Dario Fo per Daniele Luttazzi

In questi giorni nei vari articoli apparsi sui quotidiani a commentare la censura di cui è stato vittima Daniele Luttazzi, si sono susseguiti a iosa termini come “buongusto”, “stile”, “opportunità”, “decenza”, “trivialità”, ecc..
All’istante, di contrappunto mi sono venute in mente caterve di espressioni e situazioni scurrili a dir poco feroci, impiegate da maestri storici della satira, a cominciare da Mattazzone da Calignano, grande giullare lombardo del XIII secolo, che, in un suo fabulazzo sulla lamentazione dell’uomo per la pena che Dio ha imposto a lui e alla sua femmina, elenca le fatiche e le mortificazioni nonché i continui flagelli e morbi a cui le creature umane sono sottoposte fin dalla creazione. Il Padreterno si lascia convincere dalle invocazioni dell’uomo e, ipso facto, decide di creare a suo vantaggio il villano, che lo servirà “in ogni bisogna” al par d’uno schiavo. In quell’istante passa di lì un asino e il creatore con un gesto della sua mano santa lo ingravida. Al nono mese, preannunciato da “un trempestar tremmendo de fulmini e saiette, de la panza de l’anemal, traverso el so’ cul de lü, sbotta de fora ol vilan spussento, tüto empastao de merda sgarosa e: stralak! Sto cul sforna criante ol servante creat da Deo. Una piova sbatente se spraca contra el corpazon del vilan scagazzao spussente, perché se faga cosiensa de la vita de merda che ve se presenta. ‘Da po’ che l’è nato egnudo’ ordena el Segnor ‘deghe un para de brache de canovasso crudo, brache spacà in del messo e dislassà, che no’ debbia pert tropp tempo in del pissà!’.”
Subito appresso mi appare Bescapè, un contemporaneo di Mattazzone da Calignano, che ci accompagna, mezzo secolo prima di Dante, nell’Inferno, dove personaggi ben noti della società del tempo vengono immersi a testa in giù nello sterco fumante, costretti a compiere gargarismi, trillando in gola secchiate di escrementi prodotti da animali fra i più fetenti.
E poi ancora vedo scorrere i milanesi longobardi sconfitti da Carlo Magno, che un anonimo fabulatore descrive costretti dall’Imperatore a “nettar co’ la lengua l’arco treonfal, costruit da lori mismi a onor da lu venzedor franzoso. Sü l’arcon tüti i soldat de Carlo gh’hann pissat sovra per una jornada entera e anco smerdao con cüra. Das po’ a ognün de’ Longobar fue ordenat de catar rospi, ratti e pantegan de fogna, e cusinarseli per far gran banchetto. I poverazz, boni cosiner con erbe parfumate, hann insaporit i boccon del pasto, engorgià tuto con gran fatiga e despo’ all’entrassat, tuto ch’avien magnat, gh’hann vomegado fora. L’emperador, desgostà, l’ha criat: ‘Ma cos’è ‘sta porcaria? No’ voi védar per le mee terre ‘sto vomegame! Lecadevelo subetamente e che tuto sia ben polido!’. Oh ch’el regal potestà!”.
Di certo si tratta di brani poco noti, che però Dante Alighieri ben conosceva per averli addirittura raccolti nel suo De Vulgari Eloquentia. Attraverso queste testimonianze, è risaputo, il sommo poeta, insieme ad altri autori che l’hanno preceduto, costruì il nuovo linguaggio, o Dolce Stil Novo, che ognuno di noi impara a considerare la base assoluta della nostra cultura.
