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E’ possibile difendersi dall’inquinamento dell’aria con un purificatore?

People For Planet - Mer, 04/11/2018 - 04:50

Secondo i dati disponibili sulla mappa interattiva dell’Oms, attualmente, in Europa – Polonia a parte – siamo il Paese con le peggiori condizioni di inquinamento dell’aria. Nessuna grande metropoli britannica, francese, spagnola, tedesca e via dicendo ha una concentrazione di polveri sottili paragonabile alla pianura padana.

Ma oltre alla Pianura Padana, secondo un rapporto messo a punto da Enea lo scorso settembre, e inutilmente presentato a suo tempo in Senato, sono particolarmente inquinate anche Napoli e Taranto (città affacciate sul mare!), la Sicilia sudorientale (un’isola!), Frosinone, Benevento, Roma (anch’essa vicina al mare) e la valle dell’Arno. Secondo l’Oms, questo ci costa 1.500 decessi per milione di abitanti ogni anno, per un totale che oscilla tra le 20 e le 50mila vittime l’anno. Il numero più alto di tutta Europa, appunto.

A questo dobbiamo aggiungere l’inquinamento indoor: un mix composto certamente dall’aria esterna, a cui si sommano le emissioni domestiche: detersivi, detergenti, deodoranti e profumi, riscaldamento, muffe, emissioni di elettrodomestici (come in particolare gli aspirapolvere o le asciugatrici) e da tutta una serie di sostanze chimiche dannose rilasciate da mobili, divani (pensiamo alle sostanze ignifughe) e dall’arredamento in generale. Secondo un calcolo dell’Oms, l’inquinamento dell’aria domestica solo da agenti biologici (quindi muffe e batteri che proliferano nei condizionatori o nei radiatori) aumenta il rischio di malattie respiratorie del 50%.

Per questi motivi, il mercato dei purificatori d’aria è in costante e fortissima crescita. Secondo i dati emersi lo scorso aprile a Lisbona, al Global Press Conference di IFA, tra le vendite mondiali più interessanti c’è proprio questo comparto, cresciuto in un anno del 20% per un fatturato di 1,9 miliardi. Secondo Statista, le vendite del settore, partendo dai 5,97 milioni di purificatori venduti globalmente nel 2015, arriveranno a 21 milioni nel 2021. Anche perché oggi, adulti e bambini passano in ambienti chiusi la stragrande maggioranza del loro tempo: anzi, siamo fortunati se durante l’inverno stiamo all’aria aperta 20-30 minuti al giorno. E sembra chiara l’importanza di purificare almeno quell’aria, se fosse possibile.

Ma i purificatori sono efficaci? Ne esistono di testati in modo scientifico? Secondo Angelo Manetti, ricercatore del Centro Sicurezza e Medicina del Lavoro di Milano, ci siamo quasi. La vera svolta per questi gingilli sarà l’introduzione, in parte già esistente, ma non testata in modo indipendente, di purificatori provvisti sì di filtri Hepa (acronimo per High-Efficiency Particulate Air) e filtri ai carboni attivi, ma soprattutto provvisti di lampade UV super efficienti, in grado di abbattere la composizione chimica delle sostanze nocive, e soprattutto di mantenere batteriologicamente pulito il filtro. Proprio come per i purificatori dell’acqua, infatti, il problema non è tanto filtrare, ma trovare il modo di mantenere pulito il filtro: altrimenti, in breve tempo, diventa un ricettacolo di batteri potenzialmente pericolosi che possono peggiorare la situazione.

L’innovazione è nata come applicazione militare negli Usa, ed è straordinaria anche perché ha una manutenzione molto semplice ed economica – mi spiega Manetti.– Al contrario dei purificatori in commercio finora, che promettono miracoli ma non hanno dati scientifici robusti a dimostrarne l’efficacia, questo sistema abbatte fino all’80% gli inquinanti più pericolosi. Una delle aziende che sta lavorando a un prodotto domestico con questa tecnologia è la Refineair di Salerno, in collaborazione con l’Università locale”. Al momento però non è ancora disponibile una versione “compatta”, da casa o da ufficio.

Maria Pia Pedeferri lavora su questi temi da 15 anni al Politecnico di Milano e conferma l’utilità del sistema che integra lampade UV. Attualmente sul mercato le troviamo in pochi modelli (Daikin, AirKnight e Philips), che non hanno una documentazione scientifica a supporto della loro efficacia. Hanno una tecnologia intelligente, ma nessuna certificazione valida o indipendente che la attesti.

Comunque sì, un purificatore domestico oggi può migliorare l’aria indoor. Lo faceva già 10 anni fa, ma oggi non c’è più la sola filtrazione: come detto, si sfrutta la fotocalisi, ovvero la luce ultravioletta che accelera le reazioni dei filtri. Lo stesso principio che si trova, ad esempio, nel cemento mangiasmog, quello del Palazzo Italia di Expo per capirci: la luce solare accelerava le azioni di degrado. L’aspetto più interessante nell’ambito domestico è la riduzione della carica batterica, mentre si catturano patogeni pericolosi come le polveri ultra sottili”. Queste applicazioni arriveranno a breve anche nelle cappe domestiche, che andrebbero lavate o sostituite ogni 2-3 mesi ma in pochissimi lo fanno: rendendone di fatto inutile se non dannoso l’utilizzo. Speriamo arrivino anche negli sfiatatoi delle pizzerie a legna: una fonte di inquinamento inaccettabile, perché enorme e facilmente evitabile, almeno nelle grandi città.

Stiamo lavorando molto su questo tema, da parecchio tempo, anche se restiamo in un ambito ancora in fase di ricerca e sviluppo. In tempi ragionevoli ci aspettiamo in commercio dispositivi molto più efficaci di quelli attuali – conferma anche Alberto Cigada, docente al Politecnico di Milano -. L’inquinamento aereo si compone di 3 grossi fattori: il particolato solido (pm 10 e 2.5), gli inquinanti chimici, i NOx e i composti volatili da cottura di cibi e il fumo. Ma il terzo e più importante fattore è la carica batterica, specialmente se andiamo a vedere l’aria in uscita dagli impianti di condizionamento, che possono diffondere legionella e altri batteri pericolosi. I nuovi prodotti in arrivo avranno un enorme potenziale, e la tendenza sarà di ridurli alle dimensioni di una pliche da appendere al muro, avranno la stessa funzione di una lampada, ma saranno in grado di rendere davvero più pulita l’aria”.

