Morte accidentale di un anarchico - di Dario Fo

Il giornalista Pierluigi Battista sul Corriere di qualche giorno fa, mi sferra un attacco a spaccagambe e lo fa in una specie di recensione a un mio testo satirico, Morte accidentale di un anarchico, appena andato in scena per la quarta volta consecutiva negli ultimi cinque anni qui in Italia, con debutto a Milano.

Gli attori, a detta della maggioranza dei critici, sono eccellenti; i registi Elio De Capitani e Ferdinando Bruni, sono riconosciuti direttori scenici di notevole talento. Visto il numero straordinario di repliche effettuate in tutta la penisola da anni, è comprensibile il continuo ripetersi degli allestimenti.

Ma l’autore della stroncatura non se n’è accorto: crede che le continue repliche siano dovute a una mia ostinazione ideologica, non al successo e al gradimento del pubblico.

A dimostrare la tendenziosità esplicita dell’articolo in questione, dove mi si presenta come difensore di un’infamia perpetratasi più di trent’anni fa e autore mancante di pietas, viene subito all’occhio un particolare davvero sconcertante: il Battista non prende in considerazione né la chiave né il tema della commedia, e tanto meno il luogo fisico dove si svolge l’azione.

Nessun recensore di qualità al mondo sarebbe incorso in un simile pacchiano errore. Ma in verità non si tratta di errore. Piuttosto si tratta di una furbizia da Brighella, giacché con questo escamotage, si evita di portare in primo piano la questione fondamentale dell’opera, cioè la tragedia di Pinelli e la morte dell’anarchico dopo un volo dal quarto piano della questura di Milano.

Il Battista, da non confondere col santo del Battesimo a Gesù, non si chiede nemmeno se l’anarchico sia precipitato ancora vivo o già privo di vita, cioè se si sia trattato di un suicidio o di un omicidio. Va da sé che il “povero” Pinelli, come lo chiama il sensibile Battista, si sarebbe dato da sé la morte prendendo una considerevole rincorsa e superando a volo d’angelo la balaustra di 90 centimetri e, in seguito a una parabola adeguata alla forza di slancio, abbia raggiunto il suolo schiantandovisi.

Il Battista mi accusa inoltre di aver cucito la pièce “con materiali inquinati dal pregiudizio e dal fanatismo politico”.
Ora, quali sarebbero i materiali inquinati di cui mi sarei servito? Eccoli: niente meno che gli atti processuali del dibattito svoltosi in aula nel Tribunale di Milano appena qualche anno dopo la strage di Piazza Fontana e la più che sospetta defenestrazione di Pinelli, accompagnati dalla documentazione e dagli atti della revisione dell’inchiesta condotta dai giudici di Milano, in particolare da D’Ambrosio.

Ogni dialogo o dichiarazione nella commedia è tratto quindi da documenti assolutamente autentici e soprattutto sconvolgenti. Come diceva Molière: “la realtà è sempre più impossibile della fantasticheria scenica”.

Tanto per cominciare, in Morte accidentale di un anarchico, già nel primo atto viene riproposta la dichiarazione del questore di Milano, Marcello Guida, che, intervistato dal telegiornale Rai, il 15 dicembre 1969, solo qualche ora dopo l’avvenuta morte di Pinelli, racconta come si sia svolto il suicidio dell’anarchico in questione. Il dottor Marcello Guida, capo superiore della Polizia, davanti alle telecamere recita la propria entrata in scena nell’ufficio dove era “trattenuto” il “povero” Pinelli, invitato amichevolmente in Questura per semplici accertamenti.

Il Guida gli si rivolge perentorio dicendo: “Il suo compagno Valpreda, or ora interrogato, ha ammesso di essere l’autore della strage della Banca dell’Agricoltura di Milano: è lui che ha messo la bomba”. Al che il Pinelli, sbiancando in viso si sarebbe levato in piedi gridando: “E’ la fine dell’anarchia!” e, montando nella disperazione, si sarebbe gettato dalla finestra.

Ora urge condurre una breve analisi. Sappiamo che Valpreda finì in carcere e subì più di un processo; dopo tre anni di detenzione i giudici lo riconobbero assolutamente innocente. Quindi il questore Guida nella sua sparata verso Pinelli aveva spudoratamente mentito: Valpreda non solo non aveva compiuto l’atto criminale, ma fin dall’inizio si era dichiarato completamente estraneo ai fatti, per ciò nella commedia si sottolinea che il questore di Milano si è servito di un’infamia per indurre il Pinelli a una crisi e fargli ammettere d’aver partecipato alla messa in atto della strage.
Non si tratta quindi solo di un espediente poliziesco ma di un vero e proprio crimine.

