"Io, vedova di guerra, in un Paese senza memoria" La Repubblica, CARLO BONINI

Il marito perso in Iraq, una figlia da crescere, le lacrime e i ricordi
ma anche le malignità della gente: vita di una moglie di caduto in missione

 
 
Il tempo di Alessandra Cellini è due volte maledetto. Come può esserlo solo quello delle vedove di guerra in un Paese in pace che non conosceva guerre da mezzo secolo. Maledetto perché ogni bara avvolta nel tricolore che torna su un C-130 impedisce alla ferita di cominciare anche soltanto a cicatrizzarsi. Maledetto perché il lutto, privato, non si fa mai memoria condivisa, collettiva. Resta un terribile fardello da trascinare in solitudine.

Occasione di chiacchiericcio malvagio, perché, oggi, nella provincia italiana di un Paese in guerra solo con se stesso, dove si fatica ad arrivare alla quarta settimana, si può anche invidiare una vedova di guerra, per quel che la guerra le ha tolto (un marito e un padre) e quel che la guerra le ha dato: un vitalizio, un contratto di lavoro a tempo indeterminato, una casa in cui far crescere un'orfana.

Alessandra aveva 27 anni e una bimba di 10 mesi, Giorgia, quando il 21 gennaio del 2005, suo marito, Simone Cola, 32 anni, maresciallo dell'aviazione dell'esercito, veniva ucciso nei cieli dell'Iraq. Vivevano a Viterbo, allora, non lontani dalla caserma dove era di stanza Simone. Le immagini di quei giorni sono rimaste le prime e le ultime rubate a una giovane famiglia divisa per sempre. Simone Cola il giorno del matrimonio; Simone Cola in mimetica accanto alla fusoliera del suo elicottero; Alessandra con il capo reclinato sulla spalla del capo dello Stato il giorno dei funerali nel Duomo di Ferentino. Poi, più nulla. Il lutto pubblico ha un suo rituale. I suoi tempi. Tre giorni. Alessandra e la sua bimba sono state ricacciate nel buco di anonimato da cui non avrebbero mai voluto uscire.

Oggi Alessandra ha trent'anni e da tre anni prova ogni giorno a ricominciare a vivere. "Dopo la morte di Simone io e Giorgia lasciammo la casa di Viterbo e tornammo qui dove sono cresciuta, a Ferentino. Da sola non ce la facevo. Ho la fortuna di avere un fratello e una sorella e dei genitori ancora giovani. Per un anno tornai a casa, insieme a loro. Poi, una mattina, capii che non era giusto. Non era giusto per me e soprattutto per mia figlia. Io, lei e Simone eravamo stati una famiglia. Io e lei da sole dovevamo tornare ad essere quello che di quella famiglia restava".

Con la somma che le liquida il ministero della Difesa, Alessandra compra un piccolo appartamento in un dignitoso condominio, abitato da altri cinque vicini e lo intesta a Giorgia. Arreda la casa con gli oggetti e i mobili, che, un anno prima, un camion dell'Esercito aveva caricato in un cassone a Viterbo. Il divano è lo stesso. Il letto matrimoniale è lo stesso. La vetrinetta del salone e le cornici con le foto di una coppia felice con la propria bimba sono le stesse. Anche l'armadio è lo stesso, dove continuano ad essere appesi i vestiti di Simone.

"Solo una cosa non ho avuto il coraggio di fare. Aprire le casse che sono tornate indietro dall'Iraq. Credo siano solo gli indumenti di Simone. Credo. Le tengo una sull'altra. In un angolo. E forse non le aprirò mai. L'unica cosa che ho voluto di quel posto me l'hanno data i colleghi di Simone. Un peluche che aveva comprato per Giorgia".

Nel 2005, Francesco Storace, senatore di An, allora governatore del Lazio, trova ad Alessandra un posto alla "Bic Lazio" di Frosinone, azienda di sostegno allo sviluppo delle imprese. Uno stipendio modesto, ma pur sempre uno stipendio, che, con i 1500 euro di vitalizio riconosciuti alle vedove dei caduti, consente di arrivare alla fine del mese senza affanni. Alessandra comincia ad alzarsi alle sei ogni mattina, dal lunedì al venerdì, per poter essere in ufficio per le 8.30. Sveglia Giorgia, le prepara la colazione, la veste per andare all'asilo.