In definitiva abbiamo una certezza. L’aria delle aree chiuse in cui viviamo è pessima: parte male o malissimo alla fonte, e peggiora ferocemente per via degli impianti di riscaldamento e raffreddamento che fanno proliferare i batteri. Infine, peggiora ulteriormente per via per esempio di quel che usiamo nel tentativo di pulire, e che invece, in realtà, sporca, come la maggior parte dei detersivi, o a causa delle emissioni che dertivano dall’arredamento. Un purificatore può aiutare? Sì, e modelli ancora più efficaci di quelli esistenti stanno per entrare in commercio.

Quello che non possiamo comunque ignorare è che per migliorare la qualità dell’aria che respiriamo dobbiamo intervenire prima di tutto sulle nostre abitudini. Limitando il riscaldamento e umidificando gli ambienti, riducendo l’uso di detersivi e scegliendoli tra i meno dannosi per le persone e l’ambiente, preferendo un arredamento il più possibile naturale e vernici atossiche.

Anche le piante, notoriamente, possono aiutarci molto, perché assorbono inquinanti, ma mai quanto fornire le stampanti (a casa o in ufficio) di banalissimi filtri che costano pochi euro, o lavare periodicamente quelli degli  aspirapolveri, dei condizionatori o delle cappe della cucina.

Sapevate che in Cina, dopo aver ritinteggiato, le famiglie lasciano l’appartamento anche per tre mesi? E non a caso stiamo preparando un’inchiesta sulle pitture atossiche…
Sapevate che ogni nuovo pezzo del vostro arredamento può continuare a emettere sostanze nocive per mesi o anni dopo l’acquisto?

Un ultimissimo, banale, ma fondamentale passo da fare per migliorare l’aria delle nostre case è poi contribuire a migliorare quella fuori casa: di nuovo abbassando il riscaldamento, eliminando stufe e camini a legna o pellets (oggi finanziati con soldi pubblici in Italia), e passando alla mobilità sostenibile, sfruttando il più possibile i nostri piedi per muoverci, i mezzi pubblici e la bicicletta. Ricordandoci anche che utilizzare un nuovo, l’ennesimo, elettrodomestico, per pulire l’aria è in fondo un controsenso: aumenteremo il nostro consumo di energia, contribuendo direttamente a inquinare. A meno che l’energia non la si prenda dal sole!

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La trama (Puntata 9)

People For Planet - Mer, 04/11/2018 - 03:56

 

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Nel 2050 nel mare troveremo più plastica che pesci

People For Planet - Mar, 04/10/2018 - 09:17

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Anche People For Planet si è occupato di plastiche e microplastiche nei nostri mari e di chi fa qualcosa per contrastarle.

Una delle nostre campagne ha l’obiettivo di ridurre le microfibre plastiche che escono dalle nostre lavatrici ad ogni lavaggio, firma anche tu.

 

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Sul pavimento pelvico si può ballare il tip tap?

People For Planet - Mar, 04/10/2018 - 04:21

Il 20 marzo su repubblica.it Margherita Musso pubblica un articolo sul pavimento pelvico. Esclamo “Evviva!” finalmente se ne parla anche al di fuori dei siti che si occupano di parto e donne.

In compenso siamo pieni di pubblicità televisiva dove si vedono signore sui cinquant’anni che magnificano pannolini di varie marche per l’incontinenza urinaria. Gli spot garantiscono che finalmente noi donne “diversamente giovani” potremo ridere in santa pace senza paura di spiacevoli inconvenienti. Addirittura una di queste pubblicità diceva “Chi è la donna che ride di più? Quella che porta il pannolino!”

Fanno la pubblicità in televisione perché l’incontinenza, soprattutto femminile, riguarda secondo le stime più recenti 10 milioni di italiani over 45.

Come rimediare? In vari modi dicono gli articoli in rete: ci sono medicinali, interventi chirurgici, addirittura nell’articolo di Margherita Musso si parla di iniezioni in loco di botox o di un impianto chirurgico per stimolare elettricamente i nervi muscolare pelvici. Della ginnastica dei pubococcigei si parla di sfuggita e senza dare indicazioni.

Nessuno che dica che il problema dell’incontinenza ma anche dei prolassi e di altre patologie si può arginare in modo naturale e soprattutto non invasivo. E soprattutto rendendo consapevoli le donne, e anche gli uomini, del funzionamento del proprio corpo.

E allora parliamone!

Il nostro apparato urogenitale è sorretto da alcuni muscoli, hanno un nome strano: “pubococcigei” e compongono il pavimento pelvico.

Quando tratteniamo la pipì, quando abbiamo la tosse e quando ridiamo di pancia “sentiamo” questi meravigliosi muscoletti (sì, proprio quelli che state sentendo adesso mentre leggete).

Se questi muscoli non vengono usati, nel caso delle donne, oppure, nel caso dei maschi, se rimangono troppo a lungo contratti, ecco che insorgono problemi di incontinenza, prostatiti ecc. e ci rimette pure la vita sessuale.

Come possiamo riattivare il nostro fantastico pavimento pelvico?

Ci ha pensato quasi 80 anni fa un ginecologo statunitense che, mentre nel mondo imperversava la Seconda Guerra Mondiale, si è occupato di aiutare le donne a risolvere in modo semplice ed efficace il problema dell’incontinenza da sforzo e del prolasso uterino; e solo per questo si meriterebbe un monumento a grandezza naturale nelle maggiori piazze del mondo.

Il dottor Arnold Kegel scoprì che con gli esercizi del muscolo pubococcigeo (la muscolatura, appunto, del pavimento pelvico) poteva guarire queste donne.