Lo stesso Dante usa immagini similari per colorare di veemente indignazione la presenza di certi notissimi personaggi in cui incappa nell’infernale viaggio osceno. “A chi servirà quel buco vomitante fuoco?” chiede il tosco poeta a Virgilio. E quegli risponde: “Là dentro verrà fra poco infilato testa in giù, un Pontefice che ben merita di starsene a cottura lenta e le natiche al vento a sbattacchiar gambe al par d’un forsennato!”. Quel Pontefice è nientemeno che Bonifacio VIII, quello che incarcerò, costringendolo a vivere incatenato tra le proprie feci, Jacopone da Todi che si era permesso di insultare il Santo Padre in questione urlandogli: “Ahi! Bonefax! Hai iogato ben lo munno! Ahi! Bonefax! Che come putta hai traito la Ecclesia!” cioè, come una puttana hai ridotto la Chiesa!
Oggi, si sa, nessun cardinale si permetterebbe di porre mano pesante su questi scritti... è questione di opportunità e stile... oggi!
Ma di certo vi farà sussultare di stupore scoprire che anche il santo giullare Francesco di Assisi spesso si lasciasse andare a espressioni di un linguaggio azzardato, per non dire sconveniente. Infatti in una delle storie testimoniate da suoi seguaci, si racconta che un giovane discepolo un giorno si recò da lui disperato, sconvolto, giacché continuava ad apparirgli un orrendo demonio che lo tormentava con lusinghe e minacce, perché si lasciasse indurre nel peccato. Francesco, dopo averlo ascoltato, da autentico giullare quale era, disse al suo tormentato fratello: “Sai che debbi fare? Quando verrà l’enfame demonio, tu digli spietato: ‘Veneme appresso che eo te abbranco per l’orecchi, ti vo’ a spalancà la bocca e in quella ci caco dentro tutto lo smerdazzo che me riesce d’emprignatte!’. Così il giovine seguace repetette a lu demonio quella menaccia che Francesco li avea soggerita: ‘Te vo’ cacando in la bocca finché t’annego de merdazzo!’ Quello diavolo, preso de lo terrore, fuggì, annanno a sbatte contro rupi de le montagne che se sgretolaveno, come sotto tremmamoto, e tutto lo covertirno, seppellennolo per l’intero.”.
È inutile sottolineare che di questa leggenda non si trova traccia nella versione ufficiale della vita di Francesco, quella riscritta quarant’anni dopo da fra Bonaventura da Bagnoreggio, eletto a generale dell’ordine dalla Chiesa di Roma, che censurò l’originale, anzi lo distrusse addirittura mandandolo alle fiamme.
Ma quello di mascherare le notizie e le testimonianze che danno impaccio alle elegie è cosa di tutti i giorni da sempre. Al contrario spesso si scelgono bell’apposta, come nel caso di Luttazzi, le espressioni e i lazzi satirici palesemente scurrili e si mettono in bella mostra allo scopo di abbassare il livello di dignità dell’autore.
Conosciamo bene questa pratica davvero ipocrita e furbesca: ti si accusa di usare forme oscene di linguaggio per censurarti o addirittura eliminarti dalla scena.
A me e a Franca è accaduto con Canzonissima quando ci permettemmo di parlare di morti bianche sul lavoro e della mafia criminale. Nessuno, fino ad allora, sto parlando di quarant’anni fa, aveva mai trattato l’argomento. Anche in quell’occasione, fra le tante accuse, quali quella di buttarla in politica, ci si scaraventò addosso anche l’accusa di scurrilità e di non rispettare il comune sentire degli spettatori.
Luttazzi non a caso stava preparando una puntata sull’enciclica del Pontefice.
Come eliminarlo senza mettere in primo piano l’autentico soggetto?
Si fa la carambola: si spara su un bersaglio laterale per poterti di rimando colpire in piena fronte o, se volete, in piene chiappe.
A parte che un bersaglio come Ferrara, è così generoso, da non potersi sbagliare!
Esulta, mio caro Daniele! Così ti hanno eletto a classico della satira, e anche della letteratura! Complimenti!
 
