scuole per mercenari

di Rita Pennarola –

LA VOCE DELLA CAMPANIA, Aprile 2007  

 

 

 Dopo l’incarico a sorpresa affidato dal governo Prodi alla discussa big della sicurezza privata Aegis per vegliare sui civili italiani rimasti in Iraq, siamo andati a cercare l’intreccio internazionale di sigle ammantate dalla parola Pace che formano ed arruolano mercenari, fornendo ai grandi contractors manodopera superpagata e, soprattutto, svincolata da qualsiasi regola militare o etica.

 

Faranno un contract e lo chiameranno pace. Piace ammantarsi della bandiera arcobaleno, ai colossi delle milizie private nel mondo: macchine da guerra dotate di eserciti con uomini armati fino ai denti, ma sempre più spesso riunite in sigle associative che lasciano sapientemente trasparire “fini umanitari”. La Aegis Defense Services, l’agenzia privata scelta dal governo Prodi per proteggere i civili italiani rimasti in Iraq con un appalto da 3 milioni e mezzo di euro, aveva provato per esempio ad entrare fra i membri - o almeno tra i friends - della IPOA, International Peace Operations Association, che si proclama «non-governmental trade and lobbying association committed for the "Peace and Stability Industry", more commonly referred to as private military companies», vale a dire «associazione non governativa di commercio e lobbing impegnata per l’ “Industria della pace e della stabilità”, più comunemente riferita alle compagnie militari private».

Ma la Aegis non l’hanno voluta nemmeno loro, le big dei mercenari di professione aderenti all’Ipoa. La richiesta presentata dallo spregiudicato Timothy Spicer, patron della britannica Aegis, è rimasta a lungo in bilico. Colpa, forse, dei rocamboleschi trascorsi della società, più volte risorta dalle sue ceneri: la storia comincia negli anni dell’apharteid, quando proprio i sudafricani furono pionieri nel presentare l’attività mercenaria come “affare privato legale”. «Alla fine degli anni ‘80 - raccontano i giornalisti Andy Clarno e Salim Vallysi, membri della Coalizione Contro la Guerra, su Rebellion - si creó l’Executive Outcomes, che nel decennio successivo diresse le operazioni di controinsurrezione attraverso l’Africa in cambio di concessioni minerarie e petrolifere». Occhio: «Alla fine degli anni ‘90 EO si trasformò in Sandline International, che più tardi chiuse e riapparve come Aegis Defense». Proprio Aegis, la società premiata dal governo Bush con un contratto da 300 milioni di dollari per proteggere la Zona Verde al centro di Baghdad e per coordinare le attività di tutte le imprese private di sicurezza che operano in Iraq. Ed oggi prescelta da Romano Prodi e Massimo D’Alema.

Anche il passato del veterano delle Falklands Timothy Spicer non è proprio - per dirla alla Bertinotti - un pranzo di gala. A parte le notizie riportate dall’Unità sulle accuse mosse al “condottiero” britannico da un deputato del Congresso americano (per aver guidato una sanguinaria repressione in Papua Nuova Guinea, per traffico d’armi con la Sierra Leone e addirittura per aver trucidato a mitragliate un giovane in Irlanda del Nord), ci sarebbe quel filmato apparso su internet che mostra mercenari inglesi della Aegis Defense Services mentre sparano in modo indiscriminato a civili iracheni. O magari quel servizio trasmesso dalla Cnn il 13 giugno 2006: anche qui un blindato spara all’impazzata sui passeggeri di una mercedes e di un taxi per le strade della capitale irachena. “Ordinaria” amministrazione. Il Times ha calcolato che sui 200 “incidenti” avvenuti in Iraq dal novembre 2004 ad oggi con il coinvolgimento di militari privati, in ben 24 casi si è trattato di sparatorie contro passanti. Non si hanno notizie di processi e non è stato reso noto il numero di morti e feriti lasciati sul campo.

Benedetta pace, cosa non si fa per te... E cosa non farebbe ancora oggi la candida Aegis per riprovare ad essere ammessa nell’olimpo di Ipoa, tanto più che il gruppo si autodefinisce «l’espressione più etica ed efficace dell’industria della pace e della stabilità». Il presidente Doug Brooks era stato il primo ad aprire uno spiraglio, dopo che Spicer si era detto «sorpreso per l’esclusione, dal momento che era stato lo stesso management Ipoa a richiedere la nostra iscrizione». Chiaro il punto di vista di Brooks, che rappresenta il settore della sicurezza militare privata negli incontri con il Dipartimento di Stato per gli appalti di servizi nel settore difesa: «ci sono momenti - dichiara - in cui il governo non invierà le proprie truppe, ma sarà disposto a firmare un assegno».

