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10 viaggi in treno da fare assolutamente

People For Planet - Lun, 09/16/2019 - 07:00

Da quello tra le Alpi a bordo del Trenino Rosso del Bernina al velocissimo Transrapid di Shanghai: ecco una serie di proposte per esperienze indimenticabili sui binari

viaggi in treno riescono a conservare ancora oggi un’incredibile dose di fascino. Sarà per il loro tragitto obbligato dai binari, sarà per l’atmosfera che si respira sui vagoni, o forse per la possibilità di incollare gli occhi sul finestrino e perdersi davanti al panorama che scorre veloce. Fatto sta che ancora oggi è possibile percorrere tratte inaugurate addirittura nell’Ottocento.

Come per esempio la linea ferroviaria Oslo-Bergen, che consente di immergersi nella natura più caratteristica del Nord Europa, tra lande di ghiaccio, canyon e fiumi, in un viaggio di 500 chilometri tra le meraviglie della Norvegia.

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I nostri chili di troppo pesano troppo sull’ambiente

People For Planet - Dom, 09/15/2019 - 16:00

Obesità e sovrappeso hanno un alto impatto ecologico: i cibi più calorici alzano le emissioni di CO2, per via delle maggiori risorse che richiedono.

Le cifre della (mal)nutrizione mondiale sono incredibili: se da una parte 820 milioni di persone non hanno cibo a sufficienza, dall’altra 2 miliardi ne hanno anche troppo. Pare impossibile trovare il giusto mezzo (e raggiungere l’utopico obiettivo #Famezero entro il 2030), e mentre denutriti e obesi aumentano di anno in anno la scienza scopre che i nostri eccessi hanno anche conseguenze ecologiche: secondo una ricerca italiana pubblicata su Frontiers in Nutrition, i cibi ad alto contenuto calorico sono anche quelli che utilizzano più terreno, più acqua ed emettono più gas a effetto serra.

MILIARDI DI TONNELLATE DI TROPPO. Lo studio ha preso in analisi le sette regioni della FAO (Food and Agriculture Organization), tra cui è compresa l’Europa, e ha stimato l’eccesso di peso corporeo della popolazione sulla base di alcuni parametri, come l’indice di massa corporea (BMI) e l’altezza, e spalmando l’equivalente calorico tra i diversi gruppi di alimenti disponibili in ogni nazione. Il risultato è lo spreco metabolico di cibo, ossia l’indicatore della quantità di alimenti extra ingeriti e del loro impatto ambientale – com’è stato definito da Mauro Serafini, ricercatore all’Università di Teramo e coordinatore dello studio. L’Europa si aggiudica la medaglia d’oro degli eccessi, con oltre 39.000 miliardi di tonnellate, seguita da Nord America e Oceania, con oltre 32.000 miliardi di tonnellate.

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Il ritorno in città di libellule e cicale

People For Planet - Dom, 09/15/2019 - 10:00

Si vedono e si sentono sempre più spesso. L’etologo: «È dovuto al caldo e al calo dei pesticidi. Mangiano le zanzare, ci fanno sentire in vacanza»

Cicale e libellule abitano sempre di più in città. Di notte le prime, soprattutto gli esemplari maschi, non si vedono ma si ascoltano con il loro caratteristico suono frinire nei parchetti e nei giardini, come già avviene da un po’ di tempo anche nel centro di Milano. Le libellule azzurrine l’altro ieri sono sciamate a migliaia nel quartiere di Borgo San Paolo a Torino occupando per alcune ore balconi e stendibiancheria. Libellule e cicale sono parte del nostro immaginario collettivo, popolano canzoni e favole, ma sono anche indicatori della bontà del nostro ambiente. Il loro incremento e l’arrivo nei centri abitati segnala il miglioramento dell’ecosistema che ci circonda oppure è una spia della rottura di un equilibrio precario?

Il ritorno – «La loro presenza è indubbiamente da classificare come un evento positivo sotto molti aspetti, anche se è giusto fare alcune precisazioni», risponde Diego Fontaneto, scienziato dell’Istituto di ricerca sulle acque (Irsa-Cnr). «Si tratta di insetti che generalmente prediligono il caldo. Le cicale, poi, sono tipiche degli ambienti mediterranei con estati bollenti e secche. La loro proliferazione in ultima analisi è l’ennesima conferma dell’aumento delle temperature alle nostre latitudini». 

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Lo strano caso dell’animo umano: “I seminatori di zizzania e le sliding doors dell’agire quotidiano”

People For Planet - Dom, 09/15/2019 - 07:00

Fatto sta che ci sono micro o macro atteggiamenti che hanno il potere di cambiare l’aria che si respira, rendendola più leggera o più soffocante per tutti. 

Se, per la “teoria delle finestre rotte” di Wilson e Kelling, il bene chiama il bene e il degrado moltiplica il degrado, allora le nostre singole reazioni agli eventi quotidiani possono rappresentare una serie di sliding doors collettive.

Vediamone una manciata:

1) Al supermercato 
Quando apre un’altra cassa a fianco alla vostra, evitate di ingaggiare una lotta da centometrista con la vecchietta claudicante che era in fila ben più avanti di voi. Non è un volo low cost. E, anche lì: i posti oramai sono assegnati, ma che diamine vi correte?  

2) Al cinema, in un bar, in luoghi pubblici, insomma
Provate una nuova ebbrezza: bussate alla porta del bagno prima (e non dopo!) aver provato a sfondarla con tutta la vostra forza, per entrare. Magari per voi è uguale. Ma poi non vi lamentate delle condizioni in cui trovate il water, se avete fatto sobbalzare il povero cristo che era dentro. 

3) Per strada 
Si può sorridere a chi si incontra. E, no, non è una segnale di disponibilità sessuale: è allegria. Coloro i quali interpretano una donna che sorride agli sconosciuti come una poco seria hanno un problema. Loro. Non lei. Loro. Hanno un problema. E, a volte, diventano un gran problema. 

4) In giro 
Baciatevi per strada, camminate mano nella mano. Chiunque voi siate. Esprimono molta più fiducia nell’universo due uomini che si amano, rispetto a un lui e una lei che battibeccano sul nulla, per l’ennesima, banale sciocchezza quotidiana. Chi si ama ce lo faccia sapere. Chi non si ama più rinunci alla propria rassicurante infelicità. O almeno risparmi quell’angoscia a noi.  