E non solo: dopo un po’ di pratica con questi esercizi alcune sue pazienti raggiunsero l’orgasmo per la prima volta nella loro vita. Era aumentata la tonicità, la sensibilità ma anche la capacità del cervello di sentire quella zona, e pure l’area del cervello connessa allo scatenarsi della reazione orgasmica.

Un sacco di piccioni con una sola fava! O meglio, con un po’ di ginnastica.

Gli esercizi del dott. Kegel

Hanno il vantaggio che possono essere fatti ovunque e che non richiedono tute e scaldamuscoli o costose iscrizioni in palestra. Quindi in ufficio, durante le fila alla Posta, mentre guardi la televisione puoi dedicarti alla ginnastica pelvica.

  • Per prima cosa puoi individuare i muscoli provando a trattenere la pipì, facendo una risata di pancia e un colpo di tosse. Ecco, ascolta, sentirai che sono tre punti diversi, coinvolgono la vagina ma anche i muscoli anali e gli addominali. E’ praticamente impossibile all’inizio riuscire a muovere questi muscoli separatamente ma è importante concentrarsi di volta in volta su ognuno di questi punti.
  • Iniziamo dai pubococcigei che usiamo quando tratteniamo le urine. E quindi proviamo a contrarli in 5 secondi, quindi teniamo la contrazione per 5 secondi e rilassiamo gradualmente in altri 5. Questo per quanto riguarda le donne, Nel caso dei maschi l’unica differenza riguarda la fase di rilassamento che deve durare il doppio del tempo e cioè 10 secondi. Facciamo questo esercizio per 3-5 volte.
  • Concentriamoci ora sui muscoli che sentiamo quando facciamo un colpo di tosse e ripetiamo l’esercizio
  • Concentriamo sui muscoli che sentiamo quando ridiamo e ripetiamo l’esercizio.

Tutto qui? Sì, tutto qui. Puoi ripetere gli esercizi quanto e quando vuoi, l’importante è mantenere i tempi di contrazione e rilassamento.

Come fare a capire se la ginnastica sta funzionando? Anche in questo caso in molti articoli in rete si parla di vari strumenti che misurano la pressione esercitata dai muscoli ma c’è una soluzione più semplice: infila un dito in vagina prima di iniziare la ginnastica e prova a stringere, fai una settimana di esercizi e riprova, sentirai la differenza.

Hai presente quelle storie che girano in rete sui locali thailandesi in cui delle signorine si divertono a sparare palline da ping pong con la passera o a fumare un sigaro o addirittura ad aprire bottigliette di Coca-Cola? Adesso, per carità, non ti chiedo di arrivare a tanto anche perché fumare fa male ma sarebbe divertente stupire il partner lanciandogli una pallina da ping pong da un punto impensabile.

Ecco, queste donne sanno usare perfettamente il loro pavimento pelvico. Lo stesso si può dire delle ballerine di danza del ventre, quindi se gli esercizi ti annoiano puoi sempre fare un corso di questa splendida danza orientale fatta di addominali  morbidi e costumi colorati. Buon divertimento!

P.S. Su You Tube trovate molti video dedicati che mostrano gli esercizi per la ginnastica del Pavimento Pelvico, alcuni divertenti, altri un po’ più complicati di come ve li ho descritti io, e siccome siamo, per fortuna, tutti diversi, andateli a vedere e magari scegliete quelli che vi si adattano di più. L’importante è muovere questi fantastici muscoletti!

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Il sogno della startup italiana che fa “vivere” i marciapiedi

People For Planet - Mar, 04/10/2018 - 04:12

Racconta uno dei fondatori di Veranu Alessio Calcagni – che con Giorgio Leoni e Simone Mastrogiacomo ha dato vita alla startup italiana – che l’idea di SEF (Smart Energy Floor) è nata nel 2012 mentre scriveva la sua tesi di laurea sui sensori in grado di percepire la pressione. Da lì a immaginare un mondo dove camminando possiamo creare energia … beh, se sia stato o no un passo breve non è dato di sapere. Ciò che è certo è che ci sono voluti tre anni prima che i loro esperimenti li portassero ad accendere la prima lampadina da 10 led alimentata da una camminata; e un altro anno perché il loro progetto si aggiudicasse il primo premio – e un contributo di 20mila euro – in occasione della Startup Battle 2016, una competizione ideata dall’incubatore sardo Clhub.

Oggi Veranu è un’azienda strutturata, con progetti specifici e ambiziosi: nella loro “vision” un corridoio lungo 20 metri presso l’entrata del Colosseo, piastrellato con le mattonelle smart, permette di tenere illuminati di notte gli archi del più grande anfiteatro del mondo mentre un marciapiede intelligente davanti al Museo del Louvre a Parigi può illuminare la Piramide Inversa e la Facciata del Museo.

Progetti fuori dall’Europa? Presenti! Lo Smart Energy Floor in prossimità della Flinders Street Railway Station a Melbourne, in Australia, darebbe luce a 10 lampioni a LED a basso consumo installati intorno alla piazza; e se posato presso l’entrata al complesso Rockfeller Center di New York ne illumina l’entrata e, durante il periodo natalizio, alimenta di energia alternativa il grande albero e gli addobbi.

Immagine di copertina: Fotomontaggio di Armando Tondo

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Nord e Sud: un divario in corsa

People For Planet - Mar, 04/10/2018 - 04:01

Ogni giorno in Italia 5,51 milioni di persone usufruiscono del servizio ferroviario e metropolitano. Di questi, 2,841 milioni fanno uso del servizio ferroviario regionale, 1,377 milioni utilizzano i convogli di Trenitalia e 1,464 milioni quelli degli altri 20 concessionari.

Dal Rapporto Pendolaria 2017 di Legambiente, sembra che nell’ultimo anno il numero dei pendolari su ferro sia aumentato, con una crescita stimata di 11 mila passeggeri al giorno sul servizio regionale (+0,4% rispetto al 2016).