Dario Fo


Commenti

Anche Rabelais, l’umanista più rappresentativo e rivoluzionario del Rinascimento francese, non si esimeva dall’usare termini "forti". La sua opera venne inserita nell'Index Librorum Prohibitorum.
Un esempio indicativo del linguaggio disinvolto di cui si serviva il monaco francese, è offerto dal capitolo XIII (in alcune edizioni il XII°) della sua opera più conosciuta, Gargantua e Pantagruele.

Cha. xii.

Sus la fin de la quinte année Grantgousier retournant de la defaicte des Canarriens visita son filz Gargantua. Là fut resiouy, comme un tel père povoit estre voyant un sien tel enfant. Et le baisant & accollant l'interrogeoyt de petitz propos pueriles en diverses sortes. Et beut d'autant avecques luy et ses gouvernantes: esquelles par grand soing demandoit entre aultres cas, s'ils l'avoyent tenu blanc & nect? A ce Gargantua feist responce, qu'il y avoit donné tel ordre, qu'en tout le pays n'estoyt guarson plus nect que luy.
Comment cela? (dist Grantgousier.)
Iay (respondit Gargantua) par longue & curieuse experience inventé un moyen de me torcher le cul, le plus royal/ le plus seigneurial/ le plus excellent, le plus expedient, que iamais feut veu.
Quel? dist Grantgouzier.
Comme vous le raconteray (dist Gargantua) presentement. Ie me torchay une foys d'un cachelet de velours de voz damoiselles: & le trouvay bon: car la mollice de la soye me causoyt au fondement une volupté bien grande. Une aultre foys d'un chapron d'ycelles, & feut de mesmes. Une autre foys d'un cachecoul, une aultrefoys des aureilles de satin cramoysi: mais la doreure d'un tas de spheres de merde qui y estoient, m'escorchèrent tout le darrière, que le feu sainct Antoyne arde le boyau cullier de l'orfebvre qui les feist: et de la damoiselle, qui les portoyt. Ce mal passa me torchant d'un bonnet de paige bien emplumé à la Souice. Puis fiantant darrière un buisson, trouvay un chat de Mars. D'icelluy me torchay, mais ses gryphes me exulcèrent tout le perinée. De ce me gueryz au lendemain me torchant des guands de ma mère bien parfumez de mauioin. Puis me torchay de Saulge/ de Fenoil/ de Aneth/ de Mariolaine/ de roses/ de fueilles de Courles, de Choulx, de Bettes, de Pampre/ de Guymaulves/ de Verbasce (qui est escarlatte de cul) de Lactues/ de fueilles de Espinards. Le tout me feist grand bien à ma iambe: de Mercuriale, de Persiguière, de Orties, de Consoulde: mais ien eu la cacquesangue de Lombard. Dont feu guary me torchant de ma braguette. Puis me torchay aux linceux/ à la couverture/ aux rideaux/ d'un coissin/ d'un tapiz/ d'un verd/ d'une mappe/ d'un couvrechief/ d'un mouschenez/ d'un peignouoir. En tout ie trouvay de palsir plus que ne ont les roigneux quant on les estrille. Voyre mais (dist Grantgousier) lequel torchecul trouvas tu meilleur? Ie y estoys (dist Gargantua) & bien tout en sçaurez le tu autem. Ie me torchay de foi/ de paille/ de baudusse/ de bourre/ de laine/ de papier: Mais
Tousiours laisse aux couillons esmorche:
Qui son hord cul de papier torche.
Quoy? dist Grantgousier, mon petit couillon, as tu prins au pot? veu que tu rime desià.
Ouy dea (respondit Gargantua) mon roy, ie rime tant & plus: & en rimant souvent m'enrime. Escoutez que dict nostre retraict aux fianteurs:
Chiart
Foirart
Petart
Brenous,
Ton lard
Chapart
S'espart
Sus nous.
Hordous
Merdous
Esgous
Le feu de saint Antoine te ard:
Sy tous
Tes trous
Esclous
Tu ne torche avant ton depart.
En voulez vous dadventaige. Ouy dea, dist Grantgousier. Adoncq dist Gargantua.
En chiant l'aultre hyver senty
La guabelle que à mon cul doibs,
L'odeur feut aultre que cuydois:
Ien feuz du tout empuanty.

O si quelqu'un eust consenty
M'amener une que attendoys.
En chiant.
Car ie luy eusse assimenty
Son trou d'urine/ à mon lourdoys.
Ce pendant eust avecq ses doigtz
Mon trou de merde guarenty.
En chiant.
Or dictez maintenant que ie n'y sçay rien. Par la mer Dé ie ne les ay faict mie, Mais les oyant reciter à dame grand que voyez cy, les ay retenu en gibbessière de ma memoyre.
Retournons (dist Grantgousier) à nostre propos.
Quel? (dist Gargantua.) Chier?
Non, dist Grantgosier. Mais torcher le cul.
Mais (dist Gargantua) voulez vous payer un bussat de vin Breton, si ie vous foys quinault en ce propos.
Ouy vrayment, dist Grantgousier.
Il n'est, dist Gargantua, point besoing de torcher le cul, sinon qu'il y ayt ordure. Ordure n'y peut estre, si on n'a chié: Chier doncques nous fault davant que le cul torcher.
O (dist Grantgouzier) que tu as bon sens petit guarsonnet. Ces premiers iours ie te feray passer docteur en Sorbone par dieu, car tu as de raison plus que d'aage. Or poursuyz ce propos torcheculatif, ie t'en prie. Et par ma barbe pour un bussart tu auras soixante pippes Ientends de ce bon vin breton, lequel point ne croist en Bretaigne, mais en ce bon pays de Verron.
Ie me torchay après (dist Gargantua) d'un couvrechief, d'un aureiller, d'une pantoufle, d'une gibbessière, d'un panier. Mais o, le malplaisant torchecul. Puis d'un chappeau. & notez que des chappeaux les uns sont ras, les aultres à poil, les aultres velouttez, les aultres tafetassez, les aultres satinisez. Le meilleur de tous est celluy de poil. Car il faict tres bonne abstersion de la matière fecale. Puis me torchay d'une poulle, d'un coq, d'un poulet, de la peau d'un veau, d'un lievre, d'un pigeon, d'un cormaran, d'un sac d'advocat, d'une barbute, d'une coyphe, d'un leurre, Mais concluent ie dys & maintiens, qu'il n'y a tel torchecul que d'un oyson bien dumeté, pourveu qu'on luy tieigne la teste entre les iambes. Et m'en croyez suz mon honeur. Car vous sentez au trou du cul une volupté mirificque, tant par la doulceur d'icelluy dumet, que par la chaleur temperée de l'oizon, laquelle facillement est communicquée au boyau cullier & aultres intestines, iusques à venir à la region du cueur & du cerveau. Et ne pensez poinct que la beatitude des heroes & semidieux qui sont par les champs Elysiens soit en leur Asphodèle ou Ambrosie ou Nectar, comme disent ces vieilles ycy. Elle est selon mon opinion en ce qu'ils se torchent le cul d'un oyzon, et telle est l’opinion de Maistre Jehan d’Escosse.