5) Ovunque
Meno autocitazioni, meno “te l’avevo detto”. Più “avevi ragione”, più “mi piace questo di te”. Tra abbracciare gli alberi e mandare a fanculo le persone c’è tutto il possibile umano. Scegliamo chi essere, dove collocarci e perché. 

Alla fine, postate sui social video “l’orango mannaro rivede chi lo salvò dalla decapitazione da piccolo, la reazione è commovente” e poi non riuscite a gioire delle fortune del vicino? Non abdicate all’empatia. 
E non rinunciate ai gesti buffi. Come disse Sant’Alfonso Liguori: «È peccato mortale non ridere ogni volta che è possibile».

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Riapre la Pellico, la prima scuola a impatto 0 della Lombardia

People For Planet - Sab, 09/14/2019 - 19:00

Dopo 335 giorni di cantiere e per una spesa di oltre due milioni di euro, le medie varesine sono energeticamente autosufficienti e sicure

Sulle note di “We will rock you” dei Queen , gli alunni di seconda e terza della media Pellico di Varese hanno accolto i compagni di prima. Un momento trionfale, in un giorno importante per questa scuola che riapre dopo un anno di lavori che hanno trasformato completamente il vecchio edificio.

«La nostra è una scuola rock ma anche smart» ha commentato la dirigente Anna Politi. «La nostra accoglienza calorosa è per dire che questa è una scuola amica, che non vi lascerà mai soli. Siete campioni e, come campioni, dovrete impegnarvi per raggiungere grandi risultati».

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Fiamme in Congo e in Angola: gli incendi di cui nessuno parla

People For Planet - Sab, 09/14/2019 - 16:00

Se i roghi divampati nella Foresta Amazzonica hanno guadagnato le prime pagine di tutto il mondo, ci sono altri incendi – non meno pericolosi – di cui nessuno parla.

Anche i polmoni verdi dell’Africa sono in fiamme: dal 21 agosto, sono stati contati 6.902 incendi in Angola e 3.395 nella Repubblica Democratica del Congo.

«Le aree interessate sono principalmente quelle coperte dalla savana, un bioma che si trova in molte zone di transizione tra la foresta pluviale e il deserto o la steppa» spiega Legambiente.

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Creati due embrioni, si spera di salvare il rinoceronte bianco dall’estinzione

People For Planet - Sab, 09/14/2019 - 10:00

Sono due e in futuro saranno trasferiti in una madre surrogata. Successo del consorzio internazionale di scienziati, del quale fa parte anche l’italiano Cesare Galli

Un nuovo passo importante è stato compiuto per salvare il rinoceronte bianco settentrionale dall’estinzione: dagli ovociti prelevati e fecondati dalle ultime due femmine rimaste, è stato possibile ricavare due embrioni. Si tratta dei primi embrioni in vitro in assoluto mai realizzati per questa specie, e che possono segnare una svolta per salvarla dall’estinzione. Il risultato è stato presentato questa mattina in una conferenza stampa da Cesare Galli, regista dell’operazione.

Gli embrioni sono ora conservati in azoto liquido, pronti per essere trasferiti in una madre surrogata in un prossimo futuro. Il gruppo guidato da Galli è riuscito a portare a maturazione e fecondare gli ovuli raccolti il 22 agosto scorso da Najin e Fatu, le due femmine che vivono a Ol Pejeta Conservancy in Kenya, con sperma dei maschi Suni e Saut, ormai morti.

“Abbiamo riportato dieci ovociti dal Kenya, cinque per ogni femmina. Dopo l’incubazione, sette sono maturati ed erano adatti alla fecondazione (quattro da Fatu e tre da Najin)”, dice Galli.

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L’amore è essenziale. Ma l’amicizia?

People For Planet - Sab, 09/14/2019 - 08:00

Le difficoltà nel coltivare le amicizie fanno meno notizia dei drammi sentimentali.
E sembra quasi che l’amicizia sia meno importante dell’amore.
E se è vero che i drammi di coppia fanno stragi mentali e fisiche è un peccato non accorgersi che gran parte del nostro benessere dipende dall’amicizia.
Si tratta di una forma di amore meno dirompente di quello sessuale ma non meno fondamentale.
L’amore per gli amici, uno per uno ma anche in gruppo: il senso di appartenenza a una comunità che ti sostiene, ti protegge, si prende cura di te e che ti induce a qualunque sforzo solidale, non per costrizione morale ma perché tu ami quella persona, è parte della tua vita.
Quando un amore sensuale finisce fa un gran rumore, quando si rompe un’amicizia meno. Esistono consulenti matrimoniali, non consulenti amicali.
E se per recuperare un amore una persona è disposta a compiere azioni mirabolanti meno si è disposti a impegnarsi per salvare un’amicizia.
Abbiamo dati statistici sui divorzi, nessuna informazione sul numero di amicizie che ogni anno finiscono. E quanti una volta trovato l’amore lasciano perdere gli amici? Come se avere amici non fosse essenziale per far fiorire la propria vita e quindi anche per far durare un amore…
E qui vorrei scrivere a proposito dei motivi che minano le amicizie, proprio perché se ne parla troppo poco.
La causa prima delle rotture è il tradimento della fiducia e del rispetto che sono i fondamenti dell’amicizia.
In amore tenere il punteggio come fosse una partita di calcio è deleterio: quante cose ho fatto io per te, quante tu me. Ugualmente è distruttivo conservare per anni, decenni a volte, la lista dei peccati compiuti dall’amante.
Ma nell’amore passionale c’è il sesso che a volte aiuta a superare la delusione di scoprire che lui non è il perfetto principe azzurro e lei non è l’infinitamente pura principessa. Con gli amici invece è più difficile superare gli scorni.
La nostra cultura è malata di vendetta: occhio per occhio. E se l’amico ti fa uno sgarro difficilmente c’è il perdono.
Ora lo so che a parlare di perdono si rischia di provocare rigetti perché si tratta di un’azione melensa e ti viene subito in mente la noia del catechismo sulla vita di San Francesco. A noi italiani, vendicativi con l’hobby della faida, il porgi l’altra guancia non è mai andato giù. Noi siamo tendenzialmente per la proliferazione moltiplicativa dell’azione deterrente nucleare: “Se mi cacci un dito nell’occhio, ti taglio la testa così impari!!!”
Credo che ti puoi ricordare parecchie storie di amici che si sono persi perché: “Mi ha detto Caio che tu gli hai detto che io sono un maiale putrido!”
Raramente viene in mente che se qualcuno ti racconta che qualcun altro ha detto, chi ti parla non è un amico.
La domanda che mi sono fatto un giorno è stata risolutiva: ma questa persona che mi riferisce queste parole, ben sapendo che mi fanno male, mentre Caio gliele diceva cosa ha fatto? Gli ha strappato il cuore a morsi oppure era lì che gongolava già pregustando il piacere di venirmi a spifferare quanto il mio amico sia traditore e falso e doppiogiochista ben sapendo in che misura ciò mi avrebbe fatto soffrire?