Un istituto di suore, dove ogni pomeriggio, quando torna a prenderla, le raccontano la giornata di quella bimba. Se e quante volte ha chiesto di vedere il padre. Che cosa ha ascoltato dalla voce dei suoi compagni. Capisce presto che Giorgia non può sopportare separazioni troppo lunghe. Alla "Bic" le concedono il part-time, perché alle tre e mezza del pomeriggio lei possa essere di nuovo davanti al cancello dell'asilo.

"Non è vero che a dieci mesi, quanti ne aveva Giorgia quando morì Simone, i bambini non ricordano. I bambini ricordano, ascoltano e aspettano. Per molto tempo ho avuto solo la forza di dirle che "papà era dovuto salire in cielo da Gesù perché Gesù gli aveva chiesto di aiutarlo con i bambini che erano in cielo con lui". E lei, che sapeva che il padre volava sugli elicotteri, per due anni, ogni volta che vedeva un elicottero su per aria diceva che era il padre che stava andando da Gesù".

Poi è arrivato il giorno in cui la verità ha bussato con la voce di un bambino. "Giorgia è tornata da scuola e mi ha chiesto piangendo se era vero quello che le avevano detto i suoi compagni. Che al papà avevano sparato dei signori cattivi. E io le ho detto che, sì, era vero. E che per questo papà era salito da Gesù. Lei non ha più chiesto, ma continua ad aspettarlo. A chiedere perché sono sempre io che vado a prenderla il pomeriggio a scuola e non il papà, come gli altri bambini. Ci vorrà tempo".

Ci vorranno altre parole che non è semplice trovare e che ad Alessandra, una volta ogni due settimane, non suggerisce un assistente sociale, ma una psicologa dell'esercito, che lei va a trovare al ministero della Difesa.

È a lei che racconta le sue giornate, i suoi colloqui con Giorgia, i sogni e gli incubi che popolano le sue notti. "E' un sostegno fondamentale". È un luogo. È un numero di telefono da comporre quando se ne avverte il bisogno. Perché le vedove di guerra non hanno una rete autonoma, una struttura di volontari che aiuti nella condivisione. Vivono il lutto in clandestinità. Si incrociano, se capita, alla consegna di una medaglia al valore ("Simone ha ricevuto la "croce d'onore alla memoria" nel 2005, dall'allora capo di stato maggiore dell'Esercito Cecchi), di una targa commemorativa, in una camera ardente ("A me capitò di essere in quella di altri quattro elicotteristi a Viterbo"). Accolgono un'altra donna con cui condividere lo stesso dolore con un telegramma, raramente con una telefonata.

"Perché ogni volta significa riprecipitare nello stesso baratro". L'unica famiglia, oltre quella di sangue, resta quella che si è portata via un pezzo della loro vita. L'Esercito, l'Aviazione, la Marina, i Carabinieri. I loro veterani. Ufficiali, sottufficiali, che spesso non riescono a perdonarsi di non essere riusciti a riportare indietro tutti.

È un microcosmo che impasta affetti, dolore, sensi di colpa, oltre il quale c'è il buio e il chiacchiericcio malvagio di un Paese che sa essere feroce, perché ha perso il rispetto di se stesso. Alessandra ha cominciato ad avvertirlo presto. Voci che si gonfiano e che la umiliano. All'angolo di una strada, in un supermercato, nei pettegolezzi da bar. "Mò si lamenta. Ma non ce l'hanno mica mandato al marito. Lo ha fatto per i soldi". "Hai visto la casa? Ha pure il posto fisso... È proprio vero: peggio per chi se ne va, meglio per chi resta". "A un certo punto ho deciso che avrei cominciato a rispondere. Perché tacere avrebbe significato offendere la memoria di Simone. Ucciderlo un'altra volta. E così ho fatto. Così continuo a fare. L'ultima volta che mi è capitato di rispondere l'ho gridato: 'Per me, morire in guerra è come morire in fabbrica'. La vita di un operaio vale la vita di un soldato. Simone stava servendo questo Paese, come lo serve ogni mattina chi esce di casa che è ancora notte per andare a lavorare. Ho la fortuna - e so che è una fortuna - di non essere stata abbandonata dallo Stato, ma non voglio, non è giusto che debba vergognarmene o giustificarmi".

