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Aggiornato: 5 min 54 sec fa

I 10 migliori Film di sempre di Commedia all’Italiana

1 ora 35 min fa

Un genere che ha fatto grande il cinema italiano. L’autobiografia di una nazione con tante risate,  registi maestri e artigiani, attori e attrici di gran spessore, sceneggiatori di fine scrittura e grande cultura. I teorici sostengono che molto di deve alla Commedia dell’Arte e alle condizioni storiche. Sono film intramontabili. Alcuni ingiustamente massacrati dalla critica. La Commedia all’Italiana quando la si definisce sfugge come un’anguilla a volerla inquadrare in un Tempo e in un Divenire. Dino Risi non accettava neanche la definizione giudicandola riduttiva preferendo parlare di “commedie italiane”. Io ne ho scelte 10 arrivando a fine ‘900. Sono le mie preferite. Mettendo in testa Dino Risi.

IL SORPASSO di Dino Risi, 1962

Erano deserte  le strade romane del Ferragosto del 1962 quando Dino Risi gira quel capolavoro titolato “Il sorpasso”. Doveva chiamarsi “Il giretto” il film che ha ispirato “Easy rider” e che racconta l’Italia “on the road” meglio dell’enciclopedia Treccani. Se sei giovane cercalo quel film che non hai mai visto. Ti divertirai da morire perché i film che raccontano la vita e la morte non tramontano mai. E forse capirai perché l’Italia è popolata da una società divisa e contraddittoria dove la scampano sempre quelli come il protagonista Cortona interpretato da un magistrale Vittorio Gassman. Un Paese a misura di cialtroni opportunisti che sanno sempre vestire l’abito del “miles gloriosus”. Colonna sonora epocale. 

C’ERAVAMO TANTO AMATI di Ettore Scola, 1974

È il romanzo di formazione della società italiana in forma di commedia. L’avvocato, il portantino, il professore cinefilo di Nocera Inferiore e la bella Luciana che incrociano Mike Bongiorno, Federico Fellini, Marcello Mastroianni nella parte di loro stessi sono uno specchio  della nostra cultura dalla Resistenza agli anni Settanta. Dalla canzone “Sandokan” all’omaggio alla Potemkin il film dedicato a Vittorio De Sica risulta essere un nodo gordiano delle speranze e dei tradimenti di una generazione. Perfetto nella quadratura estetica (alternanza di bianco e nero e colore) si avvale di una sceneggiatura di ferro e poggia su un cast di attori in stato di grazia stellare (Vittorio Gassmann, Nino Manfredi, Stefano Satta Flores, Stefania Sandrelli, Giovanna Ralli, Aldo Fabrizi).

I SOLITI IGNOTI di Mario Monicelli, 1958

La quotidianità, “la gente”, il comune sentire raccontata attraverso una banda del buco che sogna di poter trasformare la propria vita e si deve consolare con un piatto di pasta. Totò smascherato dalla macchietta circondato da uno gruppo di attori perfettamente a ruolo nel meccanismo della commedia. Age, Scarpelli, Suso Cecchi D’Amico scrivono da par loro. La regia di Monicelli è  una macchina spettacolare esemplare che mescola tragico e comico senza una sbavatura. Vanamente imitato ad Hollywood per alcuni remake.  

AMICI MIEI di Mario Monicelli, 1975 

Doveva girarlo Pietro Germi ambientandolo a Bologna. Si ammalò gravemente e prese in carico il progetto il maestro Monicelli trasferendo a Firenze le allegre vicende di una brigata di uomini adulti che con le loro zingarate irridono la vita che passa, i ruoli sociali e la paura delle morte. Comicità cattiva molto toscana, quindi autentica per un successo stratosferico (il film al botteghino superò gl’incassi de “Lo squalo di Spielberg”). Gli scherzi che costellano la trama sono da antologia. I personaggi fissi ancora nella memoria di chi li ha visti. Soprattutto il conte Mascetti e la sua supercazzola. Il suo nome è anche apparso su una scheda dell’elezioni per il presidente della Repubblica.  

DOMENICA D’AGOSTO di Luciano Emmer, 1950

Il cinema scopre il tempo libero nell’unità di tempo in forma balneare (topos ricorrente della nostra commedia) ed Emmer inventa il film a episodi con racconto parallelo e montaggio incrociato. Sei storie ben affiatate. Tutti vanno ad Ostia con mezzi diversi, tranne Marcello Mastroianni (doppiato da Sordi) vigile urbano nella città vuota e un rapinatore della domenica. Commedia di costume realizzata con ottima tecnica. Ha detto il regista Pupi Avati: «Fra i film italiani che amo è forse quello che più di tutti amo, che so rivedere ciclicamente con sempre rinnovato struggimento».

L’OMBRELLONE di Dino Risi, 1965

Film poco compreso dalla critica e invece autentico capolavoro della commedia balneare. Il week end di un ingegnere romano (Enrico Maria Salerno) che va a trovare la moglie (Sandra Milo) in vacanza in albergo sulla costiera romagnola. Trionfano gli sfondi accurati nei dettagli, le riprese del divertimento di massa, la bellissima colonna sonora. Il protagonista non riesce a inserirsi nel contesto e ne diventa vittima. Lelio Luttazzi intellettuale finto impegnato, Jean Sorel bello e impossibile, Raffaele Pisu clown da spiaggia. Un technicolor straordinario fratello di quello adoperato dal regista in “Pane amore e…”

PANE, AMORE E FANTASIA di Luigi Comencini, 1953

Caposaldo del neorealismo rosa che mette in scena l’Italia minore di un paese della Ciociaria con ruoli da commedia perfetti nel meccanismo ad incastro costruito sull’arte del pettegolezzo. Vittorio De Sica torna a fare l’attore nei panni del maresciallo mostrando l’umanità dell’autorità, Tina Pica è una bomba di comicità, Gina Lollobrigida un’esplosione di sensualità da maggiorata che entra nell’immaginario collettivo. Caratteristi bravissimi. Ritmi e montaggio perfetti. Il successo enorme ne determina due seguiti. Nel terzo entra in scena a Sorrento Sophia Loren.

RICOMINCIO DA TRE di Massimo Troisi ,1981

Il comico napoletano di straordinario successo televisivo, Massimo Troisi, va dal geniale produttore Fulvio Lucisano e senza avere neanche un soggetto scritto gli racconta la sua idea di film. Nasce così l’opera prima trionfale del personaggio di Gateano che emigra a Firenze per etica esistenziale e non per motivi economici. Comicità autentica che resta a futura memoria in un film che demolisce molti stereotipi. Compreso quello della Commedia all’italiana dei padri. 

ECCE BOMBO di Nanni Moretti, 1978

Un gruppo  di vitelloni politicizzati ma inquadrati nella Roma in bilico nella crisi del riflusso sono il motore di una commedia completamente rinnovata per canone e racconto. Uno dei migliori esordi del cinema italiano di un regista che subito diventa portavoce di certa cultura italiana. Nanni Moretti si presenta in dura contrapposizione con la commedia all’italiana (celebre il confronto televisivo con Monicelli). il film invece ne è la filiazione diretta per sguardo cinico e comicità amara del fallimento generazionale. 

LA VOGLIA MATTA di Luciano Salce, 1962 

Altro on the road italiano da rivalutare quello dell’ingegnere milanese Tognazzi che deve andare a trovare il figlio in collegio e invece segue una comitiva di teenagers  del boom attratto dalla bellezza agli esordi di una travolgente Catherine Spaak. Il geniale Luciano Salce gira una sorta di Lolita all’Italiana dove la generazione adulta è destinata a soccombere sulla travolgente vitalità allegra, e a volte tragica, di chi deve sostituirla. La giornata particolare di un borghese piccolo piccolo che si sostiene con la simpamina. Un italiano vero in una commedia al vetriolo nello stesso anno de “Il sorpasso”. 

In copertina: Immagine tratta dal film “Amici miei” di Mario Monicelli

Calano i reati, attenzione però a truffe, estorsioni e droga

1 ora 50 min fa

Il Sole 24 ore ha pubblicato uno studio che analizza l’Indice della criminalità in Italia nel 2018 in base ai dati forniti dal dipartimento di Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno.

Ogni giorno in Italia vengono denunciati 6.500 reati e si registra un calo del 2,4 per cento rispetto al 2018 continuando il trend iniziato nel 2013.

In controtendenza al dato generale si è verificato un incremento dei cyber attacchi (8,3%) anche nel primo semestre del 2019. Afferma Andrea Zapparoli Manzoni, uno degli autori del rapporto: «Dal 2016 assistiamo alla diffusione di attività cyber-criminali spicciole, come le quotidiane campagne mirate a compiere truffe ed estorsioni realizzate tramite phishing e ransomware, che hanno colpito molte organizzazioni e cittadini italiani»

In crescita anche i reati connessi allo spaccio di stupefacenti (+2,8%) e le estorsioni (+17%).

Il dato può essere comunque una buona notizia: più denunce significa che più cittadini e aziende decidono di affidarsi alla giustizia, abbattendo così il muro di omertà che specie per quanto riguarda le estorsioni è sempre stato molto forte.