Quindi ho deciso che se una persona mi viene a riferire cattiverie dette su di me da un amico senza avermi portato anche il cuore ancora caldo del traditore, allora lo fa per farmi soffrire. E ho deciso di cancellare queste persone dalla mia personale lista dei viventi. E c’è da aggiungere che chi crede alle parole riportate apre infinite possibilità di sbagliare e soffrire inutilmente. Perché il senso delle parole è determinato dal contesto. Riportare una frase detta con tono scherzoso come se fosse pronunciata in tono malevolo è un crimine. Dar retta sciocco.
Da quando mi son detto “basta ascoltare i pettegoli” ho ridotto drasticamente i dissidi amicali.
Un altro progresso l’ho compiuto quando ho guardato con sagacia un’altra causa di stragi di amicizie. Tu dici una cosa e l’amico capisce Roma per Toma, lui ti accusa, tu neghi: “Ma non ho detto questo!”
“Sì, l’hai detto benissimo! Non sono sordo!” E via il sangue che scorre!
Qui c’è un grande problema. Le persone raramente si rendono conto che sono intelligenti solo a sprazzi, che comprendono una frase elementare solo a volte, che c’hanno la testa da un’altra parte e dosi troppo alte di paranoia nel sangue.
I veneti dicono che c’abbiamo tutti i 5 minuti di mona ogni giorno.
Hai la convinzione che la tua mente sia eccelsa? E come lo spieghi che a volte cerchi in tasca le chiavi di casa e non le senti nonostante siano proprio nella tua tasca e riesci ad accorgerti che ci sono solo al terzo tentativo? Comprendere che siamo intelligenti a volte e a volte rintronati fa crescere la pietà verso noi stessi e gli altri e diminuisce anche l’ansia da perfezionismo. La pietà verso i propri limiti induce alla comprensione e alla tolleranza verso gli altri. È una cosa importante che ti cambia la vita.
Io ho affrontato la questione in modo salomonico: “Caro amico, forse mi sono espresso male forse tu non hai capito nulla, comunque non ho mai pensato quel che ti è arrivato”.
È un ottimo modo per disinnescare la deflagrazione di un’amicizia.
Bisogna poi considerare anche la strana magia satirica che pervade il concatenarsi della vita.
A volte le apparenze si mettono d’accordo per dimostrarti che chi ritenevi un amico è un cane rognoso. Le prove sono indiscutibili. Cosa fai: pronunci la pena di morte oppure stai a guardare cosa succede nella seconda puntata?

(continua)

“Piantiamo un albero per ogni italiano”, il progetto per contrastare il cambiamento climatico

People For Planet - Ven, 09/13/2019 - 15:00

Lʼiniziativa, portata avanti dal fondatore di Slow Food, Carlo Petrini, e da altre personalità, a nome delle Comunità Laudato Sì, ha lʼobiettivo di contrastare il riscaldamento globale

Il fondatore di Slow Food, Carlo Petrini, e altre personalità, a nome delle Comunità Laudato Sì, lanciano un appello a “piantare 60 milioni di alberi, uno per ogni italiano, per combattere la crisi climatica”. Secondo i promotori dell’iniziativa “Un albero in più”, “piantare alberi è la principale soluzione che abbiamo per far fronte al riscaldamento globale. Non risolve il problema, ma ci aiuta prendere tempo nell’attesa di cambiare stili di vita”.

La “crisi climatica” è sotto gli occhi di tutti. Il tempo per porre rimedio è poco, e allora un’idea semplice quanto rivoluzionaria: piantare alberi. Ogni persona può farlo, subito, perché “se vogliamo arrivare al 2030 in condizioni atmosferiche non irreversibili, il momento di agire è adesso”.

L’appello è rivolto a tutti, per fare qualcosa subito per salvare l’ambiente e contrastare i cambiamenti climatici ed è nato dallo scienziato Stefano Mancuso, Direttore Linv, International laboratory for plant neurobiology, dal vescovo di Rieti, Domenico Pompili, a nome delle Comunità Laudato sì, e da Carlo Petrini, presidente Slow Food. All’iniziativa ha aderito subito anche il Wwf.

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Legalizzare la cannabis nuoce al mercato nero (seconda puntata): l’esperimento nello stato di Washington

People For Planet - Ven, 09/13/2019 - 15:00

Legalizzare la cannabis nuoce al mercato illegale, che si vede soppiantato da quello legale. È questa la conclusione a cui è giunto uno studio pubblicato sulla rivista Addiction dai ricercatori dell’Università di Puget Sound di Tacoma e dell’Università di Washington (Stati Uniti), secondo cui nello stato di Washington la legalizzazione della cannabis avvenuta nel 2012 ha comportato una diminuzione dell’acquisto della sostanza dal mercato nero.

Studio su duecentomila persone

Guidato dal chimico Dan Burgard, direttore del dipartimento di Chimica dell’Università di Puget Sound, il team di ricerca ha analizzato i campioni di acque di scarico di due impianti fognari che servono una comunità di duecentomila persone nello stato di Washington raccolti tra il 2013 e il 2016, ovvero dopo la legalizzazione della cannabis.

Leggi la nostra inchiesta: Canapa light, ecco come è nato il fenomeno dell’erba che non “sballa”

I dati dalle acque di scarico

I dati raccolti dai campioni di acque reflue, scrivono i ricercatori, possono essere molto utili nello studio del consumo di sostanze utilizzate, sia legali che illegali: in alcuni casi addirittura la concentrazione dei metaboliti (i composti prodotti dall’organismo nel corso dei processi metabolici che vengono espulsi tramite l’urina o le feci) rilevati può essere utilizzata per calcolare a posteriori il numero effettivo di dosi di un farmaco utilizzato in una particolare area.