Alessandra non sa se "la cattiveria" (la chiama così) sia figlia del ripudio per una guerra lontana che nessuno ha dichiarato e che la politica continua a chiamare con un altro nome. O della feroce solitudine di chi è vivo, ma per lo Stato resta un invisibile: disoccupato, flessibile o pensionato che sia. Sa una cosa sola. "Che presto inaugurerò un'associazione di volontari che porterà il nome di Simone e comincerà a dare una mano a chi ha bisogno qui, a casa nostra, tra la nostra gente".

Alessandra avrà un motivo in più per ricordare, per rendere riconoscibile pubblicamente il suo lutto. Per provare a dare un senso al tricolore che aveva avvolto la bara di Simone nel suo ultimo viaggio e che lei, qualche settimana fa, ha restituito alla terra. Nel terzo anniversario della morte, Alessandra ha seppellito nuovamente Simone, trasferendolo nella cappella di famiglia che mai aveva immaginato dovesse far costruire. "C'è stata una cerimonia al cimitero. Ho preso la bandiera e ho coperto di nuovo mio marito. Con me, c'era chi mi vuole bene".

(20 febbraio 2008)
 


Commenti

Come na' foija su 'n ramo de' 'n'arbero, er neurone passa la vita dentro er cervello dell'omo, solo che a vorte 'ncontra puro quarc'artro neurone: se fonnono 'nsieme e fanno bisboccia.
La vita de 'n neurone è semplice e puro sottile: se 'mpregna de quarcosa e 'n lo lassa anna' via più.
La novizia vedovella de guera se chiede er perché la guardeno storta.
Er fatto è che lei armeno tiene quarche speranza puro se 'n vede ppiù er maritino suo; er resto der popolo, la sera quanno se mette a tavola, se magna l'unghie e basta.
Popolo strano quello itagliano, ma puro l'artri popoli so' strani e de memoria corta.
L'itagliano s'è dimenticato quanno coreva pe' le montagne, rischianno la vita, a spara' ar sordatino tedesco ch'era venuto pe' occupallo e sterminallo.
L'ebreo s'è dimenticato dello sterminio sistematico subito, propinnanno 'n surrogato der tempo passato a li vicini de casa sua.
Er mussurmano s'è letto male er Corano e pija a sassate le donne sue (sur Corano c'è scritta 'n'artra cosa) solo sur sospetto de tradimento (se lo facessero puro l'artri popoli, sto monno sarebbe pieno de froci).

Dorce vedovella, tranquillizzate e vivi quer che te rimane, cercanno de tene' sempre acceso er penziero su chi t'ha dato la vita pe datte 'n futuro.

Se more solo quanno nissuno te penza ppiù.

Gufo, grazie per il tuo intervento! bello, come sempre!
memoria talmente corta che andrà a finire che De Mita sarà rieletto, Cuffaro, Dell'Utri...
 

Africa - 21.2.2008
Africom, sarà per un'altra volta
I Paesi africani rifiutano di ospitare il nuovo comando militare Usa, la base rimane in Germania

Non è bastato neanche il successo della visita del presidente George W. Bush, impegnato in un tour di una settimana in cinque stati africani, per far cambiare idea al continente su Africom. A causa delle resistenze degli stati africani, infatti, il comando militare statunitense, creato nello scorso ottobre, farà base a Stoccarda, in Germania. Nessuna nuova base americana sarà installata in Africa: troppe le diffidenze sul ruolo attuale degli Stati Uniti nel mondo e sui reali compiti della missione, secondo i capi di stato africani. Una differenza di vedute che Washington imputa a una semplice mancanza di comunicazione.