ricordate questo articolo?...
...

Berlusconi definisce "criminoso" il loro modo di fare tv
"E' dovere della nuova dirigenza non permetterlo più"

Il premier: "Via dalla Rai
Santoro, Biagi e Luttazzi"
Immediata la reazione di Santoro: "Sono le parole
di un vigliacco cha abusa dei suoi poteri"

ROMA - Basta con programmi come "Sciuscià", "Il fatto" o "Satyricon". Ad affermarlo con forza, all'indomani delle nomine Rai, è il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi: "Ho già avuto modo di dire - spiega, nella conferenza stampa conclusiva della sua visita in Bulgaria - che Santoro, Biagi e Luttazzi hanno fatto un uso della televisione pubblica, pagata con i soldi di tutti, criminoso; credo sia un preciso dovere della nuova dirigenza Rai di non permettere più che questo avvenga".

Più chiaro di così, il premier, che è anche proprietario delle reti Mediaset, non poteva essere. Ma i cronisti presenti vogliono sapere di più, e gli chiedono se ciò significa un allontamento delle tre persone in questione dall'azienda di Viale Mazzini. "Ove cambiassero - risponde Berlusconi - nulla "ad personam', ma siccome non cambieranno...". Insomma, non c'è scelta: Michele Santoro, Enzo Biagi e Daniele Luttazzi devono fare fagotto, secondo il capo del governo. Su questo punto, Berlusconi è inamovibile: e infatti, a chi gli fa notare che Santoro ha un contratto molto ricco con la Rai, e rescinderlo sarebbe anti-economico, lui ribatte così: "Non è un problema mio".

E la reazione del conduttore di Sciuscià all'esternazione berlusconiana non si fa attendere. Il premier è "un vigliacco" che "abusa dei suoi poteri": queste le parole del giornalista. Poco dopo è il turno di Daniele Luttazzi, che definisce "non democratica" questa gestione del servizio pubblico.

Ma il premier dice anche altro sulla Rai. Ricorda, ad esempio, che nel programma della Casa delle Libertà "è prevista la privatizzazione, con il mantenimento in mano pubblica di una rete per adempiere al servizio pubblico".

Infine, un accenno alle recentissime nomine. "Finalmente - dichiara - torneremo alla televisione pubblica, di tutti, non faziosa, oggettiva e non partitica come è stata invece con l'occupazione militare da parte della sinistra".

(18 aprile 2002)
http://www.repubblica.it/online/politica/rainominedue/berlu/berlu.html

2008-01-05 18:19

Mastella, Camera dica si' a Woodcock

Chiedero' a Montecitorio di autorizzare uso telefonate

(ANSA) - ROMA, 5 GEN - 'Saro' io stesso a chiedere alla Camera di autorizzare Woodcock a utilizzare le intercettazioni' di parlamentari Uder, annuncia Mastella. Intercettazioni, precisa, 'che del tutto indirettamente riguardano alcune conversazioni con parlamentari dell'Udeur'. 'Si tratta di conversazioni alla luce del sole e nessuno ha il diritto di strumentalizzare situazioni che nulla di rilevante hanno da nessun punto di vista'.