Cresce il consumo di cannabis legale

Finanziata in parte dal National Institute on Drug Abuse, l’ente di ricerca governativo degli Stati Uniti sul consumo di droghe, la ricerca sull’assunzione di cannabis legale nello Stato di Washington si è basata sulle analisi di 387 campioni di acque reflue raccolti in altrettanti giorni nell’arco di tre anni, dalle quali è emerso che il THC-COOH (il metabolita del THC, il principio psicoattivo della cannabis) presente nelle acque di scarico aumentava del 9% ogni trimestre. I ricercatori spiegano che, se da una parte le persone consumavano più cannabis, dall’altra preferivano acquistarla dai rivenditori legali: durante lo stesso periodo infatti le vendite della canapa legale hanno conosciuto un incremento di vendite del 60-70% ogni tre mesi. «Questi risultati – spiega Burgard – suggeriscono che molti utenti sono passati dal mercato illegale a quello legale».

La lotta al mercato nero

Secondo i ricercatori i risultati da loro ottenuti suggeriscono che la legalizzazione ha raggiunto uno dei suoi obiettivi principali, ovvero ridurre gli approvvigionamenti dal mercato nero. «Questo progetto è stato ideato per aiutare a comprendere come le vendite di cannabis per uso ricreativo per adulti influiscano sul consumo totale all’interno di una popolazione – afferma Caleb Banta-Green, ricercatore dell’Università di Washington e coautore dello studio – Riteniamo che questo potrebbe rappresentare uno strumento prezioso per i responsabili delle politiche locali, statali, nazionali e internazionali che si porranno il problema della legalizzazione della cannabis».

Immagine di copertina: Disegno di Armando Tondo

Hans Christian Gram, chi era il medico che ha scoperto i segreti dei batteri

People For Planet - Ven, 09/13/2019 - 14:00

Copenaghen, 13 settembre 2019 – Oggi Google celebra, col suo doodle, la nascita di Hans Joachim Christian Gram,  medico, patologo e farmacologo danese nato il 13 settembre 1853 e morto il 14 novembre 1938.

Gram studiò botanica all’Università di Copenaghen e fu assistente di Japetus Steenstrup. Il suo interesse verso le piante lo portò allo studio della farmacologia ed all’uso del microscopio.
Nel 1878 intraprese gli studi medici e si laureò nel 1883. Tra il 1878 e il 1885 viaggiò in diverse università europee. Nel 1891, Gram divenne lettore in farmacologia, e lo stesso anno fu nominato professore all’Università di Copenaghen. Nel 1900 diede le dimissioni dalla cattedra di farmacologia per assumere quella di Medicina Interna. Insegnò fino al 1923, quando si ritirò in pensione.

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È morto Charlie Cole, uno dei fotografi del “Tank Man” di piazza Tienanmen

People For Planet - Ven, 09/13/2019 - 11:00

È morto a 64 anni Charlie Cole, uno dei fotografi che il 5 giugno del 1989 a Pechino immortalarono il cosiddetto tank man, l’uomo di cui non si conosce l’identità che durante le proteste di Piazza Tienanmen ostacolò pacificamente i carri armati dell’esercito. Cole era nato in Texas, Stati Uniti, nel 1955 e da circa 15 anni viveva a a Bali, in Indonesia, dove è morto. La foto di Cole fu realizzata con un teleobiettivo dal balcone di un hotel, e fu in seguito pubblicata su Newsweek: grazie a quella foto, Cole nel 1990 vinse il World Press Photo, il più importante premio del più importante concorso di fotogiornalismo al mondo. Continua a leggere (Fonte: ILPOST.ITÈ morto Charlie Cole, uno dei fotografi delle proteste di piazza Tienanmen del 1989)

Dalla stampa nazionale:

Pechino, primavera del 1989: dal 15 aprile intellettuali, studenti e semplici operai manifestano contro la tirannide comunista. Il 4 maggio sono addirittura in 100mila a marciare per le strade della Capitale chiedendo più libertà per i media e un dialogo tra la direzione del Partito e la società civile. La rivolta viene repressa nel sangue. Il 5 Giugno 1989, un uomo solo e disarmato si mise in mezzo alla strada e ingaggiò i carri armati. Teneva una busta nella mano sinistra e la giacca nella mano destra. Appena i carri armati giunsero allo stop il ragazzo sembrò volerli scacciare. In risposta, i carri armati provarono a girargli intorno, ma il ragazzo li bloccò più volte, mettendosi di fronte a loro ripetutamente, adoperando la resistenza passiva. Diverse sono le versioni su cosa si siano detti, tra le quali “Perché siete qui? La mia città è nel caos per colpa vostra”; “Arretrate, giratevi e smettetela di uccidere la mia gente”. (Fonte:LE PILLOLE )

ARRESTI E CENSURE: COSÌ IN CINA IL REGIME CANCELLA IL RICORDO DI TIENANMEN – Se le più avanzate app cinesi ci mettono la bellezza di una settimana per aggiornare i loro sistemi, qualche sospetto viene. Se lo fanno tutte insieme, i sospetti crescono. E se lo fanno proprio a cavallo del 4 giugno, la data innominabile per il Partito comunista cinese, il giorno del 1989 in cui i suoi leader mandarono l’esercito a sparare sulla folla di Piazza Tienanmen, i sospetti toccano il massimo. (…) il sospetto è che questa sia l’ultima frontiera del buco nero informativo creato dal governo cinese attorno alla strage di Tiananmen. Un vortice da cui quest’anno, trentesimo delicatissimo anniversario, non deve scappare neppure una scintilla di verità. Così insieme alle “consuete” misure di sicurezza, attivisti e testimoni della strage come le “madri di Tiananmen” tenuti agli arresti domiciliari o spediti in “vacanza” lontano da Pechino, eventi pubblici vietati, controlli di polizia rafforzati, le autorità sembrano dedicare una attenzione ossessiva alla Rete.