Guerra al terrorismo importata sul continente, controllo strategico delle risorse petrolifere, ingerenza negli affari interni dei vari Paesi. Sono queste le tre ragioni principali che hanno spinto le cancellerie africane, prime fra tutte quelle di Libia, Nigeria e Sudafrica, a prendere posizione contro l'installazione di Africom sul continente. Solo la Liberia si è infatti offerta di ospitare il quartier generale del comando, che secondo le intenzioni degli Stati Uniti avrebbe il compito principale di addestrare le forze africane in missione di peacekeeping e di rispondere in maniera rapida ed efficace alle emergenze umanitarie. Motivi troppo disinteressati che hanno insospettito gli stati africani, i quali temono che i veri obiettivi di Africom siano altri. Il controllo del petrolio appunto, visto che nel 2014 il 25 percento delle importazioni petrolifere americane proverranno dal Golfo di Guinea; la concorrenza con la Cina, che negli ultimi anni ha scalzato dal continente Usa ed Europa a colpi di accordi commerciali; l'entrata dell'Africa nella lotta globale al terrorismo, la quale ha finora trascurato l'Africa subsahariana, se si eccettuano gli attentati alle ambasciate Usa in Kenya e Tanzania di fine anni '90 e poco altro.

La diffidenza africana nei confronti di Africom (che dallo scorso ottobre ha riunito tutti gli stati del continente, precedentemente di competenza di tre comandi separati, in uno solo) era nota da tempo a Washington, tanto che l'amministrazione Usa ha preferito non insistere e lasciare il quartier generale a Stoccarda, almeno per il momento. I vertici militari non escludono infatti che, una volta visto all'opera Africom a pieno regime, gli stati africani lascino cadere le loro resistenze. Secondo gli Usa, infatti, la missione sarebbe molto più focalizzata sullo sviluppo economico e democratico del continente, sull'assistenza umanitaria e sull'addestramento delle truppe, pur non rinunciando ovviamente a controllare le forniture di greggio verso gli Usa e le minacce terroristiche. Secondo il generale William Ward, capo di Africom, si è trattato di un semplice fraintendimento dovuto a mancanza di comunicazione, che ha fatto sì che nel continente arrivasse un messaggio sbagliato.

A pesare sulla decisione, in cui gli stati africani hanno dimostrato una compattezza e una decisione inusuali, sembrano essere state anche altre considerazioni: la volontà dei “pesi massimi” africani (soprattutto Nigeria e Sudafrica) di non veder compromessa la sfera d'influenza che stanno faticosamente creandosi in Africa. L'arrivo di una superpotenza con basi e comandi militari (comunque già presenti a Camp Lemonier, a Gibuti), avrebbe potuto mettere i bastoni tra le ruote. Ma non è da trascurare anche l'immagine che l'amministrazione Bush ha dato di sé in questi otto anni. In Africa l'interventismo americano in Medio Oriente ha suscitato perplessità, nonostante i Paesi africani rimangano molto meno critici di quelli europei sull'operato del presidente uscente. Ne è una prova il successo dell'attuale visita di Bush in Benin, Tanzania, Ruanda e ora Ghana, dove il capo di stato ha promesso aiuti per centinaia di milioni di dollari e sottolineato i programmi di sviluppo e di lotta alle malattie avviate negli ultimi anni. Un viaggio che ha volutamente evitato i punti di crisi del continente, per focalizzarsi sulle “storie di successo”. Ma le parole del ministro degli Esteri ghanese Akwasi Osei-Adjei, il quale ha confermato l'alleanza tra i due Paesi ma ha sottolineato che i militari americani non sono i benvenuti perché “il Ghana ci tiene alla sua sovranità” evidenzia bene i termini della questione.

http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=10208

sor.riso

La Camera rifinanzia la guerra in Afghanistan
23-2-08

di Enrico Piovesana - da peacereporter.net

Sinistra Arcobaleno già divisa: Prc e Comunisti Italiani votano ‘no'; Verdi e Sd si astengono. Il rifinanziamento 2008 della missione militare italiana in Afghanistan è stato approvato giovedì pomeriggio dalla Camera dei Deputati e ora passerà al vaglio del Senato. Hanno votato ‘sì' alla conversione in legge del decreto governativo 340 deputati di Partito Democratico, Radicali, Socialisti, Italia dei Valori, Udeur, Udc, Forza Italia, Alleanza Nazionale, Lega Nord e Destra.