Meno omicidi, furti e rapine

Malgrado la nostra percezione possa farci ritenere il contrario, gli omicidi sono calati nel 2018 del 10%, i furti del 6% e le rapine del 7%. Interessante il dato che rileva una diminuzione addirittura del 38% delle denunce per usura.

I deterrenti a questo tipo di reati possono essere molti, non ultima la diffusione massiccia di sistemi di allarme e videosorveglianza e la maggiore presenza di agenti sul territorio.

Più denunce a Milano ma a Firenze il record negativo

A Milano si sono denunciati 7.017 reati ogni 100mila abitanti e  risulta la prima città in questa classifica pur calando del 5,2% rispetto all’anno scorso, a Firenze invece va l’incremento più elevato: il 9,5% con 6,252 illeciti ogni 100 mila  abitanti.

La mappa rivela che a essere più colpite sono le grandi città e le località turistiche e anche in questo caso va considerato il fatto che nella proporzione tra illeciti denunciati e popolazione non si tiene conto delle denunce effettuate dai turisti che spesso, invece, sono le prede più appetibili per chi perpetra un certo di tipo di reato, come furti, scippi e rapine.

Cosa manca?

Come scrive Il Sole 24 ore: “Restano nell’ombra i fenomeni di microcriminalità, anch’essi diffusi sul territorio, che per diversi motivi sfuggono ai controlli oppure la cui comunicazione da parte delle vittime non è affatto scontata”.

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Foto di Alexas_Fotos da Pixabay 

Se l’inquinamento aumenta, la memoria invecchia

2 ore 35 min fa

L’inquinamento dell’aria danneggia la memoria portando a un peggioramento delle sue capacità pari a 10 anni di invecchiamento. La notizia arriva da uno studio condotto da un gruppo di ricercatori della Warwick Business School della Warwick University (Inghilterra).

La scoperta, spiegano Nattavudh Powdthavee e Andrew Oswald che hanno guidatolo studio, è coerente con precedenti risultati ottenuti da ricerche di laboratorio condotte su animali. Ma la nuova ricerca, i cui risultati verranno pubblicati sulla rivista Ecological Economics, è tra le prime a confermare lo stesso meccanismo negli esseri umani.

Leggi anche: Combatte l’ansia e migliora la memoria. Cinque motivi per apprezzare il silenzio

Memoria “più vecchia” di 10 anni

I ricercatori hanno esaminato 34 mila cittadini inglesi provenienti da 318 diverse aree d’Inghilterra, da zone dove l’aria è più inquinata come Kensington e Islington, a quelle dove l’inquinamento atmosferico è ai minimi livelli, come il Devon e il West Somerset.

Tutti i partecipanti sono stati sottoposti a un test standardizzato in cui è stato chiesto loro di ricordare 10 parole. Dopo aver aggiustato i risultati ottenuti rispetto ad altri fattori che potrebbero influire sullo stato della memoria di ciascun partecipante – tra cui età, salute, livello di istruzione, professione e ambiente socio-culturale di provenienza – i dati hanno messo in risalto che il peggioramento della qualità della memoria tra le aree d’Inghilterra in cui l’aria è più pulita e quelle in cui è più inquinata è equivalente alla perdita di memoria che si riscontra con 10 anni di invecchiamento. “Quando si tratta di ricordare un elenco di parole – spiega Oswald – un cinquantenne di Chelsea ottiene i medesimi risultati di un sessantenne di Plymouth”.

Biossido di azoto e PM10

In particolare memoria risulta essere significativamente peggiore in alcune zone in cui si rilevano alti livelli di biossido di azoto e di particolato atmosferico PM10, anche se, precisa lo studioso, “non siamo ancora sicuri di come agiscano in questo meccanismo il biossido di azoto e il particolato atmosferico”.

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L’economia blu? Sarà l’economia del futuro, quella che supererà la green

4 ore 35 min fa

L’economia blu è una branca della green economy, ma mentre quest’ultima prevede un modello di business basato su un minor impatto ambientale, che riduca le emissioni di CO2, la Blue Economy tende essenzialmente a volerle eliminare del tutto. Si basa sopratutto sull’innovazione e su metodi che possano creare uno sviluppo sostenibile proteggendo le risorse naturali e ambientali per le future generazioni.

Colui che per primo ne ha parlato è stato Gunter Pauli, economista belga e imprenditore di successo in numerosi settori. Pauli ha fondato la Zero Emissions Research Iniziative (http://www.zeri.org/), una comunità internazionale della quale fanno parte studiosi, esperti in economia, scienziati e ricercatori per trovare insieme soluzioni efficaci rispetto ad una economia che tenga conto della tutela dell’ambiente e della persona in primo luogo.

La concentrazione di C02 nell’atmosfera a maggio 2019 era di 414,28 ppm (parti per milione), poco meno del record toccato nel giugno 2018, quando era arrivata a 411,58 ppm, un valore mai raggiunto prima, il più alto da 800 mila anni. Per esempio nel 1969 eravamo arrivati a 323,25 ppm.

Questo lo scenario climatico da affrontare, e secondo il Report speciale sul riscaldamento globale dell’IPPC (Integrated Pollution Prevention and Control ovvero controllo e prevenzione integrata dell’inquinamento) di ottobre 2018 (report Sr15), dovremo fare in fretta per non raggiungere l’ulteriore surriscaldamento previsto di 1.5°, già entro il 2030.

E a questi foschi scenari si devono aggiungere quello energetico, quello industriale e quello agricolo, e i correlati i problemi sociali derivanti dalla forte disoccupazione.

Secondo Pauli, la Blue Economy è la più adatta per andare incontro a questi scenari, per arginarli, perché oggi abbiamo bisogno di un’economia con la quale usiamo ciò che abbiamo e rigeneriamo valore. Generando più valore possiamo creare nuovi posti di lavoro.

Mentre la Green Economy rappresenta tutto ciò che è ottimale per l’uomo e la natura ma è purtroppo costosa, ovvero produce metodologie adatte solo alle popolazioni più ricche e pertanto insostenibili, la Blue è la strategia più adatta per gli scenari di povertà che purtroppo rappresentano i territori più vasti al mondo.

Nel concreto, la chiave è quella di generare valore con tutte le occasioni e le risorse disponibili e di sviluppare economie piccole che generano valore a cascata, con processi che sono legati in modo che questa concatenazione riduca i costi e crei benefici multipli.

Per fare un esempio, ogni volta che beviamo un caffè espresso, il suo residuo si può utilizzare per produrre mobili, come fertilizzante e anche per la coltivazione dei funghi; per quest’ultimo impiego, il residuo è a sua volta un ottimo mangime per polli che deporranno le uova. Così anziché un solo flusso di cassa se ne hanno quattro e anche più e la realizzazione degli oggetti diventa meno costosa.

A El Hierro, una delle isole Canarie, la prima domanda che si sono fatti gli abitanti non è stata come riuscire a reggere la competizione, ma come aggiungere più valore a ciò che già facevano.

E a partire dalla ridefinizione di una risorsa naturale come l’allevamento delle capre e la realizzazione di altri prodotti (banane e ananas biologici prodotti e venduti in loco) gli allevatori fatturano oggi dieci volte quello che è il sussidio dell’Unione Europea.

Si sono poi accorti che il declino della pesca non dipendeva dal troppo pescato ma da pesca indiscriminata e insostenibile, effettuata con grandi reti. Per arginare l’impoverimento delle specie sono passati alle lenze e non hanno più estratto le femmine dei pesci in maniera sistematica: e la produttività della pesca è salita, come sono aumentati i pescatori.

Anche per la viticoltura, non si sono rivolti alla competizione globale, ma a strutture locali e mercato di riferimento locale. Hanno ragionato anche sulle fonti energetiche: i benefici non solo ambientali ma anche economici portavano nella direzione delle rinnovabili (il diesel era più costoso) e con un mix tra idroelettrico ed eolico hanno garantito stabilità alla rete. E ora si pensa a come non far più evaporare gli oltre 6 milioni di euro verso l’esterno sotto forma di carburante per le auto, puntando sull’elettrico.

Il risultato è che molti giovani spagnoli si stanno trasferendo a El Hierro, visto che bastano 50 capre che producono due litri di latte al giorno per fatturare 100mila euro l’anno. Il foraggio è gratuito, le capre limitano la diffusione degli infestanti e il costo della vita è più basso, ma non bisogna superare il numero dei 50 capi perché se le capre in gregge sono troppe la produzione cala. Ciò dimostra che per generare più valore dobbiamo cambiare modello di business. Con questa logica è rapido e facile generare entrate multiple che consentono di produrre valore anche per i servizi sociali.

La priorità principale è stata dunque il lavoro. Nell’ecosistema forestale, in natura, nessun soggetto è disoccupato. Ognuno ha un ruolo, un lavoro e contribuisce al meglio secondo le proprie capacità. Questo è il modello che ben rappresenta la Blue economy: servono zero emissioni e rifiuti ed economia circolare, ma è necessaria anche zero disoccupazione.

Secondo Gunter Pauli si potrebbe replicare, con le ovvie differenze di ogni contesto, questo modello in tutto il mondo, in ogni piccola realtà: sarebbe il modo migliore per tutelare davvero ambiente e persone.