[6/1/2008]

NOVE PARLAMENTARI INTERCETTATI DA PM WOODCOCK

ROMA - Mentre il parlamento sta mettendo a punto la nuova legge sulle intercettazioni, nove suoi componenti - quattro deputati e cinque senatori - sono stati ascoltati al telefono, per caso, durante un'indagine su presunti casi di corruzione nella settore della sanità in Basilicata. Titolare dell'inchiesta è il pm Henry John Woodcock, il magistrato noto per aver indagato su 'vallettopoli' e per aver chiesto ed ottenuto circa due anni fa l'arresto di Vittorio Emanuele di Savoia. I nove parlamentari intercettati sono il ministro della giustizia Clemente Mastella, deputato dell'Udeur (la notizia dell'intercettazione che lo riguarda è già trapelata nei giorni scorsi); il sottosegretario allo sviluppo economico Filippo Bubbico (senatore dei Ds); i deputati Salvatore Margiotta (Margherita), Mauro Fabris (Udeur) e Paolo Del Mese (Udeur); e i senatori Antonio Boccia (Margherita), Emilio Nicola Buccico (An), Giancarlo Pittelli (Forza Italia) e Stefano Cusumano (Udeur). Tutte le intercettazioni telefoniche - che risalgono al primo trimestre dello scorso anno - sono state indirette, dal momento che i telefoni sotto controllo erano quelli degli interlocutori dei parlamentari. Ma, secondo il pm, non tutte le conversazioni sono da ritenersi indifferenti all'inchiesta.

Al contrario, Woodcock ne vuole utilizzare diverse ed ha chiesto al gip Gerardina Romaniello, che per ora ha disposto la trascrizione delle telefonate, di inoltrare richiesta di autorizzazione al Parlamento. Tra gli interlocutori dei deputati e dei senatori "ascoltati" dagli investigatori, vi sono diversi esponenti del mondo politico lucano, i cui telefoni erano stati posti sotto controllo su richiesta del pm Woodcock: il presidente della Regione Basilicata Vito De Filippo (era controllato il telefono di un suo stretto collaboratore), l'attuale assessore regionale alla sanità ed ex senatore dell'Udeur Antonio Potenza, l'ex direttore generale dell'Azienda ospedaliera San Carlo di Potenza (la più grande della Basilicata) Michele Cannizzaro e il direttore generale della Asl del potentino Attilio Nunziata, gli ultimi due indagati nel procedimento. Nei giorni scorsi era trapelato il contenuto di una telefonata, del marzo scorso, tra Mastella ed il presidente della Regione Basilicata De Filippo, nella quale il ministro chiedeva al governatore lucano le dimissioni di Cannizzaro dalla direzione generale dell'azienda ospedaliera San Carlo, in seguito al coinvolgimento della moglie di quest'ultimo - il magistrato Felicia Genovese - nell'inchiesta giudiziaria "toghe lucane", condotta dal pm di Catanzaro Luigi De Magistris.

L'ufficio stampa dell'Udeur aveva fatto sapere che quella del ministro era stata una considerazione di carattere esclusivamente politico. Cannizzaro si è effettivamente dimesso dalla carica di direttore generale dell'ospedale San Carlo nel maggio scorso. In altre intercettazioni telefoniche - secondo quanto è trapelato - emergono una richiesta di intervento fatta ad un senatore presso una non meglio precisata "commissione di vigilanza" e colloqui finalizzati all'assegnazione di alcuni incarichi pubblici, alle nomine di alcuni commissari e subcommissari in enti pubblici e in alcune fondazioni, e sollecitazioni per la "sistemazione" di alcuni disoccupati. Alcune conversazioni intercettate, infine, sono di carattere generico o di cortesia (gli auguri per una nomina), ma il pubblico ministero chiede di poterle ugualmente utilizzare per descrivere la rete dei rapporti emersi nel corso dell'inchiesta. Il ministro Mastella dà fin d'ora il suo consenso.

"Sarò io stesso - dice - a chiedere che venga autorizzata dalle Camere la richiesta del pm Woodcock a utilizzare le intercettazioni che del tutto indirettamente riguardano alcune conversazioni con parlamentari dell'Udeur" E aggiunge: "Si tratta di conversazioni cristalline e alla luce del sole e nessuno ha il diritto di strumentalizzare situazioni che nulla di rilevante hanno da nessun punto di vista". Anche l'Udeur, in una nota, si dice per nulla preoccupato delle telefonate registrate dagli investigatori, che riguardano i propri parlamentari. "Tutte le conversazioni - si legge in una nota - sono, infatti, di carattere politico o di pura cortesia, con affermazioni assolutamente trasparenti che non coinvolgono in alcun modo dal punto di vista penale" i deputati e i senatori intercettati.