Sinistra divisa sul ‘no'. Solo 50 i voti contrari: quelli dei parlamentari di Rifondazione e Comunisti Italiani. I deputati di Sinistra Democratica e Verdi sono invece usciti dall'aula al momento della votazione, creando una prima divisione all'interno della neonata Sinistra Arcobaleno che invece, nelle commissioni Difesa ed Esteri della Camera, aveva votato compattamente ‘no'.

Angelo Bonelli, Verdi, invitando a non drammatizzare le modalità diverse di voto, spiega che “comunque il giudizio di tutti noi della Sinistra Arcobaleno è contro la missione in Afghanistan”. Arturo Scotto, Sinistra Democratica, durante le dichiarazioni di voto aveva detto: “Noi della Sinistra Democratica non possiamo votare questo decreto sulle missioni all'estero. Ciascun deputato e ciascuna deputata valuterà come esprimersi al momento del voto”.

Il leader del Pdci, Oliviero Diliberto, si limita a parlare per il proprio partito: “Abbiamo votato risolutamente e coerentemente contro dopo aver votato per due anni a favore per lealtà verso Prodi”.

Maquillage elettorale. Per distinguersi dalle destre, il Partito Democratico ha presentato un ordine del giorno che impegna il governo (Prodi?) a cercare “un mandato internazionale che unifichi le due missioni attualmente in Afghanistan (Isaf a guida Nato ed Enduring freedom a guida Usa) e abbia come obiettivo primario la protezione dei civili, con un maggior controllo internazionale sulla pianificazione delle azioni militari”. L'odg approvato dall'esecutivo uscente prevede anche il rilancio dell'impegno dell'Italia per arrivare a “una conferenza di pace regionale” e il sostegno a “una strategia politica in Afghanistan volta al coinvolgimento in un processo di riconciliazione nazionale di tutti coloro che si mostrano disponibili ad accettare la democrazia, lo Stato di diritto e il rispetto dei diritti umani”.

Soddisfatto il ministro degli Esteri, Massimo D'Alema, ideatore della proposta di unificare Isaf ed Enduring Freedom (che è esattamente quello che vuole il Pentagono): “Sono lieto che la Camera abbia approvato il decreto che finanzia i nostri militari impegnati in missione di pace nel mondo”.

I nostri incursori e le nostre truppe impegnate a ‘pacificare' i talebani ringraziano sentitamente.

che ti aspettavi di più?????????
tanto sono i nostri ragazzi ad andare a combattere la "missione di pace" e sono i nostri soldi a essere messi a disposizione per la distruzione , che vuoi che interessino a D'Alema questi piccoli particolari?
quello che mi dispiace è che anche la sinistra arcobaleno inizia proprio male sto' tanto declamatà unità di intenti , 4 partiti un valore unico! quale??????????
mammamarina
www.claudiabottigelli.it

Non mi aspettavo niente di diverso...avrei dovuto nutrire delle speranze ? In base a cosa?

“Sono lieto che la Camera abbia approvato il decreto che finanzia i nostri militari impegnati in missione di pace nel mondo”.

come si fa a non vedere la crudele contraddizione racchiusa in questa frase ""militari" e "pace"
ci vorrebbe una legge che obbligasse tutti i votanti di simili contraddizioni a soggiornare almeno 30gg nei luoghi dove i nostri MILITARI vanno in missioni di PACE e dopo i 30gg votare lì sul luogo di soggiorno di fronte alle popolazioni locali

sor.riso

Né con gli USA, né con i jehadi, né con i talebani
Lunga vita alla lotta delle forze afghane democratiche e indipendenti

Sette anni fa il governo statunitense e i suoi alleati hanno legittimato l’invasione militare dell’Afghanistan facendo credere alla popolazione di tutto il mondo che avrebbero liberato le donne afghane, portato la democrazia, combattuto il terrorismo. Il nostro popolo, oppresso dal regime dei talebani, era pieno di speranze; ma presto il suo desiderio di sicurezza, democrazia e libertà è stato tradito.