Fonti:

https://www.lifegate.it/persone/news/ipcc-rapporto-sr15-cilma

https://www.business.it/blue-economy-cose-gunter-pauli/ Intervista a Gunter Pauli: “Superare la Green Economy?”

http://www.edizioniambiente.it/news/84/blue-economy-2-0-intervista-a-gunter-pauli/

https://www.lastampa.it/tuttogreen/2018/10/10/news/superare-la-green-economy-1.34051451

Immagine di copertina: Armando Tondo

Sotto stress le cellule degli uomini si suicidano, quelle delle donne resistono

Gio, 10/17/2019 - 15:00

Sotto stress le cellule degli uomini si suicidano mentre quelle delle donne resistono e sopravvivono. Arriva da uno studio condotto dall’Istituto superiore di sanità la nuova evidenza scientifica che conferma che essere uomini o donne condiziona l’insorgenza e il decorso delle malattie, come pure la risposta alle cure: gli studiosi hanno infatti rilevato che le cellule maschili rispondono allo stress andando incontro a morte programmata, una forma di suicidio cellulare regolato, mentre le cellule femminili in risposta allo stesso stress attivano meccanismi di sopravvivenza e resistono alla morte cellulare.

La ricerca, pubblicata sulla rivista internazionale Cell Death and Disease, è stata realizzata in collaborazione con l’Università di Bologna e del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma. Gli studiosi sono riusciti a identificare alcuni componenti molecolari alla base della diversa risposta delle cellule maschili (XY) e femminili (XX) agli stress, capaci nel primo caso di attivare processi di morte cellulare (apoptosi) e nel secondo di indurre meccanismi protettivi (autofagia).

“Alla base di queste differenze – spiega Anna Ruggieri del Centro per la salute genere specifica dell’Iss – potrebbe essere coinvolto un microRNA (miR548am-5p) che, proprio per questo, è stato oggetto del nostro studio”. I microRNA sono corte sequenze di materiale genetico che regolano l’espressione dei geni, e sono pertanto in grado di cambiare il destino delle cellule, modificandone le funzioni, la specializzazione e la capacità proliferativa. E’ noto che i microRNA hanno un ruolo di rilievo in molte malattie, dai tumori alle malattie infettive e autoimmuni, nelle quali si sono osservate alterazioni dei loro livelli di espressione. Inoltre, ogni microRNA è in grado di regolare numerosi geni, generando potenzialmente un effetto a cascata di grandi proporzioni.

La scoperta che non solo i geni, ma anche elementi regolatori della loro espressione come i microRNA siano presenti in quantità diverse tra uomo e donna “dimostra, ancora una volta, come la biologia dei due sessi sia fondamentalmente diversa e come tale vada affrontata – conclude Paola Matarrese dell’Iss, coautrice della ricerca -. Una delle importanti ricadute di questa scoperta è dunque il potenziale utilizzo di questi microRNA come biomarcatori di quelle malattie che colpiscono i due sessi in maniera diversa, oltre che come nuovi bersagli terapeutici sesso-specifici”.

Leggi anche: Le bellissime differenze tra cervello maschile e cervello femminile

Chi è Frans Timmermans, il capo del green new deal europeo?

Gio, 10/17/2019 - 12:00

Surriscaldamento globale e Unione europea. La fortuna è quella di avere come coordinatore del green new deal europeo Frans Timmermans. La sfortuna riguarda, invece, il tempo, forse troppo poco per rimediare agli errori del passato. Il vicepresidente esecutivo della nuova Commissione europea, Frans Timmermans, avrà il doppio ruolo di coordinare il green deal europeo e di gestire le politiche di azione legate al clima. Ad annunciarlo è stata la presidente Ursula von der Leyen, all’indomani della discussa elezione, durante la conferenza stampa del 10 settembre in cui ha presentato la sua squadra di governo.

Ma chi è Franciscus Cornelis Gerardus Maria Timmermans?

Olandese, classe ’61, laureato in letteratura francese ma con un master in diritto europeo, oltre al limburghese e all’olandese parla fluentemente inglese, francese, tedesco, italiano e russo, non è ben visto a Est e soprattutto, è il promotore della proposta di legge, poi adottata dal Parlamento europeo, di eliminare la plastica monouso; e poi è romanista sfegatato. Dal 2014 primo vicepresidente della Commissione Ue, braccio destro di Jean-Claude Juncker, che lo scelse fin da subito e per questo inventò una carica che fino ad allora non esisteva, durante il suo mandato si è fatto dei nemici, soprattutto a Est: ree di avere calpestato lo stato di diritto, uno dei punti cardine della carta costituzionale dell’Unione Europea, Polonia e Ungheria sono state costrette a rivedere le loro leggi. Nei loro confronti Timmermans non ha esitato ad avviare la cosiddetta ‘procedura articolo 7’ che sanziona i Paesi membri nei quali si ritiene siano venuti meno i valori fondanti dell’Ue. Non c’è da stupirsi: non solo Timmermans è nato nella città simbolo dell’Europa unita, Maastricht, dove nel 1992 si è firmato il trattato che ha posto le basi per la nascita della moneta unica, ma, essendo il più anziano socialdemocratico nell’Istituzione, è a capo dell’iniziativa “Legiferare meglio” e sovraintende le Relazioni inter-istituzionali, lo Stato di Diritto, e la Carta dei Diritti Fondamentali e della Sostenibilità nell’Ue.

Figlio di un diplomatico, a 11 anni Timmermans si trasferisce a Roma dove studia alla scuola britannica St. George e si appassiona alle partite della Roma allo stadio Olimpico. Costante non soltanto nella fede calcistica, Timmermans è sempre stato socialista, fin dalla sua discesa in politica nel 1998, quando è stato eletto con i laburisti olandesi. Terminati gli studi universitari, ha iniziato a lavorare nel dipartimento per l’integrazione europea del ministero degli Esteri olandese, per poi proseguire la carriera diplomatica a Mosca e ritornare nel 1994 in Europa, dove è diventato assistente del commissario olandese. Timmermans ha goduto di una straordinaria popolarità in patria, il primo mandato (vinto appunto per la prima volta nel 1998) gli è stato rinnovato per ben sei altre volte: dal 2007 al 2010 fa parte del governo di coalizione liberale-socialista come ministro degli Affari europei, dal 2012 al 2014 invece copre la carica di ministro degli Esteri.

Le manovre di compensazione che Timmermans metterà in atto per tamponare parte delle emissioni di CO2 e rallentare il riscaldamento globale, oltre a registrare programmi di riforestazione, prevedranno un’azione congiunta con il lituano Virginijus Sinkevičius, voluto dalla von der Leyen come commissario Ue per l’Ambiente e gli oceani.

La sfida è grande, la simpatia del personaggio, pure. E qualcuno già ventila l’ipotesi che il prossimo commissario Ue sarà proprio lui, Frans Timmermans.

Influenza e falsi miti: smentite 8 fake news

Gio, 10/17/2019 - 12:00

Riguardo all’influenza stagionale e alla vaccinazione anti-influenzale sono molte le fake news che circolano. Eccone otto smentite dalla pagina del sito del ministero della Salute dedicata all’epidemia stagionale.

L’influenza stagionale non dà complicanze. Falso.

L’influenza stagionale può dar vita a diverse complicanze che vanno dalle polmoniti batteriche, alla disidratazione, al peggioramento di malattie preesistenti (quali ad esempio il diabete, malattie immunitarie o cardiovascolari e respiratorie croniche ), alle sinusiti e alle otiti (queste ultime soprattutto nei bambini). Sebbene queste complicanze siano più frequenti nei soggetti al di sopra dei 65 anni di età e con condizioni di rischio già presenti (ad esempio quelli che già soffrono di altre patologie), alcuni studi hanno messo in evidenza un aumentato rischio di casi gravi di influenza nei bambini molto piccoli e nelle donne incinte. In ogni caso, casi gravi di influenza si possono verificare anche in persone sane che non rientrano in alcuna delle categorie citate.

Leggi anche: Influenza, arrivano virus più insidiosi. Previsti 6 milioni di contagi

L’influenza si può curare con gli antibiotici. Falso.

Questi farmaci sono efficaci solo contro malattie di origine batterica e risultano totalmente impotenti nei confronti di una malattia virale come l’influenza.

Con l’influenza non si può allattare. Falso.

Il virus influenzale è diffuso in tutto l’organismo e quindi anche nel latte, dove però sono presenti anche gli anticorpi. Per evitare di contagiare il bambino per via “aerea” – che è la modalità principale di trasmissione – è consigliabile allattare mettendo una mascherina sulla bocca.

Se si è già avuta l’influenza non serve vaccinarsi. Falso.

La vaccinazione avrà l’effetto di richiamare la memoria immunologica e si avrà un aumento della risposta provocata dalla stessa vaccinazione (effetto booster). La vaccinazione di un soggetto già immune per effetto della malattia “naturale” non comporta un aumentato rischio di effetti collaterali.

La vaccinazione antinfluenzale può causare malattie croniche. Falso.