In parte stringendo le maglie della grande muraglia digitale, come è stato fatto con le versioni non cinesi di Wikipedia, rese inaccessibili già da aprile. In parte spingendo le stesse piattaforme ad auto censurarsi, come impongono le nuove e più stringenti regole sulla sicurezza informatica volute da Xi Jinping. Infine affidandosi a un esercito di censori in carne e ossa, che per l’occasione viene rafforzato di effettivi. Il controllo del discorso online non è certo una novità. Continua a leggere (Fonte: REPUBBLICA.IT di Filippo Santelli)

NON ABBIAMO MAI SAPUTO CHI FOSSE IL MANIFESTANTE DI PIAZZA TIENANMEN – (…) Il giovane che fermò il carro armato è oggi conosciuto come “Tank Man” (uomo del carro armato), o come “ribelle sconosciuto”. Non si sa che fine abbia fatto, anche perché non si sa chi furono le persone che lo portarono fuori dall’inquadratura di quel pugno di filmati che hanno documentato il suo gesto e lo hanno reso un simbolo di coraggio universalmente riconosciuto. Dal filmato sembrano altri manifestanti che vogliono metterlo al sicuro, ma alcuni reporter scrissero che erano agenti di polizia. Nel 1999 un ex collaboratore del presidente statunitense Richard Nixon disse che il giovane era stato fucilato un paio di settimane dopo le proteste. Storici e giornalisti che hanno cercato tra i documenti disponibili del Partito Comunista cinese, e che hanno intervistato funzionari e dirigenti governativi, hanno però riportato una versione diversa: il governo non riuscì mai a identificare e arrestare l’uomo. Ne sono nate ovviamente varie teorie, alcune pienamente complottiste: c’è chi ha scritto per esempio che si sia rifugiato a Taiwan, e che viva ancora lì.

(…) Nonostante siano diventate così iconiche, però, le immagini del “ribelle sconosciuto” non sembrano molto conosciute in Cina. Recentemente il ricercatore dell’università olandese di Utrecht Rutger van der Hoeven ha condotto una ricerca su 239 utenti di internet cinesi: un campione piccolo e poco rappresentativo, ma che dice pur sempre qualcosa. Ha scoperto che soltanto il 37 per cento di loro riconosceva la foto del “Tank Man”, contro il 49 per cento riscontrato tra utenti stranieri. Soltanto un intervistato su sei ha associato le immagini alle proteste di piazza Tienanmen. Continua a leggere (Fonte: ILPOST.IT)

Lo spreco dei medicinali si può ridurre, e tanto, se tutti i farmacisti si decidono a collaborare

People For Planet - Ven, 09/13/2019 - 10:00

Un milione e 300mila italiani consumano più di dieci medicine al giorno. Assurdo. Come il fatto che solo a Verona ogni anno finiscono nella spazzatura 320mila chili di farmaci non scaduti. Che cosa possono fare i farmacisti.

SPRECO DI FARMACI IN ITALIA

Lo spreco dei farmaci invade le nostre case, ogni giorno. E si consuma, puntuale come un orologio, nel triangolo dei nostri errori di consumatori, della scarsa collaborazione di medici e farmacisti, in qualche tendenza a favorire acquisti compulsivi da parte dell’industria farmaceutica.

Uno spreco di soldi, tanti soldi, privati e pubblici: ma innanzitutto, e prima a ancora, un grave spreco di salute, in quanto tanti e troppi farmaci non hanno mai fatto bene a nessuno. Per capirlo bene basta scolpirsi in testa un numero: 1 milione e 300mila italiani consumano, ogni giorno, più di 10 medicine a testa. Vi sembra possibile? Non è evidente che dietro queste cifre ci sia qualcosa che non torni, anche per la nostra salute?

SPRECO DI MEDICINALI IN ITALIA

Ogni anno gettiamo nel cestino della spazzatura, in media, un chilo di medicinali. Confezioni integre e mai aperte, acquistate con compulsione e finite negli armadietti fino alla scadenza: infatti il 40 per cento dei farmaci conservati dalle famiglie italiane ha superato il limite di validità. È inservibile. Molto spesso i farmaci li auto-prescriviamo, anche laddove è indispensabile l’autorizzazione dei medici, e li auto-sospendiamo, come se potessimo decidere in autonomia le nostre cure, anche le più delicate: si calcola che su 16 milioni di ipertesi solo la metà accettano le cure per il periodo necessario (di solito molto lungo), mentre gli altri 8 milioni li prendono per due-tre mesi e poi li buttano. Le pillole che più sprechiamo, secondo i dati dell’Agenzia nazionale del farmaco, sono gli antibiotici, e a seguire gli analgesici, gli sciroppi, i farmaci per l’ipertensione e per lo scompenso cardiaco, gli antiaggreganti e gli anticoagulanti. Tutte medicine costose.

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“La carne ‘vegan’? Ha troppo sale aggiunto”.

People For Planet - Ven, 09/13/2019 - 09:14

La fama di essere tout court benefici per la salute si infrange spesso leggendo l’elenco degli ingredineti: se paragoniamo la versione “vegan” di molti alimenti industriali venduti nei supermercati con quella dei cibi “tradizionali” scopriamo che, i primi, spesso contengono più sale, grassi e zuccheri aggiunti. Lo abbiamo dimostrato con un confronto sul numero di giugno 2019 (“Ecco cosa finisce nel cibo vegan“) e ora arriva una conferma autorevole. Una ricerca commissionata dalla Heart Foundation e dal Dipartimento Sanità e condotta dal George Institute for Global Health di Melbourne, ha analizzato un gran numero di prodotti alternativi alla carne (hamburger, falafel, salsicce a base di tofu, soia e cereali) e i risultati non sembrano lasciare molti dubbi: molti sono sono ricchi di sale aggiunto, il cui alto consumo è legato all’ipertensione. Ad esempio gli autori della ricerca hanno accertato che 100 grammi di bacon “vegetale” contenevano circa 2 grammi di sale, un terzo del consumo giornaliero raccomandato, mentre una marca di tortini di carne “vegetale” conteneva metà del consumo raccomandato. “Il più alto contenuto medio di sale – scrive la responsabile dello studio, la nutrizionista di salute pubblica Clare Farrand – è stato misurato nel bacon senza carne, seguito dai falafel e dalle salsicce a base di tofu”.

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Champagne per Alberto Barbera

People For Planet - Ven, 09/13/2019 - 07:00

Un trionfo l’ultima edizione della Mostra del cinema di Venezia che porta la firma, il genio, la dedizione e la passione del direttore Alberto Barbera.

