora che stiamo accettando pazienti da Italia, Spagna e Francia”, ha dichiarato Susanne Herold, specialista in infezioni polmonari che ha supervisionato la ristrutturazione. “Siamo molto forti nell’area della terapia intensiva.”

L’auto elettrica dura molto più delle altre. Anche in car sharing

People For Planet - Dom, 04/19/2020 - 16:00

In questo caso parliamo del settore dell’automobilismo di massa, che ha oltre cento anni, se vogliamo fissare la data della sua introduzione con la prima uscita del Modello T della Ford il 27 settembre 1908. Anche le auto elettriche, nel loro piccolo, visto che la loro diffusione per ora è limitata, non smentiscono ciò.

Se da un lato le auto elettriche sono criticate per il loro prezzo eccessivo, che dovrebbe essere molto più basso e comunque non maggiore del 100% rispetto a modelli identici a propulsione endotermica, come è oggi, sotto un altro punto di vista non ne vengono “esaltate” alcune caratteristiche che le renderebbero preziose sotto al profilo dell’economia circolare. Quindi per la sostenibilità.

L’occasione per parlarne ce la da un recente provvedimento del Comune di Milano: l'”Avviso pubblico per manifestazione di interesse per l’individuazione dei soggetti interessati a svolgere il servizio di car sharing a flusso libero sul territorio del comune di Milano“. Si tratta di un provvedimento che mira allo sviluppo e al proseguimento del car sharing, che è una delle carte vincenti nel migliorare le condizioni di vita delle metropoli e anche la qualità dell’aria, visto che sempre più spesso gli utilizzatori di questo servizio rinunciano al possesso dell’auto e usano il car sharing come trasporto di “ultima istanza” quando il servizio di trasporto pubblico su rotaia o su gomma non è disponibile, o non corrisponde alle esigenze dell’utenza.

Ruote scadute

All’interno del dispositivo del Comune di Milano si dice testualmente: «I veicoli delle flotte Car Sharing già presenti alla data di pubblicazione del presente Avviso Pubblico e appartenenti agli operatori precedentemente autorizzati dal Comune di Milano e che manifestano interesse con il presente avviso potranno rimanere in flotta fino al compimento del quarto anno dalla prima immatricolazione o al raggiungimento di 100.000 km», e ancora successivamente, «Non possono essere utilizzati per la flotta del servizio di Car Sharing veicoli privi di tutti gli equipaggiamenti minimi previsti dal Codice della Strada e che abbiano più di quattro anni dalla data di prima immatricolazione e/o più di 100.000 km di percorrenza».

Un provvedimento che, specialmente per i mezzi elettrici, è un controsenso per una serie di motivi. La prima questione è che tutti i mezzi elettrici hanno un livello di usura molto più basso di quelli endotermici. Basti pensare che gli organi in movimento di un motore elettrico arrivano a malapena a venti, mentre sono più di 900 in un motore endotermico. E a ciò bisogna aggiungere il fatto che sia il motore, sia le batterie sono sostituibili rapidamente, con poca spesa di manodopera e non esiste un sistema di raffreddamento, tutte ragioni per le quali imporre una scadenza temporale o chilometrica, utilizzando gli stessi parametri delle autovetture endotermiche appare un controsenso.

Elettrico secolare

Eppure a Milano la “resistenza” dei mezzi elettrici dovrebbero conoscerla. Lo storico tram “il Ventotto” classe 1928, presta tutt’ora un onorato servizio con oltre cento esemplari, nella città meneghina – e anche a San Francisco, dove, al contrario di Milano non mancano le salite – ed è stato costantemente mantenuto e ammodernato nel tempo, con l’installazione di computer di bordo, di navigatori e dei sistemi di radiocomando degli scambi, dalle squadre di manutenzione Atm dell’Officina generale di via Teodosio. Insomma l’elettrico dimostra che di resistenza all’usura, e di resilienza, ne ha da vendere, ragione per la quale non si capisce il motivo della messa fuori esercizio voluta dal Comune di Milano, e non si punti a una profonda e accurata revisione, dei mezzi elettrici.

Oltre a ciò la messa in scadenza dei mezzi più vecchi di quattro anni mette pesantemente fuori gioco gli operatori che hanno creduto da anni nell’elettrico come Share’n Go che solo su Milano ha un flotta di circa 700 auto elettriche, delle quali una buona parte in “scadenza” a causa del provvedimento..