I dati attuali indicano che i vaccini antinfluenzali non inducono nei vaccinati alcuna malattia cronica né ne aggravano il decorso quando queste sono preesistenti alla vaccinazione. E’ necessaria una attenta valutazione per chiarire se eventi avversi (per evento avverso si intende un qualsiasi peggioramento dello stato di salute preesistente del soggetto vaccinato) che si verificano dopo una vaccinazione per l’influenza siano in realtà causati dalla vaccinazione antinfluenzale eseguita o siano dovuti a una pura coincidenza temporale. Le campagne di vaccinazione (così come tutti i programmi di vaccinazione universale quali le vaccinazioni raccomandate o obbligatorie per l’infanzia) sono accompagnate da programmi di farmacovigilanza.

Il vaccino antinfluenzale non può essere somministrato contemporaneamente ad altri vaccini. Falso.

Il vaccino antinfluenzale non interferisce con la risposta immune ad altri vaccini inattivati o vivi attenuati. Il vaccino inattivato dell’influenza può essere somministrato insieme ad altri vaccini iniettabili, a condizione però che i due vaccini vengano somministrati in siti di iniezione differenti e, comunque, è bene chiedere informazioni al proprio medico curante o al medico vaccinatore.

Il vaccino stesso può causare l’influenza. Falso.

I vaccini inattivati contengono il virus ucciso o parti di questo che non possono causare alcuna malattia. I vaccini a base di virus vivente (non usati in Italia) contengono l’elemento virale ma questo è stato attenuato per cui non è in grado di causare la malattia. In entrambi i casi la somministrazione del vaccino può causare lievi effetti collaterali caratterizzati da una sintomatologia simile a quella dell’influenza, ma molto meno marcata.

Leggi anche: Influenza o raffreddore? Cinque domande per capirlo

In gravidanza non ci si può sottoporre a vaccinazione antinfluenzale. Falso.

Le donne che si trovano in stato di gravidanza durante la stagione epidemica è opportuno che vengano vaccinate contro l’influenza per l’aumentato rischio di complicanze gravi e di decesso correlati alla malattia. La vaccinazione, con vaccino inattivato, può essere effettuata in qualsiasi trimestre della gravidanza, in quanto sembra non associata a effetti avversi sul nascituro. Dati più estesi sulla sicurezza sono disponibili per il secondo e terzo trimestre, rispetto al primo; comunque, le raccomandazioni delle autorità sanitarie internazionali (European centre for disease prevention and control, Organizzazione mondiale della sanità) indicano la vaccinazione delle donne in gravidanza a prescindere dal trimestre. 

Wildlife Photographer of the Year 2019: i vincitori

Gio, 10/17/2019 - 11:00

Tra i vincitori anche due italiani: il giovane Riccardo Marchegiani con “Early riser” e l’altoatesino Manuel Plaickner con “Pondworld”.

Foto: ©Wildlife Photographer of the Year
(Natural History Museum, London)

Il mercato dell’arte non è più lo stesso

Gio, 10/17/2019 - 10:52

Capita sempre più spesso di entrare in un aeroporto, in una stazione ferroviaria o in metropolitana e trovare delle vere e proprie mostre di artisti più o meno conosciuti. E allora chi aspetta di salire sull’aereo e sul treno si gode per qualche minuto qualcosa di bello e si sa, il bello aiuta a vivere meglio.

A questi nuovi siti, o Hub come dicono quelli bravi, si aggiungono le fiere d’arte moderna e contemporanea che si tengono nelle varie città: Art Verona, Arte Fiera a Bologna, Miart a Milano, Artissima a Torino. Non si tratta solo di mostre ma, come nel caso del IV Festival dell’Outsider Art – Arte Irregolare che si è tenuto a Verona dal 4 al 6 ottobre, l’evento comprende anche performance, convegni, film, spettacoli diventando manifestazione culturale a tutto tondo.

E allora l’arte arriva anche a chi di solito di arte non se ne intende, a chi non frequenta le gallerie blasonate.

E il mercato a questo punto? Va meglio?

In realtà la questione è più complessa: se fino al 2008 l’arte era un investimento anche a rischio, nel senso che si scommetteva su un autore e si acquistava un’opera sperando che si sarebbe rivalutata nel tempo, oggi la crisi ha reso i compratori più prudenti e chi se lo può permettere acquista solo le opere di autori affermati. In pratica, come in altri settori è scomparso il compratore “medio”, rimangono i ricchi che vanno sul sicuro acquistando soprattutto autori stranieri.

È cambiato il mondo e i giovani

Dimentichiamoci il giovane artista che, cartella di disegni sotto il braccio, si presenta al gallerista chiedendo supporto. Oggi i ragazzi si organizzano diversamente facendo rete, rivolgendosi ai propri simili anche all’estero utilizzando, specie nei primi approcci, in maniera massiccia il Web.

Insomma, l’immagine dell’artista che incontra il mecenate che scommette sul suo futuro e lo accompagna nella crescita è roba d’altri tempi. I giovani artisti si aiutano da soli partecipando a mostre collettive autogestite, concorsi, borse di studio all’estero. L’artista moderno parla perfettamente un paio di lingue, viaggia, si confronta, crea relazioni, scambi.

Ed esce dagli schemi: se fino a  pochi anni la distinzione tra Arte “Insider” e Outsider era netta – da una parte gallerie, curatori paludati, artisti protetti e dall’altra i “battitori liberi” – oggi il confine si è sfumato e l’artista è protagonista della propria arte e del proprio essere artista.

Restate in contatto, ne vedremo delle belle.

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Immagine: opera di Augustine Noula, Collettivo Artisti Bolognesi

L’Andropausa non esiste! (Infografica)

Gio, 10/17/2019 - 07:14

Diceva Ippocrate nel IV secolo a.C.: “Tutte le parti del corpo che hanno una funzione, se usate con moderazione ed esercitate nell’attività alla quale sono deputate, diventano più sane, ben sviluppate ed invecchieranno più lentamente; ma se non saranno usate e lasciate inattive, queste diventeranno facili ad ammalarsi, difettose nella crescita ed invecchieranno precocemente”.

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Un anno nero per le api italiane

Gio, 10/17/2019 - 07:00

Il 2019 sarà ricordato come uno degli anni più difficili per la produzione di miele in Italia. La produzione totale al momento sembrerebbe essere praticamente dimezzata rispetto alle attese, lo dicono dati recenti di Coldiretti, che confermano quelli diffusi a luglio da Ismea, l’Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare. Ismea ha stimato perdite di 55 milioni di euro per le sole produzioni di miele di acacia, uno dei primi che viene raccolto nel Nord Italia. Per il miele di agrumi, uno dei primi mieli che si raccoglie soprattutto al sud, la stima del danno si aggirerebbe intorno ai 18 milioni di euro.

L’annata 2019: il clima pazzo fa male alle api

La vita delle api non è facile in questi anni: bizze del clima e inquinamento ne compromettono ogni giorno l’esistenza. In particolare, quest’anno ha piovuto molto nei primi mesi primaverili, rendendo difficile la raccolta del polline da parte di questi insetti, che hanno dovuto usare il poco miele prodotto per sfamarsi. A volte la produzione di miele non era nemmeno abbastanza per il loro sostentamento, e alcuni apicoltori raccontano che è stato necessario intervenire per aiutarle a sopravvivere fornendo loro sciroppo e miele, una procedura che solitamente si fa solo d’inverno.

Nei mesi a seguire, durante l’estate, il caldo e la siccità hanno drasticamente ridotto la quantità di fiori disponibili, aumentando la debolezza delle “famiglie” di api, costrette a ricerche estenuanti e affaticate dal calore, che quest’anno ha raggiunto picchi record. A queste si sono alternati spesso eventi estremi in tutta la penisola: grandinate, trombe d’aria, tempeste di acqua e vento.

Un anno nero anche per gli apicoltori

Una pena per le api e per gli apicoltori, che hanno dovuto lavorare molto di più per mantenere in salute le api e che a inizio stagione avevano investito denaro per questa annata, che per loro sarà probabilmente in perdita. Abbiamo parlato con alcuni di loro e molti raccontano di aver già deciso che quest’anno la produzione sarà praticamente inesistente, e che stanno già cercando di organizzarsi per il prossimo anno, cercando di mantenere forti e in salute le api. È un’annata nera che arriva a poca distanza da altre annate difficili, con un futuro che si prospetta sempre meno roseo per questo settore.

Saremo senza miele?

Il miele sugli scaffali dei nostri supermercati arriverà comunque, anche se molto sarà importato. Secondo recenti indagini Eurostat, l’ufficio statistico comunitario, su oltre 208.000 tonnellate di miele importato in Europa, il 39% è di provenienza cinese. In Italia, rivela Coldiretti, lo importiamo soprattutto dall’Ungheria, ma anche da noi sta arrivando il miele dalla Cina.

Come spesso accade per le produzioni dell’agroalimentare, si aprono quindi due questioni: una legata alla salute e alla sicurezza dei prodotti e una legata al sostegno delle produzioni locali.