(http://www.positanonews.it/menu/default.asp?id=10461)

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200712articoli/2847...

14/12/2007 (11:48)
Pg Cassazione ha chiesto il rinvio
a giudizio per Luigi De Magistris

non volermene Garga ma questa "censura" è un tantinello più grave di quella subita da luttazzi

peace&love
filippo

Oh Filippo,pochi minuti di permanenza sul sito e sono d'accordo con te già per la seconda volta.
De Magistris è un GRANDE.

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Massima solidarietà a Luttazzi per la censura subita e indignazione per il fatto che abbiano minacciato di cancellare il suo lavoro, minaccia davvero inammissibile. Però onestamente non credo che Luttazzi riceverà mai il premio nobel per la letteratura. Ripeto, solidarietà umana e civile a Luttazzi.Ma onore al merito per DARIO FO e per FRANCA RAME,che sono stati censurati da TUTTI. Cacciati dalla rai democristiana e dalle case del popolo.Quante volte li abbiamo visti in tv? Luttazzi bene o male fa sempre qualche programma e l'ho visto apparire in tv molto più di loro.Dario e Franca Sono gli Unici Veri Satiri Italiani Senza Padroni.Ave!

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Na' vorta stavo svolazzanno pe' li' campi de' Torpagnotta e 'ncontrai 'n cane che se ne stava tutto 'n disparte sur ciglio de' la strada.
M'avviciniai come ar solito mio, e je chiesi "Smorzato, che te ne stai a fa' qui sur ciglio de' la strada? Se 'n te scanzi pòi morì sotto na' maghina.".
Quello, co' du' occhi spenti come er buio de'la notte, me guardo' e m'arispose "Gufo, lassame sta' 'n pace co li' problemi mia. Prima c'avevo na' famija e mo 'n ci'ho 'n gnente. Quanno scondizolavo senza di gnente, tutti me faceveno le carezze e me daveno da magnà, ma come ho iniziato a di' er parere mio, m'hanno preso e buttato pe' strada. Quinni levate perché 'n me va che me butti via puro tu.".
"Ce lo so' quello che vòi di'" - ja risposi - "'N te butta' giu', er monno è così: quanno fai lo stupido tutti rideno, ma quanno vengheno a sape' che c'hai quarcosa da di', c'hanno paura de senti.".
Co' quer cane me ce vado a fa' la passatella pe' Trastevere, ma de chi l'ha cacciato via manco l'ombra.

Forse volevi scrivere Torpignattara. Tor pagnotta non esiste, o sì? Non conosco.
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Caro Amico, devi da sape' che Tor Pagnotta è na' zona de campagna che sta subbito dopo a' Cecchignola... li', dove ce stanno tutte le caserme piene de' sordatini.
Io che tengo l'ali, la posso vede dall'arto. Prima c'era più tera, mo le case stanno a cresce, ma è pur sempre 'n ber posto pe' noi pennuti.

Ciao Omo.

Ho appena letto da notizia ansa che si vuole dimettere. Ma quante volte ha minacciato le dimissioni senza poi realmente darle ? Le motivazioni che la inducono a dimettersi sono nobili anche perchè con alcuni voti il suo gruppo ha più volte tradito l'elettorato. Che questa sia la volta buona ? E se invece di dimettersi rimanesse senatrice del "gruppo misto" dando finalmente, con coerenza e coraggio il suo NO alle prossime votazioni per il rifinanziamento delle missioni estere ?

E dato che ha a cuore la categoria dei disabili, a cui appartengo, Le ricordo che lo scorso anno, anche il Suo gruppo votò la Finanziaria che tagliava di parecchi milioni di euro (10 milioni) il fondo nazionale per i disabili e "miracolosamente" l'aumentava di altrettanti per il cinema !

E li mi sono vergonato a pensare a coloro che hanno votato questo "talgio" ingiustificato.

w il cinema, abbasso i disabli !