E ancora, quando fa esplodere l’espressione disperata in Pinelli “E’ la fine dell’anarchia!”, il signor questore lo descrive nell’atto di gettarsi immediatamente dalla finestra, dimenticandosi di due sostanziali dettagli.
Quella notte la temperatura esterna, a Milano, era sotto lo zero, solo un pazzo poteva tenere le finestre spalancate con un gelo simile. Quindi dobbiamo arguire che la finestra fosse chiusa e se la sarebbe aperta da sé solo il Pinelli; ancora, retrocedendo, l’anarchico avrebbe preso una buona rincorsa e prodotto il tuffo letale. Oppure, qualche amabile poliziotto, che casualmente si trovava presso la finestra, lo avrebbe aiutato esclamando: “Prego s’accomodi!”.

Durante il dibattito processuale il giudice chiedeva come mai nessuno dei poliziotti presenti, che per loro ammissione si ritrovavano nei pressi della finestra, non fosse intervenuto cercando di bloccare il gesto suicida del Pinelli. Due dei poliziotti, imbarazzati, non sapevano cosa rispondere, ma un terzo, il brigadiere Vito Panessa, dichiarava: “In verità io personalmente mi sono preoccupato, tant’è che ho afferrato l’anarchico quasi al volo per un piede, ma mi è sfuggito egualmente, lasciandomi però in mano la sua scarpa...”. Il giudice, dopo una veloce inchiesta, scopriva che il Pinelli sfracellato al suolo portava ai piedi ancora tutte e due le scarpe. Quindi bisognava decidere: o Pinelli era tripede o i poliziotti a loro volta mentivano.

A ‘sto punto chi di noi due, Dario Fo e Pierluigi Battista, possiede il “demone ideologico”? Io che racconto i fatti traendoli dai verbali e dagli atti processuali o il Battista che li ignora, e demonizza chi la pensa in modo diverso da quello ufficiale, che poi è il suo? E a quale altro linciaggio vado incontro se mi permetto di ricordare, che dalle immagini del servizio televisivo, a fianco del grande bugiardo statale, il Guida, si notava proprio il commissario Calabresi che ad ogni dichiarazione del suo superiore, il questore, assentiva col capo e con adeguate espressioni per niente imbarazzato!?

Di questo particolare da niente, che sottintende un’operazione volta a deviare le indagini su un massacro organizzato da forze dell’estrema destra, oggi abbiamo idee più chiare.
E questo, grazie all’inchiesta del giudice Salvini che ha indagato sui corpi dello Stato, occulti e palesi, raccogliendo una straordinaria documentazione che ci svela come il centro operativo, situato nella caserma Pastrengo di Milano, fosse in possesso perfino di aerei privati coi quali trasportare, secondo l’occorrenza, di volta in volta dalla Spagna e ritorno, la manodopera criminale con tanto di passaporto, stipendio e copertura. Manodopera che, giunta nei luoghi preordinati, metteva in atto azioni terroristiche.

Il Battista non fa alcun cenno a questa situazione da fantascienza criminale e taccia me, autore della commedia, che invece ne parlo, di mancanza di pietas. Non è che qualche volta la pietas viene confusa con l’hypocrites?

Ma il Battista, strada facendo si eccita e va giù sempre più pesante. A proposito dell’omicidio Calabresi e dal particolare che, secondo il mio modo di vedere, e non soltanto mio, gli autori del crimine siano da ricercare in tutt’altra direzione, per esempio fra le varie organizzazioni di polizia segreta di cui abbiamo accennato, così vivaci ed efficienti nel nostro Paese, il giornalista mi accusa di disegnare “con furore incomprensibile una dietrologia di seconda mano”.
Ma che vuol dire dietrologia di seconda mano? Forse si allude a un’altra di prima mano più attendibile?

Come vado sostenendo ormai da anni, il delitto Calabresi ha inizio dal momento in cui al commissario tolgono la scorta di protezione: solo dopo tre giorni mettono a punto l’omicidio. Calabresi era conscio che qualcuno si sarebbe giovato del saperlo indifeso e abbandonato, tanto che commentò: “Se qualcuno vuol colpirmi, questo è il momento giusto!”.