Il miele prodotto in Italia e in Unione Europea deve sottostare a controlli e a un disciplinare di produzione molto preciso, regole strette che non sempre valgono nei paesi extra Ue. Come consumatori poi possiamo voler scegliere di sostenere gli apicoltori italiani in difficoltà e le produzioni locali e a km zero. L’indicazione è sempre quella di guardare all’etichetta, dove per legge deve essere indicata l’origine del miele contenuto nel vasetto.

Foto di David Hablützel da Pixabay

Com’è essere figlio di Franca Rame e Dario Fo

Mer, 10/16/2019 - 16:20

Coincide con il cinquantenario di Mistero Buffo la pubblicazione del nuovo libro di Jacopo Fo (che diventa anche spettacolo) in cui svela il significato di crescere con due celebri e straordinari genitori come Dario e Franca.

«Mia madre era capace di stupire. Questo mi è sempre piaciuto di lei. E inizio da questa sua arte raccontando una storia che rende bene l’idea di come era.»

Parte da qui il libro di Jacopo Fo che raccoglie una lunga serie di ricordi e di episodi inediti per rispondere alla domanda che in assoluto gli è stata fatta più volte nel corso della vita: com’è essere figlio di Franca Rame e Dario Fo? Ma anche: com’è crescere con due genitori così? Cosa ti hanno lasciato? Cosa hai imparato?
Domande alle quali pensava di essere preparato, ma mentre parlava succedeva sempre che nuovi ricordi ed emozioni gli riaffiorassero alla mente.

Così il principale testimone della grande coppia di artisti che ha incantato il pubblico e scosso per anni le nostre coscienze, ha deciso di portarci con sé nella sua fantastica e spesso scomoda famiglia, in quel suo mondo di attori e di guitti, di affabulatori, scenografi e disegnatori di favole che hanno ormai salde fondamenta nella storia del nostro paese.

Per acquistare il libro online clicca qui

L’intervista di Paola Marinozzi a Jacopo Fo: guarda il video su RAINEWS.IT

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Quando i negri eravamo noi

Mer, 10/16/2019 - 15:31

Nei giorni scorsi, in occasione del Columbus Day, Brent Staples sul New York Times ha pubblicato un’ampia ricostruzione degli anni della immigrazione italiana dell’800 negli Usa e della costruzione del mito di Colombo come atto di riparazione per le persecuzioni che gli italiani subirono, fino a casi di linciaggio di massa. Ne riportiamo la traduzione rielaborata di ampi stralci, è una lettura istruttiva anche per interpretare fenomeni di oggi.
QUI il testo integrale originale

I negri bianchi

Il Congresso degli Stati Uniti immaginava un’America bianca, protestante e culturalmente omogenea quando dichiarò nel 1790 che solo “i bianchi liberi, che sono emigrati o emigreranno negli Stati Uniti” potevano diventare cittadini naturalizzati. La visone razzista che omologava tutti i bianchi come “razza superiore” subì una rapida revisione quando ondate di immigrati culturalmente diversi provenienti dagli angoli più remoti dell’Europa cambiarono il volto del Paese.

Come lo storico Matthew Frye Jacobson mostra nella sua storia degli immigrati “Bianchezza di un colore diverso”, l’ondata di nuovi arrivati ​​generò il panico nella nazione e portò gli americani ad adottare una visione più restrittiva su chi fosse “bianco”. Giornalisti, politici, scienziati sociali e funzionari dell’immigrazione iniziarono a separare gli europei apparentemente bianchi in “razze”. Alcuni vennero designati “più bianchi” – e più degni di cittadinanza – di altri, mentre alcuni furono classificati come troppo scuri per essere socialmente accettati tra i bianchi.

Gli italiani del Sud dalla pelle più scura subirono le pene al pari dei neri su entrambe le sponde dell’Atlantico Il dogma razzista contro gli italiani del Sud trovò terreno fertile negli Stati Uniti. Come scrive lo storico Jennifer Guglielmo, contro i nuovi arrivati ​​si riversarono ondate di libri, riviste e giornali che “bombardavano gli americani con immagini di italiani sospetti razzialmente”. A volte venivano esclusi da scuole, cinema e sindacati o confinati nei banchi di chiese per i neri. Erano descritti dalla stampa come membri “swarthy” (bruni), “dai capelli crespi”, di una razza criminale e derisi nelle strade con epiteti come “dago”, “guinea” – un termine di derisione applicato agli africani schiavizzati e ai loro discendenti – e insulti  razzisti come “negro bianco” e “nigger wop” (guappo negro).

I lavori degli italiani

Gli italiani che erano venuti nel paese come “bianchi liberi” erano spesso contrassegnati come neri perché accettavano lavori “neri” nei campi da zucchero della Louisiana o perché sceglievano di vivere tra gli afroamericani. Ciò li rese vulnerabili ad azioni di mobbing da quegli stessi razzisti che hanno impiccato, sparato, smembrato o bruciato vivi migliaia di neri, donne e bambini in tutto il Sud.

Gli immigrati italiani furono accolti in Louisiana dopo la Guerra Civile, quando la classe dei piantatori aveva un disperato bisogno di manodopera a basso costo per sostituire i neri di recente emancipazione, che lasciavano posti di lavoro faticosissimi nei campi per un lavoro più remunerativo.

Questi italiani all’inizio sembravano essere la risposta sia alla carenza di manodopera che alla ricerca sempre più pressante di coloni che avrebbero sostenuto il dominio bianco. La storia d’amore della Louisiana con il lavoro italiano iniziò a peggiorare quando i nuovi immigrati iniziarono a protestare per i bassi salari e condizioni di lavoro disumane.

Italo-americani impiegati come manodopera a basso costo presso le banchine di New Oreleans, Louisiana (1900 ca) – NYTCREDIT: Library of Congress

I nuovi arrivati ​​avevano anche scelto di vivere insieme nei quartieri italiani, dove parlavano la loro madrelingua, preservavano le usanze italiane e sviluppavano attività di successo che condividevano in parte anche con gli afro-americani, con i quali fraternizzavano e si sposavano. Col tempo, questa vicinanza avrebbe portato a vedere i meridionali bianchi e i siciliani, in particolare, come non completamente bianchi e a vederli come possibili oggetto di persecuzioni – incluso il linciaggio – che erano stati normalmente imposti agli afro-americani.

Una strada di Little Italy, nella città di New York (1900 ca). NYTCREDIT: Library of Congress Stampa e razzismo

Esisteva nei giornali dell’epoca l’abitudine di pubblicizzare in anticipo le esecuzioni pubbliche, molto numerose, di afro-americani per attirare grandi folle ad assistervi  e di giustificare le esecuzioni etichettando le vittime come “bruti”, “demoni”, “rapitori”, “criminali nati” o “fastidiosi negri”.

I linciaggi di uomini di colore nel Sud erano spesso basati su accuse inventate di violenza sessuale. Come ha spiegato la Equal Justice Initiative nel suo rapporto del 2015 sul linciaggio in America, un’accusa di stupro si poteva verificare in assenza di una vera vittima e poteva essere collegata ad azioni come complimentarsi con una donna bianca per il suo aspetto o addirittura imbattersi in lei per strada.

Anche gli italiani erano descritti come banditi e membri delle classi criminali, “miseramente poveri e non qualificati”, “affamati e completamente indigenti”. Una storia del Times nel 1880 descriveva gli immigrati, compresi gli italiani, come “collegamenti di una catena discendente di evoluzione”. Queste caratterizzazioni raggiunsero un crescendo diffamatorio in un editoriale del 1882 che apparve sotto il titolo “I nostri futuri cittadini”. “Non c’è mai stata, da quando New York è stata fondata, una classe così bassa e ignorante tra gli immigrati come gli italiani del sud che hanno affollato le nostre banchine durante l’anno scorso.”

Le peggiori invettive erano riservate ai bambini immigrati italiani, descritti come “assolutamente inadatti – stracciati, sporchi e portatori di vermi – ad essere collocati nelle scuole primarie pubbliche tra i bambini americani”.

L’eccidio di 11 immigrati a New Orleans

Tutto ciò arrivò ad una svolta nel 1891, quando a New Orleans 11 immigrati italiani furono linciati dalla folla che aveva assaltato il carcere in cui erano rinchiusi con accuse infondate.

La carneficina a New Orleans fu messa in moto nell’autunno del 1890, quando il famoso capo della polizia della città, David Hennessy, fu assassinato mentre tornava a casa una sera. Hennessy aveva molti nemici. Era stato anche processato per omicidio in relazione all’uccisione di un rivale. Un testimone chiaramente sospetto affermò di aver sentito Hennessy dire che i “dagoes” (nome spregiativo per gli italiani) gli avevano sparato; su questa base un gruppo di italiani furono accusati di complicità.

Le prove erano debolissime e ciò fu reso evidente dai verdetti di assoluzione che furono rapidamente emessi. Gli italiani però furono trattenuti in prigione in attesa di un secondo giudizio. I capi della folla che li linciò pubblicizzarono in anticipo i loro piani, sapendo benissimo che le élite della città – che bramavano di mettere le mani sulle imprese che gli italiani avevano costruito o odiavano gli italiani perché fraternizzavano con gli afro-americani – non avrebbero mai cercato giustizia per i morti. Dopo il linciaggio, un’indagine di un Gran Giurì giudicò lodevoli gli omicidi, trasformando quell’indagine in ciò che la storica Barbara Botein descrive come “forse uno dei più grandi sbianchettamenti della storia americana”.

