Milano - immigrati testo recitato al Leoncavallo nel 1999

19 gennaio 1999
Stesura finale recitata al Centro Sociale Leoncavallo

 

 

immagine del rifugio-dormitorio dei clandestini

14.50 Manifestazione contro gli immigrati clandestini e i delinquenti.

Stazione centrale.
Gruppi di gente con le ramazze allungate e il nastrino tricolore, maxischermo che ripete i dati di furti, rapine e scippi degli immigrati. Ne ha parlato perfino la T.V. ganese. La pubblicità è arrivata sin là. Che forza!
Che stupenda festa di popolo! Ci godiamo la sfilata degli aderenti al Polo: che spettacolo! Uomini, giovani e adulti, bambini, donne… magliette taglia 64, con slogan.
Gli organizzatori avevano assicurato che si sarebbe trattato di una manifestazione di popolo non inquadrato: “Il partito non c’entra, dev’essere una cosa spontanea “disorganizzata”, ognuno intervenga col proprio cuore, con genuino slancio… tutti insieme a manifestare contro il crimine... autonomamente... per salvare Milano dalla violenza! Niente bandiere altrimenti Albertini non viene! Il partito non c’entra!”
Ma ecco che all’improvviso, dalla folla, spuntano una selva di bandiere bianco-rosso-verde con la scritta Forza Italia e quelle di Avanguardia Nazionale... pardon, Alleanza Nazionale... pare il Palio di Siena quando sbandierano le contrade…. È tutto uno sventolio. Che spontaneità!
Per fortuna che gli slogan sono liberi - avanti tutta!
 “Basta con gli abusivi, i criminali sloveni, slavi, croati, albanesi e negri!... Basta con la mafia dei russi e dei bulgari!”
“Clandestino torna al tuo paesino”
“L’Italia agli italiani, fuori gli africani”
“D’Alema presidente, immigrato delinquente”.
Poi tutti a gran voce, comprese le signore: “Macché tolleranza, macché democrazia, coi calci in culo li cacceremo via!”-ma signora, come parla, ci sono i bambini!
Al culmine c’è stato l’urlo acuto di un coro isterico: “La pena di morte per i delinquenti extracomunitari!”.
Non c’é signora che non abbia subito 3 scippi in due giorni.
(Corriere della Sera): Io ora vado in giro col coltello, uno l’ho fatto scappare… aveva la pelle nera e non dico altro!” e tira fuori un temperino buono al massimo per far la punta ad uno stuzzicadenti
“Sotto il mio appartamento 6 eritrei stanno in una stanza di 4 metri per 4. Praticamente vivo su una mina!”
La signora non sa che quella mina senza gabinetto, rende al padrone di casa 3 milioni e seicentomila lire al mese.
“Fuori gli abusivi multietnici!” 

Nome: Eduard
Cognome... Silenzio.
Età: 20 anni
Nazionalità: ucraina.
Professione: autista.
“Perché sei emigrato?”
“Nel mio Paese lavoravo ma da sette mesi non vedevo lo stipendio!”
Condizione attuale: Disoccupato in attesa di sanatoria, senza casa né un luogo qualsiasi dove andare a dormire.
 
Nome:Mirko
Cognome: Silenzio.
23 anni.
Ucraino.
Professione: contadino
“Perché sei emigrato?” - “Lavoravo senza stipendio, solo vitto, quando c’era, e alloggio.”
Condizione attuale: Disoccupato e senza casa in attesa di sanatoria.
 
Nome: Alina
Cognome: Silenzio.
Età: 21 anni
Ucraina.
Commessa.
Perché sei emigrata: Sono venuta in Italia con mio marito. Ero incinta, ho partorito qui. Non avevamo casa. Ho riportato il bimbo da mia madre. Vivevamo nella fabbrica. Ci hanno sloggiati. Abbiamo dormito due notti su una panchina. Credevo che saremmo morti di freddo. Di giorno ogni tanto si entrava in un bar con la paura che arrivasse la polizia, Abbiamo speso i soldi che avevamo in latte e caffè. Poi abbiamo saputo che qui, al Leoncavallo avremmo trovato da dormire. Grazie.
 