Premi, numero di spettatori e abbonati, presenze di star italiane e soprattutto straniere, attenzione mediatica internazionale sono il riscontro di un cinefilo sabaudo di provincia  (è nato a Biella) che aveva sognato di fare l’attore e che da critico impegnato non ha mai guardato al luogo comune paludato e al pregiudizio avendo il merito di portare sul tetto del mondo il più antico festival del cinema del mondo sollevandolo da naturali decadenze.

Il verdetto finale ha avuto apprezzamento quasi unanime. La Coppa Volpi al maschile a Luca Marinelli inorgoglisce gl’italiani, quella al femminile ad Ariane Ascaride è un riconoscimento alla carriera (tutti e due gli attori nel loro ringraziamento parlano di migranti con bile dei sovranisti), il premio della giuria a Roman Polansky nonostante il dissenso iniziale della presidente di giuria Lucrecia Martel e quello a Franco Maresco dimostrano che sullo schermo c’è posto per l’eresia sia se racconti Dreyfuss sia che racconti la mafia in forma non politicamente corretta. 

Ma è il Leone d’Oro a “Joker” che induce a leggere una Mostra in sintonia con il pubblico del nuovo tempo. L’antagonista di Batman in nuova lettura esistenziale e scenica dimostra la capacità di mettere sul podio più alto un film di genere e proveniente dal fumetto. Ancora una volta Alberto Barbera sa raccogliere il meglio che produce l’industria americana e la offre ad una giuria competente che offre il suo verdetto che spesso è in sintonia con la notte degli Oscar.

È accaduto nelle due precedenti edizioni con la scuola messicana migrata oltre confine, quando a Venezia trionfano “Roma” di Alfonso Cuaron e “La forma dell’acqua” di Guillermo Del Toro, film che hanno sommato ben sette statuette dopo gli applausi al Lido. Da aggiungere i film d’apertura del 2013 e del 2018 “Gravity” e “La la land” finiti sul podio più alto dell’Academy a dimostrazione del fiuto di Barbera, che frequentando America e Los Angeles riesce a cogliere la trasformazione dinamica e progressiva del cinema del nuovo secolo. Ora la scaramanzia che nella settima arte ha il suo peso dice che “Venezia porta bene ai film che concorrono all’Oscar” e quindi tutti puntano ad una conferma anche per “Joker”.

Alberto Barbera ha fidelizzato un pubblico per il festival. La controprova nei numeri: i dati parziali dicono che “Venezia 76” ha registrato il tutto esaurito degli abbonamenti e dei biglietti vendibili già al 14 agosto, con oltre centomila presenze. In più c’è un aumento consistente delle presenze giovanili rispetto agli altri anni che si uniscono a chi può spendere 1600 euro di carnet. Presenze generali aumentate del 15 per cento rispetto a “Venezia 75” e del 23 in confronto a quelle di due anni fa. Sono stati 1500 gli accrediti rilasciati alla stampa estera e che contribuiscono non poco alla fortificazione del brand Italia. 

Alberto Barbera lavora molto sulla presenza di star e talenti alla Mostra. Recuperati gli americani bypassando la coincidenza con Toronto, la pattuglia degli ospiti è organizzata con scientifica attrazione verso una delle componenti indispensabili per il successo del cinema. Da Brad Pitt, tanto per dire, a Pedro Almodovar si soddisfano tutti i gusti e tutte le esigenze. E con azzardo sfrontato Barbera fa arrivare anche i Ferragnez, cosciente che, se pur Mereghetti scrive che il documentario è ingiudicabile, l’attenzione mediatica delle masse che mai andrebbero a Venezia è assicurata. 

Per aver successo bisogna governare il dissenso. Poca cosa quello di Valeria Golino schifata dall’invito all’influencer. Ben più seria la questione se è Variety che ti accusa con occhio “metoo” di selezionare poche registe a Venezia. Ma Barbera a schiena dritta oppone che un film si sceglie per valore e non per genere.

Alberto Barbera che invita i film Netflix  mentre il suo collega di Cannes, Thierry Frémaux, continua a difendere l’ortodossia perdendo occasioni e regalando punti a Venezia sempre più smart e postmoderna. Barbera attento alle serie e le serie (successone per il nuovo Papa di Sorrentino e “Zero, zero, zero” di Sollima-Saviano). Certo c’è da fare sul versante Mercato ma dategli tempo e forse anche su quel versante vedremo risultati.

Barbera che tutela i Classici con una sezione di degno rispetto, l’agitatore che fece palestra nell’Aiace d’essai e  che si schernisce quando rammenti di aver studiato sulla sua antologia scritta con Turigliatto mescola tutto per il suo cocktail di successo. Biografo, critico e amico di Mohsen Makhmalbaforganizzatore di rassegne su Kjarostami al Museo del Cinema di Torino da lui diretto per 12 anni, che si sommano ai 9 del Festival di Torino nella sua formula giovane e a un curriculum infinito di quello che era il giovane critico della Gazzetta del Popolo, quotidiano antagonista della blasonata Stampa di Agnelli.

Per reggere la fatica prende vitamine tedesche che lo accompagnano alla collezione di smoking d’ordinanza griffati e che indossa con eleganza. Sceglie Alessandra Mastronardi come madrina e all’annuncio diventa tendenza su twitter.

Non ne sbaglia una Alberto Barbera. Cameriere, champagne.  

Tumore al polmone: non tutti i fumatori corrono lo stesso rischio

People For Planet - Gio, 09/12/2019 - 15:00

Un nuovo screening messo a punto dall’Istituto Tumori di Milano apre la strada alla prevenzione.

Più di 20 sigarette al giorno per 30 anni, ma il rischio di sviluppare un tumore al polmone non è lo stesso per tutti i forti fumatori. A sostenerlo è l’Istituto nazionale dei tumori di Milano (Int) che per la prima volta ha dimostrato come il rischio di incorrere in questa forma tumorale non sia il medesimo per tutti i forti fumatori e ha messo a punto uno screening per la diagnosi precoce di questa neoplasia rivolto alla popolazione ad alto rischio.