Il sangue delle vittime di New Orleans era appena asciugato quando il Times pubblicava “Il capo Hennessy vendicato: Undici dei suoi assassini italiani linciati dalla folla”. Riferiva che la folla era stata composta “principalmente dell’elemento migliore” della società di New Orleans.  “Questi siciliani furtivi e codardi”, scrivevano i redattori, “i discendenti di banditi e assassini, che hanno trasportato in questo paese le passioni senza legge, le pratiche spietate … sono per noi un parassita, i nostri serpenti a sonagli. I nostri assassini americani sono uomini di sentimento e nobiltà rispetto a loro “.

Quest’anno, 128 anni dopo, la città di New Orleans ha chiesto pubblicamente scusa alla comunità italiana per l’eccidio.

Il linciaggio e le origini del Columbus Day

La festa federale in onore dell’esploratore italiano Cristoforo Colombo è stata centrale nel processo attraverso il quale gli italo-americani sono stati completamente omologati come bianchi durante il 20 ° secolo. La logica della festa è ricca di miti e ha permesso agli italo-americani di scrivere un ritratto elogiativo di sé stessi.

Pochi che marciano durante il Columbus Day sono consapevoli di quali siano le origini della festa o che il presidente Benjamin Harrison l’abbia proclamata come celebrazione nazionale nel 1892 sulla scia del linciaggio di New Orleans. Il proclama faceva parte di un più ampio tentativo di placare l’indignazione tra gli italo-americani e rispondere alla crisi diplomatica per gli omicidi che portò l’Italia e gli Stati Uniti sull’orlo della guerra.

Una sorprendente analisi della Pennsylvania State University e di Sabrina Nardin dimostra che il presidente Harrison avrebbe ignorato la carneficina di New Orleans se le vittime fossero state nere. Ma il governo italiano lo rese impossibile. Ruppe le relazioni diplomatiche e chiese un’indennità per le famiglie delle vittime che l’amministrazione Harrison pagò. Harrison fece persino appello al Congresso nel suo stato dell’Unione del 1891 per proteggere i cittadini stranieri – ma non i neri americani – dalla violenza della folla.

Il proclama del Columbus Day di Harrison nel 1892 aprì le porte agli italo-americani per scrivere sé stessi nella storia delle origini americane, in un modo che accumulava mito su mito. Come mostra la storica Danielle Battisti in “Whom We Shall Welcome”, hanno riscritto la storia dichiarando Colombo come “il primo immigrato” anche se non ha mai messo piede in Nord America e non è mai immigrato da nessuna parte (tranne forse in Spagna), e anche se gli Stati Uniti non esistevano come nazione durante il suo viaggio del XV secolo. La mitologizzazione, condotta nel corso di molti decenni, ha garantito agli italo-americani “un ruolo formativo nella narrazione della costruzione della nazione”. Inoltre ha legato strettamente gli italo-americani all’asserzione paternalistica, ancora oggi sentita, che Colombo “scoprì” un continente che era già abitato da nativi americani.

Gli italo-americani che lavorarono nella campagna che rovesciò le restrizioni all’immigrazione razzista nel 1965 usarono le fiction romantiche costruite intorno a Colombo a proprio vantaggio politico. Ciò dimostra ancora una volta come le categorie razziali che le persone considerano erroneamente come questioni biologiche derivino dalla creazione di miti altamente politicizzati.

Immagine di copertina: “Monument to the Immigrant,” commissionato dal “Marching Club” italo-americano di New Orleans: si trova lungo il fiume Mississippi a Woldenberg Park – Foto di William Widmer per il New York Times

Smog, Italia prima in Europa per decessi

Mer, 10/16/2019 - 12:35

Il “Rapporto sulla qualità dell’aria in Europa – 2019” dell’AEA (Agenzia Europea per l’Ambiente), pubblicato oggi, fotografa la qualità dell’aria d’Europa basata sugli ultimi dati ufficiali sulla qualità dell’aria provenienti da oltre 4mila stazioni di monitoraggio in Europa nel 2017. Quasi tutti gli europei che vivono in città sono esposti a livelli di inquinamento atmosferico che superano le linee guida sulla qualità dell’aria stabilite dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS).

Secondo l’analisi AEA, l’Italia ha il valore più alto dell’Ue di decessi prematuri per biossido di azoto (NO2) che si attestano a 14.600 sui 374mila totali in UE, e per ozono (O3) e il secondo valore più alto di decessi per polveri sottili (58.600).

Per Italia, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Polonia, Romania e Slovacchia le concentrazioni di polveri sottili (PM2,5) sono le più elevate. Tra le città italiane più inquinate c’è Torino, che contende a Parigi e Londra il primato di città europea più inquinata da NO2. Padova, invece, figura tra quelle con la più alta concentrazione media di PM2,5. Anche nelle aree rurali italiane vengono registrati valori fuori norma, come nella Pianura Padana, dove i limiti europei per i tre inquinanti principali vengono sistematicamente violati.

Il quadro generale europeo indica comunque un miglioramento della qualità dell’aria in Europa con effetti positivi sulla salute dei cittadini. Anche per l’Italia i valori delle morti per agenti inquinanti sono diminuiti rispetto al 2015, quando l’AEA stimava i decessi prematuri per NO2 nel nostro paese a 20mila unità. Ad esempio, nel 2016 le polveri sottili sono inferiori al 2015, per un totale di 17mila decessi prematuri in meno in tutta l’UE.

La Commissione europea sta organizzando il secondo forum UE sull’aria pulita, ospitato dal governo slovacco a Bratislava, dal 28 al 29 novembre 2019, per discutere dello sviluppo e dell’attuazione delle politiche, dei progetti e dei programmi europei, nazionali e locali su energia, agricoltura e meccanismi di finanziamento dell’aria pulita. Il forum è in linea con il patto verde europeo proposto da Ursula von der Leyen, che include l’obiettivo di rendere l’Europa il primo continente neutro dal punto di vista climatico e di garantire una giusta transizione verso l’inquinamento zero del continente europeo.

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È italiano il primo trapianto al mondo di vertebre umane

Mer, 10/16/2019 - 10:53

È tutto italiano il primo trapianto al mondo di vertebre umane. È stato eseguito all’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna. A beneficiarne un uomo di 77 anni colpito da cordoma, una forma maligna di tumore osseo.

I medici del Rizzoli hanno sostituito una parte di colonna vertebrale con quattro vertebre umane. L’operazione risale allo scorso 6 settembre. «Abbiamo ricostruito la colonna vertebrale del paziente nel modo più simile alla conformazione naturale, ripristinando un’anatomia perfetta grazie all’impianto di un osso con struttura identica a quello che abbiamo dovuto togliere a causa del tumore», spiega Alessandro Gasbarrini, direttore della Chirurgia Vertebrale a indirizzo oncologico e degenerativo del Rizzoli, che ha guidato l’equipe che ha effettuato il trapianto. 

Le quattro vertebre sono state conservate, prima di essere trapiantate, nella Banca del Tessuto Muscolo-scheletrico della regione Emilia-Romagna che ha sede al Rizzoli, la prima nata in Italia e la più importante per numero di tessuti conservati e distribuiti (fornisce oltre il 50% del tessuto da donatore utilizzato nel nostro Paese).

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Percorso di cura ottimale

Lo specialista spiega che, nel caso dei trapianti, «sostituire tessuto umano con tessuto umano è in linea generale quanto c’è di meglio per l’organismo, e questo vale anche per le ossa. Per quanto riguarda le vertebre fino ad oggi sono state sostituite con diafisi di femore, quindi un osso proveniente da un altro distretto anatomico, con una struttura differente da quella della vertebra e quindi con una minore possibilità di integrazione. L’impianto delle quattro vertebre nel paziente ci avvicina all’obiettivo di una perfetta fusione con la sua colonna vertebrale e ottimizza un percorso di cura con radioterapia, che non sarebbe stata compatibile ad esempio con una protesi in titanio».

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Immagine di copertina: Esercizi di riabilitazione del paziente sottoposto al trapianto di vertebre

Il teatro fa bene, sempre

Mer, 10/16/2019 - 09:00

Tutto è cominciato con qualche biglietto per uno spettacolo al teatro Stabile di Palermo che la compagnia Blitz ha regalato ai ragazzi del centro di accoglienza e alle scuole di italiano per stranieri in città.

Alla rappresentazione sono andati in pochissimi, comprensibile che fosse difficile seguire lo spettacolo per chi era appena arrivato in Italia o comunque aveva ancora molte difficoltà con la lingua.

Erano solo in 6 quella sera a teatro: Ibrahima Deme, Mbemba Camara, Moussa Sangaré, Souleymane Bah, Moussa Koulibaly e Bassi Dembele. E lo spettacolo è piaciuto loro un sacco, tanto che ne hanno visti altri e poi hanno pensato che quello poteva essere il loro mestiere.