E chi poteva essere al corrente di quell’isolamento, se non le polizie segrete e deviate, preoccupate di mantenere il silenzio?!
E tu guarda è proprio a ‘sto punto che il Battista scodella l’accusa di dietrologia fanatica e insensata. Forse gli sfugge il numero impressionante di poliziotti, sottufficiali e ufficiali superiori che troppo sapevano e che nell’ultimo mezzo secolo sono scomparsi attraverso strani suicidi, brutali incidenti o palesemente assassinati, basta ricordarsi l’elenco dei testimoni della strage di Ustica, uomini di coraggio a cui s’è tolta la parola, ultimo addirittura un generale accoltellato a Bruxelles. * Tutti dietrologi ossessionati?

Quindi, al contrario di Battista, io personalmente sono più che convinto che Sofri e i suoi compagni condannati per quel delitto siano assolutamente innocenti e che Leonardo Marino, l’accusatore, unico testimone in forza alla polizia, sia stato letteralmente plagiato, o meglio ammaestrato, dal gruppo speciale di Carabinieri che l’ha tenuto a lezione per più di un mese. Particolare questo che è venuto alla luce soltanto dopo un anno dall’inizio del processo, grazie alla testimonianza, imprevista e imprevedibile, di un sacerdote al corrente dell’operazione di imboccamento di Marino da parte della Benemerita.

Così ecco che al processo Marino testimonia di tutta l’operazione che doveva portare all’assassinio di Calabresi. Soltanto che, ahimé, riferisce particolari che risultano spesso errati o addirittura falsi.
Per esempio il testimone si auto-accusa di due rapine realizzate con l’appoggio di tre suoi compagni di Lotta Continua che vengono prontamente arrestati. Ma i compagni, incriminati per chiamata di correo, di lì a qualche mese vengono assolti per non aver commesso il fatto, invece Marino resta dentro.

Gola profonda Marino testimonia, anzi giura, che una delle ragazze del commando sta preparando nelle valli del Canavese un poligono di tiro: ma nello stesso giorno indicato, si scopre che la ragazza si trovava ricoverata in un ospedale di Torino, intenta a partorire il suo primo bambino.
Inoltre, il testimone descrive con precisione la macchina che personalmente guidava nell’attentato: “Era beige”, assicura. Ma in verità appresso si scoprirà che era blu.

Ma dove ha rubato questa macchina? “Nei pressi delle carceri di San Vittore, lato sinistro del viale” dichiara. Errore: la macchina si trovava sul lato destro della strada. “La portiera che ho forzato – dice ancora – era a destra”. Errore: la portiera forzata era quella di sinistra.

Afferma che in macchina non c’era nulla, vuota. E invece i poliziotti ritroveranno la vettura abbandonata qualche ora dopo ingombra di oggetti, i più disparati: palle da tennis in quantità, un paio d’occhiali, un ombrello, una pipa, un cappello, una lampada a pila, delle riviste, carte geografiche di aree orientali, una radio ricetrasmittente truccata in grado di ascoltare le frequenze della polizia (aggiustamento che può essere in grado di realizzare solo un tecnico d’alta professionalità, probabilmente legato a organizzazioni militari), una scatola di fiammiferi, un impermeabile, uno specchietto retrovisore - optional - e sul tetto della macchina, ben evidente, si scopre una lunghissima antenna radio, inarcata, lunga un paio di metri, ma lui non l’ha vista. Non ha visto nemmeno tutta la mercanzia di cui era ingromba la macchina…
Ma come mai questo svarione?

È semplice, poliziotti della PS che hanno ritrovato la macchina del delitto, hanno tenuto celata la presenza di oggetti nell’interno del reperto, quindi non essendone a conoscenza i Carabinieri, come potevano essi procurare l’informazione a Marino?
Ecco il perché della scena muta davanti al giudice.

Ad ogni modo, per concludere questo frammento d’indagine, è chiaro che Marino in quella vettura non c’è mai stato, non ha mai guidato quella macchina. L’unica cosa certa è che gli assassini con quell’auto hanno compiuto il delitto Calabresi. Ma senza di lui. Lui non c’era. Lui è completamente innocente. Un innocente venduto!