In Italia il fenomeno del pendolarismo rappresenta la quota maggiore degli spostamenti e il mezzo con il quale scegliamo di spostarci denota anche la direzione futura del nostro Paese. In un’era dove cambiamento climatico, inquinamenti atmosferici e tutte le allarmanti problematiche legate allo smog sono centrali nella nostra quotidianità, non si può sottovalutare l’importanza che ricopre l’avere un’offerta di mobilità sostenibile a portata di mano.

Dare un’alternativa ai cittadini negli spostamenti in ogni parte d’Italia dovrebbe essere intrinseco nelle decisioni politiche del nostro Paese. L’incentivo e la sensibilizzazione ai cittadini ad abbandonare l’uso della propria vettura in virtù di evidenti vantaggi economici, ambientali e, in molti casi, in termini di tempo dovrebbe essere politica quotidiana.

A volte la buona volontà c’è, ma mancano le possibilità; o meglio, mancano i veri e propri mezzi.

Innegabili sono i progressi che la nostra Italia ha fatto nella promozione dell’offerta dei treni ad AV – Alta Velocità sempre più efficienti, con stazioni innovative, anche se non sempre l’attenzione è centrale sul cittadino: le dimenticanze e gli errori di progettazione talora hanno dell’incredibile! (Vedi il video sulla  stazione ferroviaria di Bologna).

Possiamo dire lo stesso per le linee regionali? Se da un lato siamo abbagliati dalla comodità di percorrere mezza Italia in sole 3 ore, dall’altro possiamo riportare storie di decine di migliaia di persone che quotidianamente sono costrette a interminabili attese di treni sempre più vecchi e lenti in stazioni fatiscenti, prive di qualsiasi tipo di servizio al pubblico. Ammetterlo fa male, sembra il solito luogo comune, ma il divario tra Nord e Sud è un abisso.

Secondo i dati RFIRete Ferroviaria Italiana, società che gestisce l’infrastruttura ferroviaria nazionale, lungo lo stivale si estende una rete per 16.673 chilometri, e man mano che si scende verso le regioni meridionali si dirada fino a contare 5.733 chilometri di rete: poco più del 34% del totale nazionale. La qualità del servizio cala al Sud, perché se le linee a doppio binario in Italia rappresentano il 45% del totale, nelle regioni meridionali i treni viaggiano spesso su un unico binario:  questo accade con una frequenza del 70%.

Inoltre al Sud i treni sono più vecchi, con un età media di 19,2 anni, rispetto ai 13,3 del Nord. Al Sud i treni sono anche più lenti, sia a causa dell’età dei convogli sia a causa dei problemi infrastrutturali. Muoversi da una città all’altra può portare a viaggi di ore e a dover scontare numerosi cambi obbligati anche solo per poche decine di chilometri di tragitto, mentre le coincidenze e i collegamenti intermodali rimangono un sogno. Alcuni esempi? Tra Cosenza e Crotone non esiste un collegamento diretto e serve almeno un cambio e 3 ore di tragitto per soli 115 km di distanza. Nel tragitto tra Ragusa e Palermo invece sono rimasti solo 3 collegamenti al giorno che implicano tutti un cambio per un totale di 4 ore e mezza per arrivare a destinazione, in peggioramento rispetto alle 4 ore di un anno fa.

In questi anni, in alcune parti del Paese, la situazione è un po’ cambiata, con un aumento dell’offerta dell’AV e una crescita in termini di persone che utilizzano il trasporto su ferro: la crescita dal 2009 ad oggi in Emilia-Romagna è passata da 106.500 a 205.000, in Trentino da 13.000 a 26.400, in Alto Adige da 19.900 a 31.400, in Puglia da 80.000 a 150.000 e infine in Lombardia passata da 559.000 a 734.000 (fonte Legambiente).

In altre parti invece la situazione è drasticamente peggiorata, per la riduzione dei treni Intercity, dei collegamenti a lunga percorrenza e regionali. Dal 2010 infatti la riduzione nel servizio ferroviario, a causa dei tagli dei trasferimenti per il trasporto ferroviario regionale, è stata del 6,5%. A pagare il prezzo maggiore sono state proprio le Regioni del Sud, con risultati impressionanti: dal 2009 a oggi i pendolari della Sicilia sono passati da 50.300 a 37.000 e in Campania da 413.600 a 279.00. Regioni che già partivano con pochi treni in circolazione e che ne hanno visto ridurre ulteriormente il numero.

Ogni giorno in tutto il Sud circolano meno treni regionali che nella sola Lombardia. Ogni giorno le corse dei treni regionali in tutta la Sicilia sono 429 contro le 2.396 della Lombardia. Per la sola Trenitalia il numero di corse giornaliere nelle regioni del Sud è passato da 1.634 nel 2009 a 1.488 nel 2017. Senza considerare che l’Alta Velocità si ferma a Salerno.

Quali sono le politiche intraprese negli ultimi anni? Ad oggi non esiste alcun piano per migliorare i collegamenti ferroviari tra le Regioni del Mezzogiorno. Il primo grande intervento lo vedremo, forse, nel 2035 con la realizzazione dell’AV tra Napoli e Bari e tra Palermo e Catania.

Le risorse per intervenire sono nel Bilancio di Stato, il problema è indirizzarle in modo più consono alle attuali esigenze, ridisegnando con chiari obiettivi un piano strategico laddove l’urgenza è imminente.

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Portogallo da record: l’energia green prodotta supera la domanda del Paese

People For Planet - Mar, 04/10/2018 - 03:58

Dai dati dell’APRENAssociação Portuguesa de Energias Renováveis (Associazione Portoghese per le Energie Rinnovabili) arriva la conferma: a marzo la produzione di energia green in Portogallo ha superato la domanda energetica. Lo scorso mese le fonti verdi di energia hanno generato 4.812 gigawattora di elettricità, il 103,6% rispetto ai 4.647 gigawattora consumati nel Portogallo continentale (escluse quindi Azzorre e Madera). L’energia pulita prodotta grazie alle rinnovabili ha superato il fabbisogno dell’intero paese.