Diagnosi precoce per soggetti ad alto rischio

Attualmente non esiste uno screening per la diagnosi precoce del carcinoma polmonare rivolto alla popolazione ad alto rischio. Ciò comporta un ritardo nell’individuazione della malattia che spesso avviene quando il tumore è già in fase avanzata, determinando una minore aspettativa di vita: secondo i dati del 2018 raccolti da Airtum (Associazione italiana dei registri tumori) e Aiom (Associazione italiana di oncologia medica), la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi è oggi pari al 15,8%. «Il nostro studio – spiegano gli autori – rappresenta una svolta perché scardina l’idea che non sia possibile effettuare una diagnosi precoce del carcinoma polmonare. Al contrario, prova che è possibile stabilire in anticipo chi ha maggiori probabilità di sviluppare la malattia e di conseguenza consente di definire il calendario dei controlli e le eventuali misure preventive da adottare». Supportato da Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro, lo studio è stato presentato a Barcellona lunedì scorso in occasione della 20° Conferenza mondiale dell’International Association for the study of lung center (Iaslc).

Tac spirale e analisi del sangue

Tac spirale toracica a basso dosaggio di radiazioni (LDCT) e test microRNA eseguito attraverso il semplice prelievo di un campione di sangue: sono questi i due esami che, in combinazione, rappresentano lo strumento diagnostico innovativo che per la prima volta può cambiare il destino di forti fumatori e soggetti ad alto rischio di sviluppo del carcinoma polmonare, aprendo la strada alla prevenzione personalizzata.

Venti o trenta sigarette al giorno per 30 anni

Lo studio, chiamato bioMILD, è stato condotto su circa quattromila persone arruolate all’inizio del 2013. Il 70% dei partecipanti era costituito da forti fumatori (cioè consumatori in media ogni giorno di un pacchetto da 20 sigarette) per 30 anni, con un’età superiore ai 55 anni. Il restante 30% comprendeva soggetti di 50-55 anni, fumatori di 30 sigarette al giorno, sempre da almeno 30 anni. Tutti sono stati sottoposti alla combinazione LDCT/test microRNA (piccolissime molecole che vengono rilasciate precocemente dall’organo aggredito dal tumore e dal sistema immunitario).

Basso, medio e alto rischio

I risultati hanno messo in evidenza tre tipologie molto differenti di rischio: il 58% dei partecipanti è risultato negativo a entrambi i controlli ed è stato quindi classificato a rischio basso di sviluppare il tumore al polmone; il 37% è risultato positivo a uno dei due esami ed è stato classificato a rischio medio; il restante 5% ha avuto entrambi i valori positivi, ed è stato quindi classificato ad alto rischio. «La nostra ipotesi di partenza era che il rischio di ammalarsi per i forti fumatori non fosse omogeneo, cioè il medesimo per tutti – spiega Ugo Pastorino, direttore della Struttura complessa di Chirurgia toracica dell’Int e tra gli autori dello studio -. I risultati ci hanno dato ragione perché sulla base degli esiti della Tac e del test microRNA siamo stati in grado per la prima volta di profilare il rischio di malattia e di definire che, a parità di esposizione, il rischio biologico è diverso».

Programmi di prevenzione personalizzati

I vantaggi che si ottengono con questa nuova strategia di screening precoce sono diversi. «In base alla fascia di rischio vengono messi a punto programmi di prevenzione personalizzati – spiega Pastorino -. È ad esempio possibile stabilire chi non necessita di cure immediate ma solo di un controllo annuale, e questo ci permette di evitare interventi che sarebbero inutili, a tutto vantaggio del paziente. Ed è possibile ridurre il numero di Tac di controllo, dal momento che chi è a rischio basso viene visitato a distanza di tre anni».

Il professor Guido Kroemer indica la strada della longevità: mangiare di meno

People For Planet - Gio, 09/12/2019 - 15:00

Il biologo cellulare, 58 anni, ha scoperto le «cellule spazzine»: la riduzione delle calorie assunte quotidianamente attiva meccanismi che degradano le proteine alterate e quindi mantengono l’organismo più in salute

Era in aeroporto a Parigi quando ha ricevuto la chiamata da Palazzo Lombardia, sede della Regione: la ricerca che lo impegna da due decenni gli è valsa un riconoscimento da 1 milione di euro. Al biologo cellulare Guido Kroemer è andato il Premio Internazionale «Lombardia è Ricerca», che da tre anni individua la migliore scoperta scientifica nell’ambito delle Scienze della vita. E promuove lo scambio tra i più accreditati ricercatori internazionali e i centri di eccellenza lombardi. Mangiare meno permette di vivere più a lungo e in salute: la scoperta di Kroemer ora ci spiega perché.

Nato in Germania nel 1961, di nazionalità austriaca e spagnola, professore alla Facoltà di Medicina dell’Università di Paris Descartes e direttore del team di ricerca «Apoptosis, Cancer and Immunity» del French Medical Research Council, Kroemer ha scoperto nella restrizione calorica (in grado di indurre l’autofagia) un fattore chiave per la longevità. Il tema del premio quest’anno era l’healty aging: in un Paese come l’Italia, dove l’aspettativa di vita ha raggiunto gli 80,8 anni per gli uomini e gli 85,2 per le donne, garantire una vecchiaia in salute dev’essere una priorità, dal punto di vista sociale oltreché economico.

«Sono lusingato di ricevere questo premio — dice Kroemer —. Il mio laboratorio lavora da oltre 14 anni sul concetto dell’invecchiamento e sui meccanismi che possono rallentarlo. Era il 2005 quando abbiamo pubblicato il primo lavoro dimostrando che l’autofagia può proteggere le cellule dalla tossicità, ad esempio della chemioterapia».

Continua a leggere su MILANO.CORRIERE.IT di Stefania Chiale

Brasile: 500 mila api morte in 3 mesi

People For Planet - Gio, 09/12/2019 - 11:02
Fonte: OHGA

Dalla stampa nazionale:

Il Brasile non deve “solo” fare i conti con i vasti incendi che stanno riducendo in cenere centinaia di ettari di foresta amazzonica e con la crescente deforestazione, che potrebbe presto trasformare la foresta pluviale più grande del pianeta in un’arida savana. Tra dicembre 2018 e febbraio 2019 oltre 500 milioni di api (Apis mellifera) sono infatti state trovate morte da apicoltori in quattro stati del Brasile. Lo ha riferito un’inchiesta condotta da due agenzie di giornalismo investigativo, Agência Pública e Repórter Brasil. Con circa 400 milioni di api morte, lo stato del Rio Grande do Sul, il principale produttore di miele del Brasile, è stato il più colpito, seguono lo stato di Santa Catarina, lo stato del Mato Grosso do Sul e lo stato di San Paolo.