E le conseguenze di ciò non sono solo economiche per gli operatori, ma anche ecologiche. L’obsolescenza programmata per mezzo di un provvedimento amministrativo, infatti, che destina alla rottamazione oggetti per realizzare i quali sono state utilizzate risorse che oggi in questa fase non sono rinnovabili, visto che sia l’energia impiegata, sia i materiali utilizzati, sono solo in minima parte sostenibili, appare anacronistica. I dati mondiali parlano chiaro. L’82% dell’energia impiegata sul Pianeta è di origine fossile, mentre il 91% delle materie prime non viene riciclato dopo l’utilizzo.

Non sappiamo l’origine di un simile provvedimento ed è probabile, in realtà, che ciò sia dovuto più a un’omologazione burocratica di tutta una serie di categorie di mezzi, senza tenere conto della loro specificità tecnologica che non per una volontà specifica di “penalizzare” sia l’elettrico in generale, sia chi innova in anticipo sui tempi, cosa che capita spesso in Italia, specialmente con le pratiche legate all’ecologia e alla sostenibilità. Si tratta di barriere culturali radicate nella pubblica amministrazione che devono essere rimosse, visto che questo segnale è solo l’ultimo che si aggiunge a un panorama ormai vasto, nel quale spiccano, per esempio, le battaglie delle Sopraintendenze contro le energie rinnovabili.

In verità però se il Comune di Milano è stato “disattento” all’economia circolare delle auto elettriche per il car sharing, bisogna dire che un filo d’attenzione ce l’ha messa. Le auto elettriche per car sharing non pagheranno, infatti, il canone per l’utilizzo del suolo comunale fino al 2024, data dalla quale verseranno al Comune 40 euro/mese a veicolo, mentre quelle endotermiche pagano già oggi 100 euro/mese a veicolo che arriveranno a 150 nel 2024. Insomma almeno su questo fronte il Comune di Milano un filo di buona volontà l’ha messa.

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Copertina: disegno di Armando Tondo

I Due di Picche al tempo del Coronavirus

People For Planet - Dom, 04/19/2020 - 15:00

E allora, chi è stato gettare la monetina nel pozzo dichiarando “Ho proprio bisogno di riposo, vorrei stare a casa due mesi!”?

Al di là delle responsabilità originarie, oggi siamo chiamati a iniziare a immaginare il ritorno a una nuova normalità. “Fate tre passi indietro con tanti auguri” recitavano gli Imprevisti del Monopoli. E se tra poco saremo autorizzati ad “uscire gratis di prigione”, ricostruire le più banali consuetudini sarà alquanto complesso.

La parte più difficile – tralasciando gli aspetti economici – toccherà ai single. Hanno goduto dei propri spazi in solitudine ma hanno anche sofferto bisogni – affettivi e non solo – insoddisfatti.

Ma l’incontro con altro, nella fase 2, porterà con sé una legittima diffidenza: chi già non brillava per spregiudicata socievolezza non avrà vita facile.

Baciare per la prima volta sarà “the new sesso senza protezioni

Se pre-Covid mettere la tua vita nelle mani di un altro significava rispondere “sì” alla fatidica domanda (ognuno sa se per lui sia “vuoi sposarmi” o “sali da me a bere una cosa”), da domani anche il primo, timido contatto tra le labbra avrà un peso specifico molto maggiore.

Tutto sarà meno leggero ma forse anche più denso. Meno spontaneo ma anche più profondamente scelto.

Ci penseremo mille volte anche solo per proporre o accettare un caffè. Se in tempi remoti una donna poteva lasciar cadere il fazzoletto confidando in un uomo che lo raccogliesse, oggi possiamo scordarcelo. La reazione odierna tenderà oscillare tra i 280 euro di multa e l’essere lapidata al grido di “dalle all’untore!”.

Irrompe il mondo vero

LUI e LEI si sono lungamente scritti, in questa fase di quarantena. E forse uno dei due ha dialogato anche con L’ALTRA, QUELL’ALTRA, UN’ALTRA. Insomma, finché si era in teoria c’è stato un gran da fare, ma poi irrompe il mondo vero.
LUI e LEI decidono che gli altri – no! – non sono importanti, ma loro sì: insomma, si incontrano.