Un grande successo che abbraccia fattibilità tecnica, sicurezza e affidabilità nell’uso delle rinnovabili con un risultato soddisfacente per il Portogallo che punta alla neutralità da carbonio entro il 2050. Seppure un caso troppo isolato, questa nazione può posizionarsi come modello promotore di buone pratiche ed essere la conferma che le fonti rinnovabili possono davvero ridurre, se non addirittura azzerare, la dipendenza dal petrolio.

A raggiungimento dell’eccellente risultato hanno contribuito sul totale di energia 100% green prodotta l’idroelettrico per il 55% e l’eolico per il 42%. Nel loro insieme tutte le rinnovabili hanno evitato che 1,8 milioni di tonnellate di CO2 finissero in atmosfera. Dato importantissimo, ma nel contesto mondiale pesa ancora troppo poco per fare la differenza, considerando che, dopo tre anni di lieve declino, nel 2017 le emissioni di CO2 sono tornate a crescere dell’1,4%.

Il bilancio in negativo presentato dall’AIEAgenzia Internazionale dell’Energia, riporta l’attenzione sulla domanda di energia a livello mondiale che stima un dato di crescita del 2,1%, un ritmo più che doppio rispetto al 2016. Ma il vero problema è che a soddisfare i consumi extra sono stati per il 72% combustibili fossili.

I dati sullo sviluppo delle rinnovabili non ha un trend in negativo, anzi il loro impiego per la generazione elettrica è aumentato del 6,3%, ma la loro penetrazione nelle abitudini da parte dei cittadini e gli incentivi (e/o obblighi) statali sono ancora troppo irrisori per fare davvero la differenza.

Le parole do Fatih Birol, direttore AIE sono chiare e non lasciano di certo possibilità di libera interpretazione: «Gli attuali sforzi per combattere il cambiamento climatico sono insufficienti, siamo lontani dall’essere allineati con gli obiettivi stabiliti a Parigi nel 2015. Le emissioni devono smettere presto di crescere e diminuire in modo netto entro il 2020».

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La fame dello Zanni (Puntata 8)

People For Planet - Mar, 04/10/2018 - 03:49

 

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Cibo&Ragazzi: anche le bevande light fanno ingrassare

People For Planet - Lun, 04/09/2018 - 09:35

I dati, infatti, parlano chiaro. “Una lattina da 250 millilitri di bevande a base di cola contiene 27 grammi di saccarosio che equivalgono a circa 9 cucchiaini di zucchero o a 8 bustine da bar; decisamente troppi, afferma l’esperta. Consiglio a tutti di prendere un bicchiere capiente e di riempirlo della quantità di zucchero indicato per rendersi conto delle proporzioni”. Non superano l’esame della nutrizionista nemmeno i succhi di frutta confezionati che, diversamente dalle spremute, contengono saccarosio, edulcoranti o sciroppi dolci che si vanno a sommare agli zuccheri che arance, pesche o albicocche contengono già naturalmente.
Un consiglio quindi a genitori e ragazzi: leggete con cura le etichette. Fate attenzione anche a quei succhi sulle cui confezioni è scritto a caratteri cubitali: 100% frutta. A volte è frutta concentrata e, se le dosi sono eccessive, si rischia di bere un bicchiere di succo che equivale a cinque mele”.

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Gli avvoltoi del mattone

People For Planet - Lun, 04/09/2018 - 09:12

I colossi del credito (in primis Unicredit e Intesa) hanno, in questi ultimi anni, infatti diversificato il business, allontanandosi ancora una volta dal sostegno vero alla economia reale.
Oggi le banche sono anche delle vere e, soprattutto, spietate agenzie immobiliari che senza remora buttano sulla strada i propri clienti. E vedremo come.
Ma andiamo con ordine perché per capire questo meccanismo diabolico è utile partire dal principio.
Qualche anno fa li chiamavamo «alleati» proprio come nella terminologia militare vengono definiti i più fedeli cobelligeranti.
Sono gli agenti e le loro società di intermediazione immobiliare con le quali le banche negli anni che vanno dal 1994 al 2009 stipulano accordi, patti e convenzioni d’oro per vendere insieme i mutui ipotecari per l’acquisto degli immobili.
Il gioco è semplice e ben noto: le società in questione realizzano l’incontro tra la domanda (l’acquirente, che paga loro il 3% di commissione) e l’offerta (il venditore dell’immobile, che versa la stessa percentuale di provvigione) e, in base a un accordo di esclusiva con una banca, propongono al compratore di accendere un mutuo ipotecario presso l’istituto convenzionato. Istituto che, alla fine della fiera, paga una «retrocessione», una sorta di commissione agli agenti per avergli passato la pratica e fatto guadagnare: una “gabella” che ricade puntualmente sul cliente ignaro di tutto.
Denaro ne girava tanto e soprattutto vigeva una regola ben precisa, puntualmente ribadita in ogni riunione plenaria indetta dal top management: trattate con i guanti bianchi gli agenti immobiliari perché ci fanno fare i quattrini veri.
Soldi a palate, certo, perché quando parliamo di un prestito tutti pensano che il guadagno si basi esclusivamente sulla erogazione del finanziamento (tasso di interesse, commissione di istruttoria, ecc) ma non è così: la partita era assai più grossa.
Perché in bundling (un accoppiamento di due prodotti, terminologia molto di tendenza all’epoca) con il mutuo si dovevano vendere obbligatoriamente (altrimenti si faceva in modo di far capire che era “conditio sine qua non“ per ottenere il mutuo) altri due prodotti assai onerosi per il cliente: un conto corrente su cui canalizzare il pagamento delle rate (anche se il compratore già ne aveva uno ) e una polizza assicurativa a protezione del credito concesso, che copriva il rischio di una futura e insufficiente disponibilità economica del richiedente a fronte di determinati imprevisti.
E con questo giro di soldi erano tutti sistemati: la banca grazie alla vendita dei prodotti accessori copriva anche la retrocessione sul mutuo, gli agenti guadagnavano a pieno e il correntista pagava due volte.