Proseguendo, la macchina, secondo gli inquirenti della PS, è stata ritrovata intieramente pulita, e quindi priva di impronte. Inoltre, il proprietario della macchina, al momento di ritirare la vettura a lui rubata, si è reso conto, che le due ruote anteriori erano state sostituite con pneumatici nuovi di zecca. Roba da specialisti del crimine! Ma a queste notizie Marino cade dalle nuvole.

Il tragitto ricostruito dalla polizia in seguito alle testimonianze dei passanti sulle varie strade percorse dalla macchina in fuga dopo l’attentato, non ha niente a che vedere con quello disegnato dal Marino. Anzi, è completamente diverso. Ma gli inquirenti badano bene di non contestare l’evidente diversità… Per carità, se si cominciano ad analizzare tutti gli errori commessi e le frottole raccontate da Marino non la finiamo più!
Altro particolare interessante: grazie a varie testimonianze, alla guida della macchina, c’era una donna, bionda, e dall’aria elegante.
Non c’è traccia di lei.

Quindi, sedici anni dopo l’efferato delitto, appare Marino e gli inquirenti esclamano: “Eccolo! È lui la signora bionda, elegante!” Di certo, ne è una prova la folta capigliatura fortemente arricciata di foggia negroide che gli decora il capo!
Altro grosso particolare, meglio dire grossolano, è il fatto che Marino, scelto come autista della macchina dell’attentato, non conosce Milano, ci è stato poche volte; egli vive a Torino, sua città d’origine. Ma non importa. Importanti sono l’istinto e l’ideale!
Durante l’interrogatorio, il giudice chiede al testimone il nome e le sembianze del personaggio determinante, cioè il basista, ovvero colui che avrebbe dovuto dirigere l’intiera operazione. Marino non ricorda né nome né figura, ma qualcuno gli offre una dritta: si chiama Luigi. “Adesso mi viene in mente! – esclama il Marino – Si tratta di Luigi Bobbio!” Ma, bumpete!, non può essere lui: ha un alibi perfetto. Poi annaspa su altri nomi ma sono tutti inattendibili. Finalmente s’imbatte nell’uomo giusto: Noia, Luigi Noia. I Carabinieri accompagnano il Marino, meglio lo portano nella casa che lui dovrebbe conoscere bene, ma non se la ricorda. Il Noia viene comunque incriminato.

Gli inquirenti esultano: “Finalmente abbiamo il basista!”. Secondo la testimonianza del Marino, al tempo dei fatti, il Noia era privo di baffi e barba, sempre ben rasato. Ma il fratello del Noia, fotografo dilettante, aveva scattato una foto, esattamente nei giorni del delitto, in cui appariva il presunto basista con baffi e barba fluenti, intento a leggere un giornale. Il giornale è il “Corriere della Sera”.

Il fratello si reca allora all’archivio del Corriere; analizzando i titoli che appaiono nella foto e alcune immagini scopre che la data di quel quotidiano è esattamente il 18 maggio 1972, il giorno dopo dell’omicidio Calabresi. Quindi doveva possedere quella barba fluente anche il giorno prima, una barba del genere non ricresce in una notte, ergo non è lui. Gli inquirenti devono forzatamente riconoscere la sua innocenza. Il Noia non è il basista.
Qualcuno si è inventato tutto. Ma senza quella foto oggi il Noia sarebbe stato condannato a vent’anni di carcere con i suoi compagni di Lotta Continua. E ci starebbe ancora, forse, in carcere.

Questo ci dice della serietà di tutto quel processo, dove il perno dell’accusa ruota intorno alla figura di
Marino un personaggio che i giudici di Torino avevano dichiarato testimone assolutamente inattendibile.
In seguito a tutte queste lacune e incongruenze che mal occultano un vero e proprio complotto, nel processo d’Appello del 1993 i giudici popolari, all’unanimità si rifiutano di ritenere colpevoli del delitto i tre imputati di Lotta Continua e il loro voto è determinante per la sentenza finale: Sofri, Pietrostefani e Bompressi sono da ritenersi innocenti, quindi da liberare.

Ma qui, entra in campo l’orrenda trappola: pur di ribaltare il verdetto, i giudici della Cassazione decidono di mettere in atto la cosiddetta sentenza suicida, cioè a dire, il giudice estensore espone, nel documento finale, la cronaca del processo e le motivazioni della sentenza in modo caotico e confuso, così da rendere tutto inattendibile. A questo punto il giudice superiore è tenuto ad annullare non solo il processo, ma anche la sentenza, quindi tutto da capo e i tre di Lotta Continua tornano sul banco degli imputati. Una truffa giuridica maestrale!

