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SALVIAMO ALMENO I MORTI! In questi giorni a commento della firma di Napolitano sul decreto salva liste è rientrata in auge un’espressione partorita addirittura agli inizi del Seicento. L’ormai famoso adagio sarcastico recita: Parigi val pure una messa. La ripropongono personaggi i più diversi sia per cultura che per posizione politica: il motto allude al compromesso suggerito da Berlusconi a Napolitano attraverso il quale si butta all’aria il tavolo di gioco e se ne fa un altro con altre regole, nuove di zecca: chi deposita i faldoni con le firme basta che sia presente nell’atrio del tribunale qualche ora prima della chiusura, poi può uscire a farsi qualche panino, comprarsi qualche bevanda e cambiare qualche firma di concorrenti qua e là, cancellare, riproporre, telefonare al principe, tornare indietro, e se poi ritrova le porte chiuse perché il tempo è passato…niente paura: la nuova legge dice che gli è concesso entrare lo stesso, anche qualche ora dopo, al massimo due giorni, forse tre, ma anche se non si fa vedere è valido lo stesso. Importante è che ai partiti di peso, soprattutto a loro, sia permesso partecipare al voto, se no che democrazia è? Ma che c’entra quel Parigi val pure una messa? Che significato ha? Beh, significa che in certi casi pur di mantenere i privilegi acquisiti val la pena di ingoiarsi rospi, fetenzie ed escrementi vari…fare qualche concessione, insomma! A pronunciare la fatidiga espressione fu Enrico IV, re di Francia non completamente accettato dai suoi sudditi in quanto di fede ugonotta, cioè protestante estremista.
Qualche anno prima quegli eretici su istigazione papale furono massacrati dai cattolici apostolici: Parigi era ridotta ad una macelleria, più di centomila furono gli scannati nella notte di San Bartolomeo. Il re si salvò per miracolo. Più tardi accettò una pace di compromesso grazie alla quale, lui, Enrico IV l’ugonotto, abiurava alla sua fede e accoglieva quella cattolica apostolica romana, saliva al trono della capitale con l’applauso di tutti: dal che l’espressione Parigi val pure una messa.
Naturalmente bisogna specificare che chi ingoia escrementi e fetenzie pur di salvare la pace pubblica e l’andamento civile delle votazioni nel nostro caso non saranno i firmatari del compromesso, ma i cittadini o meglio, i sudditi, soprattutto quelli che sono arrivati in tempo coi loro documenti ben scritti e confezionati, quelli che credono alle regole e agli ordinamenti: costoro si sentono addirittura traditi, sfottuti e vomitano la zozzeria ingoiata… per carità, non buttiamola in tragedia, non drammatizziamo! Al contrario dovremmo tutti essere festosamente gioiosi dinnanzi a quel che va capitando: finalmente possiamo gridare ‘Basta con le fastidiose regole!’. Le regole sono un freno terribile al progresso e alla libertà. Gridiamo tutti in coro: ‘Prima regola: qui non esistono regole!’. Che paese straordinario, che splendide leggi! Nessuno statuto o modulo ha da noi valore, solo gli sciocchi credono a queste inutili panzane: correttezza, rispetto della consuetudine, norme, principi, direttive, tutti ciarpami noiosi, inessenziali e irritanti.
Ma qualcuno urla: no! Questo è il caos! L’insulto all’uguaglianza delle idee diverse e ad un minimo di legalità! Siamo arrivati alle firme false sui documenti e addirittura qualcuno ha inserito fra i concorrenti anche dei morti…no, i morti no! Noi abbiamo sopportato che fra gli eletti al Senato e alla Camera ci fossero personaggi perfino compromessi con la giustizia, addirittura condannati definitivamente alla galera e non uno o due, ma trenta di botto! Siamo arrivati al colmo di mandar giù l’elezione di un senatore con voti raccolti all’estero, a Bruxelles, da una cosca dalla ndrangheta che ha indirizzato una quantità di preferenze su un certo Di Girolamo indicato come abitante in una strada che non esiste nemmeno, di fantasia. Ma questo dei morti votanti no. Non l’accettiamo. E perché? Cosa c’è di tanto orrendo? Sono morti di fantasia, inventati o autentici? Autentici. E allora? Dovreste rallegrarvi di questa nostra poetica invenzione. Che lo sappiate o meno, stiamo ripristinando un rito antichissimo, addirittura sacro: non si lasciava forse un tempo nei nostri riti arcaici un posto libero a tavola, per esempio al pranzo di nozze perché lì si potesse sedere l’anima del vecchio genitore? E perché non invitare un nostro defunto ad una attuale competizione civile? Accomodati nonno, vieni a votare con noi, sei sempre nei nostri cuori e nelle nostre menti! E guai chi davanti a una idea poetica del genere fa smorfie di disgusto: è un incivile, un materialista privo di ogni religiosità… un talebano terrorista!
Ah, siamo arrivati all’osceno: facciamo firme false, riesumiamo candidati morti e la chiamiamo emanazione culturale…già che ci siamo diciamo che è un atto di civiltà anche censurare togliere di mezzo giornalisti e commentatori sgraditi. Infatti cosa vuol dire cacciar fuori i satirici, fabulatori comici durante lo svolgimento delle elezioni? Beh, si tratta di par condicio. Ma dov’è la parità? Da una parte, a sinistra, mettete il bavaglio a un gran numero di comici, programmi, autori, perfino cantori satirici e a destra uno solo, zzzzhhh…Vespa…solo lui, zzzzhhh… Certo, perché Vespa vale tutti i sinistri in massa. No, non scherziamo! D’accordo, è un raffronto a tutto vantaggio delle sinistre, ma che colpa ne abbiamo noi destri se non abbiamo satirici, gente che sappia fare dell’ironia, umoristi… non ne abbiamo, siamo seri! E’ un difetto forse essere persone serie, un delitto? Per carità! Ma vorrei chiudere con una parabola o se vi piace, un detto morale. Sentiamo, eccovelo:
Quando il lupo e il cane pastore che protegge il gregge si incontrano di notte di nascosto senza invitare il montone capobranco a discutere delle regole perché il popolo delle pecore sia protetto con giustizia, sapete che significa questo? Significa che fra qualche giorno all’osteria dei cacciatori nel menù ci sarà a giorni alterni un piatto fisso: abbacchio in umido con polenta. E chi ha capito ha capito, e chi è tardo a capire se lo faccia spiegare.
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