Berlusconi e Fini intervistati dai Tg 1, 2 e 3, hanno dichiarato: “Noi siamo per l’accoglienza... naturalmente regolarizzata, controllata e legale. Tutti quegli extracomunitari che arriveranno da noi con un lasciapassare, la voglia di lavorare e soprattutto con un contratto di lavoro, saranno i benvenuti. Gli altri, gli abusivi, gli irregolari... ci dispiace... ma non c’è posto... devono tornarsene a casa!”
“Ma a casa loro, come lei ben sa Presidente, c’è la guerra... il massacro”
“Ci pensino gli organi internazionali competenti! Non possiamo accollarci tutto il dramma del mondo!”
 
Sono curdo. Età: 35 anni. Sono stato raccolto al primo di dicembre, con un gruppo di miei compagni al largo delle coste di Malta. La nave che ci trasportava ci ha mollati in 60, stipati in condizioni inumane su una barca di 7 metri. Ci siamo rimasti per 6 giorni, disperati. Non speravamo ne aspettavamo più niente. Ad un tratto vediamo una nave russa all’orizzonte. Miraggio? Ci prende una crisi isterica, ci buttiamo in mare nel tentativo disperato di raggiungere la nave, mentre i marinai organizzano i soccorsi e calano scialuppe per raggiungerci. Ma otto di noi non ce l’hanno fatta: stremati dal viaggio annegano a pochi metri dalla salvezza.
 
“Mi scusi Onorevole, per quanto riguarda il permesso d’entrata nel nostro Paese, ci vuole un contratto di lavoro...”
“Sì, giusto...”
“Ma se non entrano, come fanno a procurarselo ‘sto contratto?” “Beh, ci sono le agenzie... gli appositi uffici di collocamento...” - “Ma se gli uffici di collocamento non funzionano coi nostri disoccupati, come pretende che funzionino coi disoccupati stranieri?”
“Appunto, i nostri uffici non sono tenuti a risolvere i problemi dei profughi disperati se prima non hanno risolto il problema dei disperati indigeni: prima gli italiani sopratutto... poi i meridionali!... Ad ogni modo c’è sempre la scappatoia del contratto a salario minimo...”
“Vuol dire: contratto a strozzo?”
“Sì, appunto... cioè no... non mi faccia dire cose che sono contro la mia morale d’onesto imprenditore!”
“D’accordo... ma ammesso che un extracomunitario riesca a trovare un contratto, non importa se ridotto, decurtato... a strozzo... lei sa, Onorevole, che non è valido se prima non si è dimostrato di possedere una casa, almeno in affitto?”
“Beh, sì, lo so... è la legge!”
“Allora, mi spieghi come può il nostro extracomunitario con diritto d’ingresso, trovare una casa... anche se monolocale con servizi igienici nel cortile, da dividere con altre tre famiglie, al prezzo di seicentomila lire al mese… per letto... Come può, dicevo, affittarla se per legge bisogna prima possedere un contratto di lavoro?”
“Sì, certo, è un po’ difficile... ma si può realizzare con una buona dose di elasticità mentale... Aumentando la velocità d’azione fino al diapason assoluto, si ottiene che le differenze di tempo e spazio si annullano e uno riesce nello stesso tempo a trovarsi all’ufficio registri, all’ufficio segnalazioni d’affitto, alla camera depositi contratti, dal datore di lavoro e dal padrone dello stabile. Questione di ritmo, iniziativa e volontà civile! Ad ogni modo, questi sono particolari di poco conto. Importante, come dicevo, è che uno venga da noi con la volontà di lavorare... produrre e... rispettare le regole del profitto... pardon, volevo dire del programma... del nostro ordinamento. Legalità! Legalità”
“D’accordo ma, perdoni se le faccio notare, Onorevole Cavaliere, che più di mezzo milione di extracomunitari che, oggi, hanno un lavoro, se pure schifoso, precario e transitorio... l’hanno ottenuto quasi tutti arrivando da noi da clandestini... Arrivare in Europa con un contratto in mano è più difficile che vincere al Super Enalotto!”
 

“Chi ha baciato i topi ‘stanotte? A volte nel sonno succede di trovarseli sopra la testa!”

 
Il Governatore della Banca d’Italia, Fazio, ha detto che i lavoratori che vengono dall’est e dall’ovest, sono una ricchezza insperata per la nostra economia... diciamo pure una pacchia, giacché, per esempio, i nostri produttori del sud sono riusciti ultimamente a battere i prezzi offerti dagli altri Paesi del Mercato Comune, di agrumi, patate, pomodori e frutta in genere, proprio grazie alle paghe da fame accettate, prendere o morire, dai disperati del terzo mondo e dagli slavi, sloveni e via che la vita è bella!”
 