Che ne dice il Battista? Si tratta o no di una sindrome di ostinazione machiavellica, anzi demoniaca, quasi criminale vissuta dentro una stagione politica tetra e asfissiante?

Ma il botto finale del censore, pardon del recensore, è la messa in campo, nel suo articolo pubblicato sul Corriere, di un personaggio davvero terrorizzante.
Renato Farina, che suggerisce l’intervento censorio del Governo nei riguardi di questa mia pièce. Ma chi è Renato Farina, che il Battista usa come ariete da sfondamento nei nostri riguardi?

È un giornalista arruolato nei servizi segreti, il SISMI, nome in codice Betulla; è stato indagato insieme a Niccolò Pollari, alto ufficiale, direttore del SISMI, per il rapimento di Abu Omar, trasportato dall’Italia in Egitto a disposizione della Cia che l’avrebbe addirittura torturato. Per questo la Procura della Repubblica, qualche mese fa, ha radiato Renato Farina dall’albo dei giornalisti! Ma lui continua a collaborare con Libero, come opinionista, Feltri lo protegge.
Bene, caro Battista, ognuno ha le conoscenze che merita!

 


Commenti

Qualche giorno prima, il solerte Battista, aveva dedicato un attacco distruttivo al film-documentario “Zero”, muovendo accuse di sindrome del complotto, di ideologismo e di faziosità. Un po’ come in questo caso.
Evidentemente ha una sua precisa linea che persegue la delegittimazione di ogni indagine per chiarire le verità nascoste. Al “buon” Battista piacciono le verità ufficiali sull’attentato alle torri, sulla morte “accidentale” di Pinelli, sull’omicidio Calabresi, e così via, anche quando sono palesi menzogne. Crederà ancora alle armi di distruzioni di massa di Saddam?

Siamo seduti al tavolo della festività. La conversazione è un rifuso di luoghi comuni e di banalità. Ad un certo punto verso la fine del pranzo il bambino dormiente nella camera accanto si sveglia. Fa il suo ingresso trionfale tra le braccia della nonna. Per incanto i commensali danno bella mostra di espressioni infantili e penose. Nessuno sa come, ma con la nascita del bambino tutto quello che è stato non conta più. Conta la sua presenza, catalizzatrice di ogni sé. Dopo molti versi e facce buffe un episodio interrompe quella monotona espressione di nulla che siamo noi seduti al tavolo. G.F. padre del bambino prende il giornale e vantandosene fa capire che deve evacuare. A suo modo ironicamente si va per il cesso. Lascia a me i commenti al suo intento di moglie e parenti. Penso che tra il suo fare ed il dire della moglie non v'è gran differenza. G.F. torna dal cesso, sghignazza compiaciuto strappando il riso di tutti, tranne il mio. Sono convinto sia riuscito in quel frangente nel prodigio di trasformare la merda in oro. Mi vien da vomitare, un rigetto caldo e giallo come di eroina. Ci si saluta. Più o meno volentieri. Nulla è cambiato. Mi fa male qualcosa, ma che cosa? Non è il corpo, è l'anima. La vedo chiaramente, è sospesa dietro me. Soffre. Cerco di capire perché osservandola. Le guardo la schiena, sanguina da in mezzo alle spalle. Le hanno strappato le ali. Deve essere stato dio, così è caduta da lassù per finire con me. Non che lo volesse, le è toccato. Come farai povera anima mia, a tornare da dove vieni senz'ali? Non posso nemmeno aiutarla. Posso solo vederla sanguinare. Il suo sangue è molto liquido e caldo. Ha fluenti riccioli biondi, sta li tra me e l'aldilà come fosse impiccata. Mi guarda e sembra volermi dire... Non posso nemmeno morire!