Ci vuole coerenza,spero che questa volta Lei, come spesso ha già fatto, trovi il coraggio di votare ciò per cui il suo gruppo e Lei sono stati eletti

Cordiali Saluti e forza con le vostre battaglie

Hicks e Rabelais
Leggo su Repubblica.it dei blog che mi avrebbero " smascherato ": la mia battuta su Ferrara si ispira a una celebre battuta di Bill Hicks. Hicks in realtà si ispirava a sua volta a Rabelais, e quando lo accusavano dicendo che la sua non era satira, Hicks replicava:-Neanche Rabelais è satira?- Memore del suo insegnamento, così ho fatto io: a chi ha chiuso il mio programma perchè la mia non era satira, adesso posso dire:- Neanche Hicks e Rabelais sono satira?- :-)

Post scriptum:
la battuta su Ferrara è mia ed è originale perchè il significato di quella battuta è mio ed è originale. Una battuta è più della somma dei suoi componenti. Uffa.

* * *

Note tecniche per appassionati e non

Non parlerei mai di calcio. Non me ne intendo. Non ne conosco i fondamentali. E' stupefacente invece vedere quanti esperti di satira e comicità ci siano in Italia. A giudicare dai programmi tv, questi esperti sono tantissimi. La cosa mi rincuora. Certo, se dimostrassero di saperne qualcosa sarebbe preferibile. Penso quindi di fare cosa gradita ovviando alle lacune più disastrose e diffuse con le seguenti note tecniche.

La variazione sul tema è, da sempre, una pratica comune a chi scrive comicità. Dai classici ( Shakespeare e Moliere che riprendono non solo le trame, ma anche intere pagine di dialoghi da Plauto, parola per parola ) ai contemporanei. Il 19 giugno di quest'anno, Craig Ferguson, monologhista tv USA, dice nel suo programma:

Great day for Hillary Clinton. She choose the song for her campaign, a song by Celine Dion. Is it wise choosing a Celine Dion song? She’s a singer best known for doing a song based on a sinking ship.

La sera dopo, Jay Leno riprende l’idea nel proprio monologo:

Hillary Clinton has picked "You and I” by Celine Dion as her campaign theme song. And in a related story, John McCain’s campaign song is also by Celine Dion — it’s the theme from "Titanic.”

Il prossimo esempio coinvolge invece Jay Leno e Jon Stewart:

Apparently, Bush referred to the Pope as 'sir' rather than 'your holiness.' And also as 'stretch' and the ... 'Popeinator'" ---Jon Stewart

President Bush was in Rome ... and had a big gaffe at the Vatican. President Bush is in trouble for calling the Pope 'sir' instead of 'your holiness.' Hey, it could have been worse. I'm surprised he didn't call him the 'Popester'" ---Jay Leno

Nella tradizione del vaudeville americano, la tecnica della variazione sul tema è definita “ the old switcheroo ”.

Un film uscito in America nel 2005, intitolato The Aristocrats, è l'esempio definitivo di questo metodo: un centinaio di comici eseguono la propria variazione di un celebre joke sconcio di Milton Berle. La personalità di ogni artista crea, a partire dallo stesso spunto, le battute e i monologhi più diversi.

Tre anni fa, nel mio “Bollito misto” dicevo questa battuta:

“Al Qaeda ha rivendicato la messa in onda di Domenica in”.

Segue uno scambio amichevole di e-mail con Bill Scheft, headwriter del Letterman. E il 13 giugno di quest’anno ecco Letterman riproporre la mia battuta, adattata alla notizia del giorno:

"This just in: al Qaeda is claiming credit for the vague ending of 'The Sopranos.”

Letterman mi ha copiato? No. Ha eseguito la sua variazione sul tema. E’ l’arte della commedia.

By Daniele Luttazzi at 14 Dic 2007 - 15:10 | blog di Daniele Luttazzi

Daniele Luttazzi Cancellato dalla tv, l'attore torna in teatro e lancia le sue battute al vetriolo
Il gusto di nominare le cose
Lo showman ha portato all'Ambra Jovinelli l'intera trasmissione sospesa. Fuori, un megaschermo per chi non è potuto entrare. Da Benedetto XVI al matrimonio, va in scena l'Italia del sacro integralismo
Gianfranco Capitta