20 dicembre. Sono kòssovo. gli scafisti si sono fatti scudo con i nostri bambini per bloccare l’inseguimento delle motovedette militari, poi a pochi metri dalla costa pugliese ci hanno gettati in mare, come fossimo casse di sigarette, tutti, compresi donne e bambini neonati e sono fuggiti verso l’Albania per caricare altri disperati. I volontari ci hanno accolti, aiutati ed hanno rintracciato i 47 bambini dispersi nel mare o sbarcati qua e là sulle coste. Polizia e carabinieri ci hanno dato coperte, latte caldo e si sono occupati dei più piccoli in preda ad assideramento.
 
“Ma lei, Presidente, immagino non sia d’accordo con quella stampa e televisione, compreso qualche suo canale, che esprimono il teorema: clandestini extracomunitari, uguale criminalità!”
“No di certo!”
“Però durante la manifestazione a Milano si sono udite grida che esprimevano slogan con questo esatto concetto!”
“Non è vero!”
“Cavaliere, abbiamo le registrazioni effettuate nei pressi di Piazza della Scala...”
“Sarà stato qualche provocatore comunista da qualche finestra del palazzo!”
“Dal palazzo della CONFINDUSTRIA?!”
“Ma che ne so io che palazzo! Forse da quello di fronte!”
“Ah, da Palazzo Marino?!”
“La smetta di provocare! E se ne vada!”
“D’accordo... d’accordo, come non detto, Cavaliere.”
“E basta con queste insinuazioni! Io sono per l’accoglienza... ma sono contro il clandestino che spesso arriva qui non disperato e cacciato dalla guerra, dal suo Paese... ma organizzato da bande criminali della mafia russa o albanese che hanno addirittura soppiantato, in poche settimane, le bande criminali che operavano nella nostra città!”
“E le sembra questa una grave perdita per la dignità criminale del nostro Paese?”
“Non faccia dello spirito fuori luogo, per favore!”
“Ha ragione, scusi.” 

“Dicevo che per questi criminali ci vogliono leggi dure... e applicate seriamente... accoglienza zero! Amnistia zero! Comprensione zero!... E i giudici, mi facciano il favore di incriminarli, perseguirli questi clandestini, invece di perseguitare fino all’isteria noi liberi produttori italiani! Ma lo sa che mi hanno messo sul collo un tal numero di incriminazioni, processi, condanne che mi sembra d’essere il figlio cattivo di Craxi! Non posso neanche andare a fare pipì alle Bahamas che subito scatta un avviso di reato! Ma dov’è finita la privacy?!”

 

 
Nome: Gabriele .
Cognome: Albertini
Professione: Sindaco di Milano
“Ha qualcosa da dichiarare?” - “Sì, denuncio il pericolo di esplosione demografica. Ogni giorno la nostra città è invasa da 300 e più clandestini. Bisogna assolutamente cacciarne un minimo di 100 al giorno, scelti fra le varie etnie, altrimenti qui si scoppia!”
“Chiedo la parola!”
Nome: ....................
Professione: Prefetto di Milano
“Lei, signor Sindaco, dice cose senza senso. Non abbiamo i mezzi né le strutture per tener fronte a una simile massa di profughi clandestini... e soprattutto, è quasi impossibile arginare la delinquenza di recente importazione.”
“E allora, se non siete in grado voi di sbattere fuori la delinquenza, ci penso io. Ordino lo sgombero immediato di tutti i caseggiati fatiscenti, le ex fabbriche occupate da migliaia di clandestini!”
“Signor Sindaco, attento che in quelle fetenzie di caseggiati non troverà nessun criminale. I criminali alloggiano in appartamenti con tutti i confort.”
Alla quattro del mattino, del 18 gennaio, avviene lo sgombero
“Sono Rachid Ellafi, nazionalità marocchina: anche col permesso di soggiorno, gli italiani non ti assumono. Lavori in nero. O così o niente.”
 
“Mi chiamo Raffaele Stanino, sono appuntato di polizia. Mi vergogno d’aver partecipato a quello sgombero. S’è trattato di un’operazione polverone messa in piedi solo per calmare un po’ l’opinione pubblica esasperata e anche molto pompata dai mass media. Quando ieri notte siamo entrati nei capannoni della vecchia fabbrica c’era con noi un gruppo di operatori tv che puntavano i riflettori dentro quei corridoi e stanzoni senza luce. I riflettori hanno sbiancato di luce i dormitori, cumuli di gente assiepata su un pavimento sconnesso, povere donne svegliate in piena notte, terrorizzate... bambini che urlavano per lo spavento, un freddo micidiale... mura che colavano acqua... immondizia e detriti sparsi dappertutto, una donna avvolta in una coperta, intervistata mentre gli agenti la sollecitano a raccogliere i suoi stracci.”
 