I componenti della compagnia Blitz li hanno accolti ed è iniziata una collaborazione: Souleymane in Africa faceva il sarto e quindi poteva imparare velocemente a fare il costumista. Moussa faceva l’idraulico ed è diventato tecnico del suono. E così via.

Portatori sani di potenzialità

Generosi e bravi i ragazzi della compagnia teatrale? Certo ma non solo. Racconta Margherita Ortolani, una delle fondatrici di Blitz a Eugenia Nicolosi de Il Fatto: “Non abbiamo lavorato con questi ragazzi perché sono migranti ma perché sono portatori sani di potenzialità e di valori unici e imprescindibili. È questo il primo muro culturale da abbattere”.

Chiamatemi Mohamed Alì

Dopo due anni di duro lavoro, aggravato anche dalla condizione di vita dei ragazzi africani, la compagnia debutterà a fine ottobre a Palermo per poi continuare la tournée in tutta Italia con uno spettacolo dal titolo: “Chiamatemi Mohamed Alì” del drammaturgo congolese Dieudonné Niangoun con protagonista Ibrahima Deme.  

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Video-ricetta: le crepes vegane

Mer, 10/16/2019 - 08:18

Questa volta Manuela ci prepara delle interessantissime crepes vegane farcite con verdure. Belle e buone!

Ingredienti: 30 gr di farina di ceci e 90 gr di farina di grano tenero. 200 ml di latte vegetale non zuccherato, 2 cucchiai di olio di semi, 70 ml di acqua, 1 pizzico di sale.

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Turismo sostenibile: tutti ne parlano ma che fatica…

Mer, 10/16/2019 - 07:00

Bandire la plastica e ricordare ai viaggiatori che non è il caso di lavare ogni giorno la biancheria è utile, ma non basta la loro collaborazione per diventare una struttura alberghiera eco-friendly a tutti gli effetti. Esistono hotel all’avanguardia in questo campo, ma moltissimi ancora faticano a trovare una via d’uscita, soprattutto in Paesi come l’Italia dove la maggior parte sono medio-piccoli, a conduzione familiare e con un budget limitato a disposizione. È complicato adeguare nel giro di poco tempo una struttura datata alla necessità di offrire sistemi smart, moderni, in grado di minimizzare i consumi di energia, ottimizzare l’utilizzo delle risorse e soddisfare gli ospiti più attenti al Pianeta. Eppure qualche mossa efficace può aiutare a risparmiare risorse e a diventare più sostenibili da subito.

Tree Hotel, Harads, Svezia Non siamo tutti Greta…

Greta Thumberg ha deciso di evitare l’aereo e di attraversare l’Oceano Atlantico per arrivare al summit sul clima di New York del 23 settembre in barca a vela. La barca è quella di Pierre Casiraghi, la Malizia II, e non ha né bagno né cucina. Ci si arrangia con dei secchi per i bisogni, il cibo è liofilizzato, l’energia elettrica è prodotta con pannelli solari. Grandi propositi, seguiti da altrettanto grandi polemiche. La più ricorrente riguarda proprio Casiraghi, la cui famiglia figura tra i proprietari della Monacair – Monaco Helicopter Charter Company, che fa decollare qualcosa come 50 voli al giorno da Nizza o da Monaco. Elicotteri. Gli stessi elicotteri contro cui Greta si scaglia e che rappresentano un modo di viaggiare da cui dobbiamo slegarci sempre di più per evitare emissioni inutili di CO2. La verità, però, è ancora più semplice: la barca di Casiraghi costa qualcosa come 4 milioni di euro, è stata usata durante una serie di regate e sottoposta a manutenzione costante. Nessun cittadino comune desideroso di attraversare l’oceano per vedere la Grande Mela potrebbe permettersi un simile viaggio in barca in nome di un risparmio di CO2. In molti casi, se non esistono treni o altri mezzi meno inquinanti a disposizione, l’unica soluzione per evitare le emissioni generate da un volo è non viaggiare. No, non siamo ancora disposti a tanto e speriamo utopicamente che siano le compagnie aeree a rivelarci presto un piano serio per ridurre drasticamente le emissioni legate ai nostri spostamenti.

I viaggiatori vorrebbero più sostenibilità

Il Sustainable Travel report di Booking.com conferma la sensazione che spesso proviamo al momento di prenotare una struttura: vorremmo scegliere hotel attenti al proprio impatto ambientale, ma spesso non sappiamo come procedere, non troviamo filtri chiari sui motori di prenotazione, oppure non possiamo spendere di più per viaggiare sostenibile. Lo dice il 36% del campione intervistato. Percentuali simili indicano che spesso le mete descritte come sostenibili risultano meno appetibili (questo denota un problema di comunicazione delle destinazioni) e l’impossibilità di viaggiare sostenibile per via di impegni obbligati che mal si sposano con i buoni propositi. Resta però il fatto che il 72% dei viaggiatori sia convinto della necessità di prendere decisioni di viaggio sostenibili per salvare il Pianeta e preservarlo per le generazioni future, ma poi mancano informazioni chiare sulle ecolabel per le strutture ricettive, sebbene un terzo del campione sarebbe contento di scegliere un hotel in base a standard internazionali.

L’altro problema cronico è che si rivela più complicato fare scelte sostenibili quando si è in vacanza. Lo sappiamo tutti: viaggiare richiede organizzazione e verificare che ogni spostamento ed ogni attività siano ad impatto ambientale contenuto implica un’organizzazione ancora maggiore, spesso diventa una giungla. Ecco perché il 31% pensa che le vacanze siano un momento speciale, durante il quale non vuole preoccuparsi della sostenibilità. Questa risposta, vista da un’altra prospettiva, significa che viaggiare nel rispetto dell’ambiente deve diventare più semplice e le aziende dell’ospitalità devono darci una mano a rendere i comportamenti eco-friendly più agevoli da mettere in pratica.

Essere hotel plastic free non basta

Bisogna agire su sprechi e risparmio di risorse

Ormai è anche una moda, quella di bandire la plastica dagli esercizi commerciali. Una moda che ci piace e fa bene al Pianeta, ma non è sufficiente. Per un hotel bandire prodotti e stoviglie monouso dalla sala colazioni e nelle stanze è certamente un notevole passo avanti e può far risparmiare anche in termini monetari, ma è soltanto un piccolo passo, per quanto apprezzabile. Bisogna agire anche su altri fronti, che possono peraltro condurre ad un risparmio sul lungo periodo.

È necessario, soprattutto, riflettere seriamente sullo spreco di energia e puntare all’ottimizzazione delle risorse. “Riorganizzare” è la parola chiave. E qui scatta il vero problema: occorre investire sulla struttura, ad esempio puntare su interventi di isolamento termico o coibentazione, occorre dotarsi di infissi nuovi e sistemi di riscaldamento e ventilazione moderni, a basso consumo ed elevate performance.

È l’intero sistema-hotel che va ripensato. La MGM Resort International di Las Vegas, qualche anno fa, ha scelto di pagare una penale di 86 milioni di dollari per rescindere il contratto con la Nevada Power e passare da un operatore che garantisse l’approvvigionamento di energia da fonti rinnovabili. Motivo: gli ospiti sono diventati più attenti a questi aspetti. D’altra parte, il cliente ha sempre ragione…

Cibo, elettrodomestici, rifiuti, illuminazione

Non è complicatissimo, per certi versi, rendere un hotel più sostenibile. Pensiamo al cibo. La comunità locale può offrire prodotti a km zero di qualità altissima, che non hanno bisogno di essere trasportati fino a destinazione generando emissioni inutili. Il menu del ristorante può offrire pasti vegani o vegetariani ed evidenziare la scelta di partner affidabili, che offrono prodotti genuini e bio. Utilizzare l’acqua del rubinetto è ovviamente preferibile alle bottiglie di plastica, per quanto siano riciclabili se conferite negli appositi contenitori. A questo proposito, non di rado si trovano contenitori per la raccolta differenziata negli spazi comuni ma non nelle camere… per quale motivo? Gli ospiti vanno messi in condizione di seguire comportamenti corretti. L’acqua è una risorsa preziosa non solo in tavola, per evitare sprechi si possono installare riduttori di flusso sui rubinetti, mentre l’acqua piovana si può raccogliere, trattare e destinare all’irrigazione o agli sciacquoni.

Non dimentichiamo la questione illuminazione, uno dei tasti dolenti. Le chiavi magnetiche assicurano che le luci delle stanze siano spente all’uscita degli ospiti, ma non tutte le strutture funzionano così. Si può però porre rimedio allo spreco di energia montando almeno sensori di movimento e, naturalmente, scegliendo lampadine a led o a basso consumo. Dovrebbe essere già così da tempo. Stesso discorso per gli elettrodomestici: se vanno cambiati, meglio spendere qualcosa in più e scegliere modelli di Classe A. Se poi l’energia e l’acqua calda vengono prodotte utilizzando pannelli solari, ancora meglio (ma anche questo implica un investimento non sempre possibile).