Ma cosa succede dopo la crisi del 2008?
Nel caos finanziario post crisi dei mutui subprime finisce anche l’idillio tra banche e società di intermediazione immobiliare. La causa? Per via della crisi le banche hanno dovuto inventarsi il nuovo business: delle società ad hoc che fanno concorrenza agli agenti immobiliari che gia’ a marzo del 2015 hanno depositato addirittura un esposto all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato per «violazione della tutela della libera concorrenza e del consumatore».
In particolare i colossi del sistema del credito italiano si sono insinuati nuovamente nello stato di disperazione di imprese e famiglie: questa nuova attività di intermediazione si manifesta attraverso la vendita di case e opifici, derivanti prevalentemente da mutui non pagati, a clienti (privati e società immobiliari) che hanno le disponibilità monetarie per pagarle.
Certo, queste società (praticamente le banche) hanno già tutto quello che serve per realizzare con “facilità“ l’incontro tra la domanda e l’offerta: chi ha necessità di vendere l’immobile e chi ha i soldi per comprarlo.
Un sistema che crea un’ulteriore sperequazione tra i ricchi che hanno la liquidità e i poveri che non ce l’hanno fatta a pagare il mutuo. Inoltre, per «l’immobiliare della banca» non sarà difficile trovare il compratore e accelerare l’eventuale azione terroristica-esecutiva nei confronti del venditore-insolvente per costringerlo ad accettare un prezzo stracciato pur di liberarsi della pressione estorsiva della banca.
Chi acquista farà un vero affare, come lo farà l’istituto-mediatore che in un colpo solo rientra dall’esposizione del mutuo e guadagna anche le commissioni di intermediazione (3%+3%) e il costo del cosiddetto «fascicolo casa», circa 300 + Iva che comprende una perizia, una visura catastale e l’attestato di prestazione energetica (Ape).
Consigli? Prima di consegnare i vostri sacrifici a sciacalli ed estorsori fate fare una perizia econometrica sul vostro mutuo da professionisti seri e indipendenti. E poi inizia la battaglia.
Gli avvoltoi sono alle porte di casa.

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E’ brodomania!

People For Planet - Lun, 04/09/2018 - 04:53

Parliamo della “brodomania”, ossia l’alimentarsi con un menù esclusivamente liquido a base di brodini, zuppe, consommé e minestre, fino ai “cappuccini” di frutta come dessert.

Spiega il famoso e pluripremiato chef Francesco Apreda, del ristorante Imàgo dell’Hotel Hassler di Roma: “Il futuro sarà sempre più vegetariano e le zuppe rendono vivaci e soddisfacenti i piatti di verdure. Abbino cibi solidi a quelli fluidi e questi ultimi danno sapidità al piatto grazie alle spezie, senza alcun bisogno di aggiungere il sale.”

Secondo la nutrizionista Kellyann Petrucci: “Il brodo calma il languorino, è un brucia grassi e sazia senza aggiungere chili perché non contiene carboidrati e ha poche calorie”. Ovviamente è autrice del libro “Dieta del brodo”.

Negli Stati Uniti dal 2015 è aperto a New York “Brodo”, nell’East Village, gestito dallo chef Marco Canora, che definisce il brodo il miglior confort food del mondo perché ristora sia il fisico che l’anima.

Canora serve il brodo in bicchieri di carta simili a quelli del caffè, grande operazione di marketing!

 

Altre fonti:
– http://www.ansa.it/canale_lifestyle/notizie/food/2018/02/08/zuppe-creme-guazzetti.-per-diete-o-al-bar-e-al-ristorante-e-trend-brodomania-_120847b5-1637-451c-b244-25a935c8f0b6.html

http://www.gamberorosso.it/en/1021317-e-brodomania-il-brodo-in-tazza-da-passeggio-che-piace-ai-newyorkesi-e-il-successo-della-paleodieta

 

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La Youtuber assassina e la politica vessatoria di YouTube

People For Planet - Lun, 04/09/2018 - 04:32

Ma dietro questa orribile follia emerge da una situazione assurda e non possiamo non cercare di capirla senza diminuire la condanna morale della violenza.

Najafi Agdham da tempo protestava perché YouTube, secondo lei, la censurava e soprattutto perché non le pagava più i diritti sui video da lei pubblicati sulla piattaforma. Sosteneva che a causa dei nuovi criteri di pagamento decisi dall’azienda i suoi guadagni erano scesi a pochi centesimi di dollaro al mese ed era in miseria.

Probabilmente dietro le scelte censorie di YouTube c’erano le posizioni deliranti della vegana, animalista, culturista, che citava Hitler.

Ma è indiscutibile che YouTube stia facendo incazzare migliaia di videomaker con scelte che penalizzano chi non raggiunge grandissimi numeri, e questo anche se una parte spaventosa degli utili di YouTube derivi proprio dai piccoli videomaker.

L’azienda californiana guadagna miliardi con la pubblicità che viene inserita all’inizio dei video ma riconosce una percentuale dei soldi incassati solo a pochi, seguendo criteri discutibili.

Si mormora che Google/YouTube arrivi a pagare 7 euro e più ogni mille visualizzazioni. Ma la percentuale varia: puoi incassare molto meno o nulla.

Inoltre YouTube mette in atto vari sistemi per non occuparsi dei diritti degli autori dei video. In primo luogo non c’è sufficiente trasparenza sui criteri di monetizzazione.

Tanto per fare un esempio che conosco bene, sono anni che cerchiamo di ottenere il riconoscimento dei diritti di autore sui video di Dario e Franca senza risultati. Si tratta di centinaia di video pubblicati da centinaia di youtuber, senza alcuna autorizzazione. Più di 6 milioni di visualizzazioni.

Ironia della sorte: il canali ufficiali di Dario Fo e Franca Rame hanno un numero di iscritti insufficiente per essere riconosciuti da YouTube come degni di pagamento.

