racconto della consegna del Premio Nobel - di Dario Fo

Per l’assegnazione del Nobel arrivai a Stoccolma, come da programma, qualche giorno prima. Ad accogliermi all’aeroporto c’erano anche alcuni accademici della giuria, premurosi e gentili: "Abbiamo provato molto piacere nello sceglierla… - mi dissero- Lo sa che quando abbiamo fatto il suo nome davanti ai giornalisti e alla gente è esploso un grande applauso?! Lei è molto amato, in Scandinavia.".

Arrivammo al Grand Hotel, nel centro di Stoccolma, e fui alloggiato nella suite all’ultimo piano, al settimo mi pare. Era la suite dei Nobel per la Letteratura, c’era persino una targa che lo indicava. Ci si montava con un ascensore speciale, riservato, del quale mi consegnarono la chiave. Lì un cameriere stava aspettandoci con una bottiglia di champagne e al nostro ingresso la stappò. "Cento di questi giorni!" dissi io, già ubriaco di commozione. Uno degli accademici commentò "Cento sarebbero un po’ troppi… facciamo due o tre! È già abbastanza!". Quindi mi fu annunciato l’arrivo del maestro di cerimonia. Mi immaginavo il solito incaricato in livrea, invece mi apparve un signore affabile e alla mano, col compito di accompagnarmi nel labirinto degli impegni. Quando mi illustrò il programma: scoprii che avrei potuto godere di ben poco tempo per il riposo.

Il giorno dopo, dunque, ci fu il primo incontro all’università, con circa tremila studenti. Al mio ingresso la banda universitaria intonò la marcia di una mia commedia per anni rappresentata in Svezia, Ma che aspettate a batterci le mani, cambiandola poco dopo nell’Inno di Mameli. E quando dei ragazzi, evidentemente italiani, issarono una selva di bandiere tricolore, mi venne pure il magone, tanto che per bloccare i lucciconi, mi sferrai una gran pedata sulla caviglia. Zoppicai per quasi tutta la giornata.

Tornati al Grand Hotel, mi addormentai, quasi svenuto per la stanchezza. Ma ecco che di lì a poco l’appartamento si illuminò di piccole luci contrappuntate da un canto di ragazze. Scattai seduto sul letto: "Che è?".

Nella stanza, una dietro l’altra, stavano entrando delle belle figliole completamente vestite di bianco, e in capo calzavano candeline accese. Si sistemarono intorno al mio letto, cantando con voce dolce e intonata. Riconobbi la melodia "a Santa Lucia, pur’anco i pesci fanno all’amore..."… E mi venne in mente che quello era il rito della notte più lunga dell’anno. Poi con la stessa grazia, le fanciulle lentamente uscirono, quasi sparendo nel buio.

Anche per il giorno seguente la tabella di marcia era forsennata. Fui accompagnato al leggendario Dramaten, il teatro di Stoccolma. Gli artisti svedesi mi avevano chiesto di offrir loro una lezione. Mentre il pubblico applaudiva entusiasta, quasi nascosto dietro una colonna in un palco, vidi Ingmar Bergman che rideva. Sollevai un braccio in segno di saluto: sapevo quanto fosse schivo e ritroso tant’è che mi meravigliò il suo rispondermi applaudendo. Fu una grande emozione scoprire che uno dei più importanti registi al mondo fosse venuto a onorarmi. Quel giorno terminò con il saluto agli accademici nella loro sede.

L’appuntamento più importante, prologo alla consegna del premio, era l’esibizione con discorso davanti agli accademici, agli altri Nobel, nonché a un numero straripante di giornalisti. Io scelsi di recitare un’autobiografia illustrata, in italiano, con grammelot in varie lingue e gestualità conseguenti. Inoltre ad ogni invitato, erano più di 500, sarebbe stata offerta una copia illustrata del lungo monologo, tradotto in simultanea da Anna Barsotti, la bravissima e bella moglie del mio traduttore in Scandinavia. Quei disegni erano un mio dono alla regina di Svezia ma momentaneamente mi servivano per la mia esibizione.

La platea, abituata normalmente ad assistere al rito silenziosa e compassata, dopo un primo sconcerto, stette al gioco divertendosi e, siccome gli spettatori ridevano e applaudivano fuori tempo, li pregai di ridere e applaudire solo a mio comando: il lazzo, paradossale, li divertì oltremodo.

Ma il giorno clou, quello della consegna dei premi, era fissato per l’indomani. La mattina tutti noi vincitori del Nobel fummo riuniti in un salone dove era stato segnato il perimetro del palcoscenico della premiazione. A dirigere le prove c’era una specie di mossiere che ci indicava le entrate e gli inchini alla volta del pubblico, degli accademici e della famiglia reale di Svezia; l’ultimo inchino veniva rivolto al re che consegnava il premio: la laurea con un cofanetto contenente una grande medaglia d’oro.

Ma molti dei laureandi incespicavano e così il mossiere, visto che ero mimo e attore, mi invitò ad aiutarlo. Io radunai i miei colleghi e - unò dué, unò dué - mostrai la sequenza delle posture e come eseguirle con souplesse. Finì che solo il Nobel cinese continuava a inciampare. Subito appresso venne il momento della posa per la fotografia di gruppo.