Florian, albanese, ingegnere: Facevo pulizie in un palazzo di tre piani più cantina per 9 ore al giorno. Dopo un mese mi hanno dato 350 mila lire.”
Gjin, albanese: mi vogliono rimpatriare. Facciamo lavori che gli italiani non vogliono più fare e viviamo il coraggio di raccontarlo a mia moglie. Poi un giorno ti prendono e ti ordinano di andartene. Che dirò ai miei figli? Perché non vanno negli appartamenti di quelli che sfruttano le prostitute? Perché non rimandano in Albania le ragazze che stanno sulle strade? In tutta Europa accolgono i lavoratori stranieri. Milano non ha dormitori per noi. A me, perché clandestino hanno chiesto 6 milioni di anticipo per affittare un appartamento. M’è venuto persino da ridere.
 
“Mi chiamo Ruvea Stuminov. Sì, parlo italiano, conosco cinque lingue.
Laureata.
Slovena.
Lavoro in un’impresa di trasporti qui a Milano. In questo stanzone, di questa fabbrica diroccata, ci siamo accampati in 40 fra cui 7 bambini.
3 donne sono incinta.
Tutti lavorano in nero.
L’acqua potabile ce la passa il prete della vicina parrocchia, alcuni abitanti del quartiere hanno insultato il prete perché tiene mano ai clandestini che vivono in questo porcile.”
 
“Mi chiamo Star Pizzu, agente di P.S. Stiamo buttandoli fuori tutti. Abbiamo ricevuto l’ordine di bruciare gli stracci che i clandestini non sono in grado di portarsi via subito. Li carichiamo su dei pullman. Dove li portiamo? Non si sa. Dove capita capita. Quasi tutti in mezzo a una strada?” - “E i bambini e le donne incinta?” - “ Noi abbiamo solo l’ordine di portarli fuori dalla fabbrica e di scaricarli.”
 
“Mi chiamo Luisa Bertone, milanese. Abito in zona da 40 anni. Sono incazzata nera a vedere cosa stanno combinando questi. Possibile che abbiano messo in piedi ‘sto sgombero senza preoccuparsi prima di dove scaricare ‘sta povera gente? Questa è roba da tedeschi nazisti! E il Sindaco?... Io mi chiedo, sbaglio o è lui in persona che ha ordinato lo sgombero?... Non se l’è domandato come passeranno la notte ‘sti disgraziati, dico di gennaio col termometro sotto zero, ma manco fossero animali! Ma io andrei a casa sua, lo preleverei con tutta la giunta e lo sbatterei qui a dormire anche lui sulle panchine, senza coperte. Chissà se poi non gli viene un sentimento umano!”
Quella notte a dei ragazzi del gruppo d’assistenza del Leoncavallo che giravano nelle periferie per portare cibo ed aiutare i disperati senza tetto, scoprono della gente su delle panchine, avvolti negli stracci... sono ucraini. Uno di quei ragazzi parla qualche parola di russo, li raccolgono, li accompagnano al Centro sociale. Sono una diecina... quasi tutte donne. Le sistemano dentro uno stanzone riscaldato, procurano qualche coperta, offrono loro qualcosa di caldo da bere e da mangiare. I ragazzi che li hanno soccorse vengono a sapere che altre persone dello sgombero, sono accampate sotto a un ponte nei pressi della ferrovia, li raggiungono e portano anche loro al centro: nel giro di 12 ore nello stanzone sono ospitate più di 100 persone, circondate dalla solidarietà di molti milanesi che arrivano, dopo un mio appello a Radio Popolare, coperte, viveri, indumenti e denari. Mancano letti. Con i compagni vado in un grande emporio per campeggio: “Vorremmo un centinaio di brandine…” – “Signora Rame, siamo in gennaio…” “Lo so… la prego ci aiuti… dobbiamo sistemare dei disperati senza tetto… ci faccia anche lo sconto…” Si mette a ridere. E’ contento, si vede. Ok. Ci da anche un mezzo per il trasporto. Magnifico!
Gli immigrati, un po’ tra il meravigliato e frastornati ci aiutano a scaricare e a sistemare i lettini. Comincia ad arrivare gente. Scaricano quello che ci offrono, con umiltà e imbarazzo. Stringono la mano a tutti. Pare di vivere in un film.
Un anziana signora, modestamente vestita, accompagnata dal nipote, mi chiama sottovoce: “Franca… tieni. – ha in mano del denaro -Povera gente! Aiutali tu.” Mi consegna quasi un milione. “Ma è troppo” – dico. “Non preoccuparti, non mi manca niente. Sono miei risparmi. Sono contenta di darli a loro.” Sono un po’ preoccupata. Non so se accettare. Il nipote, un ragazzino esile sui 16 anni, insiste. “Non preoccuparti, mia nonna è un angelo!”
“Attenzione! Tutti zitti! Ascoltate!” racconto quello che sta avvenendo, sventolando i biglietti da 100 mila (manca poco al milione). Scoppia un applauso. La nonna, imbarazzata sorride felice.
Che giornata!
Si ferma una Mercedes. Scende una famiglia al completo con tre ragazzini. Scaricano materassi, coperte… Hanno borse zeppe di ogni ben di Dio, giocattoli compresi.
“Guardate figli… guardate – dice il padre a gran voce - Ricordatevi di questo momento e imparate cos’è la povertà, la disperazione, la fatica di campare.”
Siamo tutti ammutoliti. Un silenzio da tagliare col coltello. Ringraziamo stringendoci intorno a loro… e mandiamo giù il magone che ci stringe la gola.
Magnifica Milano, grandi i milanesi… generosi. Fantastici!
“A tavola! – urla una delle mamma del Leonka – il pranzo è pronto!”
Che giornata!!! E’ persino bello essere al mondo.