E così gli assegni - e i miliardi di dollari - volano. Sono attualmente oltre 25 mila, nel solo Iraq, i contractor al lavoro per servizi di sicurezza, con appalti che sfiorano complessivamente gli 800 milioni di dollari. Si tratta della più grande forza di occupazione, seconda solo all’esercito degli Stati Uniti. Il fatturato degli eserciti di body guard, che rispondono alla sola logica del profitto, sono balzati negli Usa dai 33 miliardi del 1990 ai circa 100 del 2006. Secondo alcune stime, raggiungeranno probabilmente gli oltre 200 miliardi nel 2010. «Durante la prima Guerra del Golfo - ricorda il giornalista Jose Gomez - uno ogni cento soldati era un contractor privato, ma durante le guerre nella ex Iugoslavia il rapporto divenne di 1 ogni 50 ed attualmente è di uno ogni 10».

Se questi sono, per i maggiori contractors, i numeri del business in Iraq, non meno vertiginoso è il giro d’affari connesso al fitto sottobosco internazionale di sub-appaltatori, vale a dire le sigle che, da un capo all’altro del pianeta, “formano” la manodopera di cui si servono poi i big della security nei territori di guerra. Si tratta molto spesso di società o addirittura associazioni dedite al culto delle arti marziali, dentro le cui palestre si alleva quella generazione di bulli che sogna di fare fortuna all’estero, nei luoghi dei conflitti, dove la paga per un militare privato è circa tre volte quella di un ufficiale dell’esercito regolare. E poi hotels, donne, vitto in abbondanza ma, soprattutto, niente regole e niente processi in caso di “errore”. Un mito per giovani come Fabrizio Quattrocchi, una delle quattro guardie del corpo italiane rapite in territorio iracheno all’inizio dell’occupazione.

(…)Tra i contractrs c’è

la  IBSSA (il cui scopo dichiarato, a partire dalle icone lampeggianti sul sito, è quello di formare body guard), e ancora ai primi posti figura il Parlamento Mondiale per la Sicurezza e la Pace , fondato a Palermo da (…) Vittorio Busà, ma popolato di strani personaggi, a loro volta schierati a 360 gradi sullo scacchiere internazionale. Fra gli altri partner della compagine di origine ungherese figurano poi sigle come l’International Police Association, la Hungarian Police Academy, addirittura la locale Guardia Civile, senza contare la sedicente “Federazione dei priori autonomi del Cavalieri di Malta e, soprattutto, la Pro Deo University, su cui si erano appuntate più volte le attenzioni della magistratura italiana.

(…)

ENI, VIDI, VICI

Il decreto sul rifinanziamento delle missioni all'estero che assegna quasi 3 milioni e mezzo di euro alla Aegis Defence Services per proteggere la Usr (Unità di sostegno alla Ricostruzione) italiana a Nassiriya rivela la forte preoccupazione della Farnesina e soprattutto di Romano Prodi per i civili rimasti ad operare in Iraq dopo il ritiro del nostro contingente militare. Ma chi sono i destinatari di così imponenti misure di protezione decise dal governo Prodi? Se lo è chiesto il senatore dissidente espulso da Rifondazione Franco Turigliatto: «non si capisce perché ci siano ancora nostri tecnici nell'Iraq da cui ci siamo ritirati, mentre per attività civili di ricostruzione basterebbe sostenere il qualificato personale iracheno esistente. A meno che non salti fuori un interesse dell'Eni nella spartizione del bottino di guerra petrolifero». Fatto sta che il 9 marzo scorso la ong Un Ponte per... ha lanciato una “Campagna nazionale contro la partecipazione dell'Eni alla rapina del petrolio iracheno”. «Dietro le porte blindate della Green Zone - avverte l’organizzazione pacifista - si va consumando un’altra tragedia: il parlamento iracheno sta per approvare la nuova legge che regolamenterà il settore energetico e aprirà le porte ai cosiddetti “investimenti” delle grandi multinazionali del petrolio, tra cui l’italiana Eni». In pratica saranno introdotti i cosiddetti PSA (Production Sharing Agreements), «i quali consentiranno alle multinazionali enormi profitti a scapito dell’erario iracheno». Considerato che il 32 per cento delle azioni Eni sono detenute del ministero dell’ Economia e Finanze, la ong chiede con forza «che la maggiore compagnia energetica italiana non firmi accordi “immorali” approfittando dell’avventura militare costata la vita a centinaia di migliaia di civili innocenti». La petizione, inviata al Ministro dell'Economia e Finanze Tommaso Padoa Schioppa e al presidente dell'Eni Roberto Poli, ricorda come negoziati fra la corazzata energetica italiana e il governo iracheno erano stati siglati nel ‘97 dallo stesso Saddam Hussein in particolare per lo sfruttamento del giacimento di Nassiriya: proprio il luogo dove era dislocata la missione militare italiana. Più recentemente è stato l’amministratore delegato Eni Paolo Scaroni a confermare gli interessi della compagnia nelle zone dell’Iraq pacificato. Se entreranno in vigore le nuove norme, dallo sfruttamento del solo giacimento di Nassiriya l’Eni potrebbe lucrare fino a 6 miliardi di euro in più rispetto alle forme contrattuali utilizzate dall’Iraq prima della guerra.

 

 

 

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Pensiamo ai caduti del lavoro. Tronchetti, ad esempio.