Con l’insediamento del governo fantoccio di Karzai, gli USA si sono alleati di nuovo con i signori della guerra fondamentalisti, che loro stessi avevano creato. Fin dall’inizio Karzai ha ignorato le richieste del suo popolo e la fiducia che gli era stata accordata e ha scelto di compromettersi con i criminali dell’Alleanza del Nord, offrendo loro le più alte cariche governative. Il nostro popolo si è sentito maggiormente tradito; contrariamente a quanto viene dichiarato da ministri e ufficiali governativi corrotti, il paese è sempre più sotto il controllo delle mafie e le auto immolazioni, gli stupri, i rapimenti di donne e bambini sono ai più alti livelli della storia dell’Afghanistan.

Nonostante Karzai finga di condannare queste azioni, mai è stato chiesto alcun processo nei confronti degli stupratori, che vengono addirittura perdonati. Karzai stesso ha chiesto l’amnistia per degli uomini che hanno stuprato e ucciso una donna e questo lo rende corresponsabile di questo orrendo crimine.

Karzai parla sempre di libertà di parola e di democrazia mentre il giovane giornalista Parwiz Kambakhsh è in prigione con una sentenza di morte inflitta dagli uomini di Atta Mohammad, e Naseer Fayyaz, un’altro coraggioso giornalista, solo per aver criticato il governo è stato costretto a lasciare il paese a causa delle continue minacce di grossi criminali come Isamil Khan e Qasim Fahim, oltre a essere stato indagato dai servizi segreti (KHAD). Molti altri sinceri antifondamentalisti sono stati minacciati e maltrattati dai terroristi al potere.

Alla Conferenza di Parigi del giungo 2008, il governo Karzai ha chiesto 51 miliardi di dollari nonostante i fondi ricevuti negli anni passati dall’Afghanistan non siano stati spesi per la ricostruzione del paese ma per foraggiare l’enorme corruzione degli ufficiali governativi. Nel frattempo le famiglie sono costrette a vendere i propri figli a causa della povertà e della fame. La verità è che fino a ora una gran parte degli aiuti è finita nelle tasche delle mafie dell’Alleanza del Nord, di ONG nazionali e internazionali e di autorità governative corrotte. Il mondo intero dovrebbe sapere che gli aiuti internazionali stanno andando nelle mani di un governo formato da criminali fondamentalisti e tecnocrati corrotti e non per sostenere la popolazione afghana.

Nel frattempo il potere dei talebani si estende a macchia d’olio e questo dimostra la vera natura della guerra statunitense, che ha rinforzato più che mai il potere del terrorismo fondamentalista. La guerra al terrorismo è solo una scusa per giustificare il prolungarsi della presenza militare USA nel nostro paese e nell’area. Questa guerra è solo un enorme fallimento e lo hanno addirittura dichiarato in più occasioni alcuni politici e ufficiali militari americani e di altri paesi.

Invece di rimuovere dal potere i talebani e i jehadi le truppe USA e i loro alleati bombardano feste di matrimonio e sparano decine di proiettili sui civili, colpendo soprattutto donne e bambini. Inoltre, quando questi crimini vengono denunciati, gli USA negano le loro responsabilità, offrendo delle arroganti scuse solo quando l’accusa si avvale di prove.

Come RAWA ha dichiarato in più occasioni, il governo USA non ha seriamente a cuore la libertà, la democrazie e i diritti delle donne in Afghanistan. È disposto ad accettare l’insediamento di un governo anche più corrotto e antidemocratico di quello oggi al potere purché sia asservito ai suoi voleri. Per queste ragioni molti criminali sono stati liberati dalla prigione. Questo dimostra che democrazia e libertà delle donne sono enunciati privi di valore per l’amministrazione USA e per i suoi alleati. Ciò che hanno in programma è di insediare un governo composto da talebani, affiliati di Gulbuddin Hekmatyar, da membri dei partiti filosovietici (Khalq e Parcham), da membri del National Front alleati del sanguinario regime iraniano e da alcuni collaboratori dei servizi segreti occidentali così da poter controllare meglio il paese ed evitare che finisca come l’Iraq, dove la popolazione si è sollevata contro di loro. Con l’insediamento di un governo composto dai peggiori criminali nella storia afghana gli USA hanno tradito la nostra nazione, e non potranno giustificarlo con alcuna menzogna.