Accattone

Caro Dario, se anche i giornalisti non entrano più nel merito delle notizie che danno perchè dovrebbero farlo i critici? Non sia mai che si verifichi questo disallineamento!
In qualche puntata fa di Anno Zero ho sentito la Guzzanti descrivere il "come viene data" una notizia nei vari tg.Fino ad allora mi sono sempre sentita una stupida perchè non capivo la sostanza delle notizie. Ora non mi sento un genio, ma almeno ho capito che la sostanza non c'è, o meglio, non viene detta.
Forse che qualcuno di voi ha capito, basandosi solo sui tg, di cosa tratta la finanzaria? Di cosa tratta di preciso la legge Biagi? Della Cirielli? di tutte le fantomatiche riforme? di come proseguono o vanno a finire le varie vicende tipo la TAV, l'allargamento della base militare Usa nel Veneto?
Dai tg si sentono solo i commenti che i politici di tutti gli schieramenti fanno di tali leggi ma nessuno entra nel merito delle spiegazioni. Se uno vuole sapere di più deve arrangiarsi in altro modo. Peccato che per moooolta gente l'informazione arriva solo dalla tv. Per diversi motivi, ma arriva solo da lì.
Perchè scomodarsi a fare di più?Forse che la democrazia è ancora un valore?
Saluto tutti quanti sperando si possa ancora far qualcosa.
Niki

Niki, hai mai visto Viva Zapatero, di Sabina Guzzanti, quando parla di armi di distrazione di massa? racconta che spesso le notizie vengono costruite ad hoc per gettare fumo negli occhi, per parlare senza spiegare. Tu concludi con la speranza che ancora qualcosa si possa fare... Forse si! Io spero che anche questo blog, a modo suo, serva a colmare i "buchi" dell'informazione ...
a presto!
redazione

Grandi, Grandissimi Dario e Franca. Evidentemente la storia di Pinelli dà ancora oggi fastidio ai servi del potere. Ed è giusto raccontarla, non dimenticarla MAI.Grazie per il servizio di informazione che fate.

Invito chi ha studiato la storia, ma soprattutto invito chi non ha studiato mai la storia a leggere il mio post di oggi "I Savoia chiedono 250 milioni di risarcimento allo Stato Italiano che li ha fatti tornare".
Grazie, ciao
il mio blog
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La risposta, provocatoria,  è subito arrivata: un senatore verde, Gianpaolo Silvestri, ha depositato un disegno di legge per togliere le salme dei Savoia dal Pantheon, e portarle alla basilica di  Superga!
Il Vicepresidente del Senato Calderoli, ha invece presentato un ddl per il ripristino dell'esilio!

Buone notizie. Da anni mi chiedevo perchè il pantheon, uno dei monumenti più belli di Roma (l'esterno), dovesse ospitare le salme dei Savoia al suo interno.

:-)

www.ilterzostato.splinder.com

In libreria il settimo titolo della collana di lezioni d'arte dedicate dal premio Nobel a grandi maestri del Rinascimento
italiano. Nel volume l'artista è raffigurato anche come un uomo impegnato nella costruzione della democrazia medicea