 

leggi qui la rassegna stampa

Corriere della Sera

La Repubblica


Commenti

Cara Franca, aggiungo una goccia di splendore a quella che proviene dal tuo racconto.

Dal manifesto:

Fabrizio De André
Le gocce di splendore di un poeta della musica
F. D. L.

In tempi di espulsioni di massa e caccia allo zingaro, tornerà certamente utile avvicinarsi a Fabrizio De André, una goccia di splendore (Rizzoli, pg.340, euro 45), un'autobiografia per parole e immagini, a cura di Guido Harari, fotografo di successo e grande amico del cantautore genovese per vent'anni (a cominciare dalla famosa tournèe con la Pfm del 1980). Un libro che sarà gettonatissimo come regalo natalizio ma che permette di riflettere sulla mancanza -a gennaio saranno già passati nove anni- di un genio assoluto della musica italiana, una voce importante dalla parte dell'umanità di scarto, dei reietti e degli esclusi, uno che non si è mai rassegnato alle diseguaglianze sociali, messe in musica con abilissimo rigore e inventiva.
Presentato in anteprima nazionale ad AlbaLibri, la rassegna culturale che accompagna la fiera internazionale del tartufo bianco, questo libro di grande formato (e sobria eleganza) ha preso il titolo da un frammento di Alvaro Mutis (poi utilizzato anche in Smisurata Preghiera) col quale aveva collaborato per Anime Salve, un volume con foto straordinarie, che ripercorre il cammino di Fabrizio con le sue stesse parole, ricavate da appunti personali, brani di interviste e da centinaia di fotografie e documenti in gran parte inediti. Le carte sono state in gran parte raccolte, identificate e riordinate con rigorosa logica dal Centro Studi Fabrizio De André dell'Università di Siena dove sono custodite.
E proprio il legame fra l'autore di Creuza de mà e il Piemonte è stato indagato nella rassegna di Alba, ricordando che la madre era nata a Pocapaglia e il padre torinese mentre tutta la famiglia ha passato lunghe vacanze estive a La Morra, proprio la località che avrebbe ispirato, con un avvenimento di cronaca nera, il suo primo successo. La canzone di Marinella nacque proprio sull'onda dell'emozione suscitata da un articolo di giornale, letto a La Morra, quando aveva quindici anni (la storia di una giovane prostituta uccisa e buttata nel Tanaro) che trasfigurò e addolcì in una ballata dagli evidenti echi troubadorici.
Come scrive Dori Ghezzi nella presentazione,«questo libro ha l'ambizione di consegnare a tutti la personalissima goccia di splendore di Fabrizio perché la sua esperienza continui a vivere nel presente, fonte costante di ispirazione e di forza per chiunque abbia come destino quello di procedere in direzione ostinata e contraria».