Daniele Luttazzi si è visto chiudere il suo Decameron su La7, ufficialmente perché aveva fatto bersaglio di uno dei collaboratori principali dell'emittente Telecom, Giuliano Ferrara. Ma tutti hanno pensato che in realtà la decisione fosse scaturita dalla puntata che l'artista aveva appena registrato, dedicata alla religione (che è una delle parole chiave della testata chiusa) e in particolare al cattolicesimo targato Ratzinger.
Domenica, all'Ambra Jovinelli, è stata la serata della verità. Luttazzi ha portato nel teatro dell'Esquilino, impresa titanica, l'intera sua trasmissione (mancava solo la pubblicità, annunciata ogni volta ma senza che si vedessero gli spot). L'ingresso era gratuito, il pubblico straboccava, in fila per ore nonostante il freddo di questi giorni, e quelli che non sono riusciti a entrare hanno seguito lo show su un grande schermo davanti al teatro. In compenso, dentro la sala erano quasi del tutto assenti i soliti noti: una sola parlamentare (Tana de Zulueta) e Sabina e Corrado Guzzanti. Nessun altro si è sentito coinvolto o in dovere di partecipare almeno per pura testimonianza. Lo show business e la politica continuano evidentemente ad avere un potere inibitorio molto forte.
L'attore (già, ma come sarebbe meglio definirlo, lo showman, il «satiro», o semplicemente l'intellettuale, o il cittadino Luttazzi?), non si è risparmiato. Per quasi due ore ha mitragliato gli spettatori con i suoi ragionamenti ineluttabili, le considerazioni e le notizie prese dai giornali e tutte documentate, le deduzioni da detective. Ha una cultura straordinaria, acuta e variegata, che non risparmia nessun campo, e tanto meno nessun bersaglio. E rispetto a Papa Razzy (dato l'argomento al centro della puntata oscurata), sarebbe stato facile aspettarsi delle tirate facili, notazioni e ironie che il personaggio semina e attira come una calamita, con molto senso dell'autopromozione e poco pudore rispetto a quello che ci si aspetterebbe dal suo ruolo.
E invece Luttazzi, per denunciare l'invadenza e l'ignoranza vaticana (e la simmetrica soggezione del Palazzo) cita i vangeli e l'antico testamento, la scienza e l'antropologia, la storia della chiesa e la letteratura, la patristica e la tomistica. E se le usanze dei Cananei e le tesi di Tommaso d'Aquino impongono un minimo coefficiente di attenzione, si alleggerisce presto con il canone curiale dell'abito cardinalizio. Senza nemmeno un'allusione velata agli eccessi modaioli di sua vanità, pur non risparmiando mezzi, l'artista colpisce più crudelmente. Citando sciocchezze affettuose della memoria collettiva (le rubriche della Settimana enigmistica) che danno solo la misura della banalità della politica e delle imprese nazionali di oggi.
Non rinuncia certo Luttazzi, a tutto quel patrimonio di sessualità ingorda e di scatologia ributtante in cui pure navigano informazione e intrattenimento, purché la «materia» non sia esplicita. Lui invece ha un gusto sadico nel chiamare le cose per nome. Merda e pompini per lui tali sono, in senso letterale come in quello figurato.
Poi, ogni tanto, con delle frenate improvvise, con lo stesso sorriso vispo e soave, trae delle conseguenze o delle conclusioni del discorso, e sono dolori per tutti, tanto è forte la sua critica sociale e puntuto il suo ragionamento. E può citare Muraro o gli psicanalisti francesi, a pieno titolo, anzi dispiegando nella satira una umanità insperata e perfino rassicurante.
A commento della sua condizione attuale, di censura al quadrato dopo l'editto bulgaro e quello «illuminato» de La7, ripete la visione di Ferrara nella vasca da bagno con quel che segue. Applica la cristologia a buon mercato che il papa cerca di riportare in auge, alla fede oscena dei consumatori di hamburger. Sulla negazione dei diritti civili alle coppie, lancia l'interrogativo inquietante e ovviamente retorico se «si debba considerare sacro tutto quello che si fa davanti a un prete». Sottolinea il «femminismo» strumentale del papa, «che di donne non ne avrà mai conosciute». Insomma è davvero inarrestabile, un vulcano di risate amare, che porta sulla scena in una forma nuova e non più solitaria. Attorno a lui allinea infatti un gruppo di giovani attori (qualcuno di alta scuola ronconiana, come Gianluigi Fogacci), divertiti e sorpresi anche loro della reattività del pubblico, inusuale in teatro.
È che difficilmente uno spettacolo (e tanto meno la nostra televisione) divengono uno specchio tanto fedele e stringente della nostra vita e dei nostri rapporti. E mai vi si dice, con le cose chiamate con il loro nome, quello che spesso è inconfessabile in società. Il dottor Luttazzi invece lo dice, e ci fa pure ridere sopra. Di una risata così acida da procurare qualche scompenso. Dev'essere per quello che quei filantropi dei censori lo vogliono togliere di mezzo, in tutti i modi.