Dario Fo esalta il genio trasgressivo di Michelangelo

Simone Soriani
Come abbiamo già avuto modo di sottolineare sulle colonne di questo stesso giornale, la passione di Fo per le arti figurative, nel cui ambito risale la sua formazione artistica ai tempi dell'Accademia di Brera negli anni '40-'50, ha portato il premio Nobel a cimentarsi negli ultimi tempi in una serie di lezioni-spettacolo - dedicate tra gli altri a Caravaggio e Raffaello, a Mantegna e Leonardo - pubblicate a stampa in una collana edita dalla Franco Cosimo Panini. Di questa collana è da pochi giorni in libreria il settimo volume, stavolta dedicato al genio di Michelangelo Buonarroti, Tegno nelle mane occhi e orecchi:Michelagniolo (Panini, 2007, pp. 255, euro 20,00), curato da Franca Rame. Si tratta di una pubblicazione derivata dalla performance interpretata dallo stesso Fo a Fiesole durante la scorsa estate: l'autore-attore ripercorre la biografia di Michelangelo, alternando il racconto di aneddoti inediti e singolari (dalle beffe ordite ai danni del Ghirlandaio, presso la cui bottega il giovane pittore-scultore inizia il proprio apprendistato artistico, all'attività di regista di feste e spettacoli presso il cardinale Riario a Roma) ad originali analisi interpretative delle opere del maestro fiorentino. L'intento divulgativo di Fo, infatti, lascia talora il passo alla polemica nei confronti di «una certa superficialità piuttosto grave di molti narratori d'arte», in particolare in relazione alle tecniche quattro-cinquecentesche di lavorazione del marmo ed all'uso del trapano ad arco piuttosto che dello scalpello. Dalla narrazione dell'autore-attore emerge un ritratto anticonformistico di Michelangelo, descritto come amante del sapere (si interessava «all'astronomia, alla geometria e alla matematica e perfino alla filosofia e alla teologia») e come intransigente «figura morale» non disposta al compromesso né tanto meno al servilismo nei confronti dei potentes («Ei tratta con i Papi, come nemmeno il re di Francia avrebbe l'ardire di fare», secondo le parole del Soderini riportate da Fo). Ma soprattutto è un Michelangelo raffigurato come un uomo profondamente radicato nel contesto storico-politico del suo tempo, impegnato nella costruzione e nella difesa della democrazia conquistata con la cacciata dei Medici da Firenze. Come di consueto nella prassi spettacolare di Fo, il racconto si arricchisce e dinamizza, così da evitare qualsiasi deriva in direzione di un pedante didascalismo accademico, per mezzo di battute salaci - non di rado rivolte alla contemporaneità - ed elementi di spettacolarizzazione, quali ad esempio l'inserzione di immaginari dialoghi tra Michelangelo e alcuni suoi fantomatici interlocutori (soprattutto i papi ed i politici fiorentini) oppure di canzonette e tiritere popolari che, coerentemente con la poetica antifilologica inaugurata col Mistero buffo (1969), l'autore-attore ricostruisce e reinventa «grazie a un po' di mestiere e molta faccia tosta». La narrazione della biografia di Michelangelo si accompagna ad una dettagliata ricostruzione del contesto storico a lui contemporaneo, dalla successione dei papi sul soglio pontificio alle vicende fiorentine tra dominazione medicea ed aneliti libertari concretizzatisi nell'instaurazione delle repubbliche del 1494-1512 e del 1527-1530. Siamo nel pieno del Rinascimento: un'epoca che Fo idealizza ed esalta - del resto anche le precedenti lezioni d'arte del premio Nobel si erano per lo più concentrate su artisti quattro-cinquecenteschi - per la straordinaria compresenza a Firenze di «centinaia di giovani talenti che diverranno, oltre che artisti, sommi statisti e intellettuali, come Machiavelli, Soderini e Guicciardini, oppure filosofi, musici, incisori, poeti, storici, scienziati, imprenditori della lana e dell'edilizia, gran medici e speziali, astronomi e perfino ammiragli di flotte». Insomma un periodo di grande dinamismo economico, accompagnato però da una illuminata politica culturale perseguita dai gruppi dirigenti cittadini, consapevoli che «il prestigio più alto per chi gestisce il potere è determinato dal valore delle opere e dalla crescita civile, oltre che economica, dell'intera società». Ecco allora che i Medici ed i gonfalonieri della Repubblica, i banchieri ed i mercanti più facoltosi della città investono grandi quantità di denaro «nella cultura, nella crescita collettiva del sapere, del conoscere e del produrre altra cultura», al cui confronto «quanto impegnato dai nostri governi per il sapere e la scuola oggi diventa addirittura ridicolo». Del resto, osserva Fo, la diffusione della cultura sviluppa «la libertà creativa, ma anche quella politica, incluso un insolito anelito di partecipazione », stimolando la diffusione degli ideali di libertà e democrazia. Ma forse, sembra suggerire l'autore-attore, la dismissione di una seria politica culturale e scolastica da parte dei governanti del Bel Paese d'oggi è proprio la conseguenza di una strategia che mira ad inibire la formazione di coscienze critiche. Del resto, è noto, l'obiettivo del Potere non è quello di formare cittadini consapevoli ma semmai di creare uno stuolo di passivi consumatori.