Gli ospiti vanno sempre coinvolti. Ogni scelta va comunicata efficacemente attraverso talloncini, brochure, contenuti sui canali online, altrimenti nessuno saprà mai di dover scegliere proprio quella struttura perché al Pianeta ci tiene quanto i viaggiatori. Sarebbe utile anche offrire biciclette a noleggio, dotarsi di colonnine di ricarica per i veicoli elettrici o almeno proporre itinerari e soluzioni per incentivare la mobilità sostenibile.

Quando poi gli ospiti se ne vanno entra in gioco il reparto housekeeping. Per la pulizia esistono da anni prodotti eco. Bando ai detersivi nocivi per l’ambiente e alle sostanze chimiche. I prodotti sostenibili detergono allo stesso modo, così come i prodotti per l’igiene personale che vengono solitamente inseriti nei set di cortesia a disposizione nelle camere e che, troppo spesso, comprendono ancora flaconi monodose in plastica (in qualche caso del tutto inutili e inutilizzati).

Immagine di copertina: Armando Tondo

Clima, nel Mediterraneo i danni arriveranno prima

Mar, 10/15/2019 - 15:30

Gli scienziati dell’Union for the Mediterranean, l’organizzazione intergovernativa che riunisce tutti i paesi UE e 15 paesi del Mediterraneo orientale e meridionale, hanno presentato, giovedì a Barcellona, un rapporto in cui è emersa la drammatica accelerazione dell’innalzamento delle temperature nell’area mediterranea, già sopra 1,5°C rispetto all’epoca preindustriale, il che significa una velocità del 20% maggiore rispetto al resto del pianeta. Di questo passo, segnalano i ricercatori, entro il 2040 si arriverà a superare i 2,2°C con conseguenze disastrose per 250 milioni di persone.

Innanzitutto l’innalzamento del livello del mare: entro il 2100 potrebbe elevarsi di oltre un metro, a cui conseguirebbero alluvioni e scarsità di cibo, per via della scomparsa della biodiversità e dell’alta concentrazione di sale nel suolo, che porterebbe al collasso l’agricoltura dei territori costieri. 

Anche la siccità, dovuta alle sempre più frequenti ondate di calore, preoccupa il team di ricercatori. Infatti entro il 2040 molte zone si troveranno ad affrontare la sempre crescente scarsità di acqua, dovuta a una riduzione di 1000 metri cubi di acqua pro capite. 

Lo scenario che si palesa per i cambiamenti climatici in corso è molto grave. Le elevate temperature e il deterioramento della qualità dell’aria incideranno sulla salute delle persone, per l’aumentare delle patologie respiratorie e cardiovascolari, e sulla sicurezza alimentare, la scarsità d’acqua e di raccolti infatti non potranno che causare carestie.

 Ne risentiranno direttamente gli ecosistemi, minacciati dall’eccessivo sfruttamento del suolo, del mare e dall’alta concentrazione di inquinamento atmosferico. Le specie marine si stanno riducendo a causa dell’acidificazione e dell’aumento delle temperature del mare e questo comporta anche il proliferare di insetti, come le zanzare, portatori di malattie.

L’unico modo per far fronte al peggioramento climatico della zona del Mediterraneo è di adottare misure concrete per la riduzione dei gas serra. Il futuro fosco illustrato dagli scienziati è molto più vicino di quanto pensiamo.

Photo by Tanishq Tiwari on Unsplash

L’intollerabile infamia contro i curdi

Mar, 10/15/2019 - 15:09

200mila civili, chi braccato nell’area di confine nel nord est della Siria, chi costretto a lasciare la propria casa, e secondo l’Onu, il numero degli sfollati può aumentare fino a 450mila persone. Tutto questo in un Paese che già conta oltre 11 milioni tra sfollati interni e rifugiati, e altri 11 milioni di persone che necessitano di assistenza umanitaria, di cui oltre 1 milione nell’area nord orientale colpita dagli attacchi dell’esercito turco. 

I curdi sono una popolazione alla quale l’intero Occidente deve molto

Dal 2014 hanno combattuto eroicamente contro l’avanzata dell’Isis annientando di fatto il Daesh e rappresentano, di fatto, un’idea di Stato democratico, laico, evidentemente intollerabile a molti Stati del Medio Oriente. Uno Stato che i curdi aspettano dal 1920, quando con il trattato di Sèvres conobbero la gioia di vedere lo Stato del Kurdistan presente sulla cartina geografica, Una gioia durata 3 anni, distrutta dal turco Mustafa Kemal: nel 1923, con il Trattato di Losanna, la comunità curda venne smembrata tra Turchia, Siria, Iraq e Iran

“La Turchia è membro della Nato? Lo è. La maggioranza dei Paesi Ue sono membri Nato? Lo sono. Da quando le organizzazioni terroristiche vengono difese da membri della Nato?” ha dichiarato durante la giornata di lunedì il presidente turco Erdogan. 

Migliaia di civili che Erdogan si permette di chiamare terroristi

“I servizi sanitari nell’area, già indeboliti, hanno avuto conseguenze gravi dagli ultimi sviluppi – scrive in un comunicato l’Oms – L’ospedale nazionale di Ras al-Ain è chiuso e l’ospedale nazionale e due centri sanitari a Tall Abyad hanno servizi limitati dal 12 ottobre a causa dell’escalation delle ostilità che ha impedito l’accesso del personale. Tutte le strutture nei campi profughi ad Ain Issa e Ras al-Ain sono state evacuate”. 

L’esercito turco, secondo, dopo quello americano, per numero di soldati tra i Paesi membri della Nato, sta attaccando ogni base e appoggio civile: ospedali, centrali idriche, sedi di organizzazioni non governative. 

Nel nord della Siria erano rimaste solo due ong italiane, tra cui Un ponte per (Upp). È di ieri la notizia che è stata costretta a evacuare. Ora sul territorio è rimasta solo Mezzaluna rossa Kurdistan Italia onlus.

Cosa possiamo fare? Sostenerli

Tramite PayPal, che è immediato, basta accedere qui (e disattivare l’opzione dal riquadro “stai facendo un acquisto”, così l’importo arriva loro intero, senza commissioni), oppure, per chi non ha un conto PayPal, tramite qui.  

Anche la Chiesa, tramite l’organismo pastorale, si è mossa lanciando una colletta. Nel corso del 2019, Caritas Siria sta attuando 15 progetti per 6,3 milioni di euro, portando aiuto in tutto il territorio nazionale siriano a più di 100.000 persone, attraverso la distribuzione di aiuti alimentari, beni di prima necessità, sussidi economici, assistenza medica e psicologica, sostegno all’educazione scolastica e all’alloggio, protezione per i più vulnerabili (bambini, anziani e donne). Oggi servono aiuti ulteriori, urgenti. Si può donare attraverso il conto corrente postale n. 347013, con una donazione on-line sul sito www.caritas.it, o tramite bonifico bancario con causale “Emergenza Siria” a uno dei conti bancari elencati alla fine di questo articolo dell’Avvenire.

L’Europa deve decretare un embargo di ferro alla Turchia

E lo deve fare finché questa vergognosa aggressione al popolo curdo non finisce. Basta qualsiasi cosa alla Turchia. Niente viaggi e turismo, niente acquisti di prodotti turchi, facilmente individuabili dalle prime tre cifre del codice identificativo 869. “Che c’entra l’economia di un popolo con le scelte del suo Governo?”, chiede qualcuno, magari dal morbido della propria poltrona del proprio salottino illuminista. C’entrano, c’entrano sempre, e c’entrano sempre di più

Aspettare che l’Italia smetta di esportare armi alla Turchia (come ha soltanto promesso), che la Nato imponga una No Fly Zone, che l’Unione europea assuma una posizione sanzionatoria dura, unita, in grado di compensare la sua assoluta e programmatica inconsistenza in ambito militare non è sufficiente. Si chiede sempre che i governi si assumano le responsabilità delle popolazioni che rappresentano, ma mai che queste si assumano le responsabilità dei propri governi, quasi che il rapporto, anziché reciproco, fosse unilaterale

Il danneggiamento della stazione di pompaggio di Ras Al Ain, la principale fonte di acqua per quasi tutta l’area attaccata dall’esercito turco, ha aumentato il rischio di epidemie di malattie infettive: “Anche prima dell’escalation, diarrea acuta e febbre tifoide erano due delle malattie più frequenti nel nord est della Siria. L’aumento delle persone sfollate, il sovraffollamento e l’accesso limitato ad acqua e servizi sanitari provocheranno con grande probabilità un aumento delle patologie legate all’acqua. L’Oms chiede a tutte le parti del conflitto di preservare il diritto alla salute di centinaia di migliaia di civili innocenti, inclusi gli operatori sanitari e i pazienti”.

Crediamo nella democrazia, ma dobbiamo riconsiderare i nostri alleati

Lo ha detto Mazloum Abdi, comandante in capo delle Forze Democratiche Siriane, fazione arabo-curda collegata all’Ypg, spiegando su Foreign Policy la decisione dei curdi del Rojava di allearsi con Damasco in funzione anti-turca. L’accordo è arrivato grazie alla mediazione russa. “Noi non crediamo alle loro promesse – ha puntualizzato Abdi – ma è una questione di sopravvivenza”. 

Sopravvivere, nessuno dovrebbe ambire a sopravvivere

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