Seduti a tre metri di distanza, ad uno di quei tavoli nel cui mezzo mancano solo due ingombranti candelabri d’argento, LEI è un po’ miope. LUI non gli sembra così male, anzi, sembra ritrovare la persona con cui aveva chattato. Difetti e pregi si mitigano ed esaltano nella proiezione del desiderio: la serata sembra particolarmente incoraggiante.
LEI sembra avere delle mani sottili e affusolate, sotto i guanti in lattice.
LUI ha la barba lunga dell’uomo selvaggio ma rispettoso di ogni DPCM e circolare del Viminale annessa. Probabilmente sono bellissimi.

La cena volge al termine, la conversazione langue a favore del non detto.

Il momento è ora

Quello dei due più vicino alla cassa lancia delle banconote legate ad un sasso verso il titolare, si disinteressa del tonfo sordo che riceve di risposta e lascia il resto mancia. L’altro non protesta: meno occasioni inutili di contatto ci sono e meglio è.

LUI vorrebbe accompagnarla alla macchina. Ma non è il caso ancora di irrompere nel suo spazio vitale e percorrere quei passi che li separano: LEI potrebbe considerare affrettate e ardite le sue intenzioni. Meglio chiamare due taxi che procedano appaiati nella direzione della di lei autovettura.
Quando il carosello delle auto giunge dall’altra parte della piazza, la danza del corteggiamento è al culmine. Ognuno paga il proprio taxi ristabilendo la parità di genere; è il momento di dichiarare il punto.

Le opzioni sono di fatto 3:

1. La “roulette russa”: lui si avvicina e la bacia

Possibili conseguenze:
a) Lei decide di accettare il rischio e contraccambia. A quel punto il più è fatto e – malati per malati – tanto vale andare a casa, saltare i preliminari, fare l’amore, rimanere incinta, scoprire che sono sei gemelli, indebitarsi in un matrimonio riparatore con seicento invitati e via.
b) Lei grida. A quel punto è tentato omicidio. Pena non inferiore ai dodici anni.
Alcuni preferiscono la b.

2. L’approccio Lenin: altrimenti detto “un passo avanti e due indietro”

Lui dichiara l’intenzione di superare la distanza sociale.
Lei acconsente con riserva, richiedendo documentazione aggiuntiva:
– resoconto dell’app di tracciamento, facoltativa per lo Stato ma obbligatoria per le ragazze serie
– un primo tampone negativo
– l’impegno a rimanere in assoluta quarantena i successivi quattordici giorni, nell’attesa del secondo tampone.

Mentre lei sale in macchina gridandogli da lontano che l’attesa del piacere è essa stessa il piacere, lui capisce di essere stato in quarantena abbastanza e bacia il tassista.

Il tassista avrebbe preferito la b.

L’approccio “a colpo di teatro”

LUI: “Ti voglio. Andiamo da me o da te?”
LEI: “Sei pieno di fantastiche idee. Facciamole tutte e due!”
LUI: “Bene. Ovvero?”
LEI: “Io da me e tu da te”

Abbiamo trasmesso: “I due di picche, al tempo del Coronavirus”.

Foto di golfcaddy

La filosofia orientale raccontata da Jacopo Fo

People For Planet - Dom, 04/19/2020 - 14:00

Cos’è la filosofia orientale? Un grosso bordello!

Per capirci di più andiamo prima in Tibet dove, anche grazie alla sua società matriarcale, la sessualità è considerata elevazione dell’anima. Da qui giriamo il mondo, e siamo in quei Paesi dove il ridire e il piacere sessuale sono mezzi attivi di comunione con la divinità.

Passo dopo passo capiamo come diventare consapevoli di come amare, di come appassionarci e di come emozionarci. Non vedete che nel mondo ci sono migliaia di persone che fanno ogni giorno un lavoro che gli fa schifo? Che mangiano senza gusto, senza masticare? Che non dicono quello che realmente pensano?

Dalla filosofia orientale capiamo che abbiamo la possibilità di vivere la nostra vita guidati dall’innamoramento, oppure possiamo scegliere di fare una vita del cavolo. La speranza c’è, per tutti, non credete a chi vi dice il contrario.

Movimento Hyronista

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