Una parte di intellettuali del nostro paese, ignorando che il loro ruolo dovrebbe essere quello di accrescere la consapevolezza tra la gente, stanno attizzando il fuoco delle differenze etniche, religiose e linguistiche a tal punto che alcuni ritengono i talebani forze di liberazione e gli assassini del National Front insieme ai gruppi alleati degli USA e della NATO fonti di prosperità.

Gli intellettuali afghani che credono che la liberazione del paese avverrà grazie all’aiuto degli USA non conoscono la loro storia degli Stati Uniti e soprattutto non riescono a vedere le cause del disastro degli ultimi sette anni in Afghanistan. Non esiste un singolo esempio di paese che abbia ottenuto libertà e democrazia grazie a un’invasione militare statunitense; i disastri causati dalle loro guerre sanguinose portate avanti in molti paesi del mondo sono sotto gli occhi di tutti.

RAWA ritiene che nella situazione attuale nuove elezioni non daranno un risultato migliore delle precedenti. Se tutti gli apparati dello stato continueranno a rimanere nelle mani di criminali e trafficanti di droga sotto il diretto controllo degli USA è facile che nemmeno un pugno di coraggiosi democratici troverà posto in parlamento; il futuro parlamento sarà la casa di criminali mafiosi la cui vita e il cui status dipendono unicamente da dollari, armi e sostegno USA. Se gli americani ritengono che Karzai non sia più la persona giusta presenteranno un altro personaggio a loro asservito e non consentiranno che alcun indipendente, democratico e antifondamentalista diventi un presidente votato liberamente dal suo popolo.

La dimostrazione che il desiderio di libertà del nostro popolo non ha valore sta anche nelle dichiarazioni del governo britannico, che ha detto che l’Afghanistan ha bisogno di un dittatore. Visto che sono a stretto contatto con i terroristi talebani forse, a loro parere, il dittatore adatto potrebbe essere il Mullah Omar. Forse gli USA e i loro alleati stanno tenendo sotto controllo l’orrendo spettacolo prodotto dalle loro macchine da guerra e da Mullah Omar, Rabbani, Mohaqiq, Sayyaf, Abdullah o agenti segreti come Ali Ahmed Jalalis, ma devono sapere che la nostra gente troverà il modo di sconfiggere l’ignoranza, il fondamentalismo, la misoginia dei talebani e dei jehadi.

Sappiano gli invasori che le elezioni saranno inutili sia che il dittatore che hanno in mente sarà il Mullah Omar o qualcuno in giacca e cravatta come Bache Saqao.

Sappiano gli USA o altri paesi che verranno a parlare di democrazia, pace e prosperità non creeranno in noi più alcuna aspettativa. La nostra libertà potrà essere conquistata solo dal nostro popolo. È il dovere di tutti gli intellettuali, di tutte le forze democratiche e progressiste, di coloro che vogliono l’indipendenza lottare con coraggio, cercando il sostegno della popolazione, contro la presenza degli USA e dei loro alleati e contro la dominazione dei criminali jehadi e dei talebani. Battersi contro le forze armate straniere nel paese senza combattere i talebani e i jehadi significherebbe aprire le porte al fascismo e alla mafia religiosa. E d’altra parte, combattere questo nemico dimenticando la presenza militare statunitense, i suoi alleati e questo governo burattino significherebbe arrendersi alle forze straniere. La strada di chi combatte per la libertà nel nostro paese sarà senza dubbio molto difficile e sanguinosa; ma se vogliamo essere liberi dalle catene dello straniero e dei suoi servi talebani e jehadi non dobbiamo avere paura del giudizio o della morte per trionfare.

Né con gli USA, né con i jehadi, né con i talebani, Lunga vita alla lotta delle forze afghane democratiche e indipendenti!

Associazione Rivoluzionaria delle Donne d'Afghanistan (RAWA)
7 ottobre 2008

http://pz.rawa.org/it/index.htm