La consegna dei premi era fissata al Concert Hall, alle 16, un grande auditorium con l’orchestra, che per ogni premiato eseguiva un brano diverso. Io vi arrivai nella limousine nera messa a disposizione dall’Accademia, col mio bel frac, dono di Ferrè, uno dei più geniali stilisti italiani, purtroppo mancato da qualche mese. Per fortuna qualche ora prima della cerimonia era arrivata Franca, che mi aveva aiutato a indossare quell’abito per me paradossale. Anni prima avevo recitato in una farsa dal titolo L’uomo nudo e l’uomo in frac, una satira degli aristocratici e l’uomo in frac ero io. "Non fare come in scena - fu l’avvertimento di Franca - Non è una farsa. Evita di sembrare un pinguino o un cameriere.". Non so se ci sia riuscito, ma risate non ne ho sentite.

Quando il mio nome fu annunciato, badai a posizionarmi rispettando i segni sul tappeto azzurro. Ricordo il sorriso del re Gustavo, il peso della medaglia e che nonostante tutte le prove, riuscii comunque a rompere il protocollo ,passando da una mano all’altra la medaglia per stringere la mano al re, come in un gioco di prestigio. E poi l’applauso, lo sguardo di Franca che aveva accanto Jacopo con mia nipote Mattea, e le espressioni orgogliose degli amici venuti a festeggiarmi.

Alla premiazione seguì la rituale cena al Municipio, alle 19 in punto. I Nobel erano seduti nella grande tavolata centrale con 99 coperti. A me avevano assegnato un posto accanto alla principessa Cristina, sorella del re, appassionata di archeologia, con la quale mi fu facile trovare un feeling. Alla mia sinistra, la principessa Vittoria, che i media dicevano colpita da anoressia; in verità mi sembrava tutt’altro che inappetente… si era gettata con voracità sulle portate, tanto che le offrii la metà del mio risotto e lei lo accettò.

Finita la cena i Nobel erano invitati a brindare con il re e la regina, uno alla volta, mentre gli altri commensali si davano alle danze in un apposito grande salone. Franca ed io pensavamo che fosse un saluto e via. Con nostra sorpresa invece, tanto il re che la regina ci trattennero, vollero sapere del nostro lavoro e dell’Italia, accennando perfino alla situazione politica di quel tempo. Il dialogo durò più del previsto. Lasciandoci, ci ripromettemmo di vederci ancora.
Quindi ci ritirammo in disparte attendendo, come vuole il rituale, che tutti i Nobel e le loro consorti ultimassero l’incontro, giacché allontanarsi non si poteva e oltretutto le uscite erano bloccate dal servizio di sicurezza.

Il maestro di cerimonia, che aveva intuito la nostra stanchezza, si avvicinò: "Seguitemi – disse - Il Nobel è uno splendido rito e di certo la maggiore delle onoreficienze al mondo, ma se lo si vive con eccessiva partecipazione ti può annientare.". Ci fece dunque passare per il corridoio che portava alle cucine. Transitammo fra stufe e tavoli ricolmi di piatti e stoviglie. I cuochi e i camerieri, alcuni evidentemente italiani, salutavano Franca e me con simpatia, ci acclamavano, alcuni battendo mestoli sulle pentole. A nostra volta frastornati, accennavamo a un saluto. Attraversammo un guardaroba con centinaia di cappotti, mantelli e pellicce. Afferrai un cappello da generale e me lo misi in capo. Franca me lo tolse di dosso: "Adesso non esagerare. Come arriviamo a casa, ti ammollo un sonnifero che ti farà dormire per almeno un paio di giorni. Cammina, che la festa è finalmente terminata.".

 
 
Dario Fo

Commenti

Con la sincerità ben nota a quanti mi conoscono, e con grandissimo piacere ammetto di aver cambiato, dopo la lettura del "racconto della consegna del Premio Nobel", il mio giudizio NON certo - questo assolutamente NO! - negativo, ma di sospetto, su Dario Fo. Parole chiare, pulite, spontanee, univoche, solo apparentemente "semplici", significanti, parlanti gioia di vivere sebbene in un mondo di depressi-incavolati-piagnoni, parole dal valore antico, aurorale, che mi hanno veramente fatto ridere quà e là (Uno degli accademici commentò "Cento sarebbero un po’ troppi… facciamo due o tre! È già abbastanza!") ma spesso toccato nel profondo dell'anima(E quando dei ragazzi, evidentemente italiani, issarono una selva di bandiere tricolore, mi venne pure il magone, tanto che per bloccare i lucciconi, mi sferrai una gran pedata sulla caviglia. Zoppicai per quasi tutta la giornata.)Superlativo!
A mio parere, solo chi sa guardarsi da molto, molto lontano...e ridere quindi di se stesso, e non solo degli altri, già per questo è un uomo da Nobel. In particolare, ho letto con ineffabile godimento spirituale questo "racconto" anche e soprattutto perch'è un canto d'Amore per una Donna di cui - indirettamente lo lascia capire lui stesso - non potrebbe fare a meno. In conclusione, BRAVO a Dario ma BRAVISSIMA a Franca (e non per farmi perdonare...qualche intervento politicamente scorretto..)

Cari amici,
grazie a voi per tutto il calore e la vicinanza che esprimete!
un abbraccio
Franca
 

per averci permesso di ripercorrere con Voi quei momenti e quelle emozioni, raccontandoli in prima persona...
Solo questo, altre parole non servono. Grazie!

Irene