Perché sono morte le api – La rapidità con cui intere colonie di api sono morte ha fatto inizialmente pensare alla sindrome dello spopolamento degli alveari (Ssa), fenomeno non ancora pienamente compreso che dal 2006 ha causato la morte di milioni di insetti tra Stati Uniti ed Europa. I sintomi sono tuttavia diversi e la causa sembra essere solo una: i pesticidi. Continua a leggere (Fonte:LIFEGATE.IT – In Brasile mezzo miliardo di api sono morte in soli 3 mesi di Lorenzo Brenna)

Api sempre più in pericolo. Come aiutarle

  •  (…) No pesticidi. Sono la prima causa della scomparsa di questa specie animale, che sta rischiando l’estinzione.
  • I fiori salva api. Si possono piantare in giardini, orti e balconi, fiori “amici delle api”, dove possono trovare polline e nettare per nutrirsi. Potete aiutare le api con Calendula, lupinella, facelia, borragine, timo, grano saraceno, girasoli, malva, tagete, finocchio annuale, rosmarino, aneto, pastinaca, coriandolo…
  • La casetta per le api. Potete anche provare a costruire un rifugio per api selvatiche in fuga da pesticidi. In un luogo tranquillo, vicino a fiori come papaveri, fiordaliso o bocche di leone, ottimi nutrimenti per piccole api, costruite una cornice esterna in legno, e all’interno mettete ceppi di quercia o faccio, dove avrete già fatto piccoli fori. Oppure, va bene anche un mattone cavo, Aggiungete piccoli rametti e canne di bambù. Sarà il loro rifugio.
  • Sii wild. Lascia qualche spazio del tuo giardino “selvaggio” e disordinato. Vari tipi di fiori, erba un po’ alta, faranno felici gli insetti e anche gli animali domestici (e te, che dovrai stressarti meno per curarlo)
  • Pronto soccorso per api. Se trovate un’ape in difficoltà, potete aiutarla a ristorarsi dandole dell’acqua con un po’ di zucchero o miele (cercate di non farla affogare in una bacinella però).
  • Un punto ristoro per gli insetti. Anche le api hanno sete e devono bere. Lasciate una bacinella d’acqua per gli insettini di passaggio.
  • Cosa fare quando fa freddo. Per aiutare le api in inverno e autunno, potete coltivare fiori invernali su cui amano svolazzare, ad esempio la vedovina maggiore. Il piccolo abbeveratoio è utile anche in inverno. Una bacinella piccola con acqua e zucchero, aiuterà gli insetti vagabondi intontiti dal gelo a rimettersi in sesto. Continua a leggere (Fonte: INFORMACIBO.IT  di Alessandra Favaro)

La moria di api in Italia è dovuta a un fattore in particolare: la violazione della legge che vieta l’uso dei pesticidi sui campi fioriti. Cosa potrebbe frenare la moria di queste e di altri insetti fondamentali per la sopravvivenza degli ecosistemi? Prima di tutto controlli più stringenti e norme più severe (e realmente applicate).

Secondo i maggiori esperti del settore, i principali fattori che minacciano diverse specie di insetti, tra cui api e pronobi (impollinatori selvatici) sono quattro: il cambiamento del loro habitat, ovvero il cambiamento legato alle attività umane come l’urbanizzazione, l’industria e l’agricoltura intensiva; l’inquinamento; gli agenti biologici (come le nuove malattie introdotte da specie invasive); infine i cambiamenti climatici.

(…)Ma restringendo il campo al nostro Paese, quali sono i pericoli più gravi per gli insetti, e le api in particolare? «Certamente il cambiamento dell’habitat, ma soprattutto l’agricoltura intensiva a monocoltura – cioè la coltivazione su enormi distese di una sola coltura, che magari non è fonte di sostentamento per le api e quindi le esclude dall’intera area, poi, non da ultimo, i pesticidi» risponde Mutinelli.

 «C’è bisogno di regolamentare l’utilizzo dei pesticidi in termini ad esempio di orario, in modo che interferiscano meno con le api, programmando gli interventi nelle ore serali o notturne». Ma spesso le regole già presenti non sono applicate o rispettate, e l’infrazione viene raramente sanzionata (quando la sanzione è prevista).  Continua a leggere (Fonte: PEOPLEFORPLANET.IT – L’estinzione degli insetti?di Michela Dell’Amico)

Cronaca del giorno in cui si estinsero i dinosauri: il killer non fu (solo) l’asteroide

People For Planet - Gio, 09/12/2019 - 10:08

Incendi, tsunami e aria resa irrespirabile da nubi di zolfo che oscurarono i raggi solari causando un raffreddamento globale. Era questo il pianeta Terra dopo essere stato colpito, 66 milioni di anni fa, da un asteroide. Un luogo inospitale che spazzò via molte creature viventi, a partire dai dinosauri. La conferma è arrivata da “Il primo giorno del Cenozoico”, lo studio coordinato da Sean Gulick, dell’università del Texas ad Austin, pubblicato sulla rivista dell’Accademia Americana delle Scienze (Pnas). I geologi hanno per la prima volta analizzato le rocce sul sito d’impatto dell’asteroide grazie alla perforazione del cratere di Chicxulub, sepolto fra il mare e la terraferma sotto la penisola dello Yucatan. Analizzando le carote di materiali prelevati dal cratere, scavando i tra i 500 e i 1.300 metri di profondità, è stato possibile ricostruire lo scenario e risalire a quanto accaduto entro le prime 24 ore dall’evento che ha condannato a morte il 75% della vita del pianeta.

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Svezia, le aziende impongono un’ora di sport obbligatorio ai dipendenti: “Chi non la fa, se ne può andare”

People For Planet - Gio, 09/12/2019 - 10:00

Fisici scolpiti, pancia piatta, gambe slanciate: in Svezia, il popolo è conosciuto in tutto il mondo per essere particolarmente allenato e in forma, e sempre più aziende obbligano i dipendenti a fare un’ora di sport al giorno mentre sono a lavoro.

Secondo un sondaggio di Eurobarometro, il 70 per cento degli svedesi svolge attività fisica almeno una volta alla settimana. Ma la maggior parte di questi si allena durante le ore lavorative.

Le aziende stanno imponendo infatti ai propri dipendenti di fare attività fisica per il bene dell’azienda stessa.

Una di queste è Bjorn Borg, il brand di abbigliamento sportivo fondato dall’omonimo tennista svedese.

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