Abbiamo scambiato con l’azienda decine di mail senza ottenere alla fine nulla. Sembra proprio che YouTube abbia deciso di mettere in pratica una tattica di sfinimento. Il risultato è che tuttora YouTube continua a guadagnare sui nostri video senza riconoscerci un solo euro.

Un microscopico episodio nel colossale scontro tra produttori di contenuti e i mega padroni del web.

Il principio vorace che seguono queste aziende è possibile solo perché gli autori non hanno alcun potere. Ma sicuramente nei prossimi anni questa questione diventerà centrale nello sviluppo di internet. Una vertenza che porterà forse alla nascita di un sindacato degli autori oppure alla creazione di piattaforme più etiche che pratichino scelte commerciali eque.

Oggi il web è un Farwest dove regna la legge del più forte. Ma non credo che potrà durare per sempre. Il web dà potere alla gente e prima o poi le persone usano il potere che hanno. E’ importante usarlo in modo non violento.

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Alcatraz (Puntata 7)

People For Planet - Lun, 04/09/2018 - 03:45

 

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La squadra (Puntata 6)

People For Planet - Dom, 04/08/2018 - 02:31

 

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Che emozione correre in Formula E tra le strade di Mosca

People For Planet - Sab, 04/07/2018 - 04:09

Nel recentissimo passato di Tonio, il soprannome con il quale è conosciuto il pilota italiano, però c’è stata anche la Formula E, dove ha corso per due stagioni.
Ma come può divertirsi un ex pilota di Formula 1 a guidare un mezzo che non fa neanche rumore? «È ovvio, le due categorie non vogliono competere, il confronto non regge – spiega l’ex di Toro Rosso, Red Bull e Force India – non posso certo essere gratificato del tutto da una vettura che non abbia il motore a scoppio. Però correre nei circuiti cittadini è sicuramente un aspetto unico. Ricordo la gara di Mosca, tra le strade nei pressi della piazza Rossa un colpo d’occhio e una sensazione in grado di emozionare anche un pilota esperto come me».
La particolarità della Formula E è, infatti, che non disputa le sue gare (chiamate ePrix) all’interno di autodromi, ma su circuiti cittadini creati apposta per l’occasione. Così sarà infatti il prossimo 14 aprile quando queste vetture arriveranno a Roma, nel quartiere EUR, per disputare la settima tappa del campionato 2018.
«Gareggiare a Roma deve essere affascinante – afferma Tonio – c’è anche una buona copertura mediatica dell’evento attraverso Mediaset che si è assicurata i diritti televisivi, e la risposta del pubblico avrà sicuramente dei grandi numeri. C’è un però: il fatto che nel campionato non ci sia neanche un team italiano. L’assenza di una squadra nazionale è lo specchio dell’economia del nostro Paese, non c’è solidità, non si riesce a investire, e trovare un costruttore o una casa automobilistica che voglia puntare sulla Formula E è molto difficile».
Andando a spulciare nei dati delle tre stagioni già effettuate infatti salta all’occhio come nessuna realtà  tricolore abbia mai provato a competere. Ci aveva provato un altro ex pilota italiano di Formula 1, Jarno Trulli, ma l’esperienza dell’ex pilota abruzzese nei panni di imprenditore non è durata neanche due stagioni. Inoltre la sede ufficiale della Trulli GP era in Svizzera, a Lugano. Quindi, nonostante il proprietario fosse un connazionale, era da considerarsi a tutti gli effetti una scuderia straniera. Liuzzi correva proprio per il team svizzero fondato da Trulli: «Nella stagione d’esordio il miglior piazzamento è stato un nono posto, nella successiva ci sono stati dei gravi problemi economici e la scuderia si è ritirata dopo appena due gare. Mi è dispiaciuto molto concludere così».
Anche se la sua esperienza in Formula E non è stata molto positiva, Liuzzi spezza comunque una lancia a favore di questo campionato: «Le auto elettriche non sono viste dall’opinione pubblica come mezzi veloci e prestanti. La Formula E aiuta proprio a rompere il luogo comune, e ha l’ambizione di aiutare a diffondere nel mercato questa tipologia di vetture».

Fonti:
http://www.fiaformulae.com/en/results/race-results/season/2022014/round/11
Intervista a Vitantonio Liuzzi

Copertina: disegno di Armando Tondo, marzo 2018

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La selezione degli attori (Puntata 5)

People For Planet - Sab, 04/07/2018 - 03:27

 

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A Londra fanno le strade in plastica riciclata

People For Planet - Ven, 04/06/2018 - 04:56

Il progetto è della MacRebur di Lockerbie che ha usato “un mix di polimeri accuratamente selezionati e progettati per migliorare la resistenza e la durata dell’asfalto, riducendo la quantità di bitume necessaria nel mix. Sono realizzati con materiali di scarto al 100%. I prodotti offrono un modo unico di migliorare l’asfalto offrendo una soluzione economica e duratura”.
Scrive Corrierequotidiano.it: “Il monitoraggio della strada ha dimostrato che il mix di asfalto sta funzionando bene e si sta rivelando una soluzione duratura per il rifacimento del manto stradale. Per questo, visto il successo si sta già valutando di utilizzarlo in altre strade.”

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A tavola contro i tumori? Con zenzero e peperoncino, insieme

People For Planet - Ven, 04/06/2018 - 04:32

La notizia arriva da uno studio pubblicato sul Journal of Agricultural and Food Chemistry, la rivista dell’American Chemical Society, da cui emerge che a interagire creando uno scudo contro la proliferazione delle cellule tumorali sono in particolare due sostanze, la capsaicina e il 6-gingerolo, responsabili del sapore piccante rispettivamente del peperoncino e dello zenzero. Via libera, allora, a qualche buona ricetta in cui possono essere sapientemente mescolate, a tutto vantaggio del benessere.

Combinazione vincente?