22/11/2007

Licia Pinelli: Vorrei vedere la verità.
Prima di morire vorrei vedere la verità anche in un’aula di tribunale, vorrei sapere cosa accadde davvero in quella stanza. Sono parole (da un’inedita intervista filmata) di Licia Pinelli, la vedova ottantenne di Giuseppe Pinelli, il ferroviere anarchico, per tutti Pino, morto il 15 dicembre 1969, cadendo da una finestra al quarto piano della questura di Milano. Lo stavano interrogando da due notti. “Malore attivo” concluse l’inchiesta condotta da un giovane magistrato, sicuramente democratico, sicuramente “di sinistra”: Gerardo D’Ambrosio.
Verità. Vorremmo tutti “vedere la verità”, oltre quella stanza, in un Paese prima e dopo Piazza Fontana, avvolto da tanti misteri e da poche certezze. Una tra queste: quanto fascista fosse quella strage e quelle che vennero dopo, quante complicità da parte di uno Stato, che si difese accusando “gli organi deviati”, come fossero astratte imprevedibili malformazioni.
Giuseppe Pinelli era colpevole di nulla, era colpevole di essere anarchico e si sa che le indagini, come chiedeva il questore Guida, dovevano dirigere là, fra gli anarchici.
L’incubo dei giorni precedenti, del 12 dicembre, del boato nella banca dell’Agricoltura sembrò fissarsi ed addensarsi in quella notte di dicembre, in un’altra tragedia, un’aggiunta che accusava direttamente lo Stato, in una città avvolta dal dolore, dalla paura, che si raccolse nera e cupa, in Piazza del Duomo, la mattina del 16 dicembre, per i funerali. Impaurita ma forte ancora per reagire. Le fabbriche furono in prima fila.
Trentotto anni e Piazza Fontana continua ricordarci uno dei passaggi più tragici, oscuri e paurosi della nostra storia. Continua a ricordarci i suoi morti, le 16 povere vittime della banca e, appunto, Giuseppe Pinelli. Più quelli della stazione di Bologna e gli altri dell’Italicus e tanti ancora.
Una vittima di Piazza Fontana fu anche Pietro Valpreda, il ballerino, l’anarchico, che, cercando un colpevole a tutti i costi, fu il più facile colpevole. Come Giuseppe Pinelli. Valpreda, riconosciuto da un tassista, Cornelio Rolandi, al quale la foto del presunto dinamitardo era stata mostrata prima, se la cavò: sopravvisse al carcere e alla fine fu discolpato.
Pinelli pagò con la vita e pagò la sua famiglia. Si dovrebbe rileggere Camilla Cederna, l’amatissima giornalista che svegliata dalla notizia, cercò, prima in Questura, , quindi in un pronto soccorso d’ospedale, infine in un quartiere della periferia milanese, subito, nei primi minuti, qualche luce di verità. Camilla Cederna, “con quel senso di vergogna che prende un giornalista quando entra nella casa del dolore”, bussò alla porta di un piccolo appartamento in via Preneste, a S. Siro, case popolari costruite negli ultimi anni del fascismo. La porta si aprì e comparve una donna:
“ Licia Pinelli non piange, ed è per questo che fa più impressione: è li tutta dritta nella sua vestaglietta rosa dal collettino ricamato, con un bel viso grigio di pallore e gli occhi intenti che hanno sotto un alone scuro. Parla piano per non svegliare le bambine, ma decisa a non lasciarci entrare, socchiude appena la porta, e sta lì ben piantata in quella fessura, a difendere la sua casa”.
Così Camilla Cederna ritagliava, dall’oscurità di un pianerottolo, lo splendido ritratto di una donna splendida, , sempre nel riserbo, silenziosa e tenace a difendere la sua casa, la sua famiglia, il ricordo del marito. Licia Pinelli racconta la sua storia una volta sola in un libro che era poi una lunga intervista raccolta da un giornalista, Piero Scaramucci (Una storia quasi soltanto mia – Milano 1982).
Licia Pinelli che ha ormai superato gli ottant’anni ha deciso di riprendersi la parola, questa volta in un’intervista filmata di una trentina di minuti che verrà proiettata sabato prossimo (proprio il 15 dicembre, come 38 anni fa), al Leoncavallo (il centro sociale di via Watteau, a Milano alle ore 21.00), per iniziativa di Mauro Decortes. Ha chiesto di sapewre “cosa accadde davvero in quella stanza”. Ha aggiunto che in questi anni la migliore risposta a quello che ci accadde è stata la molta solidarietà che ci è giunta dall’opinione pubblica, e questa sarebbe la migliore dimostrazione che su quei fatti c’è ancora attenzione. “Attenzione - ha ricordato - che non c’è stata da parte delle istituzioni. Mentre io vorrei avere anche la loro verità. E non riprovare quel che accadde quando chiamai in questura per sapere perché non mi avessero avvisato subito che mio marito era morto e mi sentii rispondere: Signora ci scusi ma abbiamo avuto molto da fare”.

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Una saluto e abbraccio a tutte-i.

Grazie LAPACE ! Troppo gentile ! I meriti sono tutti di Franca che mette a disposizione questo spazio ispirato ai principi di libertà, di solidarietà e di giustizia sociale, i valori che hanno sempre ispirato il lavoro suo e di Dario.
Un saluto affettuoso e solidale.