Gli studi per ora sono stati condotti solo in laboratorio, ma i risultati parlano chiaro: la capsaicina del peperoncino e il 6-gingerolo dello zenzero interagiscono con uno stesso recettore cellulare coinvolto nella crescita tumorale legandosi a esso, inibendo così lo sviluppo della neoplasia. A fare la differenza sarebbe proprio la combinazione tra le due sostanze: il potenziale anticancerogeno del 6-gingerolo sembra infatti aumentare proprio grazie alla combinazione con la capsaicina.

Un passo indietro

Se per quanto riguarda lo zenzero la nuova ricerca non fa che confermare le proprietà antitumorali di questa spezia, molto utilizzata sin dall’antichità soprattutto nella cucina del sud est asiatico, da dove proviene, per quanto concerne il peperoncino, invece, questo studio riabilita la capsaicina come sostanza potenzialmente benefica: se, infatti, in passato diversi studi avevano attribuito a questa sostanza capacità soprattutto analgesiche e antimicrobiche, alcune ricerche hanno invece messo in evidenza, come spiegano gli autori della ricerca, che regimi alimentari ricchi in capsaicina potrebbero favorire l’insorgenza del tumore allo stomaco.

L’esperimento

Per indagare il ruolo di queste due sostanze e della loro interazione nella prevenzione tumorale i ricercatori cinesi della Scuola di farmacia dell’Università di Henan hanno nutrito per diverse settimane alcuni topolini predisposti allo sviluppo del tumore al polmone con la capsaicina, altri con il 6-gingerolo e altri ancora con una combinazione delle due sostanze: hanno così  constatato che i topi che avevano assunto esclusivamente la capsaicina avevano sviluppato la neoplasia, contro la metà dei topi nutriti con 6-gingerolo, mentre solo il 20% dei topolini cui erano state somministrate entrambe le sostanze aveva sviluppato il tumore.

Capsaicina: analgesica e antinfiammatoria

La capsaicina (o capsicina) è un composto organico presente nei peperoncini e responsabile del loro sapore piccante. Venne identificata per la prima volta nel 1919, e da allora dati i numerosi effetti biologi cui dà vita è stata oggetto di molti studi. Una delle proprietà fisiologiche più riconosciute alla capsaicina è quella analgesica: in particolare aiuta a controllare il dolore a livello periferico (può essere utilizzata per desensibilizzare i recettori del dolore ai quali si associa), motivo per il quale può essere utilizzata nella terapia di alcuni stati dolorosi periferici dovuti a diversi disturbi (tra cui artrite reumatoide, nevralgia post-erpetica, neuropatia diabetica). Inoltre può essere utile nel controllo delle infiammazioni delle mucose (mucositi) indotte da chemioterapia e radioterapia. Infine un recente studio pubblicato su Plos One dai ricercatori della University of Vermont ha messo in evidenza che mangiare peperoncino allunga la vita: sebbene il meccanismo tramite cui il consumo di questa spezia riduca la mortalità non è ancora stato individuato, gli autori dello studio spiegano che i benefici per la salute derivano dal consumo di capsaicina, e dipendono dal fatto che questa sostanza ha effetti antimicrobici e antiossidanti che, uniti alle sue capacità di prevenire l’obesità e modulare il flusso sanguigno coronarico, possono influenzare indirettamente – in modo benefico – la formazione della flora batterica intestinale.

Quando fare attenzione

L’assunzione di capsaicina negli studi condotti fino a oggi si è generalmente rivelata sicura e ben tollerata, anche se assunta ad alte dosi può avere una potenziale attività irritante sulle mucose: è bene dunque evitarne l’assunzione se si soffre di emorroidi. Nonostante non sia possibile a oggi individuare un dosaggio di capsaicina standard e riproducibile, in diversi studi è stata suggerita l’assunzione giornaliera di 1-3 mg di capsiato (che è un precursore della capsaicina). E’ in ogni caso bene ricordare che durante la gravidanza e l’allattamento, e nel caso in cui si soffra di particolari condizioni di salute, l’utilizzo della capsaicina deve essere preventivamente discusso con il medico.

Zenzero: antitumorale e digestivo…

Lo zenzero viene consumato in tutto il mondo come spezia e come ingrediente per la fitoterapia. Diversi i poteri che gli vengono attribuiti, tra cui la capacità di ridurre la nausea indotta dalla gravidanza e di alleviare il dolore osteoarticolare e muscolare. La sua efficacia è attribuibile perlopiù ai gingeroli, le sostanze che gli conferiscono il sapore pungente, dotate di proprietà antinfiammatorie, antiossidanti, antitumorali, calmanti e digestive. Tra i  gingeroli, il 6-gingerolo è il principale componente farmacologicamente attivo dello zenzero, noto in particolare per l’attività antitumorale che si esplica su diversi percorsi biologici: partecipa infatti ai processi che portano all’apoptosi cellulare, cioè al suicidio programmato delle cellule tumorali; interviene nella regolazione del ciclo cellulare che porta alla crescita della neoplasia, ostacolandolo; inibisce l’angiogenesi, cioè la vascolarizzazione che apporta nutrimento ai tumori, bloccando la crescita della massa tumorale.

…ma senza esagerare!

Se i benefici dello zenzero sono diversi, è sempre bene però non esagerare. L’assunzione eccessiva di zenzero può infatti causare dolori e bruciori di stomaco e disturbi intestinali con flatulenza e diarrea. Le dosi giornaliere utilizzate negli studi che ne hanno indagato le proprietà fitoterapiche (riferite a soggetti adulti, con più di 18 anni) variano da 0,5 a 4 grammi al giorno di zenzero disidratato e polverizzato. Sebbene lo zenzero sia facilmente reperibile sotto forma di rizoma essiccato, perfetto da utilizzare ad esempio in cucina, a scopo fitoterapeutico gli estratti secchi sono preferibili poiché standardizzati nei principi attivi (gingeroli). Infine in gravidanza o nel caso in cui si soffra di particolari condizioni di salute l’utilizzo dello zenzero, così come l’assunzione di qualsiasi altro integratore o prodotto fitoterapico, deve essere preventivamente discusso con il proprio medico.

 

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